Cleo

“Cleo” è un interessante libro di Helen Brown, giornalista, scrittrice e conduttrice neozelandese. E’ in pratica l’autobiografia della scrittrice e della sua famiglia, Cleo inclusa, durante i quasi 24 anni in cui questa gatta ne ha fatto parte. Cleo ha la parte principale, è vero, ma il libro non è, come ci si aspetterebbe, costruito solo su di lei, anzi in alcuni capitoli le sue apparizioni sono piuttosto marginali. Cio’ è in linea con l’idea dell’autrice che non vuole limitarsi a scrivere un libro divertente su un gatto, ma intende dimostrarne l’importanza in una famiglia segnata da un evento drammatico come la morte di un bambino, uno dei due figli dell’autrice. Cleo viene accettata in famiglia proprio perché quel bambino l’aveva scelta poco tempo prima di morire in un incidente.

Il punto di forza del libro è, a mio avviso, la grande scorrevolezza della scrittura di Helen Brown e la sua capacità di umanizzare in maniera molto divertente i comportamenti di Cleo. Ma la Brown non si ferma a questo, intercalando qua e là degli interessanti spunti di riflessione. Ve ne offro qualcuno 🙂

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“Ecco perché rimasi sconvolta quando in un soleggiato pomeriggio ne trovai una [mantide religiosa] tra le grinfie di Cleo. La gattina stava giocando con quella povera creatura, lasciandole credere di essere riuscita a fuggire per poi balzarle di nuovo addosso. Il mio primo istinto fu di correre in aiuto dell’insetto. Ma aveva già perso una zampa. Non c’era più speranza.

Per la prima volta provai un lieve moto di repulsione nei confronti di Cleo. D’altro canto, se avessi cercato di impedirle di cacciare e occasionalmente di uccidere un’altra creatura, le avrei negato una componente essenziale del suo essere gatto. Da qualche parte, in fondo alla mia mente, riuscivo a sentire mia madre che diceva: <<Non si può interferire con la Natura>>. Non che la sua educazione da autentica pioniera rispecchiasse questo sentimento. I nostri antenati non avevano avuto nessuno scrupolo a ridurre in cenere immense porzioni di territorio.”

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“Nonostante ciò, sobbalzavo ogni volta che il telefono squillava. Ma non era mai lui. Perché avrebbe dovuto? Quando avevamo rotto avevamo messo le cose più che in chiaro. Aveva detto che non era pronto, qualunque cosa significasse. Se la gente aspettasse fino a quando è tutto pronto, allora non accadrebbe mai niente. La vita non è un menu, non si possono ordinare i piatti quando si è pronti per mangiarli. Io non ero stata pronta a perdere Sam [il figlio dell’autrice]. E non mi sentivo pronta a dire addio a Philip [il nuovo compagno].”

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“Uno dei molti modi in cui i gatti sono superiori agli esseri umani è il controllo che hanno sul tempo. Evitando di sezionare gli anni in mesi, i giorni in ore e i minuti in secondi, i gatti si risparmiamo un sacco di ansie. Liberi dalla schiavitù di misurare ogni singolo istante, di angosciarsi se sono in anticipo o in ritardo, giovani o vecchi, o se mancano solo sei settimane a Natale, i felini apprezzano il presente in tutto il suo sfaccettato splendore. Non si preoccupano mai dell’inizio o della fine. Dal loro paradossale punto di vista, una fine spesso rappresenta un inizio. La gioia di crogiolarsi sul davanzale di una finestra può sembrare eterna anche se misurata con il tempo umano si restringe a diciotto miseri minuti.

Se gli uomini riuscissero a programmarsi per dimenticare il tempo, potrebbero apprezzare una successione ininterrotta di piaceri e possibilità. I rimpianti per il passato si dissolverebbero insieme alle ansie sul futuro. Noteremmo il colore del cielo e saremmo liberi di fare nostra la meraviglia di essere vivi in questo preciso momento. Se fossimo capaci di assomigliare di più ai gatti, le nostre vite ci sembrerebbero eterne.”

[continua]

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Lo Zen e il tiro con l’arco

Mentre continuamo la lettura di Alpeh, l’ultimo libro di Coelho, ahimé molto deludente 😦 , voglio parlarvi del super-classico Lo Zen e il tiro con l’arco, di Eugen Herrigel, la cui prima edizione è datata addirittura 1948; 1975 invece la prima italiana 🙂

E’ divertente anche il motivo per cui l’avevo comprato. Ero in uno di quei negozi di libri usati o a prezzi scontati per restituire un libro che il destinatario aveva già. Al suo posto ne scelsi un altro ma avanzavano pochi euro… così tornai a girare tra gli scaffali e trovai questo super-classico! 😀

Il libro è stato scritto a metà del secolo scorso da un docente di filosofia europeo al suo rientro in patria dopo aver insegnato per qualche anno in Giappone.

Oggi, visto che le nostre librerie hanno ormai la sezione “filosofie orientali” :-D, questo libro passerebbe inosservato, anzi in Italia non giungerebbe proprio, ma all’epoca in cui fu scritto ebbe il merito di portare gli europei a conoscenza dello Zen e della filosofia buddhista (o taoista) in generale.

Per buona parte il libro è abbastanza anonimo: il professore si limita a spiegare il lentissimo tirocinio con il maestro di arco, tirocinio che ricorda un po’ quello subito dal protagonista del primo “The karate kid” (“metti la cera, togli la cera”, ricordate? ;-)). Un insegnamento apparentemente incomprensibile, dove per lungo, lungo tempo, non viene nemmeno usato l’arco ma si curano solo la postura e il respiro.

La lettura arriva così, un po’ stucchevole, fino a tre quarti del libro, per poi divenire illuminante e svelare anche il perché di quell’apparentemente inutile prima parte: l’insegnamento, così come per quello avvenuto in “The karate kid”, non era affatto inutile, ma propedeutico e indispensabile. Al punto che, forse, per il vero obiettivo dell’arte del tiro con l’arco, così come per tante altre arti giapponesi legate allo zen (la spada, l’arte di disporre i fiori) l’arco nemmeno sarebbe indispensabile 😮

Quello che queste arti vogliono insegnare è in realtà la “fusione” tra mente e corpo, tra l’esecutore e il suo obiettivo, al punto che, alla fine, dice il protagonista, non si distingue più il tiratore dall’arco, e nemmeno dal bersaglio. E’ insomma una scusa per entrare in uno stato attivo di totale meditazione, e lo scopo ultimo è la liberazione dalla sofferenza e dalla paura… chi l’avrebbe mai detto? 😉

Credo che sia più utile che vi riporti a questo punto le parole del libro, piuttosto che aggiungerne di mie…

“[…] Come il principiante, il maestro di spada è senza paura, ma a differenza di questi diventa ogni giorno meno accessibile a ciò che spaventa. In lunghi anni d’ininterrotta meditazione ha appreso che vita e morte sono in fondo la stessa cosa e appartengono al medesimo piano del destino. Così non sa più che siano l’angoscia della vita e il timore della morte. Egli vive – e questo è caratteristico dello Zen – volentieri nel mondo, ma è pronto ad abbandonarlo senza lasciarsi turbare dal pensiero della morte. Non a caso lo spirito del samurai ha scelto a purissimo simbolo il delicato fiore del ciliegio. Come nel raggio del sole mattutino un petalo di ciliegio si stacca e scende a terra luminoso e sereno, così l’uomo impavido deve potersi staccare dall’esistenza silenziosamente e senza turbamento.

Vivere senza il timore della morte non significa che in tutte le ore buone si sostenga di non tremare di fronte alla morte e si sia sicuri di superare la prova. Chi domina la vita e la morte, piuttosto, è libero da ogni genere di timore, al punto che non può più nemmeno capire che cosa sia provare paura. Chi non conosce per propria esperienza la forza che dà una seria e costante meditazione non può immaginare ciò che essa rende capaci di superare. Il perfetto maestro rivela a ogni passo, non a parole ma col comportamento, l’assenza della paura; glielo si legge in viso e se ne è colpiti. Una simile imperturbabilità, che naturalmente solo pochi raggiungono, è dunque già di per sé segno di maestria. Per illustrare anche questo con una testimonianza, riporterò letteralmente un brano del Hagakure, che risale alla metà del XVII secolo.

<<Yagyu Tajima-no-kami era un grande maestro nel combattimento con la spada e insegnava tale arte allo Shogun di quel tempo, Tokugawa Jyemitsu. Una delle guardie del corpo dello Shogun venne un giorno da Tajima-no-kami e lo pregò di insegnargli a tirare di spada. Il maestro disse: “Per quel che io vedo, siete voi stessi un maestro di spada. Prima che iniziamo una relazione da maestro a allievo, ditemi, per favore, a che scuola appartenete”.

<<La guardia del corpo rispose: “A mia vergogna devo confessarvi che non ho mai appreso quest’arte”.

<<“Volete farvi beffe di me? Io sono il maestro del venerabile Shogun e so che il mio occhio non m’inganna”.

<<“Mi duole di recare offesa al vostro onore, ma non ne ho veramente alcuna conoscenza”. Questa negazione recisa rese pensieroso il maestro, che finalmente disse: “Se voi lo dite, sarà così. Ma sicuramente siete maestro in qualche campo, anche se non riesco a vedere bene in quale”.

<<“Sì, se voi insistite, voglio raccontarvi quanto segue. Vi è una cosa in cui posso pretendere di considerarmi maestro. Quando ero ancora ragazzo mi venne l’idea che come samurai non dovevo in nessuna circostanza temere la morte, e da allora – mi sono sempre battuto con l’idea della morte, e alla fine questo pensiero ha cessato di preoccuparmi. E’ forse questo che intendete?”.

<<“Proprio questo,” esclamò Tajima-no-kami “è proprio questo che intendo. Sono lieto che il mio giudizio non mi abbia ingannato. Poiché l’essere liberato dal pensiero della morte è ugualmente il segreto ultimo dell’arte della spada. Ho insegnato a centinaia di allievi, per condurli a questa meta, ma finora nessuno di essi ha raggiunto il sommo grado nell’arte della spada. Quanto a voi non avete più bisogno di alcun esercizio tecnico, siete già maestro”>>.

Il passaggio luminoso – L’arte del bel morire

Bene, direi che è arrivato il momento per il primo mio post “serio” su questa nuova piattaforma, anche se l’inaugurazione di wolfghost.com ha avuto comunque la sua importanza, no? 😉

Chi mi segue da tempo sa che uno dei temi a me cari è quello della morte, ne ho trattato già spesso, sia da un punto di vista umano, parlando ad esempio degli Hospice, che da quello spirituale, con la visione del libro tibetano del vivere e del morire (e non solo).

Il passaggio luminoso, di Marie de Hennezel e Jean-Yves Leloup, cerca di abbracciare entrambi gli aspetti, anche se in vero tutte due sono sempre stati in qualche modo presenti anche nei libri e pensieri di cui sopra.

Marie è una psicologa che lavora da tanti anni negli ospedali di cure palliative, ne è stata, e ne è ancora, una delle principali sostenitrici. Jean è un prete e teologo ortodosso, oltre che dottore in psicologia e filosofia, un esperto non solo di cristianesimo ma anche della visione buddhista e di altre religioni, uno in perenne ricerca della “chiara luce” di cui parlano i testi tibetani.

L’impronta spirituale aggiunta al libro, che tira in ballo anche le famose “visioni” in prossimità della morte, puo’ essere ovviamente percepito come consolatorio, ma leggendo il libro è facile rendersi conto che nelle parole di queste persone c’è qualcosa che va al di là della teoria, qualcosa che è lì, che percepiscono vividamente nella stanza quando il momento arriva e il malato compie il passaggio. Chi parla non è insomma un teorico puro, ma qualcuno che ha vissuto molte volte queste esperienze.

Io stesso, alla morte di mia madre, percepì un senso di sollievo datomi da qualcosa che aleggiava nella camera… come la sensazione che il passaggio fosse ormai stato completato e che qualcuno fosse intervenuto per aiutare mia madre a compierlo.

Certo, si puo’ obiettare che la mente puo’ cercare sollievo in false percezioni create da lei stessa al fine di lenire il dolore, ma… quante volte possiamo dare questa spiegazione, e, soprattutto, è giusto farlo? Perché l’ipotesi consolatoria deve sempre essere quella vera? Non sarà che in fondo abbiamo paura di credere per timore di restare poi delusi?

Cercare di dare una visione non-terrifica della morte è un’impresa, una di quelle che ci fanno esclamare “facile a dirsi, ma…”. E di fatto non lo è facile, gli autori stessi ammoniscono che l’impatto non è solo per chi muore, ma anche per chi ha scelto di stargli vicino. Molti di noi hanno avuto la loro vita cambiata in seguito ad una o più esperienze di “accompagnamento” del morente, in senso negativo certo, ma, a volte, sorprendentemente, anche in senso positivo. Una “buona morte” lascia serenità e forza a chi resta. C’è, oserei dire, una responsabilità anche in chi muore verso chi vive, e non solo l’opposto. Si ha in qualche modo il dovere di non essere completamente impreparati, per sé stessi e per chi si ha vicino.

Negli ultimi mesi della sua vita, la madre di mia moglie, allora ancora bambina, riuscì a trasmetterle una grande serenità, una serenità che ancora adesso la accompagna. C’è in effetti una grande differenza tra me e mia moglie nella percezione della morte. Una differenza che  a mio avviso non è solo “caratteriale”, ma è soprattutto dovuta alle esperienze che abbiamo vissuto con i nostri cari.

Vi lascio con un passaggio di Jean-Yves Leloup.

“Essere uomo significa essere humus, terra, essere fragili e deboli. Abbiamo tutto il diritto di piangere, sia morendo sia accompagnando gli ultimi istanti di chi muore. Anche se lo sconforto del morente non ci tocca da vicino, ci commuove perché non siamo insensibili. Chi accompagna, nella sua umiltà, può anch’egli riconoscersi vulnerabile, stanco…

L’angelo dell’umiltà a questo punto arriva, ed è lui che ci rende capaci dell’abbandono, che consente di proseguire fino alla tappa successiva. L’ultima prova in cui la polvere di cui siamo fatti, accettandosi come polvere, puo’ infine tornare alla polvere. In essa non ci sono più pretese, né enfasi. Il vento non gonfia più le vele, è già andato altrove, e finalmente accettiamo che il nostro corpo sia come disertato.

In questo modo possiamo fare un grande regalo ai nostri figli o a coloro che ci sono accanto: quello di una morte senza enfasi, senza esagerazioni. La morte di un essere umano il quale, sapendo che il soffio che ha gonfiato le sue vele non gli appartiene, può mollare gli ormeggi e lasciar andare la barca nel vento: lui stesso è diventato il vento…”

Miracoli

Ho preferito chiamare il post "miracoli" piuttosto che presentarlo come pura recensione del libro di Margherita Enrico "Un miracolo nella mia vita" poiché so già che inevitabilmente scriverò più sul tema dei miracoli che sul libro in sé, ma non credo che l’autrice se ne avrà a male  🙂

copertina un miracolo nella mia vitaComunque, prima due parole sul libro. Intanto ho scoperto che l'autrice è mia corregionale, cioè ligure, infatti diversi dei miracoli riportati nel libro sono avvenuti qua. Ma il libro ne cita tanti altri, avvenuti un po' ovunque, a partire da località per così dire "canoniche", come Lourdes e Medjugorje, a "posti dietro l'angolo". L'autrice stessa cita un miracolo avvenuto nella sua famiglia ad opera di Giovanni Paolo II. L'accezione del termine "miracolo" è per lei precisa, ed è quella della chiesa cattolica: un miracolo non e' solo una guarigione inspiegabile, ma deve essere legata alla fede in Dio della persona che lo richiede. In altre parole, una guarigione inspiegabile di un ateo o di un credente in un’altra professione religiosa, non e' un miracolo, per quanto straordinaria essa sia. Inoltre un “miracolo” deve essere immediato: una guarigione straordinaria avvenuta seppure in pochi giorni, non è un miracolo.

Che si sia d’accordo o meno, questo serve almeno a spiegare perché, a fronte di innumerevoli guarigioni straordinarie, ad esempio a Lourdes, i miracoli "certificati" siano davvero pochi.

copertina guarigioni straordinarieDevo dire che ho iniziato da pochi giorni la lettura di un altro paio di libri, uno dei quali di nuovo sui "miracoli", qui però chiamati più genericamente "guarigioni straordinarie" (che e' poi anche il titolo del libro). In effetti devo dire che la sensazione che nasce dalla lettura di questi libri e altre testimonianze, e' che spesso fede – non necessariamente nel Dio cristiano – e guarigione straordinaria siano effettivamente legati, tuttavia esistono anche casi di atei convinti che l'hanno ottenuta, quindi tali eventi non sarebbero esclusiva dei fedeli, né tantomeno di quelli della sola Chiesa Cattolica. Mi sono chiesto anzi se i miracoli cattolici non siano semplicemente un sottoinsieme dei miracoli religiosi, che a loro volta sono forse solo un sottoinsieme di… miracoli che, per qualche ragione, accadono.

Anche se pare che il numero delle guarigioni inspiegabili sia molto più alto di quanto dichiarato dalla medicina ufficiale (in un rapporto di almeno 10 a 1), vuoi per il motivo citato sopra, vuoi perché la medicina ufficiale tende a giudicarli troppo rari per prenderli in considerazione, si parla comunque di percentuali basse: una su svariate migliaia. La domanda è a questo punto: vale la pena di indagare su di essi nella speranza di capirne i meccanismi e riprodurli, oppure è tempo, energia e speranza spesi male?

L’autrice è ottimista, sostenendo che chiunque “chieda” con fede può ottenere il miracolo. Il punto è che per quanti miracoli siano avvenuti, molti e molti di più non l’hanno fatto. Si ha un bel dire che ci sono motivi dietro, in particolare il “non saper chiedere” o il non avere abbastanza fede; chi stabilisce quanta è la fede necessaria o la forza con cui credere? Troppo facile addurre questi motivi per spiegare la non riuscita della richiesta.

Eppure una cosa è certa: i miracoli accadono, nessuno lo può negare. Quindi appare sbagliata anche la posizione della scienza di, semplicemente, dare un’alzata di spalle di fronte a questi incredibili fenomeni.

La domanda che pongo a voi non è quindi se credete o meno nei miracoli, ma piuttosto se credete che i miracoli siano in qualche modo replicabili, se è giusto avere speranza in essi o se non converrebbe, piuttosto, trovare il modo di mettersi il cuore in pace, quale che sia la sorte che si ha davanti. Che, tra parentesi, pare essere una condizione nella quale, secondo i buddisti tibetani, il miracolo puo' anche presentarsi inaspettato… Che sia anche questo un altro semplice sottoinsieme di qualcosa che, per quanto raro, capita un po' ovunque e in ogni tempo?

goccia

Vivere e morire – Il libro tibetano del vivere e del morire

il libro tibetano del vivere e del morire Eccomi finalmente qua a parlare de "Il libro tibetano del vivere e del morire" di Sogyal Rinpoche. Anche se è un periodo in cui ho davvero poco tempo, ci tenevo a parlarne, prima che la freschezza del ricordo della lettura svanisse troppo 🙂
Questo libro finirà fisicamente in mezzo agli altri della libreria, con romanzi (pochi in verità), altri saggi e manuali, ma in realtà dovrebbe avere un posto tutto suo per l'importanza che riveste. Sogyal Rinpoche, un lama tibetano che vive ormai da decenni a cavallo tra Europa e America, ha impiegato anni a scriverlo ed è stato supportato da numerose altre autorità nel campo, come lo stesso Dalai Lama. Anche la stesura, la correzione e le traduzioni nelle varie lingue sono state preparate con grande cura e attenzione. Lo scopo di Sogyal Rinpoche era quello di arrivare a spiegare in una forma e un linguaggio comprensibili a noi occidentali, la teoria e la pratica (fondamentalmente contenute nel famoso "il libro tibetano dei morti") che ognuno dovrebbe seguire al momento del trapasso e nella fase successiva; pratica e teoria che pero' imprescindibilmente devono iniziare nella vita stessa, il prima possibile. Ecco perché il libro non parla solo del "morire" ma anche del "vivere", perché le due cose sono indissolubilmente legate: nascosto nel vivere vi è già la strada per un buon morire (e per una buona rinascita), basta saperla riconoscere.
La morte per il Buddhismo è solo un passaggio, uno dei tanti a cui ciascuno è sottoposto. Questi passaggi sono chiamati "bardo": ogni passaggio è un bardo. Caratteristica fondamentale dei bardo è che, seppure con "intensità" diversa, hanno fondamentalmente la medesima natura: in essi si puo' intravvedere la vera natura della mente, immateriale e immortale. E i bardo sono in ogni nostro tempo: il più intenso è al momento della morte e nelle fasi immediatamente successive, ma un bardo si puo' sperimentare attraverso la meditazione o la preghiera, ed anche spontaneamente, nel passaggio dallo stato di veglia a quello di sonno – uno stato del quale quasi mai siamo consapevoli – o addirittura nell'istante prima di ogni nostra parola o ogni nostro pensiero. E' in ognuno di questi momenti che si puo' percepire, grazie al silenzio del "chiacchiericcio mentale", lo stato primordiale della nostra mente, in grado di rivelarci la nostra vera natura immortale.
Perché, direte voi, è così importante cogliere questi momenti? La morte tanto arriva comunque. E' solo (si fa per dire) per evitare la paura della morte?
In realtà nel bardo del trapasso, che coinvolge anche i giorni successivi alla morte clinica, noi determineremo la nostra prossima rinascita o perfino l'assenza di una eventuale rinascita. Determineremo, sostanzialmente, se saremo in paradiso, all'inferno, o in uno stato intermedio, come un'altra vita terrena, anche se non necessariamente in forma umana. Grazie alla caratteristica comune dei bardo di rivelare la vera natura della mente, l'averne già fatto esperienza in precedenza ci aiuterà a superare brillantemente il bardo della morte, anche se superiore per intensità.
Sogyal Rinpoche narra di come, arrivando in occidente, fu sorpreso di notare che al progresso materiale non avesse trovato un corrispondente sviluppo della spiritualità e della compassione, che anzi erano quasi assenti. Tutto in occidente era mirato allo "star bene quando si sta bene", mentre i malati e soprattutto i morenti erano lasciati a loro stessi: pochi di loro avevano la fortuna di avere sostegno morale e spirituale, medici, infermieri e parenti si limitavano per lo più ad un sostegno pratico, rivolto ad alleviare al massimo il dolore fisico. Il risultato è che i morenti si spegnevano nell'angoscia, nel tormento, determinando tra l'altro il fallimento di una buona rinascita.
Come non ammettere che in occidente si tende, finché è possibile, a rimuovere il pensiero della morte? Si cerca semplicemente di non pensarci. Il risultato pero' è, secondo Sogyal Rinpoche, di arrivare assolutamente impreparati all'ultimo passaggio, nonostante Sogyal ammetta che anche le religioni occidentali, cristianesimo per primo, forniscano in teoria i mezzi per fare il medesimo percorso di preparazione del Buddhismo.
Di fatto Sogyal cerca, con questo libro, di fornire una metodologia di avvicinamento alla morte che passa attraverso un buon vivere, con indicazioni di sostegno per sé stessi, per i propri cari che si è chiamati ad assistere, per tutti. Una metodologia che puo' e dovrebbe partire oggi, adesso, senza aspettare che sia troppo tardi.
Chi ha visto la paura, lo sgomento, negli occhi dei propri cari o di chiunque si sia avvicinato alla morte vivendola con terrore, sa che già solo la libertà dalla paura della morte ha un valore incalcolabile, che nessuna ricchezza al mondo puo' valere. Il libro di Sogyal Rinpoche cerca di colmare la lacuna dell'insegnamento di come evitare il più possibile tale paura, cercando serenità e pace perfino in quei terribili ultimi momenti. Ma, fatto questo, va anche oltre, cercando di indicare la strada per una buona rinascita.

Ovviamente consigliato a tutti 🙂

Il lupo e il filosofo

Il lupo e il filosofoRiprendo e concludo l'argomento introdotto nel post "A testa alta…" dove avevo riportato un brano rappresentativo del libro "Il lupo e il filosofo" di Mark Rowlands.
A dire la verita' ho finito il libro da un paio di settimana ormai, ma prima di riparlarne volevo lasciarne sedimentare i contenuti e raccoglierne le impressioni. Credo infatti che l'importanza di un libro stia in cosa lascia in ognuno dei suoi lettori, e questo e' spesso piu' personale e soggettivo di quanto si creda comunemente. Quanto letto, infatti, colpisce laddove il lettore e' piu' "vulnerabile" ed e' proprio li' che viene metabolizzato e diventa parte del lettore stesso che lo fa suo, spesso esprimendolo successivamente come fosse farina del suo sacco senza nemmeno rendersi conto di enunciare "solo" una personale rielaborazione di quanto gia' scritto da qualcun altro  🙂
Dico spesso che quasi mai nessuno inventa davvero qualcosa di completamente nuovo… ma forse perfino questo e' gia' stato detto da qualcun altro che ho letto o sentito parecchio tempo fa 😐 😀

Tutto questo cappello per mettere per cosi' dire le mani avanti, in modo da far capire che cio' che scrivero' e' solo cio' che piu' e' rimasto a me e che forse, almeno in parte, ho gia' rielaborato. Ognuno di voi, leggendolo, potra' avere o aver avuto una visione diversa, in accordo al suo personale sentire e forse ai suoi bisogni.

Lo spunto di riflessione che Brenin, il lupo, offre al filosofo riguarda la vita e la morte, e parte dalla domanda "Cosa ha tolto veramente la morte a Brenin?".

Come molti sapranno, Epicuro sosteneva che avere paura della morte e' assurdo, poiche' finche' ci siamo noi non c'e' lei, e quando c'e' lei non ci siamo noi. Dunque perche' temerla? Tuttavia, sostiene Rowlands, tutti noi o quasi "sentiamo" che qualcosa non ci convince nella dichiarazione di Epicuro, e cerca di capirne il perche'.
Il lupo – come tutti gli animali – non sembra preoccuparsi troppo della vicinanza della morte e neppure esserne affranto. Solo alcuni animali cambiano "volutamente" i propri comportamenti, come ad esempio cercarsi un luogo dove lasciare la vita, ma cio' avviene quando davvero la morte e' ormai dietro l'angolo. Ecco da dove nasce allora la domanda di Rowlands: mentre lui ammette che, nonostante tutta la sua filosofia, sarebbe atterrito dalla conoscenza di essere prossimo alla morte, apparentemente la morte non ha presa sul lupo. Davvero per il lupo la frase di Epicuro puo' essere adatta: il lupo vive finche' puo', pur nelle limitazioni alle quali la malattia lo costringe, noi smettiamo (quasi tutti) di vivere come vivevamo prima, iniziando una nuova fase che e' di fatto un'attesa di cio' che sappiamo essere ineluttabile.
Tra l'altro, a ben vedere, questa appare essere anche in generale la piu' grande differenza tra noi e il resto degli animali: la consapevolezza della morte che spesso ci impedisce di vivere davvero fino in fondo molte esperienze.

La risposta di Rowlands sta nel tempo. Mentre infatti l'animale vive in maniera "ciclica", come se ogni giorno rinascesse e finisse allo stesso modo di quelli che l'hanno preceduto, l'uomo vive su una "linea retta", ovvero rivolto al passato o, soprattutto, proiettato al futuro; ogni cosa che fa, o quasi, e' infatti proiettata ad ottenere qualcosa, che sia nel giro di poche ore, di mesi o di anni.
Ecco cosa toglie la morte a noi che non toglie agli animali: il futuro. E' questo cio' che noi non siamo capaci, per lo piu', di accettare serenamente: non poter piu' pensare di avere un futuro davanti; in questa ottica di "vita progettuale" tutto cio' che abbiamo fatto nel passato o che facciamo nel presente diventa inutile, quando non una tragica presa in giro.

Rowlands non da vie di fuga, sarebbe troppo facile rifugiarsi nell'ormai usurato "carpe diem" o in qualche dottrina orientale del "vivere qua e adesso", e la possibile credenza in una vita nell'aldila' non rientra – volutamente – nella trattazione del libro e, immagino, nemmeno nel personale sentire dello scrittore. Lui da' solo una spiegazione, non una ricetta per "uscirne"; forse perche' sa bene che noi umani – nonostante tutta la nostra filosofia, o forse proprio a causa di quella – difficilmente potremmo davvero essere in grado di vivere completamente in maniera ciclica, cosi' come appaiono fare quegli animali che possiamo solo continuare ad ammirare.

Mi viene da pensare che in fondo siamo sempre li': al peccato di aver colto la mela dall'albero della conoscenza.

orme

Ipocrisia – Dorian Gray

Martedì sono andato a vedere “Dorian Gray”, trasposizione cinematografica de “Il ritratto di Dorian Gray”, opera di Oscar Wilde.
Il film in sé non mi è piaciuto troppo: ad un primo tempo godibile, con le battute taglienti che Wilde mette in bocca ad uno dei protagonisti (Lord Henry, interpretato nel film dal bravissimo Colin Firth) e che sono proprio ciò che ci si aspetta da lui, fa seguito un secondo tempo dall’atmosfera troppo gotica, a tratti quasi horror, che il regista Oliver Parker ha espressamente voluto ma che personalmente ho trovato troppo “pesante”. Ho lasciato il cinema in riflessione, e questo è sì un merito, ma anche un poco di cattivo umore.

Premettendo che non avevo letto il libro, mi sono documentato trovando che la trasposizione appare fedele solo fino ad un certo punto ma comunque a sufficienza da mantenere lo spirito del libro. Mi piacerebbe naturalmente conoscere l’opinione di chi il libro l’ha letto 😉

In particolare mi sono piaciute due sentenze, una udita nel film (che immagino esserci anche nel libro), l’altra letta in una critica al libro che l’ha originato.
Quella del film viene pronunciata dal personaggio Basil Hallward (interpretato da Ben Chaplin nel film), pittore omossessuale innamorato di Dorian (Ben Barnes), che, accorgendosi dell’influsso negativo che Lord Henry ha sul giovane, cerca di metterlo in guardia dicendogli “Non credere a tutto ciò che dice: non ci crede nemmeno lui”.
Quella della critica, invece, è in realtà una frase scritta dallo stesso Wilde in una lettera ad un suo amico, con la quale sostiene, parlando dei personaggi che ha creato, che “Basil è ciò che penso di essere. Henry è ciò che il mondo pensa di me. Dorian è ciò che io vorrei essere”.

Contrariamente alle critiche e alle recensioni che mi sono capitate di leggere su libro e film – e perfettamente in linea con le parole di Proust “Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che è offerto al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso”, parole che lasciano la porta aperta alla interpretazione individuale di un libro – il messaggio che io ho visto nel film è l’ipocrisia; ipocrisia che, se oggi c’è, non mancava certamente nell’epoca vittoriana di Wilde.

Dorian è il bellissimo giovane al quale ognuno vorrebbe strappare il segreto di bellezza e giovinezza; di più, è ciò che ognuno vorrebbe essere: una persona che sa – e può, date le sue caratteristiche – godersi una vita edonistica ricca di piacere, libero perfino dal tormento del male che gli capita attorno o che esso stesso procura.
Wilde stesso di tale figura dice “è ciò che vorrei essere”.

Lord Henry è l’impersonificazione della società ipocrita che crea continuamente immagini di "Dorian Gray", magnificandole e proponendole come modelli per tutti (pensate alle pubblicità o al divismo che mostrano sempre – o quasi – persone bellissime e/o brillanti) per poi, quando la gente si rende conto di non essere in grado di raggiungere tali modelli, provocare invidia o addirittura disprezzo verso chi così lo è veramente, al punto dal voler, potendo, distruggerlo. Quante persone famose – come Marilyn Monroe o John Belushi, ad esempio – hanno fatto una tale fine? E quante, non famose, se non nel piccolo di un’azienda o di un paese, le hanno seguite?

Anche la figura di Basil è interessante. Wilde dice che Basil è ciò che pensa di essere, ma questo sembra quasi un auto-assolversi, un’ennesima forma di ipocrisia, giacché è proprio Wilde l’autore non solo delle frasi che mette in bocca a Lord Henry, che in fondo potrebbero far parte di un personaggio letterario e con ciò essere "capite", ma anche di tante altre ad esse simili, per non parlare del suo stile di vita. E, se è vero che “[Non credere a tutto ciò che dice:] non ci crede nemmeno lui”, allora perché le dice, se non per conquistare il “pubblico” con la sua battuta tagliente e brillante? Si cala nella parte che ci si aspetta da lui, ma non ci crede, rinnegando in pratica la figura che di sé stesso ha costruito.
Basil è in un certo senso la "persona buona" che si vorrebbe essere per emendarsi dal desiderio di essere come Dorian… ma che si è lungi dall’essere.
Il messaggio di ipocrisia dunque non solo non ne è toccato, ma ne esce addirittura rafforzato, come se un certo grado di ipocrisia non fosse evitabile.

Ciò mi rammenta un concetto noto in psicologia: spesso di una persona si finisce per odiare proprio gli aspetti che inizialmente attraggono.
Così, la persona chiusa sarà attratta da quella estroversa, ma, una volta avutala – nella figura di compagno o amico – percependo quell’aspetto come un pericolo per l’unione, potrà divenirne gelosa al punto di incrinare la relazione, oppure insofferente per senso di inferiorità, giudicandola “spocchiosa”.
E la persona povera potrà desiderare quella ricca o di successo, per poi percepire la differenza di condizione economica come sminuente.
Gli esempi potrebbero continuare a lungo.

Cantava il buon Fabrizio De André nella sua "Bocca di Rosa":
Si sa che la gente da’ buoni consigli
sentendosi come Gesù nel tempio
si sa che la gente da’ buoni consigli
se non può dare cattivo esempio.
” 😉

In un certo senso si potrebbe davvero arrendersi e concludere che forse un certo grado di ipocrisia è innato nell’uomo, però ci sono società, magari rurali, o persone singole, che ne appaiono davvero prive.

Mi ricordo una frase del film "Sette anni in Tibet", nella quale una tibetana spiega al protagonista, che incarna il modello dell’uomo di successo europeo (un celebre scalatore davvero esistito e recentemente scomparso, Heinrich Harrer, interpretato nel film da Brad Pitt), che nella loro società "all’uomo medio non interessa mettersi in mostra, ma solo fare ciò che è bene per lui e per la società stessa" (vado a memoria).

Che sia la società occidentale ad essere affogata ormai da tempo in un mare di ipocrisia al punto dal farla sembrare ineluttabile?

Bé, se condideriamo che il nostro modello occidentale è quello più esportato nel resto del mondo… forse, almeno da questo punto di vista, non c’è da stare troppo allegri 😐