In fondo siamo sempre gli stessi :-)

Grazie ad un interessante scambio con Dupont, la mia mente è riandata ad un tema che ciclicamente si riaffaccia nella mia testa: il fatto che, in fondo, la nostra essenza non cambia poi molto nel passare del tempo. Questo è ciò che ho commentato sul suo blog:

[…] sento spesso persone anche molto anziane che sostengono che, seppure il loro corpo sia ormai logoro, la loro mente è – almeno a tratti – come quella di quando erano giovani. E io ricordo anche il contrario: in fondo la mia “essenza” da bambino non era poi tanto diversa da quella di adesso; certo, è cambiata la parte logica, arricchita dall’esperienza, ma il nocciolo è più o meno quello. Ecco… questo aspetto è uno di quelli che mi mette il dubbio su credenze come la reincarnazione, poiché sembriamo fatti di qualcosa che – materia a parte – alla fine non aggiunge tanto in una singola vita, eppure sembra partire già ricco di per sé…

Cambia – ahimé – il corpo, aumentano gli acciacchi, magari si inizia ad essere anche molto stanchi, ma allorché ci si riesce ad astrarre un attimo dalle proprie costrizioni, ecco che si ritrova quel nocciolo di noi che, in fondo, è sempre lì, e lì è sempre stato. Certo, a volte è difficile e può non essere evidente perché ci si può sentire anche svuotati mentalmente, e allora si pensa “bé, ma trent’anni fa’ non ero mentalmente così”, ma riflettendoci bene di solito questo accade perché vi sono influenze negative quali preoccupazioni, frustrazioni, malesseri, per arrivare a malanni organici. Quando si riesce a ritrovare serenità, allora si compie il miracolo di ritrovare sé stessi la’ dove lo si era lasciato, ovvero sempre dentro di noi.

E più o meno è sempre uguale.

Vuole questo dire che allora davvero la nostra è un’anima immortale che semplicemente sta facendo un viaggio all’interno di quell’involucro che è il corpo?

Ovviamente non può essere una certezza, forse è solo una speranza, ma c’è comunque qualcosa che parrebbe indicarlo…

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Liberi dall’ansia: costanza nella pratica

Qualche giorno fa ho ricevuto una e-mail da una persona che chiedeva suggerimenti per calmare gli stati ansiosi dei quali e' spesso vittima, soprattutto a riguardo del futuro.
Siccome l'argomento e' interessante e credo che tocchi molti di noi, voglio riproporre la mia risposta anche qua, solo un poco rielaborata. Ringrazio S. per la fiducia dimostratami e per avermi dato l'occasione di riflettere ancora una volta sull'argomento.

scaredOggigiorno per affrontare ansia e paure esistono molti possibili metodi alternativi e/o complementari. Si puo' cercare aiuto in persone esterne, come psicologi, consuelor, terapeuti di diverse discipline, sia singolarmente che in gruppo, cercando magari sostegno anche dagli altri partecipanti.
Si puo' scegliere una strada piu' autodidatta, c'è ormai facile accessibilita' a tanta informazione senza necessità di spendere una fortuna: libri, siti internet, CD e DVD. Sull'argomento ho letto molto in passato, libri come "Libertà dalla Paura", che hanno fatto epoca nel loro tempo. Oggi ce ne sono tanti altri, altrettanto validi. Basta andare in una libreria e farsi "guidare dall'istinto".
Attualmente
, come penso si sara' accorto chi segue il mio blog da tempo, tendo ad essere affascinato dalla filosofia e dalle pratiche del buddhismo tibetano. Scorrendo il blog si possono trovare le "recensioni" di diversi testi che ho letto ed apprezzato.

Una cosa e' certa: la libertà dalla paura è un percorso lungo, un percorso forse senza fine, ma che, per chi è ansioso, vale la pena di intraprendere con serietà e determinazione, soprattutto quando paure ed ansie finiscono per minare la serenita' della vita. La vita e' fragile e caduca, lo sappiamo tutti, prima o poi arrivera' il momento in cui ognuno di noi dovra' affrontare qualcosa che non avrebbe mai voluto affrontare… ma non riuscire a godersi i giorni che passano, le persone e tutte le cose belle che abbiamo intorno a noi perche' anche quando stiamo bene siamo preoccupati dal futuro, e' un vero peccato. Un collega una volta mi disse: "io so solo che alla morte ci si arriva vivi" (nel senso che e' bene arrivarci avendo vissuto davvero, apprezzando cio' che abbiamo avuto la fortuna di poter esperire).

Il problema a mio avviso non e' essere ansiosi, dire "e' cosi', non so come ci sono arrivato ma e' chiaro che sono una persona ansiosa e non posso farci nulla" e' una brutta autolimitazione di cui bisogna disfarsi. Il passato e' passato, cambiare si puo', ma… occorre mettersi in testa che esistono si' tante ricette, ma nessuna, se e' seria, e' facile: puo' essere semplice da essere spiegata, ma deve necessariamente ricevere grande applicazione. E' troppo facile entusiasmarsi per un libro, una seduta, la direttiva di un esperto, bisogna assolutamente dargli seguito. La strada puo' essere indicata ma poi ognuno deve percorrerla con le proprie gambe. Ci vuole tempo, applicazione, pazienza. Non bisogna lasciarsi abbattere da eventuali inciampi, e' fondamentale insistere.
Guardate, io mi sono imbattuto in tante e tante strade… la cosa curiosa è che adesso ho imparato che paradossalmente piu' della strada conta la costanza nel seguirla.
Bisogna portarla nella vita di tutti i giorni, altrimenti non serve a nulla.

Siamo troppo pigri, vogliamo soluzioni facili, la pappa pronta. Questo e' il vero problema. Partiamo con le migliori intenzioni, per poi perderci per un niente.

gatto spaventato

Non siamo indistruttibili

La mia vita, come quella della maggior parte di noi, ha avuto alti e bassi. Anzi in questi ultimi anni non posso lamentarmi, grazie in particolare ad una importante decisione che ebbi il coraggio di prendere ed all’incontro con quella che oggi e’ la mia amatissima moglie  🙂 Tuttavia la percezione della caducita’ della vita, di noi tutti, di ogni cosa che c’e’ al mondo, e’ sempre piu’ presente in me.
Impermanenza la chiamano i buddisti.
E’ una percezione che piu’ o meno ho avuto da sempre, fin da bambino, ma certo quando fai un po’ di strada e inizi a imbatterti nei tuoi lutti – alcuni forse inaspettati e imprevedibili, e per questo ancora piu’ dolorosi – o quando fai caso a quante persone sono cadute e stanno cadendo attorno a te anche in eta’ nelle quali si dovrebbe solo essere spensierati… diventa piu’ difficile eludere.
C’e’ chi riesce – almeno apparentemente – a non pensarci, rifuggendo da ogni discorso sull’argomento, arroccandosi nella propria torre fatta di voluta inconsapevolezza… E se funziona, be’… ben venga per loro, e non lo dico con ironia. Personalmente pero’ e’ una strada che non riesco piu’ a seguire, sempre che l’abbia mai fatto. Al massimo riesco ad avere brevi periodi di “ingenuo ottimismo”, dove mi capita di pensare ad una lunga e serena vita per me, i miei cari, i miei animalotti tutti; poi basta una nuova notizia (e come sfuggire alle notizie nell’era della comunicazione?), un nuovo malanno proprio o altrui, perche’ spettri fin troppo reali tornino a manifestarsi in tutta la loro concretezza.

Non siamo indistruttibili, non esiste cosa o persona al mondo che non ce lo ricordi. Ed allora l’unica strada appare quella di una accettazione il piu’ serena possibile. Non una accettazione di facciata, ma reale, fatta di sana consapevolezza del proprio ineluttabile destino. Per questo, in particolare in questi ultimi anni, come ben sapete voi (ormai pochi :-P) lettori del mio blog, mi sono avvicinato al buddhismo tibetano: per trovare in esso conforto ma, soprattutto, la forza per operare il miracolo (perche’ lo e’ di fatto) della serena accettazione.
A dirla tutta, non sono affatto convinto della storia della reincarnazione, del Nirvana e cosi’ via, anche se forse sono un poco piu’ possibilista, ma ho una piccola apertura, una sensazione, che per arrivare alla serena accettazione la credenza in esse non sia indispensabile. Lo stesso Dalai Lama una volta disse, a proposito della necessita’ di non fuggire dalla realta', che se un domani la scienza dimostrasse scientificamente che la reincarnazione non esiste, non avrebbe senso rimanere arroccati su posizioni che sarebbero a quel punto anacronistiche, eppure cio’ non decreterebbe la fine del Buddhismo, essendo il suo fine la liberazione dalla sofferenza, piu’ che la rinascita in un supposto eden.
Al momento una cosa mi pare ragionevolmente verosimile: ogni dolore, ogni sofferenza, e’ enormemente acuita dalla sua componente psichica. Mentre per i dolori fisici la scienza ha fatto grandi progressi, per preoccupazione, paura e angoscia, poco ha potuto e puo’ fare. Per molte persone sapere di dover morire significa morire due volte. Tuttavia, a chi ha avuto modo di sondare i propri stati d’animo osservandoli attentamente, appare indubbio che essi siano di natura esclusivamente mentale e, dunque, potenzialmente controllabili.
Dopo aver avuto un approccio – ancora troppo superficiale, sia chiaro – con il buddhismo e le tecniche di meditazione, e’ mia sensazione che tutti questi disagi psichici possano essere eliminati. Anzi piu’ che una sensazione la mia e’ una convinzione. Certamente non e’ affatto facile. Certamente non e’ una cosa che si possa inventare sul momento, anche se la reazione a eventi inaspettati e devastanti e’ sempre individuale e a volte sorprendente, permettendo di trovare una forza e una tranquillita’ che non si immaginava di possedere. Per questo i buddhisti dicono che bene sarebbe prendere confidenza per tempo con i metodi di controllo della propria mente, metodi che passano con la presa di coscienza di come essa funziona. Perche’ altrimenti certi passaggi potranno difficilmente essere tenuti sotto controllo. E se morire si deve tutti, morire due volte sarebbe un peccato.
 
Come chiusura del post ho scelto una vecchia canzone di tal Robert Tepper, “No easy way out” (non e’ facile uscirne fuori), che in uno dei film della saga di “Rocky” cantava appunto “Non siamo indistruttibili, e’ bene che lo capisci bene; penso sia incredibile come si lasci tutto nelle mani del caso”. Incidentalmente, le immagini sono una dedica a Sylvester Stallone, mito degli anni ’80, ma anche quelle in fondo servono perche’ segno del tempo e della condizione umana che inesorabilmente passa: oggi anche uno che, a chi e’ cresciuto con i suoi film, sembrava allora intramontabile, fa un po’ di tenerezza…

Un altro monito in fondo della caducita’ della vita e di ogni cosa.


Vivere e morire – Il libro tibetano del vivere e del morire

il libro tibetano del vivere e del morire Eccomi finalmente qua a parlare de "Il libro tibetano del vivere e del morire" di Sogyal Rinpoche. Anche se è un periodo in cui ho davvero poco tempo, ci tenevo a parlarne, prima che la freschezza del ricordo della lettura svanisse troppo 🙂
Questo libro finirà fisicamente in mezzo agli altri della libreria, con romanzi (pochi in verità), altri saggi e manuali, ma in realtà dovrebbe avere un posto tutto suo per l'importanza che riveste. Sogyal Rinpoche, un lama tibetano che vive ormai da decenni a cavallo tra Europa e America, ha impiegato anni a scriverlo ed è stato supportato da numerose altre autorità nel campo, come lo stesso Dalai Lama. Anche la stesura, la correzione e le traduzioni nelle varie lingue sono state preparate con grande cura e attenzione. Lo scopo di Sogyal Rinpoche era quello di arrivare a spiegare in una forma e un linguaggio comprensibili a noi occidentali, la teoria e la pratica (fondamentalmente contenute nel famoso "il libro tibetano dei morti") che ognuno dovrebbe seguire al momento del trapasso e nella fase successiva; pratica e teoria che pero' imprescindibilmente devono iniziare nella vita stessa, il prima possibile. Ecco perché il libro non parla solo del "morire" ma anche del "vivere", perché le due cose sono indissolubilmente legate: nascosto nel vivere vi è già la strada per un buon morire (e per una buona rinascita), basta saperla riconoscere.
La morte per il Buddhismo è solo un passaggio, uno dei tanti a cui ciascuno è sottoposto. Questi passaggi sono chiamati "bardo": ogni passaggio è un bardo. Caratteristica fondamentale dei bardo è che, seppure con "intensità" diversa, hanno fondamentalmente la medesima natura: in essi si puo' intravvedere la vera natura della mente, immateriale e immortale. E i bardo sono in ogni nostro tempo: il più intenso è al momento della morte e nelle fasi immediatamente successive, ma un bardo si puo' sperimentare attraverso la meditazione o la preghiera, ed anche spontaneamente, nel passaggio dallo stato di veglia a quello di sonno – uno stato del quale quasi mai siamo consapevoli – o addirittura nell'istante prima di ogni nostra parola o ogni nostro pensiero. E' in ognuno di questi momenti che si puo' percepire, grazie al silenzio del "chiacchiericcio mentale", lo stato primordiale della nostra mente, in grado di rivelarci la nostra vera natura immortale.
Perché, direte voi, è così importante cogliere questi momenti? La morte tanto arriva comunque. E' solo (si fa per dire) per evitare la paura della morte?
In realtà nel bardo del trapasso, che coinvolge anche i giorni successivi alla morte clinica, noi determineremo la nostra prossima rinascita o perfino l'assenza di una eventuale rinascita. Determineremo, sostanzialmente, se saremo in paradiso, all'inferno, o in uno stato intermedio, come un'altra vita terrena, anche se non necessariamente in forma umana. Grazie alla caratteristica comune dei bardo di rivelare la vera natura della mente, l'averne già fatto esperienza in precedenza ci aiuterà a superare brillantemente il bardo della morte, anche se superiore per intensità.
Sogyal Rinpoche narra di come, arrivando in occidente, fu sorpreso di notare che al progresso materiale non avesse trovato un corrispondente sviluppo della spiritualità e della compassione, che anzi erano quasi assenti. Tutto in occidente era mirato allo "star bene quando si sta bene", mentre i malati e soprattutto i morenti erano lasciati a loro stessi: pochi di loro avevano la fortuna di avere sostegno morale e spirituale, medici, infermieri e parenti si limitavano per lo più ad un sostegno pratico, rivolto ad alleviare al massimo il dolore fisico. Il risultato è che i morenti si spegnevano nell'angoscia, nel tormento, determinando tra l'altro il fallimento di una buona rinascita.
Come non ammettere che in occidente si tende, finché è possibile, a rimuovere il pensiero della morte? Si cerca semplicemente di non pensarci. Il risultato pero' è, secondo Sogyal Rinpoche, di arrivare assolutamente impreparati all'ultimo passaggio, nonostante Sogyal ammetta che anche le religioni occidentali, cristianesimo per primo, forniscano in teoria i mezzi per fare il medesimo percorso di preparazione del Buddhismo.
Di fatto Sogyal cerca, con questo libro, di fornire una metodologia di avvicinamento alla morte che passa attraverso un buon vivere, con indicazioni di sostegno per sé stessi, per i propri cari che si è chiamati ad assistere, per tutti. Una metodologia che puo' e dovrebbe partire oggi, adesso, senza aspettare che sia troppo tardi.
Chi ha visto la paura, lo sgomento, negli occhi dei propri cari o di chiunque si sia avvicinato alla morte vivendola con terrore, sa che già solo la libertà dalla paura della morte ha un valore incalcolabile, che nessuna ricchezza al mondo puo' valere. Il libro di Sogyal Rinpoche cerca di colmare la lacuna dell'insegnamento di come evitare il più possibile tale paura, cercando serenità e pace perfino in quei terribili ultimi momenti. Ma, fatto questo, va anche oltre, cercando di indicare la strada per una buona rinascita.

Ovviamente consigliato a tutti 🙂

Adattabilità – Il saggio sa sfruttare le circostanze inevitabili

Le vacanze stanno rapidamente passando. Quest'anno ho preso tre settimane a Luglio anziché il classico Agosto. Purtroppo il tempo non è proprio ideale per i nostri hobby estivi preferiti, speriamo che almeno l'ultima settimana sia un po' più stabile e migliore 😦 Il mio rientro coinciderà con un nuovo lavoro in azienda, inevitabilmente con una fase molto pesante di apprendimento. Cercherò comunque di ritagliarmi un poco di spazio per continuare questo blog 🙂 A proposito, ho quasi finito il libro che sto leggendo da tempo, d'altronde è un libro che va centellinato, non puo' essere letto in fretta. Credo che il prossimo post sarà ad esso dedicato 😉 Per il momento mi rifaccio al buon vecchio Coelho, con un brevissimo testo che, come spesso mi accade, condivido in pieno…



IL SAGGIO SA SFRUTTARE LE CIRCOSTANZE INEVITABILI
di Paulo Coelho

Marizete Lourenço racconta che un contadino vinse tre cani. Felice, li legò dietro il carro dei buoi e decise di portarli nella fattoria dove viveva.
Il primo cane veniva tirato a forza; si mordeva la coda, cadeva, si trascinava per terra. Il secondo si rassegnò e seguì il carro di buoi. Il terzo, invece, saltò sul carro, decise di dormire e arrivò a destinazione riposato.
“Quando resistere è inutile, la cosa migliore è adattarsi”, dice Marizete. “Il più saggio è sempre colui che riesce a trarre profitto dalle circostanze inevitabili e a fare in modo che esse giochino a proprio favore”.



Commento di Wolfghost: sappiamo bene che non sempre sembra possibile adattarsi alle circostanze in modo da farle giocare a proprio favore, soprattutto in senso materiale. A chi subisce un grave lutto, perde la salute, subisce un tracollo economico tale da renderlo impossibilitato a sostentare la propria famiglia, si ha un bel dire "adattati e vedine gli aspetti positivi", anzi queste sono parole che possono suonare offensive, soprattutto se dette con apparente leggerezza. Eppure il principio è sempre valido: se sono avvenimenti che non possono essere evitati, possiamo almeno scegliere come reagire ad essi, e se non possiamo cambiare materialmente le cose, possiamo almeno cambiare il nostro stato d'animo riguardo ad esse ed alla nostra vita. Questo è qualcosa che niente e nessuno puo' portarci via, se noi non lo vogliamo. Abbiamo esempi di persone che hanno continuato ad imparare ed essere serene perfino negli ultimi giorni della loro vita, perfino quando non c'erano più speranze di ribaltare la situazione nella quale si trovavano. Il nostro stato d'animo è molto importante, molto di più di quanto normalmente pensiamo. Cosa cerchiamo nella vita che alla fine non sia uno stato d'animo positivo? Davvero vogliamo i soldi, l'agiatezza, il successo, perfino la salute e l'amore, di per sé? O li vogliamo per lo stato d'animo che pensiamo ci procureranno? Come mai ci sono persone che vivono felici nelle difficoltà e perfino morendo in giovane età, ed altre che anche arrivando a cent'anni e con un bel conto in banca non sono mai state veramente contente? La partita si svolge nella nostra testa molto di più di quanto pensiamo, e nella nostra testa siamo noi a comandare. Ecco perché trovo valore nel breve testo di Coelho e Marizete: non possiamo rovesciare ogni evento, ma ad ogni evento possiamo sempre scegliere come reagire, almeno dentro di noi. E quello "almeno", alla fine, è tutto.

tre cani

La sindrome del “facile a dirsi”

L'argomento della possibile "illuminazione" tramite meditazione buddista (ma anche preghiera cristiana) ha, come mi aspettavo, sollevato diversi commenti alla "Si', facile a dirsi…". Questo commento, che spesso usiamo anche tra noi e noi, e' secondo me uno dei piu' forti ostacoli ad ogni tipo di realizzazione, materiale o spirituale che esso sia. Il punto e' che spesso ("spesso", non "sempre") abbandoniamo il nostro progetto alla prima difficolta', senza un minimo di determinazione. Eppure sappiamo benissimo che un cambiamento radicale necessita di tempo, in particolare quando riguarda una mente – la nostra – che e' condizionata da decenni di sovrastrutture nate da condizionamenti culturali, sociali e personali.
Roma non e' stata costruita in un giorno, no? 🙂

Mi piace riportare qui un paio di risposte che ho dato in commenti ai post precedenti (rispettivamente a artistapaolo2 ed a Gabbiano):

1) Per il buddismo non esiste un punto di arrivo e, in teoria, non esiste nemmeno il desiderio di arrivare. Puntare alla "illuminazione" e' il modo migliore di non centrarla mai 🙂 Il concetto e' di meditare con serieta', senza mollare alla prima inevitabile difficolta'. Il premio e' immediato: il senso di pace, di stacco dai problemi quotidiani, la serenita' che si prova, valgono gia' il "prezzo del biglietto" 😉 Il sentire attraverso la meditazione la vera mente, che non e' quella del "chiacchiericcio" continuo, percependola come qualcosa di non limitata e nemmeno "propria" in senso stretto (secondo i buddisti la "mente" e' universale ed ogni cosa ne e' permeata), e' in un certo senso un graditissimo effetto collaterale. Ma cercare di cogliere lo "universo" o Dio, guardando dentro di se', pone troppe aspettative per cui non si riesce a raggiungere quello stato di "quieta meditazione senza sforzo" che e' quella necessaria.
"Fede", "convinzione", sono solo parole. Il lama mi disse "medita, poi capirai" 🙂 Io allora non capi', mi servivano prove. Oggi ho capito che nemmeno una prova ragionevole potrebbe convincermi; non resta che dare retta al lama. Che si ha da perdere? 🙂 Come minimo la meditazione dona pace e tranquillita' mentre la si fa. Gia' questo sarebbe di per se' un motivo sufficiente per farla 🙂

2) Il tuo e' il problema dei piu', me compreso. Ad affermazioni cosi' rispondiamo sempre "eh! Facile a dirsi!" 😐 Ma… siamo sinceri, quanti di noi hanno provato a seguire questi ed altri suggerimenti del genere per un tempo prolungato? Quanti sono stati determinati senza mollare dopo la prima volta bollando nella propria mente il tutto come "sciocchezze"? 😐
Bisogna provare, con coraggio, costanza e determinazione, senza dar peso a difficolta' che inevitabilmente ci saranno, perche' questi metodi non sono medicine allopatiche che le prendi e (sperabilmente) il giorno dopo stai meglio. Ci vuole costanza e tempo. Costanza, non creduloneria: diamoci una scadenza, che so, 3 mesi (ma sono certo che basterebbe meno), 3 mesi in cui con determinazione sperimentiamo. Solo dopo saremo davvero titolati a dire "eh! Facile a dirsi!" 😉

costruzione

Chiedi al cavallo!

Ho terminato ieri la lettura di uno dei tanti libri di Thich Nhat Hanh: Essere Pace. Thich Nath Hanh, nato in Vietnam nel 1926 (dunque ha 85 anni), è monaco buddhista dall'età di 16 anni. Il suo buddhismo è piuttosto raro in quanto il Vietnam è l'unico posto dove le due forme tradizionali del buddhismo, il Mahayana e il Theravada, sono cresciute in pacifica integrazione. Inoltre grande parte ha ovviamente avuto l'esperienza diretta della guerra, con i suoi orrori e le sue sofferenze. Thich Nhat Hanh si è in seguito trasferito in Francia dove ha aperto una piccola comunità, ma diversi centri sono diffusi in tutto il mondo occidentale, Italia compresa (http://www.esserepace.org/sangha.html).
Il successo del suo insegnamento è stato quello di adattarsi alla differente mentalità occidentale, poiché, come d'altronde sostiene anche il Dalai Lama, tramandare semplicemente un "buddhismo ortodosso", poco adatto all'occidente, non avrebbe avuto "presa". Questo non deve suonare come un tentativo di "evangelizzazione" – il Dalai Lama stesso dice che è giusto che ognuno resti nella propria religione, culturalmente più appropriata – ma piuttosto come il desiderio di rendere cio' che si ritiene un insegnamento utile e pratico – apportatore di pace e serenità attraverso il controllo dei proprio pensieri – facilmente trasmissibile anche laddove la cultura e la mentalità siano molto diverse. Si tratta percio', secondo il Dalai Lama, di un "metodo" da affiancare alla propria religione, piuttosto che sostituirla.

Una storiella zen racconta di un uomo su un cavallo: il cavallo galoppa veloce, e pare che l'uomo debba andare in qualche posto importante. Un tale, lungo la strada, gli grida: "Dove stai andando?" e il cavaliere risponde: "Non so! Chiedi al cavallo!".

Questa storiella, che già conoscevo ma che ho ritrovato anche nel libro, paragona i nostri pensieri al cavallo: noi, che siamo il cavaliere, dovremmo condurlo, ma più spesso è lui a portarci dove vuole, frequentemente in lande di angoscia e preoccupazioni, senza che ce ne rendiamo davvero conto. Iniziamo con un pensiero, poi da questo ne nasce un altro, e poi un altro, producendo una valanga che diviene sempre più incontrollabile finendo per travolgerci. A un determinato momento ci ritroviamo in stato di agitazione ed ansia, senza sapere come ci siamo arrivati. Il buddhismo non è "assenza di pensiero" – il primo pensiero puo' infatti essere sensato, non sarebbe giusto (ne possibile) impedirgli di nascere – ma è "consapevolezza del flusso di pensieri", in modo da imparare a usarli piuttosto che farci usare da essi.

Ho selezionato qualche altro pensiero interessante dal libro di Thich Nhat Hanh, nei prossimi post ne mettero' qualcuno 😉

cavallo e cavaliere