Vita e morte sono nella mente – un pensiero di Sogyal Rinpoche

La scoperta più rivoluzionaria del Buddhismo è questa: vita e morte sono nella mente, e in nessun altro luogo. La mente è vista come la base universale di tutte le esperienze, il creatore della felicità e della sofferenza, il costruttore di ciò che chiamiamo vita e di ciò che chiamiamo morte.

da “Riflessioni quotidiane sul vivere e sul morire” di Sogyal Rinpoche


Per il Buddhismo, la vita, come la percepiamo, è una sorta di Matrix, ovvero un’illusione della mente. L’illusione non sta in ciò che materialmente abbiamo attorno – un albero è vero, non è un’illusione – ma in come noi lo percepiamo. L’albero dell’esempio non è una entità separata, è un tutt’uno con ciò che lo circonda, non vi è una vera separazione. Ogni cosa, noi stessi, è una “precipitazione”, una “condensazione” dell’energia universale, qualcosa che la nostra mente separa dal resto, ma tale separazione, come un’onda dell’oceano che è parte dell’oceano stesso, è solo un inganno della percezione.

Al di là di questo, in pratica, la mente è davvero la creatrice di tutto ciò che percepiamo, soprattutto delle nostre emozioni e dei nostri sentimenti. Una volta ebbi una delusione sentimentale. Ricordo che ero in palestra, in stato di frustrazione. Improvvisamente ebbi una sorta di illuminazione, mi guardai attorno e mi dissi “Dov’è la persona che ti sta facendo soffrire? Qua non c’è, perché allora soffri?” e improvvisamente la sofferenza passò. Anni dopo subì un grave lutto. Feci lo stesso esperimento… e funzionò, anche se dopo, poiché non lo trovavo giusto, preferì non continuare. Ma in realtà… cosa è giusto e cosa non lo è? Culturalmente sappiamo che dobbiamo piangere quando subiamo una perdita, che dobbiamo disperarci quando ci dicono che ci resta poco da vivere. Ma tutto ciò è vero o è frutto di condizionamento? Ad ogni modo, è sempre lei, la mente, a decidere quando dobbiamo soffire o dobbiamo disperarci. Giusto o sbagliato che sia. Questa è una delle dimostrazioni che ciò che percepiamo non è il “teritorio”, ma è solo una “mappa” mentale. Una mappa che non è immutabile, ma che anzi è un processo dinamico dovuto all’esperienza ad al condizionamento.

Quando il buddhismo dice che non c’è nascita e non c’è morte, significa che un “me”, separato dal resto, non esiste, è solo frutto della percezione della mente. Il “me” è un’onda dell’oceano, la cui nascita e la cui fine non possono esistere, perché il mare esisteva prima e continuerà ad esistere dopo. Assieme all’onda che, semplicemente, non sarà più un’apparazione manifesta, ma continuerà comunque ad esistere nell’oceano.

Jones e Junior

 

Riflettere sulla morte – un pensiero di Sogyal Rinpoche

Anche questo 2016 sta riservando parecchie sorprese. Diciamo che il periodo di tanto sospirata serenità, che sembrava dietro l’angolo fino a qualche settimana fa’, è ancora un miraggio.

Sappiamo benissimo che la serenità non è un “traguardo” bensì una condizione che si può raggiungere ogni tanto nel corso della vita, per poi cercare di mantenerla il più a lungo possibile. Quanto a lungo però… è quasi indipendente dai nostri sforzi: la vita fa’ quel che vuole, non guarda in faccia nessuno. Non guarda ai meriti, all’impegno, alla bravura o alla bontà. Dico sempre che la vita non è “meritocratica”, non c’è un premio. Nell’aldilà… non lo so, non so nemmeno se c’è un’aldilà, e soprattutto nessuno sa davvero come è fatto e se e in quale modo ne faremo parte.

Il riconoscimento della transitorietà della vita è uno dei capisaldi del Buddismo. La sua promessa è quella di liberarci dalla sofferenza, soprattutto mentale, e dalla paura della morte, riuscendo così a vivere pienamente il tempo che abbiamo. Fondamentalmente l’idea è: non respingendo l’idea della morte, ma anzi accogliendola completamente, alla fine si termina di averne paura, poiché si riconosce l’inutilità di qualcosa dalla quale è impossibile fuggire. Non ha senso dunque averne paura. Vero, il buddismo ha la reincarnazione, ha un aldilà come lo hanno i cristiani, seppure diverso. Eppure non è la rinascita il vero scopo del buddismo, essa non è nemmeno così importante. Si narra che il Budda storico, quello realmente vissuto, non rispondeva mai alle domande sull’aldilà e sulla rinascita, poiché, diceva, questi sono solo pensieri che rischiano di distogliere l’attenzione sulla vera liberazione, quella della mente, quella dalla paura e dalla sofferenza. Che esista o meno un aldilà.

Il pensiero illuminista occidentale è invece l’opposto, è la negazione della morte. Sappiamo tutti, a livello logico, che moriremo, ma restiamo aggrappati alla vita come se ciò fosse evitabile. Qualche tempo fa’ misi un post, tratto dal pensiero di uno psicologo romano, che sosteva che è inutile cercare di “risolvere” la paura della morte: è impossibile uscirne, si può solo “svagarsi”, pensarci il meno possibile. E’ un po’ il “La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi. Non è nulla né per i vivi né per i morti.” di Epicuro.

Quale delle due si scelga, e lo stesso vale per l’idea della resurrezione cristiana, comunque va perseguita totalmente, questo è il difficile. Tutte difficilmente resistono alla prova del tempo, della malattia, della vicinanza della dipartita, propria o dei propri cari. Quasi nessuno ci riesce, basta lasciare uno spiraglio di porta aperta al dubbio e l’angoscia e la paura entrano strisciando.


Riflettere sulla morte ha lo scopo di indurre un reale cambiamento nel profondo del cuore. Ciò può richiedere un periodo di ritiro e di contemplazione, perché spesso solo così possiamo aprire davvero gli occhi a come stiamo usando la nostra vita.

La contemplazione della morte vi darà un senso sempre più profondo di ciò che viene chiamato ‘rinuncia’, in tibetano ngé jung. Ngé significa ‘realmente, totalmente’ e jung, ‘nascere, emergere, venire fuori’. Il frutto di un’assidua e profonda riflessione sulla morta è che vi sentirete ‘emergere’, spesso con un senso di nausea, dai vostri modelli abituali. Vi scoprirete sempre più disposti ad abbandonarli, finché saprete liberarvene con la stessa facilità, dicono i maestri, “con cui si toglie un capello da una fetta di burro”.

da “Riflessioni quotidiane sul vivere e sul morire” di Sogyal Rinpoche

Paranormale: raccontate la vostra esperienza

Rieccomi! Ci sono ancora 🙂

Prima di tutto una buona notizia. Giusto un anno fa’ scrivevo un post dedicato alla difficile situazione lavorativa dell’Italia: Lady Wolf aveva appena lasciato il suo posto di lavoro perché insostenibile e, in un’epoca nella quale per i datori di lavoro un dipendente può essere trattato come si vuole “tanto un altro posto non lo trova”, a molti tale scelta sembrò quantomeno azzardata. C’è voluto tempo ma a ottobre Lady Wolf è tornata a lavorare, seppure per una sostituzione maternità e, proprio a gennaio, esattamente un anno dopo, è stata chiamata per un lavoro nel suo settore, a tempo indeterminato, proprio nella cittadina dove abitiamo (aveva mandato il suo curriculum più di un anno fa’ e ormai non ci pensava nemmeno più): niente più mezzi pubblici, niente più precarietà (OK, oggi non si sa mai, ma insomma… almeno per un po’ 😉 ) e… Tom e i mici saranno davvero contenti, ben due ore in pausa pranzo con la loro “mamma bipede” con libero accesso al parco per il primo e al giardino per i secondi! 😉

E adesso veniamo al tema del post. L’ho recuperato da febbraio 2008, qui trovate il link al post originale con i commenti dell’epoca: Paranormale: raccontate la vostra esperienza

Otto anni dopo, potrei raccontare diversi altri eventi “particolari” che mi sono accaduti, qualcuno l’ho già raccontato quà e là nel blog: la luce della cucina che si è spenta da sola il giorno in cui mio fratello è stato trovato morto (non era mai capitato prima e non è mai più capitato), la radio che trasmette “See you again” esattamente la prima volta che siamo passati in auto davanti all’uscita autostradale del paese dove nacque Julius, dopo la sua  morte, e così via.

Casualità? Vediamo ciò che vogliamo vedere? O… c’è davvero qualcosa di più?

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cerchi nel granoCome ho scritto nel mio profilo, mi sono spesso definito il “ricercatore perfetto”: qualcuno che ha grande curiosità e che vorrebbe fortemente trovare “prove” di qualcosa che “viva” al di la’ dei cinque sensi, ma che, al contempo, ha un nocciolo scettico che non è mai riuscito a eliminare. Quel nocciolo scettico, per un “ricercatore”, non è una maledizione (magari per chi vorrebbe semplicemente “credere”, si, invece…), è anzi indispensabile per l’oggettività del riscontro, altrimenti si correrebbe il rischio di credere a qualunque cosa venga propinata.
Diciamo che se mi vedrete scrivere “miracolo!!!“, bé… è probabile che davvero di miracolo si tratti! 😉

sfera di cristalloLa mia esperienza su Internet si è mantenuta sulla stessa falsariga; già da anni infatti ho notato che esistono siti “propagandistici” e poco obiettivi da ambo i lati: chi trova spiegazioni esoteriche ardite per spiegare il più piccolo degli eventi e chi, spesso con teorie ancora più incredibili, cercano solo di smontare i primi. Non ci credete? Provate ad andare sul sito del Cicap: alcune delle loro teorie “scientifiche” appaiono più balzane che ammettere l’esistenza di qualcosa che è al di là dei nostri sensi.

Prima di tutto, pero’, cos’è un fenomeno “paranormale”?
Bene, è evidentemente qualcosa che non può essere ritenuto “normale”, non è vero? 🙂 Ma “normale” per chi? Usando quali parametri? Non era forse incredibile immaginare le forze elettromagnetiche prima che queste fossero riconosciute e dimostrate? Eppure, ovviamente, esistevano già in natura, non è così? Per non parlare della Relatività o della Meccanica Quantistica…
E allora, perché non ammettere che possa esistere qualcosa a cui la scienza non è ancora riuscita ad arrivare?

La scienza degli uomini non è, curiosamente, come le loro leggi: per la legge – almeno nei paesi cosiddetti “civili” – la colpevolezza deve essere provata, ma se non lo è non vuol dire che ci sia innocenza, possono semplicemente mancare le prove dimostranti che essa sia tale.
Eppure, per la scienza, una cosa per essere vera deve essere dimostrata, e se non lo è, allora non è vera.

Non è curioso?

Questa pero’ non deve essere una buona ragione per credere a tutto…

CorvoEsempio 1: Premessa: le teorie animiste dicono che quando una persona muore, la sua anima ci mette tre mesi (mi pare…) per poter tornare a manifestarsi nel mondo come spirito.
Qualche mese dopo la morte di mio papà, iniziai a percepire uno strano suono in camera mia. Ogni volta che andavo a dormire… sentivo distintamente un rumore metallico, una sorta di “tlang!”, come se quell’asticella di metallo usata per tenere ferma una finestra aperta, sbattesse ogni volta contro il muro. Controllai tutto più e più volte: finestre aperte o chiuse, correnti d’aria, oggetti fuori dalla finestra che potessero produrre un rumore simile… tutto!
Ma non trovai nessuna spiegazione razionale… apparentemente.
Passarono i mesi e quasi mi convinsi che quello fosse un segnale di mio papà, una sorta di “buonanotte” prima della nanna 🙂
Divenne un suono amico e familiare.
Solo un anno e mezzo dopo, capii all’improvviso – chissà per quale strano collegamento mentale – che quel rumore era dovuto alla lampadina al neon che era vicina al mio letto: pochi minuti dopo che la lampadina veniva spenta, essa produceva quel rumore (un relè interno, forse?). Probabilmente gli addetti alla fabbricazione di tali lampadine sono perfettamente a conoscenza di questa cosa, ma tra gli altri… chi l’avrebbe detto? 🙂

gatto neroEsempio 2: Sempre anni fa’, direi una decina, considerando che ero in possesso del mio primo telefono cellulare, ero pronto per dormire. Ero già a letto e stavo per spegnere la luce. Improvvisamente mi voltai di scatto verso il telefono cellulare che era posato nel suo caricabatteria da tavolo a due-tre metri da me.
Sapevo che sarebbe squillato.
Non ricevevo mai telefonate a quell’ora ma… qualcosa mi costrinse ad aspettarmi quella chiamata. Pochi secondi dopo, il telefono squillò: era una mia amica che aveva subito un tentativo di stupro e che mi pregava di andarla a recuperare perché era scappata a piedi dalla casa in cui aveva subito il tentativo di violenza.
So che i telefoni cellulari GSM usano frequenze “sensibili” ad altri elettrodomestici (avente presente i classici disturbi a radio, televisioni… ?), ma quella sera… era già davvero tutto spento.

Potrei elencare tanti altri “piccoli” avvenimenti (e qualcuno grande…) che non sono mai riuscito a spiegare col buon senso. Ciò non vuol dire dover credere necessariamente all’aldilà purtroppo: ci possono essere spiegazioni comunque paranormali ma che non hanno bisogno di tirare in ballo la vita dopo la morte.
Quello della vita dopo la morte è il passo più difficile, perché di importanza capitale; per questo è più difficile crederci per chi non ha una “fede donata”: ammettere che esista la telepatia può non cambiarmi la vita; essere sicuro che non finirò assieme alla morte del mio corpo… è davvero altra cosa e… sì, potrebbe farlo.

Un esempio. Avrete tutti (ok… “quasi” tutti! 😛 ) sentito parlare dei fenomeni poltergeist, ovvero di quei rumori “impossibili” e quegli oggetti che si spostano e volano per le camere apparentemente da soli. Bene, essi sono spesso citati come prova dell’esistenza degli spiriti. Ma esiste una teoria, altrettanto “possibile” (o “impossibile”, secondo il Cicap 😀 ), che li spiegherebbe con l’energia telecinetica (la telecinesi è la capacità, volontaria o non volontaria, di spostare gli oggetti con la sola forza del pensiero); in effetti la grande maggioranza dei casi raccolti accade in case dove ci sono adolescenti, tipicamente irrequieti, e con perciò una grande e “disordinata” energia mentale. Non è “prova”, no, ma può essere già un indizio…
Sempre di fenomeno paranormale si tratterebbe. Ma mentre l’esistenza degli spiriti dimostrerebbe la vita dopo la morte… la telecinesi è ben lunga dal farlo.

Ma adesso, signori e signore, tocca a voi!!! Vi esorto a raccontare le vostre esperienze, con dovizia di particolari, se possibile! Sarò un opinionista (giudice non mi piace) severissimo… ma, prometto, possibilista! 😉

albero e luna

Lutto e sentimenti – un pensiero di Sogyal Rinpoche

Una perdita, un lutto possono farvi diventare acutamente consapevoli delle conseguenze di non aver dimostrato nella vita amore e comprensione, di non aver chiesto perdono, e ciò può rendervi molto più sensibili verso le persone care che restano.

Dice Elizabeth Kubler-Ross: “Cerco di insegnare alla gente a vivere in modo da dire agli altri queste cose mentre possono ancora ascoltarle”. E Raymond Moody, dopo una vita di lavoro con le esperienze di pre-morte, scrive: “Ho incominciato a capire quanto tutti siamo vicini alla morte nella vita quotidiana. Ora più che mai sono attento a comunicare alle persone che amo i miei sentimenti”.

da “Riflessioni quotidiane sul vivere e sul morire” di Sogyal rinpoche

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Commento di Wolfghost: tutti, almeno tra le persone che ho conosciuto io, diventiamo più ricettivi verso i sentimenti e il rispetto degli altri e della vita in generale, allorquando subiamo un lutto o andiamo vicini alla morte, anche se ognuno risponde a questi drammatici eventi a modo proprio. Tuttavia, sebbene sia auspicabile e necessario superare la fase del lutto o della paura per poter continuare a vivere, troppo spesso dopo un po’ di tempo molte persone ricadono negli stessi errori di prima, come se non avessero imparato nulla. Tornano a prendersela oltre misura per banalità, ad essere solamente incentrati su sé stessi, a non rispettare la vita in ogni forma in cui essa si presenti, a sottovalutare le cose davvero importanti.

Un tempo amavo dire che meglio sarebbe restare un po’ più ignoranti piuttosto che subire lezioni tremende, ma visto che queste, purtroppo, accadono ugualmente, è un peccato – nel vero senso del termine – non imparare nulla.

 

Un aggiornamento su Tom: verrà operato per l’asportazione del tumore martedì prossimo, tra una settimana esatta. Poi non potremo fare altro che restare in attesa del risultato dell’esame istologico, così poi da decidere se e quale terapia adottare.

La coscienza della morte negli animali

Sissi, Julius e Numa, 2013

Una cosa di cui sono ormai ragionevolmente sicuro è che gli animali non hanno coscienza della morte.

In questi giorni mi è capitato sovente di vedere Numa e Sissi aggirarsi per casa, in camera in particolare, e guardare attentamente nei posti, nelle cucce, dove Julius soleva andare negli ultimi tempi.

Soprattutto Numa sembra sorpresa di non vederlo. A volte sembra… aspettarlo, come se, anche questa volta, Julius si fosse allontanato per, presto o tardi, ritornare.

Una notte di due anni fa’ Julius cadde dal balcone della casa dove abitavamo, al primo piano di una palazzina.

Noi non c’eravamo, avevamo fatto un breve “scambio casa” con una zia di Lady Wolf per avere modo di stare qualche giorno con sua nonna, a 400 chilometri di distanza. Quando la zia ci avvisò che non trovava più Julius, tornammo precipitosamente indietro… ma lui non c’era.

Julius riposa dopo essere stato ritrovato, 2013

Furono giorni terribili. Non c’è nulla di peggio di immaginare il proprio amato animalotto impaurito, nascosto chissà dove, morire di fame a poco a poco.

Lui non era abituato a stare fuori, non ce l’avrebbe mai fatta. Per fortuna, grazie a Lady Wolf che non si diede per vinta, lo ritrovammo quando io, ormai, iniziavo a perdere la speranza.

Se cercate nel blog, mettendo “Julius” come parola chiave, certamente vi uscirà quanto scrissi allora.

Quando lo riportammo a casa, sano e salvo, Numa, a sorpresa, si arrabbiò con lui, forse perché sentiva un odore diverso prendendolo perciò per un altro gatto. I gatti, come i cani, vanno molto a “fiuto”. Comunque poche ore dopo si riappacificarono.

Poi c’è stata la notte in cui Julius venne ricoverato dal veterinario. Anche lì Numa lo vide ritornare.

Credo che lei, ancora, si… sorprenda di non vederlo. Forse, a modo suo, si pone delle domande. Ma non credo “sappia” che è morto. Non credo che gli animali abbiano questa coscienza, che sappiano cosa è la morte.

Ed è una cosa bellissima, che invidio loro tantissimo!

Si potrebbe obiettare che ci sono cani che vanno sulla tomba del padrone defunto, ma questo non significa che sanno che è morto. Penso che anche lì… si aspettino di vederlo tornare. Come Hachiko che, fino alla sua stessa morte, andò ad aspettare il ritorno del suo “amico umano” alla stazione ogni giorno.

Mi sono rovinato parte della vita, “grazie” alla consapevolezza della morte. Credo che questa sia la vera punizione dell’umanità per aver colto la mela dall’albero della conoscenza.

Personalmente preferirei essere ignorante. Preferirei essere… un gatto.

Numa oggi

Riflessioni quotidiane sul vivere e sul morire – Sogyal Rinpoche

Sogyal Rinpoche, maestro buddhista tibetano, è tra i miei autori preferiti. Sul mio blog ho già presentato uno dei suoi libri: Vivere e morire – Il libro tibetano del vivere e del morire, per me autentico capolavoro. Purtroppo, pur essendo molto attivo in tutto il mondo – ha avuto una parte perfino nel film di Bertolucci “Il piccolo Buddha” – non ha scritto molto, altri soli due libri a parte il precedente (che però da solo ne vale cento); “Riflessioni quotidiane sul vivere e sul morire” è uno di questi.

Normalmente non mi piacciono le raccolte di aforismi o pensieri e questo è proprio uno di quei libri “un pensiero al giorno” con tanto di data.

Tuttavia gli aforismi sono davvero pochi e sempre a tema, gli altri sono tutti brevi pensieri di Sogyal Rinpoche con un numero percentualmente elevato di essi che merita davvero riflessione attenta.

E poi… non è forse estate? Cosa c’è di meglio di un breve pensiero prima di addormentarsi o qua e là nel corso della giornata, magari in una sosta su qualche sasso con vista monti o su uno scoglio in riva al mare? E “Riflessioni quotidiane sul vivere e sul morire” si presta bene, visto che è anche tascabile 😉

Comunque nel seguito vi proporrò qualche pensiero tratto dal libro, anzi inizio proprio dal primo che ci aiuta a capire quanto questa filosofia sia distante dalla nostra società occidentale: provate in giro a dire che vi state preparando alla morte… sentirete i commenti! Come minimo vi sentirete dire il classico “Ma vivi e non pensarci!”, come se questo nascondere la testa sotto la sabbia allontanasse l’ineluttabile problema. Il punto è che pochi in Occidente accettano davvero di pensare alla morte: sanno solo, a livello “scolastico”, che accadrà, ma dentro di sé c’è una rimozione completa della faccenda. Ma affrontare la morte significa non solo svuotarla dal terrore che essa apporta ma anche vivere molto più pienamente che facendo finta che essa non ci riguardi.

“Secondo la saggezza del Buddha, noi possiamo utilizzare la vita per prepararci alla morte. Non dobbiamo aspettare che la morte dolorosa di una persona cara o una malattia terminale ci costringano finalmente a considerare la nostra vita. E neppure siamo condannati ad affrontare la morte a mani vuote, andando incontro all’ignoto. Possiamo incominciare qui e ora a trovare un significato nella nostra vita. Possiamo trasformare ogni momento in un’occasione per cambiare e per prepararci, con sincerità, accuratezza e pace mentale, alla morte e all’eternità.”

Tom alle cascate Arroscia

Essere fortunati

Ognuno di noi sa che, un giorno, non ci sarà più. Nonostante questa certezza viviamo la nostra quotidianità come se fosse per sempre e solo quando qualche disturbo preoccupante, a noi o a un nostro famigliare, fa capolino, iniziamo a interrogarci, a temere di poter perdere quanto abbiamo, anche se sappiamo che sicuramente questa perdita è solo questione di tempo.

E’ giusto, come potremmo vivere diversamente? Chi ce lo farebbe fare di sopportare gli strali della vita, le sofferenze, la fatica, le preoccupazioni, la consapevolezza che per quanto difendiamo il nostro castello esso alla fine crollerà, se avessimo questo pensiero sempre vivo? Lo chiamiamo “saper cogliere l’attimo”, ma in realtà non vi è davvero un altro modo di vivere. La vita è nascondere la testa sotto la sabbia, che lo facciamo consapevolmente oppure no. Ed è giusto così.

A quarantotto anni e mezzo (quasi), mi ritrovo pieno di acciacchi. Disturbi un po’ vecchi, un po’ nuovi, che spesso sembrano non voler più mollare la presa. Sto entrando nell’età degli “esami di controllo periodici”, quelli che si attendono sempre col fiato un po’ sospeso. Sono ancora giovane? Sarebbe così sconvolgente se sapessi di non avere più tanto tempo davanti? Certo. Lo sarebbe, personalmente e per i famigliari. Eppure ogni giorno molta gente più giovane, perfino bambini, se ne va. Non ho voglia di guardare le statistiche, ma so che non è affatto così improbabile come le “chiacchiere da caffé” vorrebbero e come le balle sulla vita media cercano di propinarci. L’aspettativa di vita media di 80 anni significa che ci sono 3 persone fortunate che arrivano a 90 e più anni, e una che si spegne molto, molto prima. E tutti abbiamo tanti esempi attorno. Ognuno di noi ha un terzo di probabilità di ammalarsi di cancro almeno una volta nella vita, lo sapevate? Si cura anche questo? Sì, come no. Per certi tipi di tumore la probabilità di uscirne è inchiodata su cifre bassissime da decenni. Sospetto che il famoso 50% di successo globale tenga in considerazione tanti tumori frequenti o “innocui”, come i basaliomi della pelle. Così siamo capaci tutti, mi verrebbe da dire.

In fondo so di essere già stato fortunato così. Sarei potuto nascere in uno dei tanti paesi del mondo dove arrivare a quarant’anni è già grasso che cola. Oppure sarei potuto nascere qui, ma a inizio ‘900, e aver dovuto passare attraverso guerre sanguinose. O ancora più indietro, nel Medioevo magari, dove andare a farsi ammazzare per il signorotto locale e una paga misera era cosa normale. E comunque c’erano carestie e epidemie.

Quali sono le cose importanti della vita? Bé, ognuno ne ha un’idea diversa. Io credo di aver già raggiunto le mie. Certo, potrei migliorarle e magari godermele un po’ più a lungo. Ma avrei anche potuto non avere il tempo di raggiungerne nemmeno una. E ne sono assolutamente consapevole.

Se ho una preoccupazione, questa è che non potrei lasciare la sicurezza economica a Lady Wolf, e ai nostri cari animalotti. Come farebbe lei con uno stipendio part time, oggi, a tirare avanti e a dare continuità non solo a se stessa, ma anche a loro? So già come mi risponderebbe lei 🙂 Mi direbbe “Farei come facevo prima!” 😛

Stasera va così… in attesa di post, speriamo, più leggeri…

Wolfghost (il blog) andrebbe alle elementari…

Mi sono ricordato proprio in questi giorni che il mio blog “Wolfghost” il mese scorso ha compiuto sei anni, dunque sarebbe pronto, se fosse un bambino, per iniziare le elementari 😀

Il primo post, la piattaforma era Splinder, è datato 7 settembre 2007 e, con grande sforzo di fantasia, si chiama “Eccomi qua…”. Siccome è breve, vediamo che diceva…

“Dopo anni di peregrinazione su siti vari e, soprattutto, forum, Wolfghost prova l’avventura del blog.

Il desiderio di esprimere cio’ che e’ dentro di me in una cornice mia, senza gli spazi angusti di un forum, forse senza la sua visibilita’, ma nemmeno la sensazione di disordine e, spesso, mancanza assoluta di controllo, e’ la molla che mi spinge in questa mia esperienza di blogger.

Sono stato per lunghi anni, da quando ne avevo 18 fino ai 37, un “ricercatore dell’anima”, incuriosito tanto dall’esoterismo quanto dalla psicologia del profondo, affascinato in particolar modo quando scoprivo in essi percorsi paralleli, ma sempre con un nocciolo scettico che mi impediva di cadere preda di facili entusiasmi.

In seguito a disavventure sentimentali, lutti e momenti difficili, ho avuto la mia pausa, durata quasi 4 anni.

Adesso, a poco a poco, quella sete di conoscenza, quella voglia di chiudere il cerchio, si stanno di nuovo facendo strada…

Spero di non perdere gli amici che, via via, mi sono fatto da altre parti e che, almeno alcuni tra loro, siano pronti ad accompagnarmi, magari assieme a nuovi, in questa avventura.

Wolfghost”

Purtroppo gli amici ai quali mi riferivo si sono via via persi, tutti tranne uno che, anche se ha cambiato nickname, ha ancora un suo blog. Tuttavia sei anni su Internet sono un’eternità, il ricambio è quasi scontato, fisiologico direi. Alcuni blogger che ho conosciuto in questi anni sono anche scomparsi… è terribile pensarci, anche se è vero che fa parte della vita ed anzi, e anche questo è incredibile da pensare, se i nostri blog vivranno abbastanza a lungo, a poco a poco i sopravvissuti inizieranno a piangere quelli che via via scompariranno, fino a restare pochi pochi. Avete mai provato a pensarci? 😐 Per parafrasare le parole del buddhismo tibetano sul principio dell’impermanenza: “Vedete tutti questi blogger? Tra cento anni non ce ne sarà più neanche uno” 😦

Per quanto riguarda la “sete di conoscenza”, ho certamente fatto più esperienza e appreso nuove nozioni, o almeno ho rielaborato nozioni che già sapevo. Tuttavia… non sono arrivato a nulla, questa è la verità, anche se è da stabilire se davvero qualcosa da raggiungere c’è o se tutta la vita è solo un processo in divenire, senza una fine, senza un traguardo. “La strada è la ricompensa” direbbe lo Zen.

A dirla tutta… a volte mi accorgo ancora di brancolare nel buio. Ad esempio, ora come allora, non ho la minima certezza sul fatto che la vita continui o meno dopo la morte fisica. Un giorno propendo più da un lato, quello dopo più dall’altro. E lo stesso dicasi di tanti altri argomenti. Tuttavia mi diverte, mi incuriosisce, vedere il cambiamento di pensiero che in questi anni ho fatto e, se ne aggiungo qualcuno in più, includendo solo pochi anni prima del 2007, il divario diventa ancora maggiore. Alcuni post che avevo scritto, ad esempio, erano per me la “bibbia”, ci credevo ciecamente. Rileggendoli adesso… molti mi sembrano aria fritta. Non “falsi” o “errati”, ma valevoli solo in un certo periodo della vita, dopodiché… diventano inutili. A volte mi suonano perfino sciocchi.

Credo che così sia la vita: fatta a fasi. E’ chiaro che un giovane non può, non deve, pensarla come un uomo di mezza età, e immagino che un uomo di mezza età non può, non deve, pensarla come una persona ormai vecchia. Le cose cambiano e ciò che aveva valore e senso una volta, poi smette di averne, o comunque ne ha molto meno.

Bé… comunque mi accorgo che anche la platea di Wolfghost è estremamente cambiata, sul blog e ancora di più rispetto ai forum su cui scrivevo in precedenza. L’età si è alzata, e ovviamente con essa anche gli interessi che i miei lettori e io abbiamo. Però alcuni vecchi post sono ancora validi, almeno per me, quindi ho deciso che quelli che “sento ancora” li ripubblicherò saltuariamente, perché se è vero che li potete comunque trovare tutti tramite la colonna laterale, è anche vero che la grande maggioranza dei blogger raramente va indietro nei post di un blog, mi piace perciò pensare di condividere alcuni di essi con chi – oggi – è lettore del mio blog.

Un caro saluto a tutti 🙂

Disquisizioni sulla sopravvivenza della coscienza dopo la morte

Ogni tanto ricevo e-mail o commenti da persone che non sono abituali lettori (o perlomeno commentatori) del mio blog e capita che, probabilmente proprio per questo, mi danno modo di fare il punto, il riassunto, su quanto scritto nel corso di post precedenti aventi il medesimo argomento o argomenti simili. E’ il caso di “TED BRAUN” (che ringrazio) che ha commentato il post dello scorso aprile “La sopravvivenza della coscienza di sé dopo la morte“. Segue il suo commento e la mia lunga risposta (leggetela quando andate a dormire, potrà servirvi da sonnifero :-D).

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TED BRAUN:

La coscienza è la consapevolezza di essere e di esistere. A questa consapevolezza si aggiungano la stratificazione delle esperienze vissute e i ricordi ad essa legati. Siamo, oltre che organismi viventi, un miscuglio di razionalità e istintività atavica, legata probabilmente a ciò che eravamo migliaia di anni fa, ovvero molto più simili agli animali: poca razionalità, molta istintività. Detto questo, cosa succede agli animali in generale dopo l’esistenza terrena? Continueranno ad essere ciò che erano in vita? Un gatto continuerà a giocare con il gomitolo o con il topo? Il cane continuerà a rincorrere una palla o un bastone per riportarlo al padrone morto prima di lui? Insomma qual è lo scopo della sopravvivenza della coscienza? Non potrebbe essere il nostro desiderio inconscio di perpetuare la memoria di noi stessi? Sappiamo di persone risvegliatesi da lunghissimi intervalli di coma. Non ricordavano nulla se non l’ultimo evento vissuto, ammesso che al risveglio non vi siano stati riscontrati danni cerebrali. Dove era la loro coscienza in quel momento durante i mesi o gli anni vissuti in coma? Perché non hanno ricordi? La coscienza può prendersi pause, andare in letargo? E per quanto riguarda le persone nate cerebrolese o con gravissime malformazioni che non consentono loro di rendersi conto del loro stato di esistenza? Mi domando che tipo di sopravvivenza avrebbe la loro coscienza post morte. Che tipo di esperienza si porterebbero attraverso il tunnel? Come molti sono attratto da questi quesiti, gli stessi che l’uomo, non appena ha preso coscienza della propria esistenza, ha attribuito la propria sopravvivenza post morte al sole, al fulmine, agli dei e infine a Dio. La vera domanda è: perché vogliamo disperatamente sopravvivere alla morte fisica?

 

wolfghost:

Buongiorno Ted, grazie per il tuo (ottimo) commento. In effetti le tue domande me le sono poste anche io in passato, credo che chiunque si sia seriamente interrogato su questo argomento se le sia poste. Pare che nel corso degli anni l’uomo identifichi tutto l’universo con il suo Io, così da rendergli incomprensibile, e terrifico, il fatto che un giorno… l’universo continuerà tranquillamente ad esistere anche senza di lui 🙂 Questo per rispondere alla tua ultima domanda. Riguardo alle altre, in millenni di disquisizioni e ricerche, sia esteriori che interiori, ovviamente si è già postulato ogni possibilità che potesse essere postulata. Ognuno ha espresso le sue convinzioni, e ognuno ha trovato il modo di annullare quelle degli altri.
Così, per venire alle tue parole, e guarda che rispondo così come dimostrazione di quanto scritto sopra, più che come personale credo, in molti – e tra loro anche ricercatori illustri, come Rupert Sheldrake – sostengono che il cervello in realtà non è la sede della coscienza ma piuttosto un recettore di essa, una specie di apparato radioricevente che permette la connessione tra materia e coscienza. Sarebbero addiritture state individuate le cellule che, nel cervello, avrebbero questa specifica funzione.
Questa ipotesi, se verificata, risponderebbe a tutte le tue domande e dubbi. Il cervello, essendo limitato, riuscirebbe a “trasdurre” solo una piccola quantità di informazione dalla coscienza e a memorizzarla. Il cervello di ognuno ha capacità diverse. Così un animale avrebbe meno capacità di “ricezione” di un essere umano. Lo stesso per le persone nate cerebrolese. Ciò non vuol dire che la coscienza per loro sia diversa o inferiore, ma solo che il loro cervello riesce ad “importarne” e memorizzarne meno. Quando un cane muore smette di essere un cane, così come quando un uomo muore smette di essere un uomo. Entrambi sono coscienza, così come in realtà erano già prima, solo che non ne avevano consapevolezza.
Il cervello delle persone in stato di coma, potrebbe non essere in grado di funzionare come organo recettore; per questo al risveglio non ci sono informazioni nuove. Il cervello di chi invece è “ripescato” in stato di premorte, è ancora vigile, anzi addirittura ultimamente pare che degli anestesisti americani abbiano dimostrato che il cervello ha un’attività cosciente ancora per almeno trenta secondi dopo che il cuore ha smesso di battere, questo per molti ha significato spiegare le “visioni di premorte”, in realtà non ha dimostrato un bel niente, così come gli esperimenti di Sam Parnia dell’articolo di questo post. Ecco perché le persone in stato di premorte potrebbero aver “visto” qualcosa che chi è in stato di coma non ha visto. Senza contare che c’è comunque una separazione tra ciò che il nostro subconscio vede e ciò che viene riportato dalla mente cosciente. Pensa al semplice stato di sogno. Non è forse vero che solitamente ricordiamo pochissimi sogni o addirittura nessuno? Eppure sappiamo che sognamo in continuazione durante il sonno, ce lo dicono gli esperti.
Persino nelle religioni più antiche non pare non esserci uniformità di interpretazione. Per l’induismo Vedanta infatti, una coscienza individuale non esiste, esiste solo una unica Coscienza di cui tutto è fatto, anche la materia. L’errore è identificarci con la coscienza individuale (il nostro Io) che però è illusoria, una accozzaglia di ricordi che cerchiamo di mettere in linea per definire un Io. Per loro perciò chiedersi se sopravvive l’Io, la coscienza individuale, alla morte, è inutile: se l’Io non esiste, cos’è che dovrebbe sopravvivere? 😉
Il buddhismo tibetano invece perla chiaramente di sopravvivenza di una coscienza individuale, così tanto da aver scritto addirittura dei trattati, come il libro tibetano dei morti, con le indicazioni su come affrontare il “passaggio” nel migliore dei modi.
Entrambe comunque sembrano più vicine alle scoperte della scienza moderna (l’energia forma tutto, materia inclusa, ed è una sola anche se si “condensa” in manifestazioni individualizzate – cioé corpi e oggetti) di quanto lo sia il nostro Cristianesimo. Almeno quello odierno, presumibilmente molto diverso da quello di duemila anni fa.
Allo stesso modo, ti garantisco, anche ognuna delle ipotesi pro-esistenza dopo la morte, viene smontata dagli “illuministi” con spiegazioni scientifiche o pseudo-scientifiche (a volte più improbabili delle ipotesi metafisiche, a dire il vero).
Insomma, l’idea di cercare qualcosa che ci convinca che non tutta finisce con la morte, per paura di scomparire nel nulla, così da far nascere correnti spirituali e religioni, è la prima che ovviamente viene in mente attraverso la logica. Ma non sempre la prima spiegazione logica è anche quella giusta. La storia lo ha insegnato tante volte.
In conclusione, non ho la risposta.
Ti lascio con un aneddoto. Una volta andai nel centro di buddhismo tibetano più grande d’Italia e uno dei più grandi in Europa, a Pomaia, provincia di Pisa. Sperando di avere una risposta definitiva, chiesi ad uno dei lama residenti di… darmi una prova dell’esistenza della sopravvivenza della coscienza dopo la morte. La sua risposta allora non mi convinse, anzi mi deluse, e credo non potesse essere altrimenti, in quegli anni ero il classico esempio di “illuminista occidentale” pure io. Dopo molti anni però capì che era l’unica risposta sensata che egli potesse darmi. Quella risposta fu “medita, sentirai, saprai, che è così”.
Al momento nessuno può dirci se c’è davvero qualcosa che comprenda la sopravvivenza della nostra coscienza “dopo” o se tutto per noi finirà, possiamo solo seguire le parole del lama e… percepire qual è la verità, qualunque essa sia, senza aver paura del responso. Qualunque essa sia. Troveremo così la nostra verità, una verità che non potrà essere scalfita da parole esterne.

Caldo, caldissimo

Dite la verità, leggendo il titolo avete pensato ad un post-lamentela sul caldo, vero? 🙂 E invece… sorpresa! Si tratta di un’altra, brevissima, storiella zen, un classico “koan” 🙂 Leggendolo mi sono scoperto a sorridere soddisfatto, così ve lo propongo 😉

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Un giorno Tanzan, celeberrimo maestro Zen, stava presiedendo a un funerale secondo il rito. Davanti alla bara tracciò un triangolo nell’aria con un tizzone infuocato; tutti gli astanti attendevano le elette parole d’uso, ma la bocca del maestro rimase sigillata.

E mentre tutti fissavano il cranio rasato del maestro, arroventato dai raggi del sole al tramonto: “Fa caldo” egli disse. “Oh, fa un gran caldo!”.

Accennò quindi un rapido gesto di saluto verso la bara e tornò al proprio posto.

La Tazza e il Bastone – Storie Zen

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Commento di Wolfghost: Certo, se il funerale fosse stato di un nostro caro, probabilmente ci saremmo offesi, vero? Eppure anche noi spesso non sappiamo cosa dire in situazioni simili, non necessariamente un funerale, può essere la comunicazione riguardante una grave malattia, una sciagura o tante altre cose. Allora si rimane in imbarazzo poiché si immagina che l’interlocutore vorrebbe sentire pronunciare qualcosa di confortante… ma proprio le parole non escono. La verità è che in fondo sappiamo, come il maestro Zen del racconto, che le parole non servono, soprattutto poi in fatti di tale portata. La nostra tradizione ci ha portato a costruire cerimonie dove si tengono lunghi sermoni o discorsi di commiato più o meno estesi. Non c’è film con funerale senza discorso strappalacrime, non è così? Spesso anzi è quello il fulcro del film.

Non servono parole. Quanto strazio la fila di persone che porge, un conoscente dopo l’altro, le condoglianze alla vedova (faccio per dire). Qualche psicologo dice che ciò è addirittura controproducente poiché, lungi dal portare conforto (la maggioranza delle volte è chiaro che sono frasi di rito), le condoglianze rafforzano la sensazione della perdita.

Ma non è solo questo. Per lo Zen e il Buddismo in generale, infatti, la morte non esiste, così come non è esistita la nascita. La nostra essenza c’era prima della nascita e ci sarà dopo la morte. Qualunque cosa questa “essenza” sia. Il resto è illusione. Illusione non nel senso stretto con cui usiamo solitamente questo termine, ma nel senso che l’attaccamento al nostro corpo, al nostro Io, la percezione che abbiamo di noi stessi, è solo frutto dei nostri pensieri, delle nostre idee. E’ qualcosa privo di consistenza, che cambia ogni minuto. Che, insomma, nel concreto non esiste. E’ solo un fuoco fatuo. A cui però siamo maledettamente attaccati…