Il disprezzo: distruggere l’altro invece di migliorare noi stessi

IL PONTE E LA PASSERELLA
di Paulo Coelho

C’è gente che, invece di tentare di migliorare quello che fa, cerca sempre di distruggere ciò che gli altri tentano di fare. La storia che segue è basata su un racconto di Silvio Paulo Albino.

PasserellaUn uomo, dopo molti anni di lavoro e studio per trovare il modo migliore per attraversare il fiume davanti alla sua casa, vi costruì sopra una passerella. Ma gli abitanti del paese raramente osavano attraversarla, a causa della sua precarietà. Un bel giorno si presentò da quelle parti un ingegnere. Insieme a lui, gli abitanti costruirono un ponte e questo fece infuriare il costruttore della passerella. Da quel momento, l’uomo cominciò a dire, a chiunque lo stesse ad ascoltare, che l’ingegnere aveva disprezzato il suo lavoro.
“Ma la passerella è ancora là – gli rispondevano gli abitanti -. È un monumento ai vostri anni di impegno e riflessione”.
“Nessuno la usa”, ribatteva l’uomo, nervoso.
“Voi siete un cittadino rispettato, e noi vi vogliamo bene. Ma, se le persone pensano che il ponte sia più bello e più utile della passerella, che cosa possiamo farci?”.
“Il ponte attraversa il mio fiume!”.
“Ma signore, con tutto il rispetto per il vostro lavoro, vorremmo farvi presente che il fiume non è vostro. Lo si può attraversare a piedi, in barca, a nuoto, in qualsiasi maniera vogliamo. Se la gente preferisce passare sul ponte, perché non rispettare il suo desiderio? E d’altra parte, come possiamo aver fiducia in qualcuno che, invece di tentare di migliorare la sua passerella, trascorre tutto il tempo a criticare il ponte?”.

 



Commento di Wolfghost:
Il mondo di oggi è basato sulla competizione: si compete per fare carriera, per strappare la persona amata agli avversari, per risaltare agli occhi altrui, per prendere quote di mercato alle altre aziende. Fin da bambini siamo stimolati ad essere i migliori, a puntare sempre a superare gli altri, e già su questo ci sarebbe da discutere, però si potrebbe dire che in fondo una società basata sulla competizione, se da un lato esaspera i nostri animi, dall’altro ci firnisce lo stimolo a migliorare sempre noi stessi.
Peccato che troppo spesso anziché puntare su stessi si tende a distruggere l’avversario, a mettere in cattiva luce lui e il suo operato. Il paragone con l’altro, l’osservazione di ciò in cui noi gli siamo inferiori, invece di spronarci a migliorare laddove possibile, si trasforma in invidia, in rabbia per un risultato che non arriva, in vendetta e gioco sleale da sfogare sul prossimo.
E così, quella che perlomeno potrebbe essere un’occasione di crescita, si trasforma in una seconda sconfitta: quella morale dopo quella materiale.

Ponte

 

Gedeone: un angelo con le sembianze da gatto

<< Il 20 ottobre 2007 tornando a casa dopo essere stata da un’amica mi accorgo per caso di un gatto magrissimo accucciato a testa bassa sul marciapiede di una via piena di villette familiari.

Mi avvicino e lui a fatica solleva la testa e inizia a miagolare pianissimo. Ha la bava che gli scende dalla bocca , un occhio è completamente chiuso e l’altro è chiuso dalla terza palpebra.

Suono subito ai campanelli delle case lì intorno per capire di chi sia questo gatto finchè una ragazza mi apre e mi dice che è di una famiglia che all’inizio dell’estate si è comprata un cane di razza pechinese e per l’occasione ha deciso di buttare fuori di casa il gatto, di razza siamese, che fino ad allora era stato trattato come un principino ma che ormai non serviva più.

Chiedo alla ragazza chi è che si occupa di dare da mangiare al gatto, lei mi dice che ogni tanto è lei che provvede a dargli qualche avanzo ma dubito fortemente che sia vero perchè il gatto è letteralmente pelle e ossa e completamente disidratato.

Mi dice che se lo prendo gli faccio un favore e che lei non può perchè ha già due gatti. Io che in quel periodo ne avevo quattro e facevo già fatica economicamente a farli vivere il meglio possibile mi chiedo comunque come possa, chi ha gatti e si presume quindi li ami, vedere ogni giorno davanti la propria casa un gatto ridotto in quelle condizioni e decidere di non fare niente perchè ne ha già due. Anche un piatto di avanzi al giorno sarebbe bastato per non farlo deperire in quel modo.

Ma la cosa peggiore, come se non bastasse, è che lei stessa mi dice che questo gatto qualche mese prima è stato investito ricevendo un fortissimo colpo alla testa che gli ha provocato probabilmente il problema agli occhi e anche una notevole difficoltà nel muoversi, e capisco sconvolta che anche in questo caso nessuno si è degnato di dargli una minima mano di aiuto portandolo dal veterinario.

Io decido di prenderlo subito senza neanche stare ad avvisare i padroni, che probabilmente per qualche forma malata di egoismo mi avrebbero anche impedito di farlo dicendomi che è il loro, e lo porto a casa dove con moltissima fatica finisce due ciotoline d’acqua e tenta inutilmente di mangiare qualcosa senza purtroppo riuscirci. Facendomi sentire malissimo perchè mi chiedo come possa reagire così un gatto a cui gli uomini hanno fatto tanto male, invece di usare le sue misere forze per soffiarmi o respingermi, Gedeone fa le fusa ogni volta che lo tocco.

Lo porto dal mio veterinario che essendo sabato era fuori città e decide comunque di tornare di corsa per vedere questo gatto, e già dopo avergli dato la prima occhiata prende a imprecare contro chi ha avuto il coraggio di buttarlo fuori di casa e ignorarlo per tutti quei mesi, e contro chi abitando nella zona e vedendolo morire a poco a poco ogni giorno ha deciso che quel gatto non meritava neanche un misero piatto di avanzi.

Mi dice che il gatto non mangia da tantissimo, che è disidratato ha la febbre alta e i linfonodi ingrossati più chissà quante altre infezioni.

Gli fa iniezioni di antibiotici antinfiammatori e quant’altro e lo mette sotto ossigeno perchè ha grandissime difficoltà respiratorie.

Il 22 ottobre decide di fargli i test per verificare la positività di filv e felv, perchè qualora ne fosse affetto sperare di salvarlo diventerebbe se possibile ancora più difficile per via delle difese immunitarie ridotte a zero.

Dopo un’ora di angoscia i risultati ci danno una flebile speranza perchè risulta negativo a entrambe le malattie, si può quindi tentare tutto il possibile sperando che si aggrappi alle pochissime forze rimastegli.

Gedeone, che aveva solo cinque anni, muore letteralmente di stenti il 23 ottobre dopo una crisi respiratoria, il veterinario mi dice che ormai non aveva più polmoni. Dopo aver atteso per mesi qualcuno che lo notasse e lo aiutasse, ha deciso di smettere di lottare proprio quando qualcuno aveva deciso di prendersi cura di lui.

Per non rendere vana la morte di Gedeone e dei tanti altri come lui che ogni giorno muoiono nella totale indifferenza della gente, che a me spaventa quasi più della cattiveria, nasce il Gruppo Gedeone che ogni mese raccoglie fondi da destinare a canili gattili o qualsiasi persona che abbia bisogno di aiuto per gli animali più sfortunati.

Non pretendiamo di salvarli tutti perchè purtroppo è una cosa impossibile, ma siamo dell’idea che sono le piccole gocce a fare il mare e che il nostro piccolo contributo possa essere in realtà enorme per gli animali che ne beneficiano. >>

Gedeone

Il piccolo angelo Gedeone

 


 

 

La presente testimonianza è di un’attivista del Gruppo Gedeone (www.gruppogedeone.splinder.com/).

Grazie al piccolo Gedeone, decine e decine di gatti e cani sono stati salvati dalle attiviste dell’omonimo Gruppo che continuano ogni giorno la battaglia per questi piccoli e sfortunati animali.

Quando vedo Sissi e Julius, e li immagino improvvisamente abbandonati per strada dopo anni di vita in casa (soprattutto nel caso di Sissi), non riesco a immaginare come possano ragionevolmente essere in grado di adattarsi e sopravvivere. Li immagino mentre, spaventati, scappano a cercare rifugio. Li immagino quando, spinti dai morsi della fame, implorano con i miagolii e i loro disperati musetti, i passanti che fingono di non vederli. Li immagino deperire rapidamente. Li vedo spegnersi lentamente, mentre ancora sognano e sperano di vedere comparire da dietro un angolo il viso della persona che li aveva allevati, curati e coccolati. Perché certamente non potrebbero concepire che quella stessa persona li abbia abbandonati. 

Non riesco a comprendere e perdonare chi si macchia di questa infamia, di un tradimento del genere, verso creature che esso stesso ha reso totalmente dipendenti.

Esistono tante tragedie nel mondo, bambini che muoiono di stenti, guerre con vittime innocenti. Ma, ancora una volta, mi chiedo come ci si possa aspettare che questo non avvenga, se già tra di noi, che ci reputiamo così “evoluti”, si nasconde una tale viltà.

Voglio ringraziare pubblicamente tutti i componenti del Gruppo Gedeone, così come ogni altro gruppo animalista che senza alcun fine di lucro si batte per riparare i danni dell’inciviltà di uno dei tanti popoli che civile si reputa, senza però averne diritto.

E voglio ringraziare il piccolo angelo Gedeone che, dando la sua vita, ha risvegliato la coscienza di tante persone, salvando così una moltitudine di piccole vite.

Mi auguro che la sua opera possa continuare, come una piccola palla di neve che rotolando divenga via via una valanga sempre più grande e irresistibile.

Grazie, piccolo Gedeone

p.s.: vi invito sempre a guardare anche il blog in condivisione www.adottauncucciolo.net, nel quale c’è tra l’altro il link permanente a quello del Gruppo Gedeone.

Sissi e JuliusSissi e Julius

 

Società, conformismo e anticonformismo

In genere ci viene detto
che nella vita abbiamo una scelta
tra due sole strade:
lottare con tutte le nostre forze
per arrivare in cima e avere successo,
o riunirci all’esercito dei “nessuno”.
Invece esiste una terza via, amico,
puoi farti da parte e cominciare
ad essere la persona che vuoi essere.
Non sei obbligato a fare il loro gioco:
sono gli altri che hanno bisogno
di te non tu di loro.
(S. Bambaren)

Spesso è proprio così che si agisce: o si difende la società ed i suoi mirti, o la si affossa e osteggia. A parte che in genere è un anticonformismo un po’ ipocrito, visto che si continuano ad usarne i mezzi: cellulari, TV, auto… tutto va bene, tranne la “signora Società” contro la quale ci si scaglia indicandola come il male di ogni nostro problema. Però… quasi nessuno se ne allontana, se non per le feste 😉
Bambaren spezza questa dicotomia, dicendo che l’importante è essere sé stessi: la società è solo un sistema nel quale si è immersi, null’altro; non ha perciò senso né annullarsi in essa, né viverci facendo finta di esserne fuori, nutrendo verso di essa astio, rancore, invidia e livore.
La società è solo un mezzo, da usare quando conviene usarla, da rispettare perché altri, come noi, ne fanno parte, ma… da non vedere come arcigno padrone.

La società è… il cavallo, noi siamo il fantino 🙂 E se ogni tanto veniamo disarcionati… e vabbé, si risale e ci si rimette a trottare 🙂

cavaliere

 

Lettera a una persona forte… che non sa di esserlo

Stasera voglio riportare qua la lettera in risposta ad una persona forte… ma che probabilmente non si rende conto di esserlo. Il suo racconto, che ovviamente ometto, mi ha toccato perché è il racconto di una persona che è passata tra mille difficoltà, le ha superate, e adesso chiede solo di andare “oltre”, lasciandosele alle spalle.

Credo che anche se non se ne rende conto, è lei a poter essere di esempio per tante persone tra di noi che si sono lasciate atterrare, spesso troppo presto, dalle difficoltà della vita.


Ciao T. 🙂

Grazie di avermi scritto, credo tu mi abbia raccontato cose molto personali delle quali, sono certo, non parli spesso. E’ vero: certamente una parte l’ha avuta il fatto di sapere che sono “un esterno”, qualcuno che non ti conosce, con il quale perciò puoi confidarti liberamente, ma… lo prendo anche come segno di stima 🙂

Molti di noi hanno avuto una vita difficile, è vero, ma la tua è stata davvero drammatica: onestamente credo tu abbia fatto quanto nelle tue possibilità, fare di meglio sarebbe stato oggettivamente molto, molto difficile.

Adesso… capisci quanto sia privo di senso chiedermi “dove sbaglio?”, vero? 🙂 Tu non hai sbagliato nulla, anzi ammiro il tuo spirito di reazione, uno spirito che ti ha fatto sopravvivere alle difficoltà. Molti al posto tuo si sarebbero arresi allo sconforto, alla sfiducia non solo nelle persone (e credimi, ti capirei), ma perfino nei confronti della vita stessa. Ma tu sei rimasta in piedi e continui a cercare quella felicità, o almeno quella serenità, che non hai mai avuto.

Da questo devi ripartire, dal riconoscere la tua forza, il tuo coraggio, dal prendere coscienza che è stata proprio quella insoddisfazione che senti, a impedirti di lasciarti andare, essa è la tua anima che ti sta dicendo che tu non sei fatta per vivere così, che meriti di più.

E, certamente, se sei andata avanti nonostante tutto, quel “di più” lo puoi ottenere.
Credici, e lo farai 🙂

Quindi scordati i sensi di colpa e di autocommiserazione, che proprio non hanno senso di esistere, e… pensa solo a vivere, a godere della vita, perché chi ama la vita, nonostante tutto, la strada prima o poi la trova… sempre 🙂

falco

 

Un po’ di Wolf… i miei animali: gli scoiattoli giapponesi

Ho già parlato dei miei gatti, di Kit in particolare, ma tornerò sull’argomento con nuove foto dei miei gatti attuali: Sissi e Julius 🙂 A partire da questo post però voglio iniziare a parlare di tanto in tanto degli altri animali che hanno allietato la mia vita 😉 Chissà che un giorno non decida di fare lo stesso con le “mie donne”…  ahahah scherzo :-D!

Andiamo ad iniziare… Premetto che ci sono animali dei quali non parlerò, poiché la loro presenza è troppo antica nella mia memoria e poco ricordo di loro. C’è stato Nereo, l’unico cane, di lui ricordo solo quanto mi raccontava mia madre, ovvero che quando mi avvicinavo troppo alla finestra, mi veniva a tirare per i pantaloni per farmene allontanare  😉 e che ad un certo punto fu affidato ad una famiglia che viveva vicino alla casa in campagna nella quale andavamo in vacanza poiché i miei sostenevano che l’appartamento era troppo piccolo per lui. Ci sono stati pesci, rossi e non. Uccellini, me ne ricordo uno in particolare: era tutto nero ed a un certo punto finì nella boccia del pesce rosso. Il poverino si dibatteva per uscirne, ma io, che ero un bambino piccolo, non lo riconobbi, e andai a cercare mia madre per dirle che c’era un mostro nella vasca del pesce!!! 😮 Ovviamente quando mia madre arrivò, era troppo tardi, e lo sfortunato giaceva privo di vita sull’acqua 😦 Ci sono stati criceti ed una gallina perfino! 😛 E poi… altro, di cui parlerò in qualche prossimo post 🙂

TamiaMa parliamo dei Tamia, gli scoiattoli giapponesi 🙂 (le foto sono tratte da Internet, i siti di provenienza sono riportati sotto le foto nel catalogo Multimedia).
Tutto iniziò con Cip e Ciop (che fantasia, eh?) due scoiattoli che mio padre comprò (non alla fiera dell’est! O chissà… forse sì! :-P). Essi generarono altri scoiattoli, e così via. Alla fine ne avevamo 14 😀 Le gabbie via via diventavano sempre più grandi, l’ultima era enorme, pienamente popolata! ahahah
Il bello è che ogni scoiattolo aveva un nome che lo rispecchiava: c’era Zampetta, che aveva una malformazione che lo faceva zoppiccare, Briscola, Morsicone! ahahah Morsicone era simpaticissimo: lo scopo della sua vita era riuscire ad arrampicarsi e correre lungo le gambe, il corpo e le braccia del malcapitato per mordergli le dita! 😮 Che male e che sangue! 😀
Una volta mio padre perse le staffe (probabilmente Morsicone stava attaccando qualche altro scoiattolo), ficcò la mano con l’intero braccio nella gabbia, prese Morsicone e gli urlò “Vuoi mordere? E mordi allora! Mordi!!”… Secondo voi cosa fece Morsicone? 😉 ahahahahahah 😀
Dovete sapere che mio padre era proprietario di una delle uniche due scuole per parrucchieri di Genova e la nostra casa era divisa in due: appartamento e scuola, con vari saloni, il principale particolarmente grande. Nel fine settimana, la scuola era libera e noi figli, io ero il più piccolo, ci divertivamo a lasciare liberi gli scoiattoli che scorazzavano in lungo e in largo 🙂 A volte inventavamo giochi scemi, ad esempio costruivamo con dei libretti di favole (ne avevamo più di cento) un vero e proprio labirinto con due sole uscite e lo coprivamo con delle riviste. Poi lasciavamo a turno due scoiattoli da un lato e dall’altro del labirinto 😉 I due sparivano al suo interno, correndo come pazzi. Quando però si incontravano, anche se erano scoiattoli che fuori andavano d’accordo, evidentemente non si riconoscevano, perché se le suonavano tanto da far venire giù l’intero labirinto! 😀 Sì, forse eravamo un po’ crudeli, ma io ero piccolo piccolo eh! 🙂

I nativi dell’ultima cucciolata smisero di riprodursi o, se lo facevano, divoravano i piccoli appena nati 😦 Non so, forse perché erano la terza o quarta generazione proveniente da consaguinei, o forse perché istintivamente pensavano che lo spazio non fosse sufficiente e il cibo potesse iniziare a scarseggiare. Alla fine si estinsero letteralmente.

Chissà come Sissi e Julius accoglierebbero qualcuno di loro… mmm… no, eh? :_)

tamia

 

Il potere catartico della danza

Purtroppo ho pochissimo tempo, è già mezzanotte passata e domani ho la sveglia alle 5 per una trasferta lavorativa di due giorni a Roma. Ho deciso perciò di salutarvi con un altro video, stavolta senza parole e con “meno pretese”, ma che perché ha un significato particolare; si tratta di “Children”, di Robert Miles (nome vero Roberto Concina, infatti è svizzero ma di genitori italiani). Vedete, più di dieci fa usavo questa musica per lasciarmi alle spalle i momenti passati non proprio felici (i peggiori in realtà erano in là da venire, ma io non lo sapevo! eheheh); mi chiudevo in camera, mettevo la musica a volume alto e ballavo nella penombra, a volte ad occhi chiusi, immaginando, come la bambina del video, di vedere scorrere paesaggi dietro di me… ma erano paesaggi che rappresentavano quel passato, un passato che mi lasciavo alle spalle.
Se notate, anche il video di Schiller che ho usato in due post fa, sebbene non mi attrasse per questo motivo (il video lo scoprii solo un paio di anni dopo aver conosciuto ed apprezzato la canzone), riprende un po’ gli stessi temi: il bianco e nero, il paesaggio che corre…

Che il potere della danza sia sempre stato riconosciuto è evidente, non è certo stato scoperto oggi con la danzaterapia: già i nostri antenati si scatenavano in danze rituali attorno al fuoco, e oggi, i giovani e meno giovani che ancora vanno in discoteca per ballare e non per… “cuccare” (non che una cosa escluda necessariamente l’altra), per non parlare di chi ama, sente e pratica la danza come qualcosa di più di un “esercizio fisico”… conoscono bene quale potere essa possa avere.

Ognuno ha le sue musiche e le sue danze… l’anello comune è l’effetto catartico che hanno su chi vi si abbandona.

A presto e… scusatemi se sarò assente un paio di giorni 🙂

danza sacra

 

Non si può aiutare chi non vuole essere aiutato

giumentaLA GIUMENTA MORTA DI STANCHEZZA
di Paulo Coelho

Nasrudin decise di cercare nuove tecniche di meditazione. Bardò la sua giumenta e iniziò un pellegrinaggio per il mondo: andò in India, in Cina, in Mongolia, conversò con tutti i grandi maestri, ma non ne ricavò nulla.
Sentì dire che c’era un saggio nel Nepal: si recò fin laggiù, ma mentre stava salendo sulla montagna per incontrarlo, la sua giumenta morì per la stanchezza. Nasrudin la seppellì in quello stesso luogo, e pianse di tristezza.
Passò un uomo e disse: “Questa dev’essere la tomba di un santo, e voi eravate suo discepolo. Sicuramente, state piangendo la sua morte”.
“No, è solo la tomba della mia giumenta, che è morta di stanchezza”.
“Non ci credo – disse il passante -. Nessuno piange per una giumenta morta. Questo dev’essere un luogo santo, dove accadono i miracoli, e voi state tentando di nasconderlo”.
Per quanto Nasrudin discutesse, non servì a niente. L’uomo si recò al paese vicino, raccontò a tutti la storia di un grande maestro che operava guarigioni sulla sua tomba, e ben presto cominciarono a sopraggiungere i pellegrini. A poco a poco, la notizia della scoperta del Saggio dal Lutto Silenzioso si diffuse per tutto il Nepal – e sul luogo accorsero moltitudini di persone.
Vi giunse anche un uomo ricco, che ritenne di essere stato ricompensato e perciò fece costruire un imponente monumento nel punto in cui Nasrudin aveva seppellito il “suo maestro”. Visto l’accaduto, Nasrudin decise di lasciare le cose come stavano. Ma imparò una volta per tutte che, quando qualcuno vuole credere a una menzogna, nessuno lo convincerà del contrario.

 



Commento di Wolfghost: Almeno 15 anni fa frequentai un gruppo che faceva pratiche di meditazione. Si trovavano in una bella e ampia casa con tanto di terrazzo e praticavano in particolare la “Meditazione Dinamica” di Osho, che consiste in una danza sfrenata di quindici minuti, nella quale ci si può muovere e gridare come si vuole, per poi – quando la musica “vivace” finisce e inizia quella tranquilla – lasciarsi cadere a terra e, sfruttando il fatto di aver scaricato le energie, entrare facilmente in meditazione. Poi c’era il periodo della condivisione, nella quale ognuno diceva cosa aveva provato, e infine si cenava tutti assieme con ciò che ognuno aveva portato dalla propria casa.
Mi resi ben presto conto che, come spesso avviene, per diverse di queste persone la meditazione era solo un pretesto per fare gruppo, e ciò a poco a poco mi allontanò, ma alcuni di loro erano davvero dotati di profonda e bella spiritualità.
In quel periodo ero in difficoltà, una persona a cui tenevo molto si trovava in grave crisi, io ne percepivo la disperazione ma per quanti sforzi facessi per aiutarla, essa continuava ad andare dritta verso il suo baratro.
Chiesi l’opinione della persona spiritualmente più dotata del gruppo ma, invece di udire parole di comprensione verso quella persona, come mi aspettavo, ascoltai una lezione destinata a diventare tra le più importanti della mia vita, una lezione di poche parole, detta con un’improvvisa serietà che lasciava trasparire, senza ombra di dubbio, essere di chi aveva dovuto impararla tristemente sulla sua pelle. La lezione era “Non si può aiutare chi non vuole essere aiutato”.
Non importa quanto bene potrebbero fare le nostre parole se venissero ascoltate, per chi, nella sua testa, si rifiuta o non è in grado di mettere in discussione, le proprie idee.

senza uscita

 

Una canzone, una fede.

Questa canzone, di Schiller, il nome di un “progetto musicale tedesco” (lo so, suona strano) pressoché sconosciuto da noi, mi colpì fin da subito. Ve la voglio proporre in due versioni: quella del video (per me meno bella) e quella solo-audio.
Sebbene una volta, cambiando qualcosa nel testo, la dedicai a una donna che non è più con me (sono un romanticone, che ci volete fare! :-D), questa canzone per me rappresenta la vera fede: in essa non viene mai pronunciato il nome di un dio – che sia esso Gesù, Buddha, Allah, il Grande Spirito, l’Universo, la Natura o dir che si voglia – eppure il collegamento con l’energia, lo spirito, che anima il mondo, fuori da noi e dentro di noi (è lo stesso poiché non vi è differenza), è sempre presente, così come dovrebbe esserlo in ogni secondo della nostra vita… Ognuno dia pure ad esso il Nome che desidera 🙂
E’ insomma un inno alla Vita.

Per chi non conosce l’Inglese, allego testo e traduzione (mia).

I feel you
Ti sento
I feel you
Ti sento

In every stone
In ogni pietra

In every leaf of every tree
In ciascuna foglia di ogni albero

That you ever might have grown
Che tu abbia mai potuto crescere

I feel you
Ti sento

In everything
In ogni cosa

In every river that might flow
In ogni fiume che possa scorrere

In every seed you might have sown
In ogni seme che tu possa aver seminato

I feel you x5
Ti sento (x5)

I feel you
Ti sento

In every vein
In ogni vena

In every beating of my heart
In ogni battito del mio cuore

Each breath i take.
Ogni respiro che faccio.

I feel you,
Ti sento,

Anyway,
In ogni modo,

In every tear that I might shed
In ogni lacrima che possa aver pianto

In every word i`ve never said
In ogni parola che possa aver mai detto

I feel you 5X
Ti sento (x5)

In every vein
In ogni vena

In every beating of my heart
In ogni battito del mio cuore

In every breath I ever take
In ogni respiro che abbia mai fatto

I feel you
Ti sento

Any way
In ogni modo

In ever tear that i might shed
In ogni lacrima che possa aver pianto

In every word i`ve never said
In ogni parola che abbia mai detto

I feel you x5
Ti sento (x5)

I feel you
Ti sento

sunset2

 

Devil deve vivere

03/01/2009, aggiornamento: Devil è salvo!! La sanità abruzzese si è impegnata a “cederlo alla presidentessa nazionale della Lav o a una persona idonea e qualificata da lei delegata”.
Alleluia! 😉

 



Sicuramente tutti avrete sentito nei giorni scorsi parlare della tragedia del giardiniere attaccato e ucciso da un cane che ben conosceva: questo cane, un rottweiler di una certa età, abita, o per meglio dire abitava, in una casa con uno dei giardini che veniva curato proprio da quella sventurata persona e non aveva mai dato problemi. L’ipotesi più accreditata è che il giardiniere, entrato nel giardino come faceva da anni, si sia chinato e il cane, a causa dei problemi di vista e olfatto legati all’età, l’abbia scambiato per un qualche animale.
Il proprietario del cane ha chiesto per primo l’abbattimento del cane, cosa che appare quasi inevitabile.

Premesso l’ovvio dispiacere e l’assoluto rispetto per la persona uccisa… mi chiedo il senso di giustiziare il cane.

Io parlo spesso di perdono, e certamente lo applico a maggior ragione a un animale che non sa, ovviamente, quel che sta facendo, nel senso che non ha il concetto di “bene e male” che abbiamo noi, agisce per istinto, non con quella preterintenzionalita’ tipica dell’essere umano. Anzi, qui non si tratta nemmeno di perdono, ma di comprensione della natura istintiva del cane.
Con questo, riconosco certamente che un animale (così come un uomo) che abbia dimostrato di essere pericoloso vada messo in condizione di non ripetersi. Però… c’è modo e modo. Non posso credere che con tutti i soldi che buttiamo dalla finestra non sia possibile far vivere questo cane in un posto sicuro, dove non possa più fare del male. Abbatterlo significa aver recepito il termine “umanità” come sinonimo di specie superiore, con potere di vita e di morte su tutte le altre specie, anziché col significato di specie dotata di spiritualità e comprensione; almeno quel minimo necessario a capire che togliere una vita è sempre inutile.
Così come sono contro la pena di morte (salvo in rarissimi casi), credo che abbattere un cane non serva a nulla. Perché? Perché perfino per gli uomini, non si uccide quasi mai per motivi di “sicurezza” (per questo esiste l’ergastolo), lo sappiamo tutti, piuttosto per dare un segnale, un avvertimento a chi rimane che dice “Vedete? Se fate come lui, farete la stessa fine!”.
Adesso… crediamo davvero che gli altri cani si spaventeranno perché Devil è stato ucciso? Non scherziamo.
E allora a che serve? Come atto consolatorio e per quella parte di opinione pubblica che reclama “giustizia”. Ma non si uccide per questi motivi.

Devil ha 11 anni e qualche acciacco. Probabilmente non ha tanti anni davanti a lui, e certamente è un peccato che viva il resto della sua vita in un recinto o, peggio, in gabbia. Ma niente è prezioso come la vita. Anche per un cane.

Le ultime parole sono per coloro – sempre ce ne sono – che si scandalizzano quando, di fronte alla morte di una persona o più in generale alle difficoltà degli esseri umani, si cerca di spezzare una lancia in favore degli animali. Come se, chi protegga un animale sia contro l’uomo.
Ognuno ha le sue opinioni naturalmente, ma la persona che si fa vedere “perbene” perché non perde occasione di sottolineare che la vita di un essere umano vale più di quella di un animale e cerca di dimostrarlo dicendo che opporsi all’abbattimento dell’animale significa mancare di rispetto all’uomo ucciso, sta cercando in realtà di rinfocolare il più classico degli scontri: animalisti da un lato e “umani superiori” dall’altro.
Io sono certo che perfino il pover’uomo ucciso sarebbe contrario all’abbattimento del cane, che conosceva fin da cucciolo.
Io sono certo che nessuno qua dentro ritiene che la vita di un uomo valga meno di quella di un animale.
Io sono certo che solo chi cerca di mettersi in mostra rinfocolando la visione dell’animalista come persona che disprezza la vita umana, sia da biasimare. Perché sta giocando su una dicotomia che non esiste e lo fa in un momento, per di più, drammatico. E’ questo, casomai, non rispettare chi non c’è più.

Io, ad esempio, amo gli animali, ma amo anche le persone, perché amo la vita.

Chi è d’accordo, se vuole, può esprimerlo verso il comune di S. Giovanni Teatino, e alla ASL di Chieti, affinché la vita di Devil sia risparmiata.

ufficio.sindaco@sgt.ch.it

urp@aslchieti.it

segreteria.dirsan@aslchieti.it

Rottweiler(foto da internet, non è Devil)

 

Paese che vai… approccio che trovi ;)

NewYorkCiao carissimo,

sono tornata da qualche giorno dalle mie ferie e come sai sono stata a New York.

A parte le mille considerazioni che posso fare sulla società americana, già affrontate con te per telefono, c’è stata una cosa che mi ha piacevolmente colpito. Premetto che quando finisci di vedere la città come turista per calarti poi nella vita vera e propria della città, le cose cambiano un po’: se all’inizio tutto sembra molto strano e difficile da capire, persone che non ti guardano mai negli occhi da un lato o commessi aggressivi che ti saltano addosso pur di vendere dall’altro, successivamente capisci che esistono anche costumi ben più piacevoli di quelli accennati sopra. In particolare, gli approcci tra persone di sesso diverso sono molto facili e molto poco complicati. Se per caso ti capita di fermarti a guardare un ragazzo per qualche minuto lui ti risponderà con un sorriso. Il gioco dell’approccio infatti è molto semplice, ci si saluta e ci si sorride se ci si vuole conoscere, nel caso contrario si continua a fare ciò che stavamo facendo. Questo indistintamente se si è uomini o donne, capita che girando per strada senti un "hallo", a quel punto sei libero di decidere cosa fare.
Tutto qui, niente di più semplice e spontaneo, tutto nel massimo rispetto reciproco e senza paure di fare figuracce. Conosco bene gli usi e i costumi delle grandi città, in particolare questo è piuttosto tipico e l’avevo scoperto molto tempo fa andando a Parigi, ma l’approccio visto a New York è sicuramente più delicato e simpatico.

A questo punto mi sorge una domanda, perché da noi non è così e gli approcci per strada sono spesso "triviali"?

A presto,
S.



Ecco la e-mail che la mia amica S. ha mandato dietro mia richiesta. In realtà ci eravamo già parlati per telefono al suo rientro in Italia e avevamo toccato diversi aspetti della società di New York, alcuni positivi e altri meno. Questo aspetto della facilità nel rompere il ghiaccio mi ha invece incuriosito e così le ho chiesto di metterlo nero su bianco in modo da condividerlo con voi 🙂

approccioE’ vero: non è la prima persona che mi parla così della "chiusura" che c’è in Italia; un approccio come quello che descrive lei, potrebbe avvenire giusto in una discoteca o comunque in un locale pubblico, molto difficilmente per strada. Eppure già diversi anni fa ormai, ho verificato come la maggior parte delle donne non veda l’ora di scambiare per lo meno due chiacchiere (tempo permettendo, naturalmente), perfino con chi non necessariamente vede come "sessualmente appetibile". Ho avuto diversi esempi in questo senso.
Eppure… molto spesso la donne qua da noi vanno in giro con l’espressione da "non permetterti di rivolgermi la parola: mordo!", mentre gli uomini si vedono bene dal farlo, in buona parte per paura di "prendere un due di picche" (come fosse un disonore indelebile negli anni :-P), soprattutto se pubblico. E così, anche quando quando lo fa, inevitabilmente perde di spontaneità e lo forza, risultando spesso "aggressivo".

Io credo che gli uomini dovrebbero imparare che nessuno può piacere a tutte, nemmeno George Clooney, e che probabilmente la stessa donna che magari ti dice, a volte anche in modo brusco, che la rottura di ghiaccio è… una rottura e basta, in realtà ha avuto almeno un pizzico di piacevole ritorno in termini di autostima e probabilmente ha ammirato il coraggio di chi si è fatto avanti. In quanto a chi assistito… bé, può aver trovato coraggioso anch’esso il gesto, o può aver gongolato dell’insuccesso (mal comune…) ma insomma… è poi così importante cosa può aver pensato? 🙂

Le donne invece dovrebbero imparare che un atteggiamento chiuso non paga, i nostri atteggiamenti si riflettono negli altri come un gioco di specchi o, se preferite, per l’eterno principio di azione e reazione, si riceve ciò che si trasmette. E’ troppo comodo (o scomodo, meglio…) tenere un atteggiamento da diva e poi lamentarsi perché l’uomo non si fa avanti.

Alla fine, di solito, l’atteggiamento conta più della bellezza. Per entrambi i sessi 😉

Cigni neri