Paura – supera la tempesta con la saggezza, un libro di Thich Nhat Hanh

Bene, eccomi qua dopo più di due mesi 😮 🙂

Non vi nascondo che a volte penso di chiudere. Non l’ho ancora fatto perché questo blog per il suo valore storico (ha più di undici anni ormai) è una specie di diario che serve più a me che per chi, passando da qua, lo legga.

Per riprendere ho deciso di affidarmi ad un estratto da un libro del monaco buddhista vietnamita Thich Nhat Hanh, da me già citato in passato in diverse occasioni.

Il libro è “Paura – supera la tempesta con la saggezza” e in esso Thich Nhat Hanh, che a volte è poetico e semplice – probabilmente in modo voluto perché sa di rivolgersi principalmente ad un pubblico che non è pronto per la profondità e la vastità dei concetti buddhisti – va un po’ più sul “tecnico” riuscendo, nonostante la brevità del libro, a toccare corde profonde.

Vi lascio all’estratto, specificando – mi sembra doveroso – che il buddhismo non chiede in realtà di lasciare nulla, bensì di viverlo senza attaccamento. L’attaccamento, dovuto principalmente all’ignoranza della vera natura delle cose, è ciò che scatena la nostra sofferenza. Senza attaccamento si può avere e godere di tutto. Con l’attaccamento… meglio sarebbe non avere nulla. Da qui le indicazioni del Buddha citate nel testo.


Tutto ciò che mi è caro e tutte le persone che amo sono soggetti per natura al cambiamento. Non c’è modo di evitare di essere separato/a da loro.

Questa è la quarta rimembranza: “Inspirando so che un giorno dovrò lasciar andare tutte le cose e le persone che amo. Espirando, non c’è modo di portarle con me”. Ogni cosa che oggi mi è cara dovrò lasciarla domani, che si tratti della mia casa, del mio conto in banca, dei miei figli o del mio bellissimo compagno o della mia bellissima compagna. Dovrò abbandonare tutto ciò che oggi conta per me: non potrò portarmi dietro nulla quando morirò. E una verità scientifica: ciò che ci è caro, ciò che oggi ci appartiene, domani non ci sarà più. Dovremo prendere commiato, non solo dai nostri oggetti più cari, ma anche dalle persone che amiamo.
Alla nostra morte non possiamo portare con noi nient’altro o nessun altro, eppure ogni giorno combattiamo per accumulare sempre più denaro, sapere, fama e così via. Anche quando raggiungiamo l’età di sessanta o settant’anni, continuiamo a cercare di appropriarci di più sapere denaro, fama e potere. Sappiamo che i ricordi e le cose che sono vicine al nostro cuore un giorno dovranno essere abbandonati. Ecco perché chi ha intrapreso la vita monastica impara a non accumulare nulla. Secondo il Buddha, i monaci dovevano possedere solo tre vesti, una ciotola da mendicante, un filtro per l’acqua e una stuoia per sedersi, e dovevano essere preparati a lasciare anche queste poche cose. Il Buddha diceva spesso non dovremmo essere attaccati nemmeno a quel posto ai piedi dell’albero dove amiamo metterci a sedere e a dormire. Dovremmo essere capaci di stare seduti e di dormire ai piedi di qualsiasi albero. La nostra felicità non deve dipendere dall’avere un posto particolare. Dobbiamo essere pronti a lasciare andare ogni cosa.
Se pratichiamo e impariamo a lasciare andare, possiamo essere liberi e felici adesso, oggi. Se non riusciamo a lasciare andare, soffriremo, non
solo il giorno in cui non potremo farne a meno, ma sin da oggi e ogni singolo giorno che verrà, perché la paura ci perseguiterà senza tregua.

Thich Nhat Hanh

 

 

Il nulla è tutto – Sri Nisargadatta Maharaj

E’ tanto che non “recensisco” (tra virgolette, perché le mie sono lungi dall’essere vere recensioni) un libro, non perché non legga, ma perché non sempre trovo cose che mi ispirino la condivisione.
“Il nulla è tutto” è una raccolta di discorsi inediti di Sri Nisargadatta Maharaj, un maestro spirituale di Advaita Vedanta, una forma di Induismo che mi piace molto.
Si usa dire che, poiché la verità non può che essere la stessa, le basi delle grandi religioni sono comuni, sono le diverse tradizioni culturali che ne rendono la forma apparentemente diversa. Bene, sebbene questo modo di vedere le cose sia intrigante, non mi trova molto d’accordo. Ciò che è spesso simile è casomai il “metodo”, non la filosofia che sta dietro le diverse religioni. Prendiamo Dio. Per i Cristiani Dio è un essere individuato che tutto ha creato e guidato secondo la sua volontà. Noi possiamo solo affidarci a lui e pregarlo affinché ci redima e salvi (perfino su quanto possiamo fare di nostro, attraverso retto comportamento e opere di bene, c’è poi discordanza all’interno delle stesse correnti cristiane). Non le conosco molto, ma credo che anche Ebraismo e Islam abbiano questa visione. Per il Buddhismo, l’Induismo e il Taoismo, Dio non è un essere individuato, non è un essere pensante che ha voluto il creato e che guida con intenzione, Dio è coscienza universale, è tutto e tutto permea. Quel che c’è, non è una “creazione voluta o donata”, è una “semplice” manifestazione della coscienza universale stessa. Io faccio l’esempio, non so quanto corretto, è una personalissima metafora, dell’acqua in un catino, un’acqua che per suo stesso modo di essere non può che aumentare nel tempo. Ad un certo punto, l’acqua trabocca dal catino e “dona” sé stessa all’esterno: non lo fa come atto di volontà, lo fa perché è sua natura farlo (nota: questi concetti che pensiamo essere nati e presenti solo in Oriente, trovano riscontro anche in un pensiero occidentale ormai antico, ma da cui, qualcuno dice, sono nate anche le confessioni occidentali, vedere Plotino). Noi stessi siamo parte di Dio. Tuttavia i metodi per “percepire” Dio sono comuni: la meditazione e la preghiera, ad esempio, sfruttano il superamento del pensiero e dell’ego arrivando alla trascendenza da sé stessi e perciò, in qualche modo, alla percezione – non mentale! – di quel Qualcosa che tutto è e tutto permea.
Detto questo, Nisargadatta, almeno in questo libro, è di quanto più vicino ci possa essere… all’ateismo occidentale 😀 Infatti, a suo dire, fenomeni come la reincarnazione o la rinascita, sono semplici illusioni del nostro io che non può ammettere di scomparire con la morte. Attenzione però: quello che chiamiamo il nostro io, non siamo noi, noi siamo eterni e immortali essendo parte della Coscienza universale. La Coscienza universale però assomiglia tanto, nel pensiero di Nisargadatta, all’energia che tutto è e tutto permea (anche per la Scienza). Quindi non vi è alcun conflitto, visto che entrambe le “filosofie” sostengono che nulla si crea e nulla si distrugge: noi siamo fatti di atomi, di energia, e atomi ed energia continueranno ad esistere anche dopo la nostra morte o, se volete, la coscienza universale continuerà ad esistere anche quando quella individuale non ci sarà più.
La Salvezza di Nisargadatta perciò non è certo la rinascita del corpo o della mente, ma piuttosto il fatto di riconoscere, assolutamente nel corso dell’attuale vita, che noi siamo coscienza universale, non corpo, mente o coscienza individuale (che pure è fondamentale perché è l’elemento che ci permette di percepire la coscienza universale). E che pertanto siamo eterni e immortali.
Questo è sorprendentemente vicino al modo di pensare che avevo molti anni or sono (e che penso molti tra noi hanno, ad esempio ho scoperto recentemente in una intervista che anche Vasco Rossi ha questo concetto della morte 😀 ). Il vero nocciolo della faccenda è che di fatto noi ci riconosciamo, ci identifichiamo, nel nostro io individuale e sapere che “dopo” saremo sì coscienza universale, ma senza più percezione della nostra individualità, di cosa siamo stati (o abbiamo pensato di essere stati) nonché memorie di cosa abbiamo fatto in questa vita… non pare poi essere così allettante, non è vero? 😀
Questo suppongo accada perché pochi in realtà arrivano a percepire sé stessi (o perlomeno sostengono di farlo) come Coscienza universale. Altrimenti, in fondo, l’io sarebbe anche sacrificabile. Con buona pace di cosa siamo stati o abbiamo creduto di essere in questa vita. Non sorprende che per Nisargadatta questa vita e questa “forma umana” siano fondamentalmente una mera rottura di scatole senza alcun costrutto (anche qui, grande differenza con la stragrande maggioranza dei maestri, per i quali, in forma un po’ consolatoria secondo me, siamo tutti qui per “imparare”).

Il gatto a fianco al libro è Jones, quella sullo sfondo è Numa, anche chiamata affettuosamente… NisardaGatta 😀

Biocentrismo – Robert Lanza

Qualche tempo addietro lessi che un tale Robert Lanza, americano di origini italiane, sposava una teoria molto particolare: il Biocentrismo, teoria che sostiene che la coscienza non è un prodotto casuale, un sottoprodotto dell’universo, ma che anzi è proprio il contrario, è l’universo intero ad essere prodotto della coscienza. In poché parole, l’Universo esiste solo perché ci siamo noi ad osservarlo. E uno dei corollari è che, con ogni probabilità, la coscienza non svanisce affatto con la morte del corpo fisico.

Poiché Robert Lanza non è uno scrittore “New Age”, ma un biologo ricercatore americano di origini italiane inserito tra gli scienziati più importanti al mondo, attesi con una certa trepidazione l’uscita in Italia del suo libro, cosa avvenuta finalmente un mesetto fa’.

Secondo Lanza, e non solo, il Biocentrismo, pur essendo tutto da dimostrare – come d’altronde qualunque altra “teoria del tutto” che cerchi di unificare meccanica quantistica e relatività di Einstein (teorie di per sé funzionanti rispettivamente nel micro e nel macrocosmo ma apparentemente inconciliabili tra di loro), è la spiegazione più ragionevole all’esistenza dell’universo e alle tante stranezze che lo abitano.

Due aspetti hanno dell’incredibile quando si parla di fisica quantistica. Il primo è che le particelle di cui ogni cosa è fatta, noi inclusi, esistono solo se vengono osservate, altrimenti restano in uno stato di… “probabilità”, ovvero si può solo dire che probabilità hanno di esistere in un derminato posto (o tempo) ma, fino a quando non vengono osservate, possono di fatto essere ovunque. Attenzione, non si sta dicendo che siamo noi a non sapere dove è quella particella finché non la troviamo: è proprio la particella a non esistere fino a quando non viene osservata!

Il secondo aspetto è la “non-località”, ovvero il fatto che le particelle sono legate tra di loro indipendentemente da tempo e spazio. Cosa vuol dire? Che se due particelle hanno “caratteristiche” legate tra di loro e poi vengono separate e poste a distanze teoricamente perfino infinite tra di loro, cambiando una cambia istantaneamente anche l’altra, alla faccia della velocità della luce che dovrebbe essere insuperabile!

So che non è facile capire, sono concetti strani, ed è ancora più difficile cercare di spiegarli, di darne anche solo una idea, in poche righe. Sappiate comunque che non sono solo teorie: ci sono esperimenti empirici reali che hanno dimostrato che le cose stanno proprio così.

L’universo è un ambiente davvero strano, il cui vero funzionamento è probabilmente insondabile per noi. Il fatto è che, secondo Lanza, noi siamo creature biologiche, legate – o che così sentono di essere – a tempo e spazio, e incapaci di percepire l’universo per come davvero è, ovvero senzo un tempo e uno spazio assoluto. Noi abbiamo “inventato” il tempo per indicare il cambiamento di stato di ciò che abbiamo attorno, come l’invecchiamento biologico, ed abbiamo inventato lo spazio per utilità, per capirci quando diciamo “il negozio X è a 4 chilometri da qui”. Ma fuori dai limiti ristrettissimi delle nostre percezioni, le cose sono molto diverse: un tempo assoluto non esiste, e non esiste parimenti nemmeno uno spazio.

Se non volete comprare il libro di Lanza, che comunque è sì sorprendente ma anche scorrevole e quasi mai troppo tecnico, vi invito a leggere questo questo breve ma interessante articolo:“La morte non esiste”! Alla scoperta del Biocentrismo del dott. Lanza. 

Solo un’avvertenza. Il biocentrismo è comunque solo una teoria che peraltro si discosta dalla “teoria standard” che finora viene insegnata “a scuola”. Il libro ha suscitato tra i fisici interesse da un lato, ma anche forti opposizioni.

Personalmente mi piacerebbe pensare che un domani si saprà che Lanza (in foto) e colleghi biocentristi ci hanno azzeccato. Ma è solo una speranza… per ora 🙂

Siddharta

Le mie serate, e di conseguenza quelle di Lady Wolf, vanno a periodi. Ci sono i periodi dei film, quelli dei documentari, quelli delle serie TV e quelli dei libri. Tutto dipende dal periodo, forse perché dopo aver fatto indigestione di una cosa passiamo, o torniamo, all’altra 🙂

Recentemente abbiamo attraversato nuovamente il “periodo libri” ed essendo temporaneamente a corti di letture nuove e interessanti, abbiamo ripescato un libro antico, un classico senza tempo, ancora oggi di grande attualità anche perché le filosofie orientali, un tempo appannaggio di pochi tra gli occidentali, sono ora di grande interesse. Suona quasi strano leggere in un libro che ormai sfiora i cento anni – 92, per l’esattezza – concetti riguardanti il buddhismo scritti, seppure in forma romanzata, da uno scrittore europeo.

Ad ogni modo il libro non mi ha colpito come la prima volta. Probabilmente, ricordando l’entusiasmo che allora mi aveva creato, mi aspettavo un coinvolgimento maggiore. Ma ogni periodo ha il suo tempo e ciò che ha entusiasmato da giovani, quando si è alla ricerca dell’illuminazione, può apparire meno interessante più avanti.

Per ritrovare l’interesse di un tempo, quello che ti lega avidamente ad ogni parola e ti spinge a rileggere i paragrafi più e più volte, ho dovuto attendere l’ultimo capitolo. Ma ne è valso la pena 🙂

Vi metto qualche estratto con relativo commento 😉

« Son vecchio, sì » disse Govinda « ma di cercare non ho mai tralasciato. E mai cesserò di cercare, questo mi sembra il mio destino. Ma tu pure hai cercato, così mi pare. Vuoi dirmi una parola, o degnissimo? »

Disse Siddharta: « Che dovrei mai dirti, io, o venerabile? Forse questo, che tu cerchi troppo? Che tu non pervieni a trovare per il troppo cercare? « Come dunque? » chiese Govinda.

« Quando qualcuno cerca » rispose Siddharta « allora accade facilmente che il suo occhio perda la capacità di vedere ogni altra cosa, fuori di quella che cerca, e che egli non riesca a trovar nulla, non possa assorbir nulla in sé, perché pensa, sempre e unicamente a ciò che cerca, perché ha uno scopo, perché è posseduto dal suo scopo. Cercare significa: avere uno scopo. Ma trovare significa esser libero, restare aperto, non aver scopo. Tu, venerabile, sei forse di fatto uno che cerca, poiché, perseguendo il tuo scopo, non vedi tante cose che ti stanno davanti agli occhi ».

Questa è stata anche la storia della mia vita, almeno di quella che ho vissuto finora. Scrivo spesso che dai 18 ad oltre i 30 ho come dimenticato di vivere. Leggevo, cercavo, meditavo, praticavo, ma non riuscivo a portare nel quotidiano, e il quotidiano lo vivevo con pesantezza, come se non avesse nulla da insegnare, come se ciò che mi serviva potessi trovarlo solo in qualche recondito e arcano insegnamento delle parole altrui.

Dopo mollai tutto e iniziai a vivere. Non posso dire di averlo fatto appositamente, accadde e basta. E mi resi conto molti anni più tardi che così doveva essere, perché la teoria, ma anche la pratica “didattica”, non possono avere la stessa forza della vita, possono fornire un aiuto, un sostegno, ma non sostituirsi alla “via maestra” dell’esperienza perché al massimo ne sono solo un surrogato.

« Ho avuto pensieri, sì, e principi, e come! Tante volte ho sentito in me il sapere, per un’ora o per un giorno così come si sente la vita nel proprio cuore. Molti pensieri furono quelli, ma mi sarebbe difficile fartene parte. Vedi, Govinda, questo è uno dei miei pensieri, di quelli che ho trovato io: la saggezza non è comunicabile. La saggezza che un dotto tenta di comunicare ad altri, ha sempre un suono di pazzia ».

Quante volte ho sperimentato queste parole! Non solo mi accorgevo che parlare di temi esoterici e spirituali mi esponeva a critiche e ironie altrui, ma anche che mi “opponevo” alle visioni di altri pur sinceramente altrettanto coinvolti, come se dovessi proteggere ciò che via via stavo costruendo, a costo distruggere visioni “non allineate”. E poi il nostro sentire viene inevitabilmente distorto non solo dalle parole ma dall’atto stesso di concettualizzare, perché la vita non è concetto, è azione, è movimento, perfino nella quiete:

« Mi venne detto senza premeditazione. O forse era per dire che appunto questa pietra, e il fiume, e tutte queste cose dalle quali possiamo imparare, io le amo. Posso amare una pietra, Govinda, e anche un albero o un pezzo di corteccia. Queste son cose, e le cose si possono amare. Ma le parole non le posso amare. Ecco perché le dottrine non contan nulla per me: non sono né dure né molli, non hanno colore, non hanno spigoli, non hanno odori, non hanno sapore, non hanno null’altro che parole: Forse è questo ciò che impedisce di trovar la pace: le troppe parole. Poiché anche liberazione e virtù, anche samsara e nirvana sono mere parole, Govinda. Non c’è nessuna cosa che sia il nirvana, esiste solo la parola nirvana ».

Disse Govinda: « Non una sola parola è il nirvana, amico. È un pensiero ».

Siddharta continuò: « Un pensiero, sia pure. Devo confessarti, mio caro, che non faccio una gran distinzione tra pensieri e parole. Per dirtela schietta, non tengo i pensieri in gran conto. Apprezzo di più le cose. Qui a questo traghetto, per esempio, ci fu, mio predecessore e maestro, un uomo, un santo uomo, che per tanti anni credette semplicemente nel fiume e in nient’altro. Egli aveva notato che la voce del fiume gli parlava, e da quella imparava, essa lo educava e lo istruiva, il fiume gli pareva un dio, e per tanti anni non seppe che ogni brezza, ogni nuvola, ogni uccello, ogni insetto è altrettanto divino e può essere altrettanto saggio e istruttivo quanto il venerato fiume. Ma quando questo santo se ne andò nella foresta, allora sapeva già tutto, sapeva più di te e di me, senza maestro, senza libri, solo perché aveva avuto fede nel fiume ».

Avrebbe potuto Siddharta essere Siddharta, senza il suo passato di erudito bramino? La risposta è che Siddharta è tutto ciò che ha vissuto, anche le sue letture e i suoi studi. Ma è la parola “anche” ad essere fondamentale: senza l’esperienza, senza l’immersione nella vita, con le sue gioie e i suoi dolori, i suoi incontri ed i suoi addii, Siddharta non sarebbe giunto a compimento, sarebbe stato come un libro con una bella copertina rilegata e tante pagine… ma con nessun contenuto dentro. E, soprattutto, senza pace.

Hermann Hesse

L’anima nell’Advaita Vedanta

Il commento al post di Mister Loto “L’età dell’anima” mi ha dato modo di riepilogare le mie personalissime credenze che riguardano questo argomento.

Dovete sapere che sto leggendo assieme a Lady Wolf (poverina, ho coinvolto anche lei in queste amene letture :-D) un libro di Ramesh S. Balsekar, scomparso nel 2009 all’età di 92 anni, che trovo molto interessante: si tratta di “La verità definitiva – un’esposizione organica dell’advaita vedanta”.

Ora, quando troviamo un libro interessante è perché in genere ci rispecchiamo in esso o in parte di esso, e infatti ho ritrovato in questo libro diverse delle credenze, forse sarebbe meglio dire ipotesi, che ho via via accumulato nel passare degli anni e del “filosofeggiare” sugli argomenti del senso della vita e della morte.

Non abbiamo ancora finito il libro, anche perché non è proprio un libretto leggero e scorrevole, ed è possibile che integrerò questo post con una sorta di recensione più avanti (ma potrei anche ritenere quanto scritto qua sufficiente); intanto colgo l’occasione di intavolare il discorso riguardante le nostre credenze in fatto di anima riportando qua, opportunamente riarrangiato e ampliato, il mio commento sul post citato in precedenza.

Se non vi addormentate o se proprio non avete altro da fare… buona lettura! 😛

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Vi dirò… nel corso della mia vita credo di aver cambiato più volte idea su questi argomenti, così non prendete per “fisso” quel che scriverò, poiché può essere che “domani” la penserò diversamente.

Premetto che un tempo pensavo che l’anima pur non avendo una fine avesse avuto un inizio probabilmente molte vite lontano nel tempo, così da avere a volte la sensazione di “sapere già” gran parte di ciò di cui si fa esperienza in questa vita e da spiegare, proprio grazie alla “datazione” dell’anima, le notevoli differenze tra una persona e l’altra nonostante vissuti magari simili. Non avete mai la sensazione di “saperne” più di quanto, in base a questa unica vita, vi aspettereste di sapere?

Tuttavia già da qualche anno questa convinzione è venuta un po’ a vacillare. Mi sono accorto infatti che esperienze singole di grande impatto, ma anche apparentemente non così serie ma ripetute nel tempo, possono condizionare lo sviluppo di un bambino o un ragazzo al punto da far successivamente differire la sua psicologia e le sue convinzioni rispetto a coetanei, o perfino fratelli, immersi in contesti sociali simili. La sensazione di “sapere” non fa, a rigore, differenza: basta poco, essere un po’ più introversi e riflessivi ad esempio, per prendere una piega molto diversa rispetto ad altre persone. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, la nostra mente apprende e si evolve: non dobbiamo sottovalutare quanto abbiamo appreso, soprattutto inconsciamente, nel corso di anni e anni.

Quindi, diciamo, in questa fase iniziai ad interrogarmi sull’esistenza o meno dell’anima.

Lo sviluppo odierno è più vicino invece a certe credenze dell’induismo (vedi advaita vedanta) o del primo buddhismo: la nostra anima potrebbe essere identificata con la coscienza personale, che, secondo tali credenze, sarebbe “solo” una manifestazione di quella universale. In altre parole, noi non solo non saremmo il nostro corpo, ma non saremmo nemmeno il nostro “io” e neppure la nostra anima come abitualmente la intendiamo 😀 Corpo, mente e coscienza individuale non sarebbero altro che “manifestazioni” della coscienza universale e, in quanto tali, non esisterebbero: sarebbero solo “solidificazioni” destinate a sciogliersi come sale nel mare o, più precisamente, come onde nell’oceano.

Questo ovviamente spiegherebbe molte cose. Spiegherebbe perché la nostra coscienza saprebbe più di quanto ci aspetteremmo di sapere dalla personale esperienza in questa vita (in realtà “pesca” dalla coscienza universale, che poi è… lei stessa :p un po’ come la storia della Trinità). Spiegherebbe perché a volte ci sentiamo quasi degli estranei a noi stessi, come ospiti di un corpo e perfino di un io. Spiegherebbe infine perché non riusciamo a “risolvere” la nostra sofferenza disidentificandoci dal nostro corpo, in particolare se non riusciamo a disidentificarci anche dal nostro io: così facendo, infatti, invece di risolvere la frattura tra “noi” e il “tutto”, la ampliamo ancora di più aumentando ancora di più l’identificazione con un io che non esiste, tra l’altro a scapito di un corpo che, poverino, viene trattato dall’io come fosse un contenitore da buttare una volta usato, con tutta la somatizzazione che ciò comporta. Pensateci un attimo: spesso ci diciamo “Io non sono questo corpo, sono di più”, ma quasi mai ci riferiamo anche al pensiero razionale che dal corpo, dal cervello, è prodotto. Ciò che abbiamo imparato nella nostra vita ci ha portato a costruire una “persona psicologica” con la quale ci siamo via via identificati: siamo forti in questo o quello, siamo fragili in quell’altro, abbiamo questa e quella caratteristica… Ma tutte queste sono “cose” prodotte dal nostro pensiero razionale, sono “oggetti” al pari delle parti del nostro corpo o di ciò che ne è “fuori”. Quando diciamo “io non sono il mio corpo”, di solito crediamo di dire “sono il mio pensiero, che è di più”, ma il pensiero è prodotto dal cervello, non possiamo separarlo dal corpo. Non è questo pensiero l’anima, altrimenti morirebbe con il nostro corpo. Non siete d’accordo?

Insomma, non esisterebbe il corpo, l’io e nemmeno l’anima intesa come coscienza individuale. Esisterebbe però una coscienza, se preferite un’anima, universale, una coscienza alla quale a rigore… non ritorneremo, perché non ce ne siamo mai staccati veramente. L’abbiamo semplicemente dimenticata identificandoci con la coscienza individuale, con l’io.

La domanda successiva a questo punto solitamente è: che fine facciamo alla nostra morte? Scompariamo in questa Coscienza Universale? Se perdiamo la percezione di noi stessi non sembra comunque una cosa molto positiva…

Ebbene la risposta di queste filosofie è semplice: niente si perde… perché non c’è mai stato :p Se fossimo capaci di liberarci dalla percezione del nostro io illusorio, non temeremmo più di perderlo: perché temere di perdere qualcosa che avremmo riconosciuto non esistere?

Due parole ancora sul termine “non esistere”. Secondo l’Advaita Vedanta, il Buddhismo ed altre filosofie soprattutto orientali, “non esistere” non significa “non esserci”, questa è una interpretazione occidentale, una distorsione del vero significato. Significa “esserci considerandosi distinti, entità a sé stanti che vivono e muoiono, che nascono dal nulla e muoiono nel nulla”, credere di essere separati dal “resto”, con una vita “separata”. Come un’onda che si rammaricasse della sua breve vita in attesa di scomparire nel mare… che lei stessa è. Questa è l’illusione: identificarsi con l’onda piuttosto che riconoscere di essere una parte del mare.

Le prove scientifiche della vita dopo la morte – Il gruppo di Scole

Con questo titolo impegnativo inizia il libro-documentario di Grant e Jane Solomon sul lavoro del gruppo di Scole: persone, tra cui due medium, che si sono date appuntamento due volte la settimana per cinque anni nella cittadina inglese di Scole con lo scopo di provare, davanti a testimoni e scienziati, che la nostra coscienza sopravvive alla morte fisica. Il lavoro venne svolto prevalentemente nella cantina, adattata a prova di luce, di una di queste persone, ma non solo lì, anche a casa di ospiti scettici che volevano evitare il più possibile il rischio di frodi.

I medium contattavano, o meglio venivano contattati, da un gruppo di entità di altre dimensioni – non solo “trapassati” – che avevano anche essi l’obiettivo di dimostrare agli esseri umani ancora incarnati che la morte fisica è solo un passaggio. Anche tra di esse c’erano alcuni scienziati, persone che da vive erano state tali e che, in qualche modo, avevano conservato la curiosità, le conoscenze e lo spirito per tentare di aiutare gli esperti dello… “aldiquà”, chiamiamolo così, ad ottenere prove che non potessero essere messe in dubbio perfino dallo scettico più incallito.

Le prove furono le “solite” testimonianze di defunti ai loro cari – cose che solo loro avrebbero potuto sapere – ma anche apporti (ovvero oggetti fisici apparsi – e rimasti – nella stanza durante le sedute), “voci dirette” (che non arrivano dai medium ma da punti della stanza dove non ci sono persone), luci”intelligenti” fluttuanti per la sala (intelligenti perché “rispondevano” a ciò che veniva loro chiesto), immagini e frasi impresse su pellicole fotografiche sigillate, immagini apparse su video, registrazioni audio… e probabilmente dimentico qualcosa 🙂

Esiste anche un film documentario su questi avvenimenti che includo in chiusura di questo post. Sfortunatamente è in inglese, però è un inglese molto “pulito”: se ne masticate anche solo un poco dovreste riuscire a comprenderlo.

Devo dire che il lavoro svolto da questo gruppo e le prove da esso portate sono molto convincenti, anche se, va da sé, un conto è leggerne il libro-testimonianza o vedere il film ad esso dedicato (che riporta tra l’altro anche l’incontro tra il gruppo di Scole e un noto medium italiano – Marcello Bacci – che usava soprattutto la metafonia diretta, ovvero l’ascolto di voci di defunti provenienti da una vecchia radio) un altro deve essere stato presenziare ai loro esperimenti. E’ sempre molto difficile credere, magari cambiando le proprie convinzioni, ad argomenti delicati e di fondamentale importanza come questo solo grazie a racconti di terzi.

Personalmente l’unica cosa che ho ottenuto è la visione di qualche cosiddetto “orbs” tramite l’uso di telecamere ad infrarossi. Gli “orbs” sono luci statiche che compaiono sulle foto di camere digitali – ovviamente in punti dove non dovrebbero esserci – ma anche luci, seguite o meno da scie, che passano davanti a telecamere agli infrarossi in uno stato di oscurità più o meno spinta. Ovviamente l’interpretazione di cosa siano davvero gli Orbs cambia da persona a persona e da esperto ad esperto. Gli scettici le bollano come riflessi o pulviscolo, o addirittura come malfunzionamenti della circuiteria delle telecamere. Io non posso dire cosa siano, ma escludo che siano sempre riflessi o pulviscolo, poiché a volte si muovono sullo schermo con moto irregolare, cambiando spesso direzione, in un modo che esclude polvere e riflessi nelle condizioni in cui le ho osservate. Sul possibile malfunzionamento, bé, mi domando se sia possibile che tutti coloro a cui accadono di vedere cose come queste abbiano problemi con le loro apparecchiature 🙂 Ma chissà… Tuttavia, ripeto, mi guardo bene dal gridare “all’entità” per questo, è troppo poco, ed altro non ho ottenuto, anche se, a dire il vero, ho provato troppo raramente e non faccio attualmente testo. Se siete interessati a saperne di più sugli orbs, anche l’amica di blog Demetrablu ne ha parlato nel suo blog qualche tempo fa, ecco il suo articolo: Orbs a casa mia. Tra l’altro, se leggete tra i commenti, troverete che ero piuttosto scettico, pur lasciando – sempre – la “porta aperta”.

Tornando e concludendo sul gruppo di Scole, ciò che mi ha lasciato perplesso è stato il modo – frettoloso – con cui si conclusero, mi pare nel ’99, gli esperimenti. Ufficialmente furono le entità delle altre dimensioni a chiederlo perché, a loro dire (a mezzo medium), un’altra entità – dal futuro – aveva trovato il modo di inserirsi nella “porta” tra le dimensioni che era stata aperta, e ciò poteva essere molto pericoloso. Di fatto, tutto venne bruscamente interrotto. Una persona scettica potrebbe pensare che… forse le attività erano ormai così di dominio pubblico da richiamare attenzioni così alte da rischiare che qualcosa che non doveva essere visto venisse scoperto. Peccato, perché fino a quel punto il lavoro prometteva davvero bene…

Al di là di credere o meno, di essere o meno interessati, una cosa mi lascia perplesso: le presunte prove sono davvero tante e piuttosto difficili da smontare; come mai l’eco di questi esperimenti è stato così basso? Come mai quasi nessuno ne ha parlato? Sono cose che comunque avrebbero per lo meno meritato ben’altra attenzione, invece sono passate in sordina. E non è la prima volta che capita. Davvero la maggior parte della gente non è interessata e preferisce guardare “Il Grande Fratello” (con tutto il rispetto per chi lo guarda, eh!)? Forse si ha timore di passare per sciocchi creduloni anche solo a parlarne? O forse ci sono interessi a che tutto questo passi il più possibile inosservato?

Vi lascio al film. Per chi è interessato e vuole sfidare l’inglese… buona visione! 🙂

Debellare l’ansia e il panico – un libro di Lucio Della Seta

Ho letto recentemente il libro “Debellare l’ansia e il panico”, scritto dallo psicologo Lucio Della Seta. Avevo comprato questo libro durante una “scorribanda” in una libreria in centro dopo una lunga indecisione, dato che ne avevo già presi altri due ed ero indeciso con un terzo che trattava più o meno dello stesso argomento. Ciò che mi ha convinto ad acquistare il libro è stato lo stesso motivo per cui stavo per scartarlo, ovvero una teoria un po’ diversa dal solito e che in prima battuta mi aveva fatto un po’ arricciare il naso… ma poi incuriosito 😉

Sostanzialmente la teoria dello psicologo romano è che la paura nasce dalla reazione fisiologica del nostro corpo di fronte ad una situazione di pericolo o di supposto pericolo, piuttosto che l’opposto (ovvero che la reazione fisiologica segua – e non preceda – la paura) ma che, sostanzialmente, non serva a nulla e sia anzi solo dannosa. Il concetto è  che – per usare il suo stesso esempio – non ci viene la tachicardia perché abbiamo paura, ma abbiamo paura perché ci accorgiamo di avere la tachicardia 😉 E la tachicardia, così come altre reazioni del nostro corpo di fronte ad un pericolo, ha un ben preciso compito che nulla ha a che fare con la paura, ovvero quello di preparare il nostro corpo ad una pronta reazione, tipicamente quella della fuga. La paura perciò non avrebbe alcuna utilità. L’autore anzi si chiede se troverà mai qualche esperto in grado di spiegargli l’utilità della paura.

La mia idea a tal proposito è che l’unica utilità della paura sia quella di non far abbassare le difese a chi non ha ancora reagito di fronte al pericolo. Ad esempio, se una persona si accorge di avere un sintomo fisico che non aveva mai avuto, la sua reazione tipica è, o dovrebbe essere, quella di verificare che il sintomo non sia determinato da una causa seria, dunque di solito si prepara ad agire di conseguenza, poniamo a chiamare il medico, ma… non tutti lo fanno effettivamente: per un motivo o per un altro tendono a rimandare ogni azione, magari sperando che il sintomo si risolva da solo. L’utilità della paura in questo caso consiste proprio nel fatto che non permette alla persona che la prova di “dimenticare” il suo sintomo (che può anche non essere “fisico”), e la preoccupazione continua, l’ansia, che ne deriva lo può finalmente portare a decidere di muoversi, cosa che altrimenti potrebbe non fare, con conseguenze anche gravi.

Una volta che la persona si è mossa… bé, allora divento d’accordo con l’autore: la paura non serve a nulla ed anzi è “un ostacolo alla mia difesa: mi toglie la lucidità necessaria per combattere o sfuggire il pericolo”.

Chi è razionale e determinato al punto di non sottovalutare il pericolo non ha alcun bisogno della paura.

Nel prossimo post riporterò un interessante estratto del libro 🙂