Anche nella nostra testa possiamo perderci

Ho iniziato la stagione autunnale (anche se a rigore ha ancora da iniziare) nel migliore dei modi: mega-influenza che prima mi ha steso la gola (il peggior mal di gola che ricordi :-D) e poi è passato a bronchi e testa. Ovviamente sono andato al lavoro lo stesso, al punto da beccarmi qualche epiteto (peraltro giusto) da “appestato” o “untore” 😀 Spero mi passi presto poiché sabato prossimo è il terzo anniversario di matrimonio e Lady Wolf ha prenotato per il weekend in un hotel di Garda (sul Garda, ovviamente ;-)).

Il titolo del post prende spunto da un’altra riflessione fatta nel famoso viaggio da Merano già citato nel post precedente. Riflettevo sulla vicenda di Julius, disperso per tre giorni e due notti. Lo immaginavo terrorizzato, spaesato, incapace di agire morso com’era dallo spavento. Ne è nata una correlazione spontanea su quando andiamo in tilt nella nostra testa, solitamente a causa di paure e preoccupazioni. Il meccanismo è identico, anche se nel caso di Julius più immediato poiché lui si era perso fisicamente. Ma anche noi ci perdiamo, forse non fisicamente, ma ci perdiamo. Perdiamo la direzione, la “bussola”, finendo per girare in eterno sulla stessa faccenda. Un pensiero ricorrente, a ragione o torto, è insorto a spaventarci e preoccuparci, ma invece di reagire iniziamo a cercare di risolverlo solo cerebralmente finendo per tornare sempre al punto di partenza, allo stesso pensiero, poiché nulla si può risolvere solo con la mente. Ci siamo persi e stiamo girando a vuoto.

A volte, come nel caso di Julius, siamo fortunati e qualcuno ci viene a recuperare, a darci uno scossone, a dirci che “la campana non è ancora suonata”. A volte però non succede oppure non basta: allora solo noi possiamo interrompere questo nefasto circolo vizioso, questo schema mentale ripetitivo. Dobbiamo agire, o se la logica ci dice che ancora non è il momento, distrarci, riuscire a pensare o fare dell’altro. Poi quel pensiero tornerà, ma per allora, forse, saremo pronti per agire.

Quando scoprite che state pensando per l’ennesima volta la stessa cosa, allora vi siete persi nella vostra testa e dovete forzarvi a cambiare strada: se potete, agite, se ancora non è logicamente il momento di agire, allora pensate ad altro, ritornare mille volte sullo stesso punto non è costruttivo e fa perdere solo tempo ed energie.

Forse, se vi accorgete che questo comportamento lo ripercorrete spesso, allora sarà maeglio cambiare… modo di vivere, di pensare, di reagire alle avversità. A volte basta un pizzico di follia. La follia, intesa in senso buono, arricchisce di ironia ed autoironia, stempera la paura, permette di affrontare le sfide con più serenità.

Personalmente sposo la follia, e spero di farlo sempre di più.

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L’ultimo rifugio e’ dentro di noi

Perche’ cerchi la gloria, l’applauso, il consenso, l’amore degli altri, la sicurezza emotiva, la distinzione? Perche’ ti condanni ad elemosinare un sorriso, un’amicizia, il sesso e la compiacenza di qualcuno, quando esiste una condizione di Essere come quella del sole che vive del proprio splendore? Perche’ ti concedi a prodotti volgari quando l’Oro purissimo splende nel fondo della tua caverna?

Raphael, “La Via del Fuoco”

Volevo oggi pubblicare un post dal titolo “L’ultimo rifugio e’ dentro di noi”, un post che avrebbe parlato di un luogo ove c’e’ sempre silenzio, quiete, pace, nonostante tutto il rumore, il caos, la paura, il dolore e l’angoscia che sono intorno. Non sono particolarmente in forma pero’, percio’ ho lasciato introdurre l’argomento al buon Raphael.

Dico subito che la sentenza di Raphael e’ da interpretare: non intende dire che le cose descritte vanno respinte, bensi’ che non vanno “elemosinate”, cercate ad ogni costo. Se arrivano, bene, altrimenti non bisogna farsene un problema, perche’ il valore di ogni cosa, di tutto, siamo noi a stabilirlo, che ne siamo consapevoli oppure no. Queste cose possono per noi essere tutto, ma possono anche non essere niente.

E’ un po’ lo stesso concetto induista (e buddista) di “maya“, ovvero di illusione che avvolge tutte le cose: non e’ che le cose non esistano, che siano false, esistono eccome ma ognuno di noi le esperisce a modo proprio ed e’ quel personalissimo modo di percepirle, legato allo “Io”, che non esiste, che e’ illusorio. Ogni cosa, di per se’, non ha alcuna connotazione negativa o positiva. Perfino la morte.

Abbiamo casi facili da vedere ed altri che lo sono meno. Ci sono persone che impazziscono perche’ non riescono a vincere una partita, mettiamo, ad un gioco alla Playstation. Arrivano a starci male fisicamente. Non hanno presente quale valore abbia nel computo di una vita la vittoria a quel videogioco, sentono solo che per loro e’ fondamentale, non possono vivere senza. E perche’? Perche’ la loro mente e’ rimasta incastrata nel desiderio, divenuto folle, di vincere quella partita. Se riuscissero solo per un attimo a fermare la loro mente, si renderebbero subito conto di quale follia stanno perseguendo. Ma la mente vive di vita propria e non vuole morire, percio’ elabora una serie di trabocchetti per non lasciarli andare.

E’ meno facile da capire, ma e’ cosi’ per tutto, anche per le cose che comunemente sono ritenute essenziali.

La mente e’ il nostro “Io”, e’ la costruzione mentale che abbiamo fatto e subito nel corso della nostra vita. E’ illusione, non concreta, ma e’ un chiacchiericcio interminabile che impedisce di connettersi alla percezione di pace che e’ in noi. Ecco perche’ molte filosofie esoteriche parlano di “morire a se stessi”. Non siamo noi a dover morire, ma e’ quell’Io che ci imprigiona nell’ignoranza, nella confusione, nella paura.

La realta’ esiste, il nostro corpo esiste, ma la costruzione mentale che abbiamo di essi, che abbiamo di noi stessi, e’ falsa, e’ come un film proiettato su uno schermo bianco: potete trasmettere qualunque genere di film e identificarvi in esso, ma lo schermo resta in ogni caso bianco.

Non sempre riesco a rientrare in quel nucleo di pace e silenzio che e’ dentro di me, ci sono riuscito solo a volte. Momenti in cui stavo molto male fisicamente, moralmente o psicologicamente. E posso testimoniare che quel luogo esiste e non dipende dalla fede, dal credo. Si puo’ anche essere atei: esiste comunque.

Vorrei estendere il tempo nel quale riesco a stare in esso, magari prolungarlo indefinitamente. Forse e’ un sogno, forse avrei dovuto perseguirlo con impegno e costanza molto tempo fa per riuscire a farcela. Ma puo’ anche darsi che anche questi dubbi siano un trucco dell’Io per evitarsi di morire.

Superare la Paura della morte – dal libro di Lucio Della Seta

Bene, finalmente sono pronto a pubblicare l’annunciato estratto dal libro “Debellare l’ansia e il panico” di Lucio Della Seta. Pensate che mi sono portato il libro in ufficio per una settimana con l’idea di scriverlo durante una delle pause pranzo ma, ovviamente, non ho avuto tempo 😛 Comunque, anche se in ritardo, eccolo qua 🙂

Superare la Paura della morte

La nostra vita ha una caratteristica indecente: finisce sempre male con tutti che piangono.

Di conseguenza, per capire le nostra difficoltà esistenziali ci dobbiamo ricordare che solo qualche decina di migliaia di anni fa i nostri antenati non sapevano di esistere. Né sapevano di morire. Secondo me, quando la funzione cosciente si è sufficientemente sviluppata da permettere loro di capire che si muore per sempre, sono andati fuori di testa.

Nel tempo hanno cominciato a portare del cibo ai morti, a inventare cerimonie, riti, religioni, superstizioni, sperando così di evitare la catastrofe.

D’altra parte, a meno di non essere seguaci della dottrina indiana della Maya, in cui la realtà non esiste e tutto è illusione, quello che sappiamo è che passiamo un certo periodo di tempo su una palla di terra, acqua, fuoco, che gira attorno al Sole.

Non sappiamo altro. Allora inventiamo. Deliriamo.

La definizione di “delirio” da parte della psichiatria è: “”una convinzione che non corrisponde né alla ragione né all’esperienza”.

Ma la psichiatria si limite a considerare deliranti solo quei comportamenti e quelle idee che appartengono a piccolo minoranze, e non considera deliranti una grande quantità di comportamenti solo perché troppe persone vi sono coinvolte.

Credersi Napoleone è delirio, mentre chi è convinto della pericolosità dei gatti neri non delira.

Insomma, se idee o concetti chiaramente deliranti sono comuni a molti, a una maggioranza, non sono più deliri.

Nelle nostre condizioni, avere dei pensieri deliranti e teorie inventate che cercano di capire e di conoscere la realtà è normale.

Ci possiamo illudere di sapere qualcosa ma non è vero: quindi è fisiologico delirare, anche se questi deliri sono poi fonti di sofferenza.

Tutte le superstizioni sono forme di delirio e la loro eliminazione è condizione indispensabile per il benessere mentale. Superstitio viene dal concetto di essere superstiti, di sopravvivere.

Chi ha l’ansia non deve conservarne neppure una. Faccia questa guerra e ne avrà enormi vantaggi perché ogni superstizione alimenta, direttamente o indirettamente, la Paura di morire.

Ho visto che nel Taoismo c’è una pratica particolare e molto saggia, si chiama Wu Wei e consiste nel “non fare”.

E’ un non fare attivo, un astenersi.

Applicare il concetto di Wu Wei al fatto che si muore è un intelligente rimedio all’irrisolvibile.

Più si tenta di risolvere il problema della morte e più se ne rimane invischiati.

Il Wu Wei può servire a governare questa Paura decidendo di non occuparsene. Si deve imparare a non occuparsene, perché non è vero che si tratta di un problema risolvibile.

Tra i significati del Wu Wei, qui, il “non fare” equivale a resistere alla tentazione di far seguito pensieri, considerazioni, idee, azioni alla Paura della morte. A 360 gradi.

E’ inutile illudersi di risolvere il problema della morte con invenzioni e pratiche che non possono funzionare mai fino in fondo.

Occuparsene è, semplicemente, una trappola infernale.

Non è impossibile imparare a essere attivi nel “non fare”.

Ci si deve abituare a non occuparsi mai del fatto che si muore. Quando viene in mente che c’è la morte, si deve imparare a ignorare questa istanza. Allora essa si estingue, smette di presentarsi e tormentarci.

Quando viene il pensiero della morte si deve imparare a restare fermi con la mente, vuoti, fino a quando il pensiero scompare. Non è facile, ma funziona.

Il beneficio per gli ansiosi è evidente, visto che l’Ansia, lo ricordo, è in ultima analisi Paura della morte.

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Commento di Wolfghost: può sembrare che questa visione sia estremamente materialista e distante dal mio modo di vedere le cose, ma non lo è veramente, non troppo almeno. In fondo ricordiamoci che il Buddha storico non rispondeva mai alle domande sulla vita dopo la morte ritenendo la faccenda superflua. Quello che interessava era la libertà dalla sofferenza, qui e adesso. La vera meditazione, in fondo, è assenza di pensiero e può perciò essere usata anche per eliminare il pensiero della morte, senza “risolverne” il problema. Lo si rimuove semplicemente. Una specie di “lontan dagli occhi, lontan dal cuore”.

Se il metodo può essere applicato a questa visione, il “progetto” finale è diamentramente opposto nel caso dei buddhisti tibetani odierni: i buddhisti infatti cercano di accettare la morte, non di evitarne il pensiero. Questa, per me, sarebbe la soluzione ideale poiché evita di ritrovarsi un giorno impreparati di fronte alla morte, sempre che essa non arrivi di colpo, senza darci il tempo di pensare.

Tuttavia è molto difficile.

E’ più facile imporsi di non pensare alla morte che cercare di accettarla fino in fondo, di convivere con la consapevolezza che c’è. Questo lo so per esperienza. Forse è per questo che Della Seta ritiene la morte un problema “irrisolvibile”.

Non so se sia veramente così, sono anzi certo che ci sono molte persone che la morte l’hanno accettata veramente, la loro come quella dei loro cari. E il cui pensiero non li disturba più.

Probabilmente l’approccio corretto è personale e la scelta individuale insindacabile.

Insomma… fate la vostra scelta, io qui non posso esservi di aiuto 🙂

Debellare l’ansia e il panico – un libro di Lucio Della Seta

Ho letto recentemente il libro “Debellare l’ansia e il panico”, scritto dallo psicologo Lucio Della Seta. Avevo comprato questo libro durante una “scorribanda” in una libreria in centro dopo una lunga indecisione, dato che ne avevo già presi altri due ed ero indeciso con un terzo che trattava più o meno dello stesso argomento. Ciò che mi ha convinto ad acquistare il libro è stato lo stesso motivo per cui stavo per scartarlo, ovvero una teoria un po’ diversa dal solito e che in prima battuta mi aveva fatto un po’ arricciare il naso… ma poi incuriosito 😉

Sostanzialmente la teoria dello psicologo romano è che la paura nasce dalla reazione fisiologica del nostro corpo di fronte ad una situazione di pericolo o di supposto pericolo, piuttosto che l’opposto (ovvero che la reazione fisiologica segua – e non preceda – la paura) ma che, sostanzialmente, non serva a nulla e sia anzi solo dannosa. Il concetto è  che – per usare il suo stesso esempio – non ci viene la tachicardia perché abbiamo paura, ma abbiamo paura perché ci accorgiamo di avere la tachicardia 😉 E la tachicardia, così come altre reazioni del nostro corpo di fronte ad un pericolo, ha un ben preciso compito che nulla ha a che fare con la paura, ovvero quello di preparare il nostro corpo ad una pronta reazione, tipicamente quella della fuga. La paura perciò non avrebbe alcuna utilità. L’autore anzi si chiede se troverà mai qualche esperto in grado di spiegargli l’utilità della paura.

La mia idea a tal proposito è che l’unica utilità della paura sia quella di non far abbassare le difese a chi non ha ancora reagito di fronte al pericolo. Ad esempio, se una persona si accorge di avere un sintomo fisico che non aveva mai avuto, la sua reazione tipica è, o dovrebbe essere, quella di verificare che il sintomo non sia determinato da una causa seria, dunque di solito si prepara ad agire di conseguenza, poniamo a chiamare il medico, ma… non tutti lo fanno effettivamente: per un motivo o per un altro tendono a rimandare ogni azione, magari sperando che il sintomo si risolva da solo. L’utilità della paura in questo caso consiste proprio nel fatto che non permette alla persona che la prova di “dimenticare” il suo sintomo (che può anche non essere “fisico”), e la preoccupazione continua, l’ansia, che ne deriva lo può finalmente portare a decidere di muoversi, cosa che altrimenti potrebbe non fare, con conseguenze anche gravi.

Una volta che la persona si è mossa… bé, allora divento d’accordo con l’autore: la paura non serve a nulla ed anzi è “un ostacolo alla mia difesa: mi toglie la lucidità necessaria per combattere o sfuggire il pericolo”.

Chi è razionale e determinato al punto di non sottovalutare il pericolo non ha alcun bisogno della paura.

Nel prossimo post riporterò un interessante estratto del libro 🙂

Come affrontare la preoccupazione – seconda e ultima parte

Bene, mi aspettavo di pubblicare prima la conclusione dell’argomento, ma il tempo e gli eventi, si sa, sono tiranni. E allora… Comunque meglio tardi che mai, no? 🙂

Come affrontare la preoccupazione – da “Dominare la mente”, di Barry Long

La preoccupazione nasce dall’interesse personale. Non vi è nulla di sbagliato in questo. Senza di esso saremmo inutili per chiunque e per qualsiasi cosa, e moriremmo. Ma la preoccupazione è un falso egoismo poiché non contiene nessuna intenzione di agire.

Il vero interesse personale si risolve in azione, al di là che l’azione sia positiva o negativa. Il falso egoismo no. La preoccupazione non contiene mai la volontà di agire, perché non ha mai un obiettivo autentico. E’ un autoinganno inconscio, deliberato, un movimento senza scopo, tutto all’interno della testa.

Anche in questo caso dovete fare attenzione ai trucchi della mente. La mente preoccupata, ansiosa, cercherà di farvi credere che sta esaminando una serie di possibili azioni. Ma non è così. Dovreste già essere in grado di sapere che nell’attimo in cui programmate una linea di condotta autentica, per riprendere una posizione, dovete smettere di preoccuparvi.

L’azione programmata richiede uno scopo. Richiede un pensiero lineare e coerente di comprensione dei fatti che conduce all’azione. Voi siete troppo impegnati a collegare i fatti per preoccuparvi; e in seguito, troppo impegnati a tradurli in azione. Rifiutate le impressioni. Sono false; sono il primo passo verso l’ansia. E poiché sono false, non resisteranno al vostro esame cosciente.

Il vostro test è il seguente: “Intendo veramente agire in base alla sequenza di pensieri che sto seguendo?”. Se la risposta è no, rinunciate. Siate onesti, siate forti.

Se avete disperato bisogno di denaro e decidete di svaligiare una banca, non vi preoccuperete mentre siete decisi ad agire. Forse sarete nervosi; ma nervosismo non è preoccupazione. Una volta presa la decisione, vi occuperete solo dei fatti che a vostro giudizio produranno un colpo sicuro. Tuttavia, se pensate di svaligiare una banca sapendo che non avete alcuna intenzione di farlo, la vostra mente si rifiuterà di lavorare in modo efficiente per voi. Non farà che trastullarsi con le impressioni: inutili e irrealizzabili sogni a occhi aperti o fantasie. Questo è il rovescio apparentemente innocuo della terribile medaglia della preoccupazione.

Osservate come, nell’ansia, l’autoinganno dà alla mente una contorsione maliziosa. Invece di pensare in modo lineare, corre attorno a una linea di pensiero circolare, finendo per ritornare sempre al punto di partenza: sulla perdita, l’impotenza o il dolore, e mai su ciò che può essere fatto nel momento presente.

Osservate come la preoccupazione cessa di esistere se solo riuscite a sostenere la prima immagine. Avvertirete ancora la perdita o la sofferenza come un senso di pesantezza, come una nube nera di sottofondo, ma non ve ne darete pensiero: davvero una strana sensazione per l’uomo o la donna abituati a restare svegli a causa delle preoccupazioni.

Naturalmente, non è facile fermare e tenere quieta la mente in questo modo, mentre le emozioni sono disturbate. Questo stato non lo si raggiunge impegnandosi un paio di volte a meditare sull’ansia. Nasce dalla pratica costante di ogni esercizio illustrato in questo libro, dalla dedizione al vostro scopo.

Se non riuscite a smettere di pensare nei momenti migliori, di sicuro troverete difficile farlo nei momenti peggiori.

[…]

Situazione: avete un problema. Ci avete pensato e ripensato senza approdare a nulla.

Provate a sostenere il pensiero principale; quello che continua a ricorrere. E su di esso fissate la vostra attenzione.

Adesso chiedetevi:

Quante volte ho già pensato a questa cosa?

Poi riesaminate i fatti.

Qual è la situazione?

Cercate di capire se potete intraprendere un’azione.

Intendo veramente agire?

Se c’è qualcosa che potete fare…

Fatelo subito.

Se non c’è nulla da fare…

Perché continuo a pensarci?

Se vi sono diverse possibilità, quindi incertezza e confusione…

Che cosa voglio?

Se non lo sapete, sostenete la sensazione del volere qualcosa. E’ una sensazione che si trova da qualche parte nel vostro corpo. Per il momento non vi è altro da fare.

Abbandonate il pensiero.

Aumentate il tempo che dedicate ogni giorno alla meditazione.

I momenti di profonda preoccupazione, quando la mente è disperata, sono quelli in cui dovete utilizzare tutto ciò che avete appreso finora.

Avete la sensazione che la meditazione non vi aiuti. Non riuscite a fermare i pensieri. Allora ricordate questo:

A ogni tentativo, guadagno in consapevolezza.

E ricordate:

C’è la preoccupazione.

E c’è il vostro corpo.

Non sono la stessa cosa.

Io non sono la preoccupazione.

Come affrontare la preoccupazione

Come ben sa chi segue il mio blog, uno dei temi a me cari è la paura, esattamente come affrontarla e tentare di sconfiggerla. Parlo spesso di questo argomento perché io stesso sono frequentemente vittima della paura, in particolare della paura della paura.Posso dire che sono decenni che cerco la “strada giusta”. Dunque quando parlo a voi parlo anche e soprattutto a me stesso.

La preoccupazione è precorritrice della paura: curate la preoccupazione e nel 90% dei casi curate anche la paura. Ecco perché ho deciso di pubblicare un estratto interessante dal libro “Dominare la mente”, di Barry Long. Probabilmente mi servirà più di un post (un paio direi), ma… se mi seguirete e, come tutte le cose, se proverete a mettere in pratica quanto Long scrive… avrete fatto un passo avanti sulla strada della libertà dalla preoccupazione e, dunque, dalla paura.

Come affrontare la preoccupazione – da “Dominare la mente”, di Barry Long

Quando siete preoccupati e non riuscite a smettere, significa che la mente vi sta dominando. Ma nessuno si preoccupa di continuo. La preoccupazione arriva a ondate. Quindi, quando siete in questo stato d’animo, sedetevi come al solito, fate qualche respiro profondo e osservate quel che accade. Cercate di isolare la prima immagine che arriva; e sostenetela il più a lungo possibile. Poi, dopo esservi persi nel pensiero e aver riacquistato la padronanza, procedete a ritroso, se ci riuscite. Dovrete lavorare più duramente per rimanere consci o presenti. Le onde che portano i pensieri ansiosi saranno molto forti. Probabilmente dovrete faticare non poco mentre la mente si ribella; vuole smettere di essere consapevole e ritornare indisturbata alla sua preoccupazione. A questo punto però, dovreste essere in grado di restare separati dai pensieri e tornare a essere presenti, anche se ben presto finirete con l’identificarvi di nuovo con la preoccupazione.

La cosa importante è ricordare di separarsi. C’è la preoccupazione, ovvero i pensieri, poi ci siete voi, l’osservatore. Non siete la stessa cosa.

Ciò che conta è il numero di volte in cui, in ogni minuto, ora o giorno, ricordate di separarvi; non per quanto tempo ritenete di aver sostenuto ciascuna separazione.

Non fatevi scoraggiare. E’ difficile. Ma, perseverando, anche se avete l’impressione di fallire spesso, voi vincete… guadagnando in consapevolezza.

La preoccupazione si accompagna sempre a un senso di sconfitta. Se associata alla previsione di una perdita o di una sconfitta, diventa paura. La perdita sembrerà molto personale, ma se osservata da vicino la si può far rientrare in una di queste categorie: perdita di potere, posizione, prestigio, averi, permanenza (salute) o di una persona. Perdere una di queste cose equivale a perdere parte di sé e fa male.

L’apparente entità della perdita è irrilevante. Per alcune persone la perdita del loro buon nome ha più importanza della morte del loro figlio. I valori cambiano a seconda dell’individuo. Una cosa che non cambia è la sensazione di perdita e il peso del dolore che ne consegue.

Poiché la meditazione scava nel vostro intimo, renderà più intensa la vostra capacità di soffrire. Ma sarà una sofferenza che non dipende da “io” e “mio”. Questa sofferenza – è veramente un profondissimo anelito per quanto non può essere espresso a parole – è ciò che di meraviglioso vi è nell’uomo e nella donna e  il suo albeggiare è un risveglio.

La meditazione rimuove lentamente la sensazione che perdete qualcosa, di conseguenza, alla fine vi libera da tutte le preoccupazioni. E trasforma la persistente sofferenza in amore.

Lasciate che vi rammenti in che modo la meditazione fa tutto questo. Elimina ciò che di falso vi è in voi, consentendovi di vedere consciamente la falsità. Quando vedete consciamente il falso che c’è in voi, lo eliminate. Sotto la falsità – sotto la spazzatura – c’è il vostro vero essere. E nel vostro vero essere c’è quel meraviglioso sentimento cui tutti, senza eccezione, anelano e con il quale sembrano aver perso il contatto: l’amore.

La preoccupazione è falsa. Ma sentirvelo dire o riconoscerla, e non essere in grado di fermarla, per voi non è sufficiente. Dovete sentirne la sofferenza, E dovete riconoscerne la falsità in voi stessi: mentre siete preoccupati e non dopo. Con il senno di poi tutti sanno che l’ansia è stupida, ma poi si preoccupano di nuovo. Non importa fino a che punto siete convinti che l’ansia sia falsa e che riconosciate che lo sia, continuerete a preoccuparvi. Come a qualsiasi altra cosa falsa, la preoccupazione può essere superata solo comprendendola nel momento in cui è attiva, quando si agita in voi.

Per comprendere qualsiasi cosa, la dovete osservare in azione, esaminarla e, se possibile, entrarci; esserci quando nasce.

Se meditate regolarmente, e con serietà, vi ritroverete a separarvi in modo naturale. Nel pieno della preoccupazione vi saranno strani interludi silenziosi. Questa separazione è un segno inequivocabile di progresso. [continua…]

P.S. (e O.T.): voglio fare un piccolo favore ad un blogger pubblicando l’indirizzo del suo blog; è molto diverso dal mio: parla di giochi 🙂 Ma… la vita, per fortuna, comprende anche il gioco, no? Non dimentichiamolo 🙂 E allora…

http://ilblogdeigiochi.wordpress.com/

Il controllo della mente

Bene, direi che il tempo corre e che la mia latitanza è stata fin troppo lunga 🙂

Stasera, mentre facevo yoga, mi sono soffermato su quanto la mia mente sia stata labile in questi ultimi anni. Un tempo sapevo fermare i miei pensieri, seppure per il lasso di tempo di una breve meditazione, ora non ci riesco più, forse non lo ritengo più così importante di come lo ritenevo un tempo, eppure non è così, e lo so.

Noi pensiamo che la meditazione sia una azione fine a sé stessa, con un inizio e una fine, con dei vantaggi, certo, ma pur sempre una azione fine a sé stessa. Per i buddisti la meditazione, il controllo della mente – anche per pochi minuti – è solo l’inizio di un processo che dovrebbe permettere di controllare, di cogliere, il cambiamento degli stati mentali e, se è il caso, bloccarli. E non solo durante la meditazione, ma anche in tutti gli altri momenti della vita. La meditazione è… un esercizio, un mezzo per capire come funziona la mente e controllarla il più possibile.

Non vi è errore in questo, non è una cosa che impedisce di vivere la propria vita, di vivere le emozioni, cosa che in fondo è ciò che teme l’uomo occidentale di queste pratiche, ma è qualcosa che permette di discernere le emozioni stesse, rifiutandole se sbagliate, lasciandole fluire in piena libertà se giuste. Questo è meraviglioso. Può voler dire, ad esempio, controllare la paura eppure… servirsene ugualmente. Se una persona ha paura, direte, può essere giusto che ce l’abbia, perché la paura può essere un campanello d’allarme capace anche di salvare la vita. Ma una volta che si sia colta la causa della paura, e che si sia consapevoli della reazione da avere, la paura diventa inutile, bloccante, un germe capace di uccidere ogni azione difensiva. La paura, all’inizio alleata, può diventare facilmente una nemica. Ecco, il controllo della mente può controllarla, prendendo atto della causa che la provoca e sopprimendola quando non serve più. Ovvero, generalmente, pochi minuti dopo che è sorta.

La paura è solo uno dei tantissimi esempi che si potrebbero portare, non avere il controllo della propria mente è forse la cosa più deleteria e con maggiori conseguenze che possiamo fare a noi stessi; ma saperlo razionalmente non basta, sappiamo tutti che quando la paura si è trasformata in panico riprendere in mano la situazione è quasi impossibile. Ecco perché esistono pratiche come la meditazione: esse, se accompagnate dalla consapevolezza, dal sapere a cosa servono, permettono a poco a poco di controllare il proprio stato mentale, di capire come funziona, le sue variazioni, e di riprenderne le redini in mano.

Non serve meditare 24 ore al giorno, per noi non sarebbe possibile. Serve capire come funziona la mente, cogliere i segni di una variazione dello stato mentale che sta per sorgere, e, se è il caso, fermarla.

Buon ferragosto a tutti 🙂