L’importanza della reazione

Questo post prende lo spunto dall’intervento di Sherwood (ilritornodelre) nel commento #12 al post precedente.
Sherwood, come immagino tante persone che hanno letto o leggeranno quel post (infatti nel momento in cui rileggo questo scritto prima di pubblicarlo gia’ altri hanno indicato aspetti simili), obietta che ci sono situazioni nelle quali “vedere il famoso bicchiere mezzo pieno” e’ oggettivamente difficile e porta un paio di esempi evidenti: il dramma di Haiti e chi perde il lavoro in una eta’ gia’ avanzata e dunque estremamente problematica per il re-impiego. A questi mi sento di aggiungere tutte le persone malate senza speranza e che soffrono molto.
Apparentemente sembra utopistico “vedere positivo” in situazioni come queste, anzi potrebbe addirittura suonare offensivo…

Voglio raccontarvi una storia, anche se certamente molti di voi gia’ la conoscono. Alla fine degli anni ’40 (non importa la precisione di date, nomi, luoghi, non fatemi andare a scartabellare ;-)) i cinesi invasero il Tibet, il cui pacifico popolo non impugnava le armi ormai da tempo. Oltre alle devastazioni ed alle vittime dell’invasione (alcuni tibetani furono perfino costretti a uccidere i propri famigliari), ci fu, e c’e’ ancora, un tentativo di… “ricondizionamento” della popolazione locale attraverso metodi a dir poco cruenti, come vere e proprie deportazioni di massa. Il Dalai Lama e molti altri Lama, che non erano mai usciti da quella regione, furono costretti a fuggire.
Oggi i buddisti tibetani all’estero, oltre ad aver istituito un “governo in esilio” nel nord dell’India, si sono sparsi per il mondo portando ovunque la loro preziosa parola di pace e liberazione dalla sofferenza. Questo fatto e’ stato di incalcolabile importanza per il mondo che, in precedenza, aveva solo notizie frammentarie di questa plurimillenaria saggezza.
Lama Yesce (mi pare sia stato lui, se sbaglio spero di esser perdonato :-P) parlando dell’esilio imposto dai cinesi ebbe una volta a dire che “i cinesi ci hanno “invitato” a portare la nostra parola nel mondo” 😉

Non abbiamo il potere di cambiare certi drammatici avvenimenti, ma abbiamo almeno quello di scegliere come possiamo reagire ad essi, anche se forse, piu’ di “scelta del momento”, si tratta di una lunga preparazione, di uno “stile di vita appreso”.

Una delle mie piu’ grandi paure riguarda la morte. Non tanto pero’ la paura del decesso in se’, quanto quella del terrore nel quale probabilmente sprofonderei nel momento di avvicinarmi ad essa. E’ insomma… la paura della paura.
Lo so, lo so, per molti puo’ sembrare consolatorio lasciare questo mondo sereni anziche’ in preda alla disperazione profonda, ma chi ha visto il terrore negli occhi di una persona morente, per una qualunque causa, credo abbia la mia stessa percezione che cosi’ non sia.

Proprio oggi ricorre il giorno della memoria. Pensiamo sia forse inutile o puramente consolatoria la testimonianza di persone che riuscirono a mantenere la loro serenita’ perfino nei lager? Pensiamo che sia offensivo ricordarli o ispirarci a loro per quanto possibile perfino nel nostro “piccolo”, che a volte purtroppo tanto piccolo non e’?
Non credo. Anche se, e’ chiaro, aspirare a qualcosa non significa possederlo gia’ e forse nemmeno arrivarci mai.

araba fenice

52 pensieri su “L’importanza della reazione

  1. caro Wolf, il tuo post è molto saggio e altro non si può aggiungere.
    Se non che vorrei raccontarti come ieri sera sono stata ad una rappresentazione teatrale, molto ben fatta, "la speranza tradita" testimoninze di deportati toscani, e francamente coloro che erano rinchiusi nei lager ebrei e non( finalmente c’è questa apertura) attendevano la morte come una liberazione dalle sofferenze enormi a cui erano sottoposti ogni giorno. Onestamente non temo al morte, temo il modo in cui ci arriverò.
    ONORATA di essere la prima a commentare da te.
    Molte volte evito di commentare perchè non ho tempo di leggere i commenti altrui e non vorrei ripetere ..

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  2. Quindi vale quello che ho scritto ieri:
    Non è detto che un fatto negativo sia davvero negativo,
    non è detto che un fatto positivo sia davvero positivo.
    Sempre dai cinesi viene.

    Son contenta che tu abbia notato l’accostamento dei due diari.
    50 anni li dividono, eppure…..
    Davvero l’uomo impara dai propri errori?
    Serena notte.

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  3. La maggior parte dei nostri guai e dolori è probabilmente portato dall’incentrare sempre tutto su noi stessi, qualsiasi cosa positiva o negativa che entra nel nostro universo personale  trovandoci perfettamente al centro di esso ci colpisce, tutto questo è assolutamente naturale e normale, anche se probabilmente fuorviante e per certi versi deleterio,  siamo talmente concentrati verso il centro del nostro universo da non accettare l’idea che esistano altri universi con un proprio centro con caratteristiche positive e negative perfettamente uguali a quelle presenti nel nostro universo protettivo, da questo fatto siamo portati a vedere lo stesso bicchiere pieno a metà, chi mezzo vuoto e chi mezzo pieno, la difficoltà che ci frega è l’incapacità di accettare tutti che quel bicchiere è unicamente riempito a metà, apparentemente sembrerebbe un fatto indifferente, ma non lo è, l’ammettere il vero stato di quel bicchiere ci toglierebbe molti degli alibi che noi ci costruiamo nel nostro vivere, che finiscono per danneggiare chiunque, noi compresi.

    Io credo che tutti gli esseri umani chi più e chi meno abbiano paura della morte, la maggior parte ne hanno paura e basta, una paura illogica, incondizionata, sbagliata, non si deve avere “Paura” della morte perché essa è l’ineluttabile, nessuno al mondo la può evitare, quindi perché averne “paura”, certo è umano lo sperare che ci colga il più tardi possibile, che ci colga ancora vivi, che ci colga nel modo più naturale ed umano possibile, io in tutta onesta non la temo, ho molta più paura della sofferenza che a volte crudelmente l’accompagna e la precede.
    Su un commento precedente ho letto la domanda “Davvero l’uomo impara dai propri errori?” io sono convinto che la risposta più vera sia “assolutamente NO”  gli eventi umani si rappresentano sempre nella loro ciclicità, il continuo ripetersi degli stessi eventi, degli stessi errori, nell’intero arco della storia umana è stato un continuo ripetersi di poche essenziali regole di sopravvivenza, regole che hanno sempre e solo trovato le medesime soluzioni, l’uomo non è mai migliorato nel suo intimo, ha solamente saputo trarre profitto dalle invenzioni  che nella sua storia ha saputo darsi, il culmine lo si è raggiunto in questi ultimi due secoli, dove l’uomo ha saputo superare se stesso nell’ingegnarsi dal punto di vista puramente scientifico e tecnologico, arrivando a creare l’impensabile, ma lo ha fatto sempre per gli stessi motivi dei suoi avi e antenati, la guerra e la sopraffazione di alcuni esseri sugli altri, quindi intimamente, psicologicamente intellettualmente ha mantenuto sempre gli stessi istinti primitivi, senza fare mai un vero passo avanti verso significati più veri verso il senso della vita umana.
    Non condivido il pensiero “Pensiamo sia forse inutile o puramente consolatoria la testimonianza di persone che riuscirono a mantenere la loro serenità perfino nei lager?” io credo che nessun essere umano che ha vissuto la storia dei lager abbia mai provato quel sentimento chiamato serenità, perché la loro personalità. il loro spirito, il loro io, il loro sentirsi esseri umani è stato abilmente cancellato e spazzato via dalla brutalità e dalla perfetta macchina distruttrice nazista, per quello che ho letto di chi è sopravissuto alla shoa neanche dopo a guerra finita è riuscito a riprendere del tutto la propria umanità capace di donargli la serenità,non essendoci mai stato il dono dell’intimo perdono, al contrario, un sentimento che ha accomunato quasi tutti gli scampati è il senso di colpa che li ha portati a chiedersi ripetutamente “Perché io no, perché io mi sono salvato e gli altri no” queste semplici domande evidenziano proprio il fatto che queste persone difficilmente hanno ritrovato la pace interiore fino al punto da ritrovare la serenità, anche chi è sopravissuto e dopo è riuscito a fare una vita decente non è mai riuscito a ricucire lo strappo nell’anima ricevuto in quel insulso periodo, anime marchiate in modo perenne, proprio come quel numero tatuato sulla loro pelle .    
    Probabilmente sono uscito dal tema, se è così perdonate il mio dire, ciaooo neh!

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  4.  Quindi bisogna essere positivi per ogni avvenimento. Dunque (semplificando) è un bene che Hitler abbia dato vita all’olocausto, sono state un bene le purghe staliniane, i voli della morte argentini, il genocidio in Rwanda, la guerra in vietnam, l’unità 731 etc. , ci hanno insegnato quanto male può esistere.
    In ogni cosa si può trovare del positivo (sarà perché non esistono IL male ed IL bene?), e quindi ? Cosa porta il vedere in positivo (cosa possibile, per la natura stessa delle cose) eventi drammatici? Al di la dell’effetto del positivismo sulla nostra biologia, perché si "deve" vedere il bicchiere mezzo pieno quando è a metà e basta? Voler essere positivi sempre non è lo stesso errore di chi è vittimista e vede negatività in tutto?

    icy stark

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  5. x Titti: si, anche io ho letto e visto nei documentari che molti attendevano la morte come una liberazione. Il tipo di serenita’ che intendevo io nel post era pero’ riferita piu’ ad un reale stato d’animo che ad un desiderio di cessazione della sofferenza.
    Grazie Titti, comunque anche io quando capito in post altrui con molti commenti non sto li’ a leggere tutti quelli precedenti, non ne avrei il tempo

    x Azalea: be’, l’uomo che "vive con gli occhi aperti", che accetta di imparare, si’. L’umanita’ in se’… non lo so; forse lo farebbe se ne avesse il tempo, ma ciclicamente le civilta’ vengono distrutte e bisogna ricominciare tutto da capo o quasi

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  6. x AlanFord: il problema della visione egocentrica dell’uomo e’ spesso citata anche dai Lama, resta da vedere quanto davvero sia "normale", forse lo e’ solo in dipendenza della cultura nella quale si vive piuttosto che intrinseca nell’uomo. Sono d’accordo sul fatto che il bicchiere andrebbe visto per quello che e’, ovvero a meta’; questo spirito di accettazione pero’, se reale, ovvero se non accompagnato da sensazioni negative, e’ per me equivalente a vederlo mezzo pieno, con questo termine infatti non intendo "evitare di vedere i problemi parandosi dietro un eccesso di ottimismo", ma piuttosto accettare la realta’ per quello che e’ svuotandola il piu’ possibile della carica emotiva negativa che ci trasmette.

    Sull’imparare dai propri errori, sono d’accordo a livello di "umanita’", mentre credo che individualmente dipenda, di nuovo, dall’accettazione di cio’ che ci accade, apprendendo cosi’ cio’ che c’e’ da apprendere.

    Infine, testominianze di persone che hanno realmente affrontato la shoa trovando in se’ stessi la forza di rimanere sereni, ne abbiamo, anche se certamente non sono stati casi frequenti, non sarebbe stato possibile lo fosse d’altronde. Sono modelli, come scrivevo, ai quali ci si puo’ aspirare idealmente, non forse per arrivare a tanto, ma almeno per riuscire a fare qualche passo avanti.

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  7. x icy stark: prima di tutto benvenuto, grazie per il tuo apporto
    Ovviamente no, non e’ stato un bene nessuno degli avvenimenti che hai citato, come non lo e’, nel nostro piccolo, romperci una gamba ad esempio.
    Il principio non e’ quello "New Age" che ogni cosa che accade lo fa per insegnare qualcosa a noi o al mondo e dunque e’ il benvenuto, assolutamente. Il principio e’ piuttosto che, gia’ che i drammi accadono, almeno possiamo trarne quanto essi possono insegnarci, e possiamo affrontarli con uno stato d’animo migliore di quello di cadere preda della disperazione nera che tutto distrugge, anche dentro di noi.

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  8. Mi è capitato di incontrare per amicizia o solo per intervist diversi reduci dai campi di lavoro, un paio anche da quelli di sterminio. Altri civili o partigiani torturati. Questo è il punto: LA TORTURA…che cosa lascia dentro per averla subita o PEGGIO ancora essere stati testimoni impotenti difronte a quei "comportamenti". I secondi sono i più reattivi anche se la stragrande maggioranza ha provato vergogna e colpa.
    Voglio fermarmi ai torturati: man mano che ne conoscevo uno in più qualcosa mi richiamava al precente. Il SORRISO, solo loro lo hanno. E’ un sorriso dolce…scusa Lupo se non so spiegartelo. Accadde e accade di riscontrarlo in persone che si vedono in tv, non necessariamente testimoni di fatti della guerra mondiale. Man mano parlano e più le loro labbra, gli occhi assumono quel "qualcosa". Ciao

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  9. condivido le tue parole, e condivido poi in  pieno la tua paura della morte;e non tanto di quello che sarà dopo, quanto del momento stesso…si, è vero; è la paura presente in tutti noi, non c’è scampo…fra l’altro in questi giorni c’è una persona amica che sta molto male, sta soffrendo…quindi alla morte ci penso parecchio…eh si.

    sempre interessanti i tuoi post..sempre:)

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  10. x Azalea: certo, è il potere indubbio della condivisione
    Buonanotte a te!

    x Morellina: sì, so che può sembrare assurdo, ma ci sono culture dove le persone si preparano per quel momento, basta pensare ai vari "libri dei morti": quello degli egizi, quello dei tibetani, e comunque anche nella nostra tradizione cristiana, in fondo, ci si prepara per quel momento.
    Un caro saluto e… solidarietà per la tua amica!

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  11. Condivido tutto quanto hai detto. Riguardo la paura della paura, ebbene anche per questo aspetto ci sarebbero i mezzi per vedere positivo, ma è un argomento così poco affrontato e così messo al bando (lo considero il più grande tabù dei nostri tempi), che non viene quasi mai trattato. Quindi ti ringrazio anche per questo pregevole spunto.

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  12. Si, sono d’accordo. Nella societa’ moderna la paura non e’ apprezzata, molti la rifiutano e la scacciano, la negano piuttosto che cercare di risolverla. Cosi’, ci sono persone che, coltivando il loro piccolo orticello, sono infastiditi dalla paura del prossimo perche’ in qualche modo li riporta alla realta’; in questo modo possono creare anche un’ermaginazione delle persone in difficolta’.
    La paura non va negata, ma risolta con la consapevolezza.
    Grazie

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  13. la paura della paura …..  "la morte non va temuta  perchè quando ci siamo noi non c’è lei quando c’è lei non ci siamo noi" il punto si sposta quindi altrove ,al prima del passaggio….
    Ripenso a mio nonno quando all’età di novant’anni suonati ,diceva che nel suo paese era rimasto lui  il più vecchio ,e in cuor suo,   questo da sempre, si augurava  di morire senza soffrire. Fu esaudito, se così si può dire o credere , è morto nel sonno….
    …il morire è un fenomeno naturale  anche il soffrire forse, ….sono entrambi utili alla natura???…. il primo sicuramente, il secondo non so forse soffrire non lo è …e se dipende da noi allora auguriamoci di arrivare a quel tragurdo quando siamo in grado di decidere come vivere la sofferenza ….con il sorriso o con il pianto.

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  14. Un post a 360 gradi su questo problema.
    Gli scampati della shoah sono come i tibetani. Se sono vivi sono stati "salvati" per raccontare, affinchè il mondo non dimentichi. Anche loro se ne andranno, e non ci saranno più testimonianze dirette, la parola di chi racconta.
    La paura della paura non esiste per me. Non siamo eterni, siamo di passaggio. Mi incuriosisce il post mortem…cosa ci sarà??? Nessuno è più tornato e non ci sono testimoni.
    Certo mi seccherebbe morire non avendo fatto alcune cose che averi voluto fare.

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  15. vero.
    i cinesi tentano un altro genocidio.
    uno dei tanti.
    (armeni? curdi? ebrei? indiani d’america?)
    mica pochi… e alcuni poco conosciuti (curdi e armeni…).
    E’ altresì vero che la religione buddista è la più pacifica del pianeta,
    è la sola che non esige sacrifici sanguignolenti…
    ed è vero che si è sparsa nel mondo… prova vivente il mio batterista…!

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  16. x Zeroschemi: certamente e’ un augurio che non si puo’ non condividere Sono d’accordo anche sul resto, l’unica cosa che mi ha sempre lasciato perplesso e’ la frase di Epicuro. Perche’? Be’, solo perche’, pur nella sua verita’, ho qualche dubbio sulla reale… implementazione Ovvero: tra il dire e il fare…

    x Stefano: per non parlare di quelli che ancora oggi si stanno perpetrando in Africa, in un silenzio quasi assordante, caro Stefano
    Gia’, assolutamente: dove la trovi un’altra religione che invita tutti i credenti di altre fedi a restare fedeli a quest’ultime, semplicemente adottando come metodo di serenita’ il controllo della mente che essa propone? Il buddismo, almeno quello tibetano, non e’ interessato a far proseliti, ma solo a portare liberazione dalla sofferenza a tutte le creature del mondo

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  17. x Ludmilla: be’, un po’ come per la frase di Epicuro, citata da Zeroschemi e di cui ho detto qua sopra, il fatto di sapere di essere "di passaggio" non mi pare aiuti nell’estinguere la paura della morte, anzi e’ una consapevolezza difficile da gestire, forse e’ proprio il punto centrale di tutto il discorso.
    Mi ha fatto pensare la frase "Certo mi seccherebbe morire non avendo fatto alcune cose che averi voluto fare"… da un lato e’ da un po’ ormai che penso che tutto cio’ che avrei voluto e voluto fare l’ho avuto e l’ho fatto (ma non e’ che avessi grandi pretese, eh! ), in fondo adesso vorrei solo avere la perenne serenita’ per godermi cio’ che ho e cio’ che, sebbene non cercato, arriva e arrivera’ Dall’altro penso che a ben vedere… mi piacerebbe perfino invecchiare Si’, dico… essere in pensione, senza piu’ "cose da DOVER fare" ma solo cose da "POTER fare", avendo la capacita’ di godere finalmente della vita senza aspettative In realta’ nulla vieterebbe, in teoria, di pensare la stessa cosa gia’ prima, gia’ adesso, senza necessita’ di aspettare la vecchiaia… ma di nuovo, tra il dire e il fare… Il punto e’ che potenzialmente c’e’ sempre qualcosa che uno vorrebbe avere o fare, dipende da che punto di vista, materiale o emotivo, si guardi la faccenda

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  18. Credo che l’importante sia il bicchiere.
    Se é mezzo pieno é perchè abbiamo tolto da esso una parte di cose che erano diventate inutili e superflue. Abbiamo ridato al bicchiere l’essenza del contenuto valoriozzando così il contenitore.
    Se invece é mezzo vuoto, ciò che rimane é parimenti il valore del contenuto e del contenitore.
    Se i tibetani, scacciati dalla loro terra, hanno visto in ciò il bicchiere mezzo vuoto, d’altra parte hanno seminato il mondo con il loro pensiero e in
    qualche misura l’umanità ne ha tratto giovamento.
    Quindi ciò che togliamo o aggiungiamo, é giustificazione del contenitore, che a mio avviso, siamo noi.
    Spinti a vivere, aggiungiamo e togliamo da noi stessi, alla ricerca di un equilibrio, il migliore per noi.
    Un’ultima chiosa riguardo la morte. Personalmente so che devo morire, é un fatto naturale, ma non mi spaventa tanto il come, piuttosto il perché.
    Su di una sorta di confine non capisco perché nella mia vita debbo imparare a vivere e quindi accumulare esperienza e poi ad un certo punto tutto s’interrompe.
    Di questa esperienza , quanta rimane in eredità, se rimane o deve rimanere o può rimanere?
    Oppure tutto é circoncluso a se stessi?
    Voglia d’immortalità?
    O forse  forte attaccamento alla vita, tanto da essere contrariato del non sapere cosa accadrà domani?

    Sempre tremendamente vivo questo fantasma.

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  19. Eh, caro CapeH… le tue sono domande "pesanti" come macigni…
    Credo che se fossimo sicuri che la nostra coscienza non si interrompe con la morte, anche affrontare essa sarebbe molto piu’ facile, perfino nella sofferenza. Dici che ti chiedi il perche’ dell’apprendimento se poi tutto svanisce, be’… pensa a chi se ne va soffrendo terribilmente… a maggior ragione la domanda "perche’?" varrebbe ancora di piu’.
    Il lama che ho citato nel post mori’ per insufficienza cardiaca. In realta’ i medici americani gli diedero non piu’ di sei mesi di vita se non si fosse fatto operare, ma lui, d’accordo con i suoi capi, rifiuto’ confidando nel potere della meditazione. Visse molto piu’ a lungo, ora non ricordo quanto, se non vado errato mi pare una decina d’anni. Quando infine venne ricoverato in condizioni disperate, nel trasporto verso la sala operatoria continuo’ a scherzare con gli infermieri presenti e a chiedere informazioni sulla salute di persone che gli erano stati vicino. Disse che ormai non lo spaventava piu’ la morte, che aveva fatto quanto doveva fare e dunque poteva andarsene in pace, e poi… credeva fermamente che quella non fosse una vera fine, per cui… perche’ averne paura?
    Mi piacerebbe farti una promessa alla Houdini: se me ne andro’ prima io… trovero’ il modo di contattarti per darti testimonianza che non tutto finisce qua ma… se probabilmente non ce l’ha fatta lui… non credo ne sarei capace io

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  20. ciao "franceschino",
    ho letto tutto ma sinceramente non riesco a fare un commento "di getto" anche per evitare il rischio di sparar cazzate.. devo rifletterci un pò.
    nel fattempo, un caloroso abbraccio.
    SHERWOOD

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  21. Commentare questo post è davvero difficile posso solo dire di non
    dimenticare mai ma purtroppo non è così ci si ricorda solo nel giorno della memoria e gli altri 364 giorni????….
    Tu sempre riflessivo nei tuoi post buon fine settimana Wolf..
    Un abbraccio..
    Anna.. 

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  22. x Sherwood: personalmente apprezzo questa linea, piuttosto che lasciare un commento tanto per lasciarlo…
    Non ti preoccupare: il post non scappa Abbraccione!

    x Fer: un salto cercherò di farlo, ma domattina parto presto e torno domenica sul tardi… si fa quel che si può!

    x Anna: grazie Anna. In realtà questo post non è nato per parlare del giorno della memoria, ma l’argomento sembrava collegato… così è venuto da sé.
    Un abbraccio anche per te

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  23. Ieri mattina c’è stato il funerale di un ragazzo di 15 anni, figlio unico di amici morto improvvisamente venrdì scorso.
    Difficile trovare dentro di noi la forza di sopportare e di accettare serenamente una tragedia simile…!
    Allora, tutti i bei discorsi che si fanno, che abbiamo fatto, che ho letto…. sembrano perdere senso.
    Magari non c’entra, magari sì.
    Buon fine settimana caro Amico, a volte vorrei avere la tua saggezza, in mancanza di quest’arma, reagisco come sono capace.

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  24. non ho molto da dire…se non grazie come sempre delle tue parole,che rappresentano una vera iniezione di senerenità nella mia giornata.
    a presto

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  25.  Allora Francesco, "habemus papam".
    Premetto che io delle culture orientali non sono a conoscenza però conosco un motto che ho sempre riposto nel mio cuore che è il seguente:
    “il mondo non si cambia, così come non si può pretendere di cambiare il prossimo.
    Cambia te stesso e avrai cambiato il mondo”.
    Questo motto mi sostiene a lungo nella mia esistenza e, anziché bestemmiare contro la tale e talaltra cosa, o contro talaltra persona, mi incita a rafforzare me stesso per sopportarli. E per me è stata oltre che una grande rivelazione, anche un elemento utile e pratico di vita.
    Come dire “le cose non sono per quello che sono, ma per come tu le vedi”.
    E qui siamo d’accordo. Tanto premesso veniamo al punto.
    Di esempi di popoli deportati o derisi o decimati nella storia ce ne sono a bizzeffe.
    Penso al popolo ebraico, ad esempio. Lo stato di Israele, oggi, tu sai che è una delle potenze economiche, politiche, militari e nucleari tra le prime al mondo, con ramificazioni nella finanza di carattere anche decisionale, negli Stati Uniti, piuttosto che in Russia (in Cina non entrano perché sanno quello che fanno).
    Il “mossad” è addirittura l’apparato spionistico più potente del mondo, molto più avanzato della CIA e del KGB messi insieme.
    Un popolo che, addirittura, nonostante gli eccidi di massa ed i forni crematori, ha sempre visto il bicchiere “tutto pieno”, senza mezze misure.
    Anzi, l’aver subito tale genocidio li ha ulteriormente rafforzati (pensa al paradosso).
    E questo dimostra che noi, noi esseri umani, non siamo tutti uguali.
    Esistono delle componenti…come dire, “genetiche” delle quali si deve tener conto.
    Credi che qualora le medesime vicissitudini fossero capitate agli albanesi, o ai bulgari o ai cileni, piuttosto che agli italiani, costoro oggi avrebbero lo stesso potere politico ed economico che ha nel mondo lo stato di Israele?
    Io non sono “tifoso” né degli Israeliani né dei Palestinesi perché tutti hanno le loro colpe.
    Resta il fatto che lo Stato di Israele vive in un fazzoletto di terra circondato da arabi e da lì non li “schiodi” e guai a chi si avvicina.
    L’errore, secondo me, è quello di “generalizzare”. Come dire “in quanto essere umano, e disponendo solo di questa prerogativa, tu hai il potere di vedere il bicchiere mezzo pieno”.
    Non è così.
    Non è solo una questione di “forza di volontà”.
    C’è qualcosa, all’interno di alcuni di noi, che tu non puoi combattere ricorrendo alla “volontà”.
    Esistono delle debolezze di carattere “strutturale” che ci differenziano per le quali talune difficoltà sono una mosca per altri sono una montagna.
    E non si risolvono con il”ragionamento”.
    Perché sono contenute nel nostro DNA.
    Certo che poi influisce l’educazione, la formazione, la volontà, l’intelligenza, il “self-control”, l’amore o meno per la vita, ma c’è sempre qualcosa che……sfugge (o non sfugge), al nostro controllo. Aspetti emozionali.
    Esistono studenti che si buttano dal settimo piano per aver subito un 4 in matematica.
    Credi che veramente la causa sia il 4 in matematica?
    Altri che, al contrario, ci ridono su e prendono anche “per il culo” il professore.
    Ma né gli uni, né gli altri, hanno mai “ragionato” sul bicchiere “mezzo pieno” piuttosto che “mezzo vuoto”.
    Sono forze, o debolezze, che ci portiamo in grembo fin dalla nostra nascita.
    Anche tornando ad Haiti. Ho visto persone che, sorridenti, prendevano in mano calce e mattoni e ricostruivano la loro casa, altri si sono dati una coltellata nel culo e l’hanno fatta finita.
    Credi che la differenza tra l’uno e l’altro sia dovuta ad un “ragionamento” a volo radente sulla filosofia della vita?
    Io non credo.
    Io ho capito che l’intento del tuo scritto è stato quello di infondere ottimismo in barba al pessimismo imperante e dilagante. E lo apprezzo molto. Ma il discorso è complesso ed investe la condotta ed il comportamento di vite a volte “recuperabili”, a volte senza scampo.
    Con immutata stima, ti rivolgo un abbraccio forte.
    SHERWOOD

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  26. Tocchi un argomento difficile Wolfghost, questa volta. Mi viene da chiedere se, quando tutto crolla intorno e vedi solo devastazione,  l’uomo per natura sia  incline a "creare la serenità" che lo sostenga per andare avanti?
    Certo è che la forza della mente può fare "miracoli" e penso a quando una persona esce da una difficile operazione e il medico dice ai parenti: "ora, dipende anche dal paziente", ossia alla forza di voler superare la fase post operatoria". Dunque, anche la scienza a volte consegna  la forza della vita alla mente?.

    Grazie Wolfghost e buon fine settimana.

    Rondine

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  27. Hai fatto un bel esempio. I tibetani hanno subito tanto eppure non si sono arresi. Molto dipende dalla fede, senza questa forse sarebbero spariti dalla faccia della terra grazie ai cinesi.
    Credo che la paura della morte sia maggiore da giovani. Mia mamma mi ha detto che da ragazza ne aveva tantissima. Oggi molto meno, sarà perchè crede nell’aldilà. O forse perchè si sta abituando all’idea  della morte che vede avvicinarsi sempre più con il passare degli anni.. Io penso che della morte si debba parlare sempre anche ai bambini. Far finta che non esista non risolve il problema, lo rende solo più spinoso. Buon fine settimana e un abbraccio ^_^

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  28.  Il genere Umano è arrabbiato, continuamente violento… si sente derubato… di cosa? umiliato…per cosa? vuol essere il primo… ma dove?

    I Buddisti sono persone che maturano una saggezza naturale…ove la Libertà e  l’Amore sono le essenze di vita!

    Ecco, è questo quello che abbiam bisogno di maturare … singolarmente…ogniuno di noi… a poco a poco ci riusciremo: Libertà e Amore… perchè no?

    Ciao un abbraccio

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  29. E’ possibile che tutto risponda ad un disegno sreato da noi stessi o da qualcuno più in alto di noi o dal mondo stesso. Forse tutto ha un senso, anche le cose terribili che accadono. Da tutto può venire anche del bene.. E’ importante dirselo, riconsocerlo, ragionarci.. Ma credo che sia importante anche accettare che alcune volte è davvero difficile piegarsi a questi disegni tanto astratti che forse un giorno capiremo..  che ci danno solo una sofferenza inverosimile.. sicuramente anche la sofferenza ha un senso.. ma è difficile accettarlo…….
    Per ora vedendo Haiti, ad esempio, mi si riempie solo il cuore di lacrime.. e vorrei poter colmare queste lacrime abbracciando tutti quei bambini che fanno una pena immensa… forse fa parte di un grande disegno anche questo… ma siamo solo  umani…..un abbraccio

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  30. In effetti, Wolf, ci sono situazioni in cui è obiettivamente difficile vedere il bicchiere mezzo pieno. E’ vero che le testimonianze dei sopravvissuti allo sterminio possono essere preziose per impedire che il male dilaghi, che simili atrocità di ripetano. Ma quelli che finirono gasati o cremati, che morirono per torture degli esperimenti? Loro la videro arrivare la morte, ebbero benissimo il tempo di guardarla in faccia! Come si potrebbe parlare per loro di bicchiere mezzo pieno?

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  31. Francesco,
    per circostanze del tutto casuali, mi è capitato di scrivere un post attinente il tema che tu stai trattando. Tema molto più importante di quanto forse neanche tu immaginavi nel momento in cui lo hai proposto.
    Ti invito ad entrare nel mio blog e leggere soprattutto il commento di “davidtalisia”, contenente l’odissea di Salvatore Crisafulli (non lo pubblico da te per non occupare troppo uno spazio che non è il mio)
    E’ un altro piccolo “tassello” alla storia del “bicchiere”, o forse solo una sfaccettatura dello stesso, che conferma il messaggio contenuto nel mio precedente commento. Quello di “non generalizzare”.
    Salvatore è un uomo che, per due anni, nonostante la propria condizione di invalido “gravissimo”, si è sforzato di vedere il bicchiere “mezzo pieno”. Poi, al cospetto del silenzio “assordante” dello Stato e della Chiesa, la prossima settimana si recherà a Bruxelles per assumere una “iniezione letale”.
    Un caloroso abbraccio.
    SHERWOOD

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  32. x Azalea: ogni cosa sembra perdere senso di fronte alla morte, in particolare se questa riguarda una persona così giovane. Ma è proprio questo il punto, cara Azalea. La vita di ciascuno di noi si concluderà così, nessuno può evitarlo. E allora… che dovremmo fare? Rinunciare a vivere? Pensare alla vita come ad un terribile mostro che ci illude e aspetta al varco? Proprio questo pensiero avvelena la vita di molti di noi, a volte anche la mia. Ma rinunciare a vivere perché presto o tardi la vita stessa finirà, non è una buona soluzione. E’ proprio il sollievo da tutto questo lo scopo di filosofie di vita come quella che
    offre ad esempio il buddismo tibetano. E su cui voglio lavorare.

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  33. x Rafaelmi: grazie a te

    x unpiccologirasole: grazie, se davvero l’effetto che ti fa è questo ne sono molto contento

    x Sherwood: grazie per il tuo commento pieno e elaborato, caro Sherwood
    Vedi… ciò su cui non posso concordare è il senso di… fatalità che si legge nel tuo commento. Che non possiamo determinare tutto con la nostra volontà, è evidente; che non possiamo parare i colpi della casualità, è altrettanto evidente. E infine lo è anche il fatto che non tutti reagiamo nello stesso modo.
    Tuttavia… la nostra volontà, non tanto sul momento, ma nel nostro sviluppo nel tempo che lo precede, ci può permettere di "migliorare" la nostra risposta. Questo è importante, questo è ciò a cui dobbiamo puntare: non a evitare qualunque problema o tragedia, ma a migliorare la nostra risposta a questi eventi.
    Io credo che abbiamo una parte nella nostra vita. Altrimenti non sarei qua a scrivere post da ormai due anni e quattro mesi.
    Un abbraccione anche a te!

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  34. x Rondine: provo a risponderti calandomi nei panni di un… lama, per quel poco che ho capito e che sono le mie conoscenze. La risposta è "no", tendenzialmente noi tendiamo a non riuscire ad evitare la sofferenza. Ma… è così importante quale sia la natura dell’uomo se è possibile comunque evitare la sofferenza? Forse c’è una natura che va al di là del nostro essere umani. Una natura verso cui possiamo almeno tendere.
    Grazie e buon inizio settimana a te

    x Dolcelei: io non credo che sia così. I giovani per definizione tendono a pensare e agire come se la loro vita sia eterna o comunque estremamente lunga. Ciò non vuol dire che sia così per tutti i giovani: anche per me, come per tua madre, il pensiero della morte è ben radicato fin da ragazzino. Eppure… pensa a chi corre in auto: curiosamente corrono più i giovani delle persone che lo sono meno, eppure i giovani hanno mediamente molti più anni di vita da perdere.
    Io penso che ognuno arriva al problema da solo, prima o poi. Non starei a parlare ai bambini di morte. Avranno purtroppo modo di capire di che si tratta da soli.
    Buon inizio settimana cara

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  35. Ho letto i tuoi post oggi , impegni vari mi hanno tenuto un po’ lontana ma so che non ha grande importanza…cerco di riassumere qui i pensieri che gli ultimi due mi hanno fatto venire in mente : credo che il problema a volte sia che mezzo pieno o mezzo vuoto che sia, ci sono momenti in cui sembra difficile vedere che nel bicchiere c’è qualcosa.Ed ancora più difficile sembra attribuire a quel qualcosa il suo valore. E allora eventi limite sono come una scossa…condivido la tua idea che sia il nostro modo di reagire all’evento che poi determina il futuro : un futuro di costruzione o di ricostruzione , un futuro anche di riconoscimento del valore aggiunto di ciò che si ha, perchè poi i limiti restituiscono una più giusta misura a tutto.Ho una grande ammirazione per i tibetani esiliati e come e quando posso non perdo nessuno degli appuntamenti possibili con loro per carpire un po’ della loro saggezza. Il tentennamento, la disperazione e la paura sono emozioni che comunque proveremo , fanno parte di noi, del nostro "essere umani" anche se possiamo lavorare per imparare ad affrontarli. E qui vengo la tema che hai lasciato per ultimo : la paura della morte.E’ strano, vero, aver paura di qualcosa che fa parte della vita? Pensaci un poco : la morte è l’unica certezza che abbiamo dal momento in cui nasciamo mentre il resto è tutta un’incognita da scrivere giorno per giorno. Ho letto una volta su un libro che la nostra paura nasce proprio dal fatto che non ne parliamo mai, che fingiamo che non esista : eppure fin dall’antichità ci hanno insegnato che tenerla in considerazione ci permette poi di vivere meglio la vita…"vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo"…ricordi? sicuramente! Ma alla fine credo che la paura più grande sia quella del dolore che può condurci a questo appuntamento, o della mancanza di dignità…forse sono pensieri confusi e l’argomento è troppo grande per esaurirlo in un commento…magari lo faremo un po’ per volta, intrecciando i pensieri…alla prossima!

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  36. x Lucy: bé, in realtà i lama e i loro seguaci meditano e studiano moltissimo per arrivare a quel risultato, non so quanto si può parlare di "naturalezza". Però… essi offrono la dimostrazione evidente che parlare di "libertà dalla sofferenza" non è una utopia, ma una realtà. Per quanto difficile questo sia.
    Questo è importante
    Un abbraccione!

    x Shayla: Grazie per il tuo intervento "di cuore", Shayla Vedi… nessuno dice di sorridere e tirare avanti come nulla fosse. Nessuno sostiene che chi vive tragedie come quella di Haiti o se ne sente rattristato sbagli. Ci mancherebbe.
    Forse sai, o forse no, che la figura massima per i buddisti tibetani non è quella di chi si libera dalla sofferenza grazie alla illuminazione e quindi sfugge al ciclo di morte e rinascita, ma colui che, avendo raggiunto tale illuminazione, decide comunque di rinascere per cercare di aiutare tutti coloro che nel mondo soffrono. Non si "girano dall’altra parte" dicendo che "bé, tutto succede perché c’è un disegno dietro". La loro saggezza viene anzi messa al servizio di chi soffre, per compassione: essi conoscono la sofferenza, per questo cercano attivamente di aiutare chi soffre.
    Queste persone sanno benissimo che "siamo solo umani"; il loro stato non serve a negarlo o a "giudicarci", ma casomai proprio a poter essere d’aiuto per noi.
    Spero di essere riuscito a spiegarmi

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  37. x Raggio: ahahah grazie cara, ma io non sono saggio, mi piacerebbe solo esserlo!

    x Happy: … mi rendo conto che non sia facile spiegare e capire Vorrei solo cercare di far capire che l’atteggiamento fatalista non è di aiuto a nessuno. Né per chi rimane (e questo è più facile), ma nemmeno per chi "se ne va". Posso garantirti che… sì: c’è chi sarebbe in grado di affrontare con serenità persino un "fine vita" tragico e orrendo come quelli a cui ti riferisci. Ci sono testimonianze in questo senso, non solo di buddisti convinti che la vita non finisce qua (leggi il commento #23). Non possiamo solo guardare agli occhi pieni di terrore, è nostro dovere, o almeno potere, raccogliere anche tali diverse testimonianze. Dire che però la gente "normale" non reagisce così, significa negarci perfino l’ultima possibilità, l’ultima speranza, l’ultimo modo, di sfuggire ad una sofferenza che altrimenti è destinata ad accompagnarci, non solo nello "ultimo giorno", ma sottilmente in ogni giorno della nostra vita. Perché che dobbiamo morire lo sappiamo tutti.
    Speri di essere riuscito a spiegarmi.

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  38. x Sherwood2: grazie della segnalazione, caro. Sono rientrato da poche ore e domani si va a lavorare. Cerco di passare appena riesco!
    Comunque che non fosse un tema superficiale, credimi, lo sapevo bene
    Un caro abbraccio anche a te.

    x Annaxs: grazie, buon inizio settimana anche a te!

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  39. x dorame: credo che la confusione quando si parla di argomenti simili sia quasi inevitabile, anche io evito di… rileggere i miei vari commenti: penso che alcuni farei fatica a capirli io stesso!
    Penso che la morte sia troppo evidente per poter far finta di non vederla, eppure… di solito cerchiamo di negarne la presenza per quanto possiamo. Per questo credo che sebbene la logica ci dica che è inutile aver paura di qualcosa che non si può evitare, l’emotività ci guidi normalmente in direzione opposta.
    Hai ragione: certamente ne riparleremo

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  40.  bel post come sempre Lupo. Difficile trovare un essere umano che non tema la morte, è naturale che se ne abbia paura. 
    Forse quei pochi che non ne hanno paura sono grandi maestri come il Lama che hai nominato, che vedono le cose da una prospettiva abbastanza diversa da noi uomini comuni.. riescono a vedere il bicchiere mezzo pieno anche per le grandi avversità che affrontano, con una perenne saggezza che li accompagna durante la vita e oltre..

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  41. Si’, come scrivevo, l’idea non e’ di diventare tutti lama, ma piuttosto di provare almeno a tendere verso modelli che propongono la liberta’ dalla sofferenza. Poi, arriveremo dove riusciremo ad arrivare, ma… un viaggio di mille km inizia sempre dal primo passo

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  42. Non avevo avuto modo di passare da te da un po’…e ogni volta che mi accade, per mancanza di tempo, me ne rammarico sempre.
    E’ un post fondamentale, a mio parere. E’ difficile accettare stoicamente quello che il destino ci riserva eppure è uno dei pochi modi per poter esprimere profondamente il proprio coraggio e, in fondo, almeno la libertà di non farci assoggettare anche ad esso, nel senso di serbare la nostra dignità anche nel dolore più profondo.
    Un sorriso, Wolf caro.

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