Sbagliare è umano, perseverare…

Bene, con la revisione dei vecchi post del mio blog (allora su Splinder) sono arrivato all’Aprile del 2008. Fu un periodo importantissimo della mia vita, un periodo di grande cambiamento e questo non poteva non riflettersi sui post di quel periodo che, infatti, trovo particolarmente ricchi e che “sento” ancora oggi 🙂

Questo è molto breve. Probabilmente non avevo ancora una connessione Internet funzionante: collegavo il PC ad un cellulare usato come modem e forse non avevo ancora nemmeno un tavolino e una sedia, scrivevo sdraiato sul parquet del mio miniappartamento con Sissi  accanto, la gatta che fu di mia madre e che mi ha sempre seguito nei miei spostamenti 🙂 Ora Sissi ha 14 anni e… ne ha viste di cose succedere!! 😀

Comunque, il post originale con tutti i commenti dell’epoca, lo trovate qua: Sbagliare è umano, perseverare…


giustiziaL’errore di un uomo
non diventa la sua legge,
né lo obbliga
a persistere in esso.

(Thomas Hobbes)


Quant’è vero questo aforisma! Tutti sbagliamo, è davvero umano, farcene una colpa oltremisura ci sottopone ad un’inutile tortura psichica. Ma all’accorgersi di un errore si reagisce in maniera diversa: c’è chi ne prende atto, impara da esso e poi lo lascia andare, e chi percepisce quell’errore come una condanna definitiva, come se sentisse di doverne pagare il fio a vita, o comunque per un tempo troppo lungo. Come se, visto che l’errore è ormai stato commesso, sia ineluttabile, anzi quasi legittimo, rimanere in esso.
Non è così. Chi sbaglia e riconosce l’errore, deve – potendo – porvi rimedio, e se ciò non è possibile, deve comunque uscirne, “lasciandolo andare”. Non farlo significa condannare la propria vita, o porzione di essa, ad una prigione dalla quale, indipendentemente da come ci siamo entrati – con o senza colpa, ci rifiutiamo noi stessi di uscire.

Annunci

Perché, per fortuna del pianeta, siamo destinati ad estinguerci

Bene, è l’ultimo giorno di Agosto, direi che è il momento di tornare a pubblicare qualcosa 😉

E’ da un po’ di tempo che voglio parlare di questo argomento: l’egocentrismo dell’uomo lo porterà fatalmente all’autodistruzione.

Siamo nel XXI secolo, abbiamo conoscenze dell’universo che solo fino a pochi decenni fa non avevamo. Ora sappiamo che il nostro pianeta non è nemmeno un granello di polvere nel cosmo, è così insignificante che se sparisse domani per l’universo non cambierebbe una virgola. Eppure ci comportiamo ostinatamente come se, ancora, fossimo convinti di essere al centro dell’universo e che ogni cosa è lì solo per poterla sfruttare a nostro piacimento.

Guardate che non mi riferisco necessariamente a grandi temi, basta guardarsi attorno per rendersi conto che ognuno, o quasi, vive come in un sogno, un sogno dove scorge poco o nulla di ciò che gli accade attorno, perso completamente in sé stesso o, al massimo, nella sua famiglia. Fateci caso, guardate le persone, ascoltatele, vedete come si comportano. Vi accorgerete che davvero “percepiscono” solo sé stesse, quasi nulla del mondo. E sì che siamo nell’era dell’informazione! Ma anche quella è vissuta sempre e solo sulla base delle ricadute che può avere sulla propria vita.

Quando udiamo una disgrazia, singola o collettiva, il nostro interesse nasce quasi sempre dalla più o meno conscia volontà di capire se e come può accadere anche a noi. Quasi a nessuno importa davvero degli altri. Ecco perché il terrorismo ha tanto successo mentre di molte sanguinose guerre oggi in corso in altri continenti si sa poco o nulla: il terrorismo potrebbe coinvolgerci, quelle guerre no. O almeno così pensiamo.

Stiamo distruggendo il pianeta. Presto saremo al punto di non ritorno e lo sappiamo benissimo. Altro che lasciare un posto migliore alle prossime generazioni, sarà già tanto se ci saranno ancora prossime generazioni. Se ne sente parlare tanto ma quante persone vedete essere attente alla Natura? Magari lo sono alla pulizia e al decoro del rione dove abitano (quanti infiniti post sui social media!!), ne va della loro figura, del loro blasone, ma se “fuori” sta bruciando tutto non gliene importa proprio nulla.

Dite che esagero? Guardatevi attorno. Non fermatevi alle parole da pappagallo che sentite proferire con troppa facilità da tutti.

Ognuno vuole che il prossimo si comporti rispettando le regole… che interessano a lui, le altre possono essere calpestate tranquillamente. Soprattutto da lui stesso.

Grazie alla potenza dei Social Media la violenza e l’arroganza verbale sono a livelli un tempo impensabili. Si credeva che questi sarebbero stati potenti mezzi di unificazione perché le informazioni sono alla portata di tutti, invece basta farci un giro sopra per rendersi conto che settarismi di ogni genere vivono incontrastati. Un eterno “Questo contro Quello”.

Ho un account facebook. Non ci pubblico mai nulla di personale ma lo trovo di grande utilità per le adozioni di gatti e cani e per leggere informazioni su pagine di specifico argomento. Tra queste, alcune sono appunto di stampo animalista e andandoci parrebbe che le persone siano attente ed amorevoli (e nemmeno sempre, a dire il vero). Ma basta uscire da quelle pagine per leggere le cose più bieche ed abbiette: quegli stessi gruppi sono citati come costituiti da una manica di pericolosi deficienti che sarebbe meglio eliminare dalla faccia della terra. Ora, si può sempre essere d’accordo o meno su determinati argomenti, ma la violenza delle esternazioni mi lascia sempre sgomento al punto di farmi dubitare sulla sanità mentale del genere umano.

Ogni post, ogni notizia, è buona per attaccare questo o quello, con una arroganza da “Padre Eterno-So Tutto Io-Il Mio è l’Unico Modo Corretto di Vivere, il Resto è Merda” da far davvero riflettere sullo stato di (in)civiltà e (in)evoluzione dell’umanità.

E “fuori” è uguale, se non peggio. Tutti vivono come se il loro fosse l’unico modo giusto di vivere e chi se ne discosta è un idiota che non capisce niente e che merita il dileggio pubblico.

Seguo, o meglio seguivo, pagine di informazione scientifica. Mi è passata la voglia. E’ incredibile come chiunque intervenga sia convinto di saperne molto di più dell’articolista e di chiunque altro abbia commentato prima. Anche qui insulti, ridicolizzazioni a persone o “generi”, dichiarazioni assolutiste di unica e indiscutibile competenza, poco importa se l’articolista ha titolo e questo magari ha letto un paio di post altrove. Ogni cosa è un’occasione per sfogare le proprie frustrazioni su qualcun altro e per poter auto-incensarsi della propria presunta grandezza.

Sono profondamente convinto che se la grande maggioranza delle persone fosse convinta di farla franca non aspetterebbe un solo secondo prima di commettere qualunque genere di nefandezza o cattiveria verso il prossimo. Tutti. Inclusi i genitori a spasso con i loro figli ai quali dovrebbero dare l’esempio, e invece gli stanno con evidenza insegnando “Sì figliolo, fai ciò che ti pare, sei figlio mio e perciò ti è concesso”. E poi ci stupiamo di quello che sentiamo nei telegiornali.

C’è un grande dibattito sui cani rei di sporcare le città. Da proprietario di cani e gatti so che non tutti siamo corretti, è vero. Però mai come ora vedo genitori far fare ai loro bambini, molti nemmeno così piccoli, i loro bisogni contro muri o giardini. E a volte anche loro, eh, gli adulti! Si potrebbe dire “bé, quando scappa scappa”… ma perché, i cani invece devono controllarsi? I bambini possono fare tutto. Ad esempio possono gridare ovunque oppure inseguire e tirare gli oggetti più disparati contro qualunque cosa o animale. E guai a dire qualcosa. Perché “loro possono”. Sarà, ma mio padre mi avrebbe fatto una “faccia così”. Siamo sempre lì: la città, e per estensione il pianeta, è lì per loro, non per gli altri.

Molti grandi scienziati, tra cui Stephen Hawking, dicono che non è affatto detto che entreremo mai in contatto con altre civiltà nello spazio. Perché? Forse perché è difficile che la vita si sia sviluppata altrove? Niente affatto, l’universo è così sconfinato che sarebbe davvero stupefacente il contrario. Forse perché nessuna civiltà si è sviluppata da abbastanza tempo da avere la tecnologia per riuscire a superare le barriere di tempo e spazio? Ma no, è l’umanità caso mai ad essere estremente giovane, poche migliaia di anni in un universo che è lì da, dicono, 14 miliardi di anni. E’ proprio il contrario. E’ probabile che la tecnologia, una volta avviata, si sviluppi ad una velocità estremamente più elevata della evoluzione mentale e spirituale della specie che l’ha creata. E’ come dare una pistola carica ad un bambino di 4 anni insomma: come volete che finisca?

Quindi, secondo questi grandi scienziati, è probabile che tutte le civiltà finiscano per autodistruggersi prima di diventare abbastanza “intelligenti” (emotivamente parlando) da evitarlo.

Non so cosa pensare su possibili specie aliene, ma sulla nostra temo fortemente abbiano ragione.

Guardiamoci. Siamo un’accozzaglia di gente che potendo sotterrerebbe chiunque gli mettesse il bastone tra le ruote. Altro che rispetto, accettazione ed empatia. Siamo così arroganti e prepotenti da fregarcene altamente di sapere di essere ad un passo dal punto di non ritorno a riguardo della salute del nostro pianeta. Per uno che alza la mano dicendo “ehi… attenzione!” ce ne sono migliaia che continuano imperterriti nel loro “sì, lo facciano altri!”.

Meno di duecento anni fa, veramente un nulla nella scala del tempo cosmico, non avevamo nemmeno la corrente elettrica, avevamo le candele (e facevamo danni anche con quelle). Guardate cosa abbiamo oggi. Altro che una pistola in mano ad un bambino.

Senza fare riferimenti alla Nord Corea, che francamente non credo sia così pericolosa, pensate davvero che tra dieci, cento o cinquecento anni, non ci sarà uno dei tanti fuori di testa che premerà un magico pulsante rosso? O che il pianeta non riesca più a sopportare lo stress ambientale a cui lo stiamo sopponendo?

La nostra mente corre ad un futuro magnifico dove non ci saranno più malattie, nessuno che muore di fame, di solitudine o angoscia, dove libertà e natura saranno il dono a chi verrà… ma a chi la stiamo raccontando? Qualcuno ci crede davvero?

Il lupo e il cane

Stasera volevo scrivere un post nuovo, ne ho almeno un paio in mente, purtroppo notizie ferali da alcuni colleghi dell’azienda, notizie che parlano di lettere – o meglio di e-mail! – di licenziamento, mi hanno portato via gran parte della serata e non ho fatto in tempo. Spero che la situazione si risolva, soprattutto per loro, ovviamente, ma in prospettiva per tutti noi che lavoriamo in questa azienda che, evidentemente, è messa davvero male…

Comunque per stasera rimedio con uno dei miei vecchi racconti brevi, scritto a fine marzo 2008. Sapete, quasi manco li ricordo questi racconti, è un po’ come se fossero nuovi perfino per me 😀 Poi questo, visto che una “pastorina” è davvero arrivata, anche se più simil-australiana che tedesca, è… quasi una doppia sorpresa 😉 Sicuramente piacerebbe molto a Surya badare ad un gregge 😉


Il lupo e il cane

pastore tedescoVlak era un bell’esemplare femmina di pastore tedesco. Trascorreva le sue giornate conducendo e controllando il gregge assieme agli altri cani del proprietario della tenuta. Era felice, si divertiva un mondo a rincorrere su e giu’ per i prati le pecore che si allontanavano, oppure, una volta rientrati, giocando con il resto della muta con cui era molto affiatata.
Un giorno Vlak corse fino ai margini della foresta inoltrandocisi anche un poco. Tornata indietro, si accorse che la lettera “V” che le era stata da tempo appesa al collare, non c’era piu’. Vlak era molto attaccata a quel ciondolo che sentiva sbattere ritmicamente sul cuoio del collare ogni volta che correva. Disperata, torno’ ai margini della foresta cercandolo ovunque. Improvvisamente, mentre si stava ormai arrendendo all’idea di averlo perso, senti’ una strana tensione su di se’, come se percepisse che qualcosa stesse avvenendo attorno a lei. Alzo’ il muso e si accorse che un lupo la stava fissando a pochi metri di distanza, immobile. I due animali rimasero a fissarsi diversi secondi senza muovere un muscolo… dopodiche’ il lupo si avvicino’ con cautela e inizio’ a annusarla, prima da distante, poi sempre piu’ da vicino. La tensione si sciolse e i due animali iniziarono a rilassarsi.
Da quel giorno Vlak torno’ spesso ai limiti del bosco, dove sapeva che il lupo la stava aspettando. Nonostante il tempo che le era concesso per allontanarsi dal gregge fosse poco, ormai avevano preso confidenza: giocavano assieme, correvano assieme, saltavano l’uno di fronte all’altra simulando falsi movimenti di battaglia… A Vlak dispiaceva molto sapere che quella sorta di idillio era destinato a durare ogni volta solo pochi minuti.

Un giorno Vlak decise di fare un tentativo e, alla fine di quello che ormai era diventato il loro tempo, non si allontano’ correndo verso il gregge come le volte precedenti, ma lo fece lentamente, voltandosi spesso, sperando di convincere il lupo a seguirla… e cosi’ avvenne.

Passo’ del tempo. Il lupo era stato accettato anche dagli altri cani e perfino il loro proprietario, sebbene all’inizio molto diffidente, inizio’ ad accettare quello strano componente che si era aggiunto alla sua muta; in qualche modo ne era anzi inorgoglito.
Di giorno il lupo partecipava alle attivita’ dei suoi nuovi compagni, mentre la notte dormiva sulla paglia, in un angolo del fienile. Spesso era proprio Vlak a svegliarlo la mattina; era felicissima di essere riuscita ad aggiungerlo alla muta cosi’ da averlo sempre vicino a se’.
Ogni tanto pero’ notava qualcosa di strano… il lupo smetteva improvvisamente di fare cio’ che stava facendo, che fosse correre, giocare o controllare il gregge, e rimaneva a fissare la foresta, immobile. Vlak non dava pero’ troppo peso alla cosa, probabilmente pensava che stesse soltanto ricordando qualcosa che era rimasto la’, nel suo passato.

Una mattina Vlak corse come al solito nel fienile per svegliare il lupo… ma il suo posto abituale, ormai contrassegnato dalla paglia pressata, era vuoto… cosi’ come, in un attimo, divenne il suo cuore. Improvvisamente capi’ di avere sempre saputo che quell’evento ineluttabile presto o tardi sarebbe accaduto. Ancora immobile, con gli occhi lucidi, vide qualcosa luccicare nel letto di paglia del lupo. Si avvicino’… in mezzo ai fili gialli c’era il suo ciondolo a forma di “V”.

Erano passati mesi ormai dalla scomparsa del lupo e tutto sembrava essere tornato come prima. Vlak aveva ripreso a correre e giocare assieme al gregge ed ai suoi compagni. Ma, ogni tanto, si fermava all’improvviso e, immobile, iniziava a fissare la foresta. Non era piu’ felice come prima… aveva perso l’innocenza.

“E’ inutile dar da mangiare ad un lupo: continuera’ a guardare verso la foresta”. (anonimo)

Wolfghost


lupi

Buonasera, io sono Surya! :-)

Ciao, io sono Surya, che in lingua indù significa Sole 🙂

Vengo dalla zona di Salerno dove vivevo con diversi altri cani, tra cui mia sorella, in condizioni che non erano ritenuti accettabili. Prima che ci mandassero tutti in un canile-lager in Calabria, siamo stati portati in Liguria, in un canile vicino a Genova.

Mi dicevano che avevo “occhi di ghiaccio”, che ero bellissima… eppure per due mesi sono rimasta nel mio box, fino a quando una volontaria e suo marito non decisero di provare a vedere cosa succedeva in casa loro con il loro cagnolino e i 5 gatti, così per alcune sere consecutive fui loro ospite.

Il cane di casa, Tom, mi accolse molto meglio del previsto. Certo, è sempre sulle sue, non vuole mai giocare, ma… ha detto “sì”, a modo suo: per lui non ero un problema.

Con i gatti è stato un po’ più difficile, uno di loro, Jones, è anche scappato 😦 Per fortuna è tornato dopo mezza giornata, non sappiamo nemmeno come sia uscito e come sia rientrato nel giardino recintato, ma l’ha fatto 🙂

Alla fine ognuno di loro ha il suo carattere, c’è perfino chi mi soffia e mi tiene a bada a zampate 😦 Una gatta di nome Numa che ha preso possesso della cucciona che il mio nuovo papà adottivo aveva comprato apposta per me. Lei ci naviga dentro… ma non la molla più e mi manda via in malo modo 😦

Io però ho un debole per il gatto rosso, Perseo, forse perché ha il mio stesso colore, o per la vocina molto acuta: lo seguo ovunque ma lui non la prende molto bene… E pensare che sembrava quello partito meglio. Ma io non mi arrendo, eh! 😉

Il gatto grigio, Junior, è po’ screanzato: tenta spesso di prendermi per la mia soffice coda 😐 ma non mi da fastidio, anzi… solo che quando cerco di giocare io, non mi pare capire molto… eppure lo inseguo solo un po’, così, per giocare 😦 Ma sono certo che alla fine ci capiremo 😉

E poi c’è Sissi, la nonna di casa, con i suoi 14 anni e 10 chili. Bé, con lei ci siamo rispettati da subito: io le lascio il divano e la pappa, e lei non ha nulla di ridire su di me 😉

Comunque… oggi festeggio le mie prime due settimane qua e… che dite, mi vedete contenta? 🙂

La paga della vita

Stasera mi sono accorto che a maggio… non avevo ancora messo nemmeno un post! 😮 Bene, vediamo di rimediare 🙂

Questo post è di fine marzo 2008, qui trovate l’originale con tutti i commenti dell’epoca: La  paga della vita

E qui vi metto anche il testo, perché quello dell’immagine è diventata poco leggibile.

Ho barattato la vita
per pochi spiccioli
e la vita non mi ha voluto pagare più
di quanto io supplicassi
alla sera contando la mia misera paga.
Perché la vita è un datore di lavoro giusto
e vi darà esattamente ciò che chiedete;
una volta stabilito il compenso,
beh, dovete accettare gli accordi presi.
Ho lavorato per quattro soldi
e solo alla fine ho capito tristemente
che qualsiasi prezzo avessi chiesto alla vita,
mi sarebbe stato pagato volentieri.
(Eric Butterworth)

Proprio in questi giorni riflettevo su questo testo che mi ricordavo “a memoria”. Curioso che me lo sia ritrovato sotto il naso proprio oggi, quasi per caso. Ci riflettevo perché non ero più sicuro di essere ancora d’accordo. “Oggi” credo sempre più che la vita richieda molto spirito di accettazione. Si può sempre combattere, vero, ogni cosa può essere vissuta come una battaglia, l’accettazione non fa parte del nostro modo di vivere occidentale, e questo ci porta spesso a vivere la vita con troppi sensi di colpa, di inadeguatezza. Se qualcosa va male… è colpa nostra: non siamo abbastanza bravi, non siamo abbastanza forti, intelligenti, belli… c’è sempre qualcosa che manca.

In questo senso sembra andare la massima di Butterworth: la vita ci avrebbe dato qualunque cosa, se solo gliel’avessimo chiesta. Non suona proprio rassicurante e comprensiva, non è vero?

Tuttavia poi mi sono accorto che stavo facendo un errore di fondo: interpretare la frase solo dal punto di vista materialistico. E se invece lo si interpretasse anche da altri punti di vista? Con la serenità, la pace, la spiritualità, la felicità?

Ci aspettiamo sempre di dover raggiungere qualcosa di materiale, che ancora ci manca, per essere sereni e felici. E proprio con questa moneta la vita ci ripaga: facendo sì che abbiamo sempre qualcosa dietro cui correre. Non è in fondo proprio questo che inconsciamente cerchiamo?

Forse dovremmo imparare a puntare ad altro.


Butterworth

Anni fa prendevo le figure che mi piacevano e le univo a massime che mi colpivano particolarmente ottenendo così lo “sfondo del periodo”. Esso poi campeggiava sul PC dell’ufficio a lungo, in modo da averlo davanti agli occhi per un lasso di tempo sufficiente da assimilarlo.

Questo è uno di quelli…

Ricordo una frase di Anthony Robbins che diceva “la vita ha questo di strano: se non volete che il meglio, alla fine il meglio è cio’ che otterrete”.

E’ vero: pensiamo che c’entri molto la fortuna, il caso, e indubbiamente ci sono vite così fortunate o così sfortunate da sfidare la causalità. Eppure perfino all’interno di una vita piena di eventi fortunati o sfortunati, c’è gente depressa o, al contrario, che riesce ad essere felice ugualmente.
E c’è gente che riesce ad ottenere cose impensabili nelle condizioni dalle quali era partita.

Questo post è un invito a non ritrovarci, un giorno, ad avere il profondo rammarico di Butterworth quando capisce che la misera paga che ha ottenuto è, in fondo, esattamente ciò che ha chiesto realmente. Troppe volte ci arrabbiamo con la vita perché vorremmo di più ma non siamo davvero disposti a impegnarci, cambiare o lottare, per averlo.

Non si “chiede” alla vita con le parole, ma attraverso l’azione.

E se forse è vero che non tutti avranno ciò che davvero hanno “chiesto”, almeno non avranno il rimpianto di Eric. Perché accorgersi troppo tardi che se solo si fosse voluto davvero, si sarebbe ottenuto, è peggio che aver voluto, combattuto e perso.

“Solo quando…” di Thich Nhat Hanh, e un saluto a Brontolo e Mya :-)

Non so se ricordate un post che misi a Febbraio a proposito di due dolcissimi cagnolotti che aspettavano adozione, Mya e Brontolo… ? Bene, Mya qualche settimana fa e oggi Brontolo… sono andati nelle loro rispettive nuove famiglie 🙂

Box di Brontolo oggi! 😉
Box di Brontolo “ieri”…

Il canile locale si è quasi svuotato, anche se sappiamo che è probabilmente un fenomeno stagionale: purtroppo più avanti nella stagione è probabile che molti altri cani arriveranno.

Al momento, a parte un paio di nuove arrivate dal Sud Italia (ma che, me la gioco, per me non resteranno a lungo 😉 ), restano casi “difficili”, ovvero cani dolci e bravi ma… di taglia medio-grande e bisognosi di spazio e corse. Speriamo che anche per loro si possa trovare una buona adozione.

E veniamo alle parole Thich Nhat Hanh. E’ un estratto da uno dei suoi ultimissimi libri, “Ogni istante è un dono”, in realtà un libricino breve e molto scorrevole, diviso sostanzialmente in due parti: la prima dove ci sono ricordi e poesie dal suo passato nel Vietnam nel terrore della guerra, ma anche prima e dopo di essa; la seconda con insegnamenti di un buddhismo, il suo, che è sempre calato nella vita quotidiana e mai astratto.


Solo quando…

Mio caro, non cercare la felicità nel futuro. Non aspettare quel giorno, non aspettare un lontanto futuro poi… Non dire che quella felicità sarà possibile solo quando avrai questo o quello. Cos’è che stai cercando? Cos’è che stai aspettando? E’ la fama? La ricchezza? Il potere? Il sesso? Oppure è solo la distrazione dal vuoto interiore? Non pensare che sarai davvero felice solo quando avrai ottenuto queste cose. Non aspettare il poi.

Guardati intorno. Ci sono una miriade di persone che hanno tutte queste cose, ma non hanno la pace mentale, non sono ancora felici. Non sentono mai di avere abbastanza perché il pozzo dei desideri è senza fondo. Se siamo assetati ma continuamo a mangiare del sale, avremo sempre più sete. Dobbiamo imparare le pratiche di avere il numero minimo di desideri possibile e di “ho abbastanza”. Quando riusciamo a vedere che in questo preciso momento abbiamo già abbastanza, la nostra sete viene saziata, la nostra brama viene placata, e la vera felicità diventa possibile.

[…]

I nostri cari sono qui. Sono il nostro compagno o compagna, il nostro amico o amica, i nostri figli o i nostri genitori. Eppure abbiamo la sensazione che il semplice essere insieme non basti, ci serve qualcosa di più. Sentiamo il bisogno di andare in cerca di successo, trionfo, più soldi o un più alto status sociale da portare ai nostri cari per farli felici, per renderli orgogliosi, per conquistarne l’amore. Il poi diventa la condizione dell’ora.

Molti di noi pensano che soltanto quando avremo questo o quello, soltanto quando la situazione cambierà, soltanto allora potremo essere felici. Non riconosciamo la nostra felicità nell’ora e la cerchiamo nel poi. Siamo convinti che la felicità sia situata in un imprecisato momento futuro. Ci diciamo a vicenda: “Dobbiamo aspettare, tesoro, e poi…”. E mentre siamo impegnati a cercare di creare quel poi abbandoniamo i nostri cari nell’ora. Sacrifichiamo l’ora che è così prezioso per un poi che non arriva mai.

Il poi appartiene sempre al futuro. E’ un’illusione che non può mai diventare realtà.

Thich Nhat Hanh

Consapevolezza, distrazioni e… buona Pasqua!

Qualche giorno fa è stato il mio cinquantunesimo compleanno, come passa il tempo eh? 🙂

Allo scopo di festeggiare ho pensato bene, lo stesso giorno, di farmi una bella distorsione della caviglia sinistra mentre tornavo da un’escursione sui monti assieme a Lady Wolf e il fido Tom. Tra l’altro ho dovuto giocoforza camminarci sopra un’altra ora e mezza per riuscire a tornare a casa, con le conseguenze che potete facilmente immaginare 😉

Al di là che ci siamo fidati (troppo) di una descrizione del percorso trovata su Internet, sebbene su un sito tematico e quindi – pensavo – affidabile, e dunque avevamo equipaggiamento inadeguato (scarpe da ginnastica, poca acqua, niente cibo – pensavamo di metterci due ore e mezza, ce ne sono volute più del doppio, come peraltro dichiarato su altri siti che descrivevano lo stesso percorso in termini diversi anche come grado di difficoltà), è davvero bastato un attimo di distrazione per mettere il piede in fallo.

La verità è che siamo sempre con la testa tra le nuvole, assorti tra mille e mille pensieri, e quasi sempre di fretta, perfino quando non ce n’è alcuna ragione, al punto di non accorgerci a volte di cosa ci accade attorno. E poi diamo alle nostre vicissitudini il nome “fatalità” 😉

Per carità, ci sono eventi che capitano e sui quali abbiamo davvero zero possibilità di prevenzione, eventi ai quali possiamo solo reagire, ma molti altri, se ci pensiamo, potremmo evitarli essendo semplicemente un poco più… presenti. Provate a farci caso, è davvero così.

E’ insomma la buona vecchia arte della consapevolezza, nell’essere qui e ora. Cosa tanto di moda… a parole, ma molto poco vissuta. Basti pensare a quanti oggi vivono più sui Social che nella vita reale 😀

Ma adesso smetto, altrimenti anche io ci ricado (opssss… )! Magari raggiungo Jones sul divano a guardare i documentari sui dinosauri.

Oh… ieri è stato incollato davanti alla TV a guardarli per quasi un’ora! 😀

Buona Pasqua a tutti! Che possiate… essere presenti! 😉