Riflettere sulla morte – un pensiero di Sogyal Rinpoche

Anche questo 2016 sta riservando parecchie sorprese. Diciamo che il periodo di tanto sospirata serenità, che sembrava dietro l’angolo fino a qualche settimana fa’, è ancora un miraggio.

Sappiamo benissimo che la serenità non è un “traguardo” bensì una condizione che si può raggiungere ogni tanto nel corso della vita, per poi cercare di mantenerla il più a lungo possibile. Quanto a lungo però… è quasi indipendente dai nostri sforzi: la vita fa’ quel che vuole, non guarda in faccia nessuno. Non guarda ai meriti, all’impegno, alla bravura o alla bontà. Dico sempre che la vita non è “meritocratica”, non c’è un premio. Nell’aldilà… non lo so, non so nemmeno se c’è un’aldilà, e soprattutto nessuno sa davvero come è fatto e se e in quale modo ne faremo parte.

Il riconoscimento della transitorietà della vita è uno dei capisaldi del Buddismo. La sua promessa è quella di liberarci dalla sofferenza, soprattutto mentale, e dalla paura della morte, riuscendo così a vivere pienamente il tempo che abbiamo. Fondamentalmente l’idea è: non respingendo l’idea della morte, ma anzi accogliendola completamente, alla fine si termina di averne paura, poiché si riconosce l’inutilità di qualcosa dalla quale è impossibile fuggire. Non ha senso dunque averne paura. Vero, il buddismo ha la reincarnazione, ha un aldilà come lo hanno i cristiani, seppure diverso. Eppure non è la rinascita il vero scopo del buddismo, essa non è nemmeno così importante. Si narra che il Budda storico, quello realmente vissuto, non rispondeva mai alle domande sull’aldilà e sulla rinascita, poiché, diceva, questi sono solo pensieri che rischiano di distogliere l’attenzione sulla vera liberazione, quella della mente, quella dalla paura e dalla sofferenza. Che esista o meno un aldilà.

Il pensiero illuminista occidentale è invece l’opposto, è la negazione della morte. Sappiamo tutti, a livello logico, che moriremo, ma restiamo aggrappati alla vita come se ciò fosse evitabile. Qualche tempo fa’ misi un post, tratto dal pensiero di uno psicologo romano, che sosteva che è inutile cercare di “risolvere” la paura della morte: è impossibile uscirne, si può solo “svagarsi”, pensarci il meno possibile. E’ un po’ il “La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi. Non è nulla né per i vivi né per i morti.” di Epicuro.

Quale delle due si scelga, e lo stesso vale per l’idea della resurrezione cristiana, comunque va perseguita totalmente, questo è il difficile. Tutte difficilmente resistono alla prova del tempo, della malattia, della vicinanza della dipartita, propria o dei propri cari. Quasi nessuno ci riesce, basta lasciare uno spiraglio di porta aperta al dubbio e l’angoscia e la paura entrano strisciando.


Riflettere sulla morte ha lo scopo di indurre un reale cambiamento nel profondo del cuore. Ciò può richiedere un periodo di ritiro e di contemplazione, perché spesso solo così possiamo aprire davvero gli occhi a come stiamo usando la nostra vita.

La contemplazione della morte vi darà un senso sempre più profondo di ciò che viene chiamato ‘rinuncia’, in tibetano ngé jung. Ngé significa ‘realmente, totalmente’ e jung, ‘nascere, emergere, venire fuori’. Il frutto di un’assidua e profonda riflessione sulla morta è che vi sentirete ‘emergere’, spesso con un senso di nausea, dai vostri modelli abituali. Vi scoprirete sempre più disposti ad abbandonarli, finché saprete liberarvene con la stessa facilità, dicono i maestri, “con cui si toglie un capello da una fetta di burro”.

da “Riflessioni quotidiane sul vivere e sul morire” di Sogyal Rinpoche

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42 pensieri su “Riflettere sulla morte – un pensiero di Sogyal Rinpoche

  1. E’ un argomento che da sempre è stato oggetto di riflessione, ognuno ha il suo punto di vista e Epicuro trovò una spiegazione logica, il fatto di non sapere di esserci, in quanto morti, non dovrebbe preoccupare. Io, come tu sai, credo nell’Aldilà e questo mi conforta e mi fa accettare tutto il percorso terreno che è abbastanza intricato. Ora che tutto questo possa essere dimostrato a chi obietta direi che non è facile, potrei parlare per la mia fede ma credo non servirebbe.
    Interessante post
    un caro saluto
    annamaria

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    • Sicuramente no, cara, chi non ha fede ha bisogno di prove. Chi ha fede invece non ne ha bisogno e difficilmente teme di poter essere smentito. Anche perché siamo in un campo dove dimostrare è difficile… ma smentire è davvero arduo 😉
      Grazie, contraccambio il saluto 🙂

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  2. Argomento difficile da affrontare singolarmente ma anche come discussione filosofica o religiosa.Non credo al premio o castigo del dopo morte,Non mi aiuterebbe comunque a vivere meglio.Non ho neanche paura del non esistere,del non esserci più.E’ non sapere come,quando,dove, succederà :questa è la paura.Anche questa irrazionale,se vogliamo pensarci bene:,il momento della morte escluderà la coscienza di vita.Forse ci spaventa la sofferenza,la incapacità di restare sereni quanto più è possibile,perchè sono cose che dobbiamo affrontare,vivendo.

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    • Magari a spiegare il terrore della morte basta il semplice istinto di sopravvivenza unito alla consapevolezza che con la morte sparisce ogni cosa, tutto quello per cui viviamo, tutte le persone (o animali) che amiamo, tutte le abitudini che abbiamo coltivato per tutta una vita: non c’è più nulla, siamo scomparsi, annullati. In effetti, se ci pensiamo un po’ su, è davvero difficile non restare sconvolti da tale consapevolezza.Ricordo di aver letto uno studio che sosteneva che la paura della morte nasce, nell’uomo, dal fatto che non la nostra mente non è capace di pensare ad un mondo senza di essa. Il buddhismo, almeno quello della “prima ora”, in fondo è una semplice strada all’accettazione di tale verità.
      Ricordo che Hermann Hesse sosteneva che ogni altra paura, inclusa quella della sofferenza, non è che una “propaggine” di quella della morte. In effetti, quando soffriamo ma sappiamo che tutto andrà bene, che ci riprenderemo, la sofferenza è molto più sopportabile di quella accompagnata dalla paura di non farcela, o addirittura di quella che sappiamo essere inutile, senza speranza, senza scopo.
      Anche per lui, per Hesse, l’antidoto era “lasciarsi cadere alla volontà di Dio”… insomma l’accettazione.

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  3. Per nulla semplice perchè appunto è in conflitto con la nostra mentalità ed il classico attaccamento occidentale ai piaceri, ai beni materiali. Mi piacerebbe riuscire ad accettare la morte, esattamente come Morelli chiede di accettare le malattie. Non è facile. Non è facile. Ti invio i miei saluti. Ciao! ( niente notifica neanche stavolta. Son giunta durante un’escursione libera.)

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  4. bel post,
    esistono alternative al buddismo e all’illuminismo, ad esempio la interpretazione razionale della vita, lo scrivo da sempre, veniamo al mondo senza chiederlo e ce ne andiamo senza volerlo, la vita non è nostra, non ne siamo proprietari, l’abbiamo in gestione, una gestione che comunque non ci conferisce nessun potere (non siamo in grado di sconfiggere malattie letali e nemmeno possiamo combattere contro la casualità, vedi incidenti, ecc. ecc.). In questo nostro passaggio siamo condizionati, soprattutto noi occidentali, da standard di vita e regole sociali create ad hoc dai potenti al solo fine di controllarci e manovrarci, anche e soprattutto culturalmente. Forse il vero credo sta nell’adeguarsi, nel plasmarsi totalmente oppure nel ribellarsi, lottare per una umanità che non abbia più potere di vita e di morte ma qui il discorso si arzigogola.
    La storia ci insegna che per molte persone la vera immortalità consista nello scrivere pagine indelebili, come fossero scolpite nella roccia, sia nel bene che nel male, nell’arte, nella guerra, nella cultura, ecc. ecc.

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    • Ciò che possiamo controllare della vita non è granché, anche se quel poco può essere molto importante. Il resto crediamo di poterlo controllare ma ciò è una mera illusione che non solo risulta inevitabilmente falsa, è anche controproducente in quanto generatrice di delusione, rabbia, invidia, dolore e sofferenza. Prenderne coscienza è liberarsi dall’ignoranza.
      In fondo la tua visione non è così distante da quella buddhista.
      Sulla immortalità in ciò che lasciamo… per me anche questa è solo illusione.
      Nessuno si ricorda di Shakespeare, molti si ricordano delle sue opere, pochi – forse – della sua filosofia. Ma chi era lui… chi lo sa veramente? Se ce lo trovassimo davanti, non lo riconosceremmo nemmeno. E così è anche per noi. La gente si illude di sopravvivere nei propri figli, ma anche i figli passano, e anche i nipoti. E dopo… nessuno sa più chi eravamo davvero.
      Nemmeno noi ricordiamo davvero come eravamo solo pochi anni fa’, abbiamo solo spezzoni, eventi, memorie. Eppure, potessimo tornare davvero indietro ed incontrarci, probabilmente saremmo sorpresi di ciò che troveremmo.
      Un giorno l’umanità scomparirà, forse ci vorrà molto tempo, ma potremmo scomparire anche domani. E nessuno, nell’universo, saprebbe che siamo esistiti.

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      • l’immortalità storica è data da ciò che si fa non dal come si è, ci ricorderemo per molti secoli ancora delle opere di Shakespeare, di Giulio Cesare, di Napoleone, di Hitler, di Caravaggio, Michelangelo, Dante Alighieri, ecc. ecc. ci ricorderemo ancora per secoli di ciò che hanno fatto, scritto, scolpito, dipinto, ci ricordiamo di Socrate e gli altri filosofi Greci, di Leonardo, di Stalin e tanti altri, nel bene e nel male. Citazione cinematografica, nel film Troy, la madre di Achille dice al figlio: “se non vai a Troia vivrai a lungo ma tra qualche generazione tutti si dimenticheranno di te, se vai a Troia morirai ma fra mille e più anni tutti si ricorderanno ancora di te”. Questo è il concetto di immortalità, morire per diventare immortali.

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  5. sapremo quando andremo… intanto io non ho paura della morte – la vita mi spaventa molto di più e anzi so che devo vivere degnamente per avere una buona morte… ho una certa difficoltà con la visione cristiana che tutti saremo resuscitati un giorno e mi sono beccata un bel cazziatone dal prete del mio gruppo di preghiera, che ho deciso di lasciare. In fondo sono meno credente di quello che pensavo e quindi non ho voglia di litigare anche con il prete…

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    • Francamente poche cose trovo così poco credibili come il credere che un giorno – se saremo bravi – rinasceremo in carne ed ossa. E francamente… chi lo vuole? Non è meglio essere liberati da queste spoglie deperibili e delicate?
      Sull’essere spaventati dalla vita… perché esserne spaventati, se non lo si è dalla morte? Tanto tutto scomparirà, cosa importa come va? Qualcosa di bello nell’impermanenza c’è in fondo 🙂

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  6. Bisognerebbe chiedere maggiori delucidazioni ai filosofi KANT e PLATONE, gli unici due geni che,
    vuole la leggenda, hanno saputo cosa ci sia dopo la morte.
    Che cosa hanno visto non mi interessa saperlo: non mi piacerebbe scivolare dalla “scala delle galline”
    direttamente al “letamaio”….

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    • In occidente, Kant e Platone, certamente in oriente ce ne sono tanto che sono convinti di sapere. Ma ci sono anche correnti spirituali che sostengono che mai si potrà sapere, né se e cosa c’è “dopo”, ma nemmeno cosa costituisce davvero la realtà. Che poi in fondo è ciò che da cent’anni dice anche la nostra fisica quantistica con il principio di indeterminazione.
      Se mi piacerebbe, potendo, sapere? … bé, la curiosità è umana… 🙂

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  7. Vado spesso da mia sorella o da amici per collegarmi ma, sinceramente, non pensavo che il problema durasse così lungo e mi sento sempre più a disagio in casa altrui, mi manca la mia veranda, mi mancano le piccole comodità di casa mia.

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  8. Ho letto il tuo interessantissimo post, tratta di un problema immenso che noi occidentali tendiamo sempre ad accantonare, a rimuovere, perché ci sembra impossibile guardare la morte negli occhi e non averne terrore.

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  9. Almeno, sono io a pensarla così, e io non sono “tutti gli occidentali”… Secondo me, possiamo fare finta di niente, possiamo anche scherzaci su, ma la nostra tendenza è quella di aspirare all’immortalità 😀

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    • Ricordo di aver letto a proposito di uno studio scientifico che sosteneva più o meno la stessa cosa, ovvero che l’uomo sembra avere la propensione innata a pensare di essere, almeno in parte (l’anima?), immortale. Sembrerebbe che sia stata proprio la scienza a togliergli tale sicurezza.

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    • Ma quello è fisiologico, il mondo del blog ha avuto secondo me il calo peggiore negli anni scorsi, ma non ha ancora finito di calare. Tuttavia credo che si stia stabilizzando, purtroppo al ribasso ma almeno esisterà ancora. E’ diverso il caso di blog come il mio dove per giorni e giorni non si vede un commento nuovo 😀 Questo succede perché blog come il mio vanno “curati”, anche con “operazioni di marketing”… e io al momento non ho ne tempo ne voglia 😦

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  10. Sono temi pregnanti, come nella tua consuetudine di proporre.E per pigrizia e per paura non non ci impegniamo
    certo per tentare di dare una spiegazione glissiamo e li allontaniamo per non star male. Spero che tu abbi ragione quanto ai blog, mi dispiacerebbe perdere la possibilità di contatti con gli amici come te. Ciao 🙂

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  11. la Morte, questa semprepresente sconosciuta…. in noi fino dal primo vagito, se la si accetta si accetta anche la vita
    io la immagino come una fanciulla bellissima, vestita di bianco e con un fiore per ognuno di noi, che ci porgerà quando Lei decide di farsi conocere
    meglio non pensarla troppo, si monterebbe la testa
    felice giorno amico!

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