Austerlitz di Sebald – Recensione e commento di giuba47

Austerlitz di Sebald
Recensione e commento di giuba47
Blog: Pensare in un’altra luce

AusterlitzWinfrid Georg Sebald è nato nel 1944, ha lasciato la Germania a venticinque anni non potendo più tollerare quel silenzio con il quale la generazione dei padri continuava a nascondere i crimini e le sofferenze provocate dal nazismo e da una guerra devastante, incapaci di confrontarsi con un passato.
Emigra quindi in Inghilterra, dove insegna letteratura tedesca fino alla morte, avvenuta nel dicembre 2001. Aver lasciato, però, la sua terra natia non ha voluto per lui dire dimenticare, voltar pagina, ma al contrario ripercorrere vicende che hanno lasciato segni e ferite indelebile in chi le ha vissute.

Le tragedie del ‘900, soprattutto quelle tedesche, vengono riviste con gli occhi di chi le ha subite o di chi ne è scampato, come in alcuni racconti degli Emigrati oppure, come nel caso di Jacques Austerlitz, di chi cerca di ricomporre la propria identità ricostruendo la storia della propria origine, ma che continuamente si scontra con la difficoltà della memoria di mantenere in vita ciò che invece va dissolvendosi nella dimenticanza.

“Persino adesso che sto cercando di ricordare – dice Austerlitz – (..) l’oscurità non si dirada, anzi si fa più fitta al pensiero di quanto poco riusciamo a trattenere, di quante cose cadano incessantemente nell’oblio con ogni vita cancellata, di come il mondo si svuoti per così dire da solo, dal momento che le storie, legate a innumerevoli luoghi ed oggetti di per sé incapaci di ricordo, non vengono udite, annotate o raccontate ad altri da nessuno…”

Sebald non è ebreo ma ugualmente parla delle vittime del nazismo descrivendo non raccontando tanto le atrocità da loro subite nei lager, quanto le conseguenze, soprattutto psicologiche che col tempo invece di alleviarsi si fanno più acute (e mi viene da pensare al nostro Primo Levi): i personaggi di Sebald, infatti, soggiacciono al potere di una “memoria inesorabile”. La memoria è, per questo scrittore, una facoltà sempre problematica, necessaria e dolorosa allo stesso tempo, perché se da un lato favorisce la costruzione della sua identità, dall’altro può metterne in pericolo il suo equilibrio psichico.

Strappato ai genitori durante l’invasione nazista della Cecoslovacchia e spedito in Inghilterra insieme ad altri bambini, Austerlitz cerca faticosamente di ricomporre la sua storia dopo anni di buio totale. E il passato si ricompone lentamente straziante e implacabile. Il percorso individuale di Austerlitz diventa per Sebald l’occasione per una riflessione sulla Storia, sulla natura del tempo, sull’evanescenza e sulla perennità del passato, sulla lacunosità della conoscenza.

Nei suoi lunghi monologhi alla presenza del narratore, Austerlitz ripercorre la sua storia, a cominciare dall’infanzia passata in Galles nella casa del predicatore Elias. Nel collegio dove va a studiare gli viene rivelato il suo vero nome – fino ad allora aveva creduto di chiamarsi Dafydd Elias; ma non trova nessuna indicazione sulla sua vera famiglia. Solo quarant’anni più tardi, nel 1998, riesce a ritrovare la sua balia a Praga, che gli racconta la storia della sua famiglia, come prima dell’arrivo delle truppe tedesche egli sia stato caricato su di un treno verso l’Inghilterra, come il padre sia riuscito a fuggire a Parigi e la madre sia stata invece deportata a Theresienstadt, perché ebrea.
Però il bambino resterà segnato per sempre. Potrà studiare o viaggiare quanto vorrà, ma sulle spalle porterà sempre il peso di una immensa solitudine.

E, quando riaffiorerà il ricordo del momento in cui sarà costretto ad abbandonare la sua famiglia per salvarsi da una morte sicura, sarà un momento molto doloroso:

“Ricordo soltanto che, nel vedere il bambino seduto sulla panca, divenni consapevole con un’angoscia sorda, della devastazione sorda, della devastazione che l’abbandono aveva prodotto in me dei lunghi anni passati, e una stanchezza spaventosa mi assalì al pensiero di non essere mai stato veramente in vita o di essere venuto al mondo solo allora, per così dire alla vigilia della morte”.

Il ritornare al passato gli restituisce i ricordi ma nello stesso tempo non lo guarisce da quel senso di spaesamento che lo accompagnerà tutta la vita. In uno dei passi più intensi, Austerlitz dice: “Per quanto mi è dato risalire indietro col pensiero, mi sono sempre sentito come privo di un posto nella realtà, come se non esistessi affatto”.

La ricerca del passato diverrà ossessiva, incessante. Visita musei, fa ricerche nelle biblioteche per conoscere tutti i documenti disponibili sul periodo della guerra. Studia attentamente ogni foto, ogni carta disponibile. Poi parte per Parigi e seguita a indagare per avere notizie del padre lì fuggito e, probabilmente, lì deportato.

Questo libro come gli altri libri di Sebald è pieno di fotografie, come se le immagini siano indispensabili a sorreggere le parole. Si sa che alla fine tutto sarà inutile: del passato non rimarrà nulla, della verità, così come dei destini umani, solo qualche frammento. E allora tornano alla mente le possenti fortezze descritte nella prima parte del romanzo, molto simili a cattedrali nel deserto.

Quello di Sebald è un romanzo, dolente la cui nota dominante è la malinconia ed il pessimismo.

Certo dovrebbe aiutarci a riflettere come gli eventi storici sono in completa simbiosi con la vita dell’individuo. L’evento storico passa, ma il dolore che ha generato rimane traccia indelebile nella vita delle persone con cui ognuno dovrà fare i conti per sempre.

La storia di Austerlitz mi ha fatto pensare come anche come individui abbiamo responsabilità forti. Se poco possiamo fare per deviare il corso della storia, qualcosa possiamo sempre fare nel nostro microcosmo, anche in epoche così devastanti come il nazismo. Mi è venuto da pensare che se Austerlitz avesse trovato ad accoglierlo un’altra famiglia affettivamente più valida anche la sua vita poteva essere diversa. Austerlitz non è in grado di capire cosa avesse indotto, infatti, la famiglia Elias a prendersi cura di un bambino di quattro anni e mezzo, quel era lui, ma fa, una supposizione. “Privi di figli com’erano, speravano forse di poter contrastare il pietrificarsi dei loro sentimenti”. La sua vita con loro sarà quindi un inferno e aggraverà molto la separazione che aveva subito così traumatica e devastante.



Commento di Wolfghost (è il commento al post originale): Complimenti per l’esposizione! Molto curata e completa, nonostante il breve spazio 🙂
Non ho letto il libro, però da quel che scrivi, a “intuito”, credo proprio che tu abbia ragione: l’ossessione, la perenne malinconia e la solitudine di Austerlitz, non erano state, per così dire, impresse nel suo DNA nei primi anni di vita e a causa di quella separazione, erano nate anche – e oserei dire soprattutto – per una mancanza affettiva e di “presenza” della sua famiglia adottiva.

Venendo più strettamente a cio’ che scrivi, più che al contenuto del libro, trovo molto interessante questa frase: “La memoria è, per questo scrittore, una facoltà sempre problematica, necessaria e dolorosa allo stesso tempo, perché se da un lato favorisce la costruzione della sua identità, dall’altro può metterne in pericolo il suo equilibrio psichico.”
Concordo pienamente ed aggiungo che, nel nostro piccolo, vale per chiunque di noi che abbia un “passato” alle spalle, con le sue separazioni, con i suoi distacchi, con i suoi dolori che la vita sempre riserva, a tutti, ottimisti e pessimisti, solari e oscuri. E’ solo questione di tempo.
Ebbene, credo che non sia facile trovare un equilibrio nel ricordo… E’ facile cancellare, rimuovere, per evitare di soffrire troppo, e così facendo mancare un passo, forse importante, nella propria evoluzione. Ma è altrettanto facile cadere in una malinconia senza via d’uscita, in un lungo tunnel buio nel quale, prima o poi, si finisce per arrendersi alla depressione, alla sofferenza cronica, alla morte dell’anima.
Non è facile.
Io feci la scelta, anni fa, di evitare di pensare coscientemente al passato, a quel passato che non esiste più, nella credenza che ciò che abbiamo da imparare dagli eventi della vita, la impariamo nel momento stesso in cui li viviamo oppure nel periodo immediatamente successivo. Dopodiché bisogna lasciar fare all’inconscio, è lì apposta; continuare a occuparci dei nostri scheletri non solo è inutile, ma disturba il lavoro che è già in atto dentro di noi, potendo addirittura arrivare a vanificarlo.
Ma… questa è solo la mia personalissima opinione e, se devo dire la verità, il terrore che un giorno il mio personale “vaso di Pandora dei ricordi” venga scoperchiato ed io annegato da un’onda anomala di malinconia… esiste eccome.

mano aperta

 

0 pensieri su “Austerlitz di Sebald – Recensione e commento di giuba47

  1. L’terno dilemma: ricordare o dimenticare? Affrontare i ricordi subito per metabolizzarli e togliere loro potere evocativo in modo che non possano più ferirci, o lasciarli in un angolo nascosto sperando che l’inconscio elabori per noi, con il rischio che non lo faccia e che “il vaso di Pandora” si scoperchi?
    Non è facile.
    Io credo sempre nel sano equilibrio: frequentare i fantasmi ce li rende familiari, bisogna però imparare e togliere loro il potere di condizionarci… in modo che non siano la mano di ferro che ci riporta nel gorgo del passato.
    Evitare la malinconia è, a mio modestissimo parere, una “reazione” forte e non so quanto positiva. Certo la misura poi dipende dal carattere e dalle tendenze di ognuno.

    Il libro non l’ho letto ma la recensione è scritta davvero bene e ci sono dei passi, come quello che sottolinei tu, che spingono a riflettere.

    Buona serata.

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  2. Il libro deve essere molto interessante. Riguardo alle tue parole, sono d’accordo: una volta studiato, e appreso in ogni suo significato il passato, è giusto volgere lo sguardo avanti per sottrarsi a quel tormento della malinconia da te giustamente citato.

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  3. Penso che per “vite normali” non ci siano grossi rischi…dove per normalità intendo una vita che scorre senza grossi traumi, senza grossi dolori, senza tragedie insomma…
    Il vaso di pandora può scoperchiarsi, i ricordi possono affiorare, ma che sconvolgimenti possono portare alla nostra quotidianità?
    Altro è per chi ha vissuto in mezzo ad orrori, a tragedie, a genocidi e chi più ne ha più ne metta…lì sì il ricordo, il solo suo riaffiorare, può sconvolgere l’esistenza!
    Per come la penso io…la malinconia non si deve comunque evitare…

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  4. x musicadentro: evidentemente mi è piaciuto quel che hai scritto 🙂 Non mi devi ringraziare…

    x Sofia: sono d’accordo soprattutto sul fatto che la “frequentazione della malinconia” dia risultati anche molto diversi da persona a persona. L’equilibrio è sempre fondamentale, ma ognuno ha un suo modo di raggiungerlo. Personalmente non cancello i ricordi: quando essi sgorgano dai cassetti dell’inconscio nei quali sono relegati, li vedo passare, semplicemente… non li nutro, non mi metto a ragionare su di essi, a sviscerarli come facevo una volta. E loro passano e se ne vanno, così come sono arrivati.
    Io credo che ci sia un tempo per ogni cosa, e che mantenere l’elaborazione conscia degli eventi troppo a lungo sia un errore. Ma… il “quanto a lungo”, dipende da sensibilità a sensibilità, non solo tra persone diverse ma addirittura per una stessa persona in momenti diversi della propria vita.
    Ciò di cui sono convinto è che chi si sofferma troppo a lungo sul suo passato, rischia di rimanerne prigioniero. Forse per sempre, come il protagonista del libro.
    Buona notte carissima Sofia 🙂

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  5. x linda: mah… Linda, può una vita trascorrere senza grossi traumi? Una qualunque vita le sue tragedie le ha, sempre. La morte dei genitori, dei famigliari, i distacchi dalle persone che si amano, il rimanere senza lavoro, o non trovarlo, senza avere “le spalle coperte”… potrei andare avanti a lungo. Non esistono le “classifiche” dei traumi, perché individualmente parlando, c’è chi si toglie la vita per essere stato lasciato dal partner o,addirittura, per essere stato bocciato a scuola.
    Questa soggettività esiste anche nelle tragedie collettive: come Giuba stessa dice, il sospetto è che se il soggetto del libro fosse stato accolto con amore dalla sua nuova famiglia, la sua vita, indipendentemente dal suo passato, sarebbe stata ben diversa, c’è ed è forte. Nemmeno dopo tragedie immense come queste, tutti si fanno travolgere dai ricordi avvelenandosi il resto della propria vita. Sulla tua frase finale (la malinconia non si deve comunque evitare) non posso essere d’accordo. La malinconia è per definizione uno stato di sofferenza, “dolce” quanto vogliamo, ma sofferenza rimane. E tutti abbiamo davanti agli occhi a cosa una malinconia incontrollata può portare: tristezza cronica, pessimismo, depressione, follia perfino. A parte l’ispirazione per i poeti, è difficile trovare cose positive nella malinconia; tranne una, importantissima: il messaggio dell’inconscio a darsi una smossa e tornare a vivere. E dunque… terminare la malinconia.

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  6. il passato è l’umus fertile per le nostre radici, senza del quale nessuna civiltà potrebbe progredire.
    Dal passato si costruisce il futuro e l’attuale prende valenza solo perché è una specie di motore propulsore di quella navicella chiamata società futura, che tutti auspichiamo sia una civiltà dove non ci sarà posto per gli orrori di un pasato che a tortio qulcuno vorrebbe cancellare dalla memoria.

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  7. Caro Wolf se il tuo filo logico è applicabile ad altre circostanze, non discuto. Ma … e sottolineo Ma… non a Austerlitz… E questo non te lo dico perchè di parte, di sinistra, o incantato dalle parole di Guccini…
    Mio suocero era a Dacau, italiano guardia di frontiera a Trieste. Non era Ebreo era solo italiano dopo l’ 8 settembre deportato a Dacau. Negli ultimi anni della sua vita si svegliava ancora con le urla nelle orecchie. No Wolf meglio non dimenticare mai, cio’ che l’uomo è stato capace di fare a se stesso…
    Buona serata

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  8. x ariadipoesia: perbacco! Nessuno pensa di cancellare simili orrori, ci mancherebbe. Ma costringere chi c’è passato a fare i conti con l’orrore subito per tutta la vita, vuol dire condannarlo due volte, ti pare? 🙂
    Evitare di essere schiavi del proprio passato non vuol dire cancellarlo.

    x Marco: vale anche per te il commento dato immediatamente qua sopra a ariadipoesia. Se tu avessi potuto eliminare quelle urla dalle orecchie di tuo suocero… non l’avresti fatto?

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  9. A me invece capita di nutrire i miei fantasmi ma mi capita solo quando questi in qualche modo sono capaci di procurarmi emozioni vive. Poi arriva un momento in cui non ne hanno più il potere, che sia per abitudine o per il logorio del tempo smettono di far male… ma è solo come sono io.
    Buonanotte a te.

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  10. @ Wolf
    Si lo avrei fatto ma lo avrei dipinto nel cielo affinche’ non accedesse piu’ :)))
    Vedi a volte mi capita di soffermarmi a leggere le lapidi in alcune citta’ e passando mi sono reso conto che alcune di esse magari vengono definite piu’ rosse. Ti giuro che fa male vedere quanti ci hanno lasciato le penne scritti su quelle lapidi di quelle citta’ ma serve.Serve affinche non si perda il ricordo, non tanto i nomi ma le storie, e le atrocita’ che un uomo è stato capace di perpretrare su suo fratello. Non importa il colore è un nosense, coonta l’atto e da caino in poi non ci siamo piu’ fermati.

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  11. x Sofia: è un processo che capisco. Lo chiamerei… “smitizzazione”: se tieni un fantasmino in un armadio, senza affrontarlo mai, a poco a poco diviene un mostro enorme. Io lo faccio con i posti ad esempio: se qualcosa si rompe in un determinato posto, dopo un po’ ci torno, perché altrimenti gli assegnerò nella mia testa un valore sempre più grande, decisamente sovraproporzionato. Anche con le canzoni: se una canzone ha un determinato significato ma, dopo un po’, riprendi ad ascoltarla, ascolta e ascolta diverrà come ogni canzone; altrimenti, ogni volta che ti dovesse capitare di riascoltarla… sarà un tuffo al cuore.
    Ma… il mio è in fondo proprio un modo di “svuotare” i ricordi di significati emotivi troppo profondi.
    Ripeto una cosa che forse non è chiara: non è che io sostengo che come una cosa muore, volto le spalle e chi s’è visto s’è visto, non sarebbe umano, attuabile e nemmeno auspicabile: anche questo sarebbe “contro natura”. Ciò che sostengo io, è che continuare a nutrire i ricordi a oltranza, è anch’esso contro-natura come la rimozione. C’è un tempo per ricordare, e un tempo per… smettere di tormentarsi.
    Ri-buonanotte 🙂

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  12. x Marco: ma Marco… di nuovo: nessuno sostiene di dare un colpo di spugna alla storia, al nazismo (e a ogni altra dittatura) e ai suoi terribili crimini, ci mancherebbe. Il ricordo collettivo va bene, ma esso funziona proprio perché è “spalmato” su tutti; lasciare invece il carico sulle spalle dei sopravvissuti è terribile invece. Se io potessi, cancellerei le memorie delle atrocità dalle menti di chi le ha subite, ma le lascerei bene impresse nella coscienza collettiva, come scritte nel marmo.
    Spero che ora sia più chiaro 🙂

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  13. Certo, caro Wolf…sono perfettamente d’accordo con te sulla soggettività del dolore, delle emozioni…ognuno vive e rielabora a suo modo quello che ha vissuto e quello che agli occhi di una persona può apparire una tragedia, agli occhi di un’altra magari è un’inezia…certo.
    Non era proprio questo che intendevo…non mi sono fatta capire bene. Ma non importa…sarebbe troppo lungo.
    E anche sul discorso della malinconia avrei da obiettare…l’ho fatto in altra sede…
    🙂
    Buona domenica a tutti…

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  14. Ti ringrazio molto. Si è sviluppata una bellissima discussione… Tornerò a leggere tutto con più calma anche perchè ho un computer che si sta spegnendo ogni momento: deve andare a farsi curare un po’… Un abbraccio e a presto, Giulia

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  15. La memoria storica, condivido tanti altri commentatori che m’hanno preceduta, va tenuta ben viva e creare discussione tutt’oggi, è l’arma che abbiamo per non ricadere, per non sottostimare i fenomeni.
    La memoria personale è qualcosa di diverso, troppi trascorrono l’intera vita legati ad avvenimenti del passato, i traumi in sè non si superano mai perché la quota emotiva collegata a quegli avvenimenti resta intatta nel tempo con la sua forza dirompente e sconvolgente. Ma tutto il passato pur contribuendo a formare l’anima dell’oggi deve diventare il simbolo di un superamento, di un’evoluzione, di uno scavalcare qualsiasi cosa ci abbia segnati profondamente, una specie di “elaborazione del lutto”, che ripone e riordina cose, avvenimenti, ricordi al loro posto senza invadere e sommergere inesorabilmente il nostro esser “sopravvisuti” a tali eventi come un’onda anomala.
    Nel caso del libro credo sia chiaro che è la mancanza di reale affetto nella famiglia adottante che riproduce, in qualche modo e aggrava, il trauma dell’abbandono nella solitudine causato dagli eventi storici sulla vita del protagonista.
    Bella discussione come sempre che ci ha fornito il caro Wolf.
    Dolce domenica a tutti quanti 😉

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  16. Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
    Mai dimenticherò quel fumo.
    Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
    Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede.
    Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.
    Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.
    Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.

    (da “La notte”, Giuntina 2001)
    Libro stupendo.

    … in questo caso l’oblio personale sarebbe la salvezza. Sarebbe ricominciare a vivere laddove il ricordo è un contino morire, un continuo e incessante vagare su sentieri che non portano da nessuna parte se non alla ripetizione del dolore.

    In questo caso augureri al singolo la dimenticanza, nella misura in cui fosse possibile, sottolineando che
    memoria collettiva e memoria personale non sono la stessa cosa.

    Buona domenica.

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  17. Scusate la dimenticanza (eh eh):
    “La notte” di Elie Wiesel.

    Sull’argomento oblio e ricordo mi permetto di suggerire anche:
    “L’ignoranza” e “Il libro del riso e dell’oblio”, entrambi di Kundera.

    Ari-buona domenica.

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  18. E’ un tema delicatissimo quello posto da te caro wolf, Nemmeno io purtroppo conosco il libro, ma esauriente è stata la recensione e il tuo commento per azzardare a dire anche la mia….In verità il commento di Lindachicco rende superfluo un mio intervento, lo condivido in todo, in effetti, ribadisco, quali ricordi possono sconvolgere la nostra vita….perdite di cari?….Fallimenti?….Nulla comunque che possa paragonarsi a ricordi di orrori quali quelli perpetrati durante l’Olocausto. C’è da aggiungere una cosa, i ricordi spesso si associano ai sensi di colpa, quelli che poi alla fine, se davvero sono tuoi è logico che ti sconvolgano l’esistenza irrimediabilmente….forse non è il caso di Austerlitz, forse lui, a torto, s’è fatto carico di sensi colpa non suoi, al amssimo poteva provare vergogna per quanto era accaduto senza che nessuno lo impedisse…la stessa vergogna che provo io nonostante sia nato un quarto di secolo dopo….buona domenica.

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  19. x Sofia: ottima citazione, assolutamente coerente. Condivido il tuo commento 🙂
    Buona serata! 🙂

    x Sparkling: vanno bene, litigano che è un piacere! eheheh Ma Sissi aveva bisogno di non annoiarsi, dai! ;D
    Ciao cara! 🙂

    x Maga: esatto! Almeno è giusto provarci 🙂 E’ tutto a nostro vantaggio!

    x Giada: già, ne sono convinto anche io 😉

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  20. Il passato non si “scoperchia come il vaso di pandora” soltanto se l’hai metabolizzato dentro di te e hai fatto del passato un’occasione di crescita tua personale, parte del tuo cammino intrecciato ad altre anime che, con te, hanno condiviso questa vita. Viceversa non si può dimenticare, è come un tarlo che scava nell’anima; la sofferenza bisogna affrontarla così come la gioia, sono entrambe due facce della stessa medaglia che possono destabilizzare se lasciate lì, nei ricordi. La sofferenza perchè hai paura di soffrire ancora, la gioia perchè hai paura di non poterla provare mai più. La vita, come dico sempre, E’ ora e adesso e tutto il bagaglio che ci portiamo dietro è esperienza. Ciò che dobbiamo a noi stessi è un nuovo giorno da dipingere con colori sempre nuovi, senza mai dimenticare ma nemmeno lasciarsi condizionare.
    Un sorriso a te e a chi, come me, ha voglia di sorridere, sempre e comunque ^_^
    Ele

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  21. x ilmiomaestro: a Linda ho risposto nel commento #9, anche se evidentemente non ho colto completamente il significato del suo intervento (che a dire il vero mi pare in linea col tuo…), visto il suo controcommento #20.
    Per non ripetermi, ti invito a leggere il sopra citato commento #9 🙂
    Buona serata! 😉

    x AnnA: buona serata a te, cara! 🙂

    x ilmigliorosa: appunto, questo significa che ad un certo punto bisogna smettere di nutrire i ricordi che provocano tale dolore 😉

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  22. x yasmine: grazie cara, ricambio di cuore :*

    x Ele: appunto… proprio perché “hai voglia di sorridere, sempre e comunque”, sicuramente sai quanto insidioso sia il confine tra la “giusta elaborazione cosciente” e il classico “girare (inutilmente) il coltello nella piaga”. La spiegazione alla mia scelta l’ho data: sono convinto che il momento di lasciare il “comando delle operazioni” all’inconscio, che è li apposta, rivolgendo i propri occhi al presente e al futuro, avvenga molto spesso ben prima di quanto siamo portati a credere dalla nostra società basata, in quanto cattolica, sui sensi di colpa.
    Ecco il sorrisone: :))))

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  23. Solo dopo aver affrontato i fantasmi però; altrimenti essi decideranno al posto tuo della tua vita….suona drastico, vero? 😀 La consapevolezza ci aiuta a contrastare la coazione a ripetere, non credi? sììììì….rispondo io..:D (Anche perchè se non rispondi subito chissà quando mi collegherò….:( Dunque: “In medio stat virtus”. Notte

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  24. “Il ritornare al passato gli restituisce i ricordi ma nello stesso tempo non lo guarisce da quel senso di spaesamento che lo accompagnerà tutta la vita”… lo trovo molto interessante, ma certe volte, anche se difficile, per andare avanti bisogna spegnere il lume che effonde luce su ricordi oscuri e celati dalla nebbia del rifiuto… Un bacione, Wolf… Buonanotte e sogni d’oro…
    Giulio

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  25. Scusa wolf, forse sono stato troppo superficiale nell’esporre il mio pensiero. In effetti volevo dire questo, c’è differenza credo tra, ricordi dolorosi quali quelli a cui tu fai riferimento, che comunque sono eventi tragici, ma naturali, che possono essere adducibili al normale decorso di una vita….la morte per esempio, più o meno prematura di un caro…fa parte della “normalità”…restare senza lavoro….perdinci, anche questo purtroppo fa parte di quella “normalità”, tutto questo sicuramente stravolge in negativo la vita di chiunque, ma son cose che alla lunga vengono metabolizzate proprio perchè fanno parte di quella normalità, e i ricordi che inevitabilmente ci porteranno a riviverli, nonostante la loro tragicità, ci potranno sicuramente scuotere ancora ma non ci procureranno mai quella sensazione che può provare chi, ha causato il male, qualcosa che non potrà mai metabolizzare rendendo ogni ricordo una continua tortura….spero di essermi spiegato, ma soprattutto di aver capito cio che tu volevi dire….questo è quanto ho inteso io…sperimao ben…ciao.

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  26. Mmmmmmmmm Wolf non era un’inno alla solitudine…Semplicemente la solitudine fa parte della nostra vita e ci sn momenti in cui ci appartiene..
    A volte può far bene a vedere il lato migliore di noi stessi non è sempre indice di depressione….
    Dolce notte Wolf…
    Bacio :))
    AnnA..
    Ps:Chiaramente è un fuori tema del tuo post….

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  27. L’importanza del passato e dei ricordi possono diventare la spina dorsale di un’esistenza, seppur dolorosi o malandati restano le costole del nostro scheletro.
    Con la forza dell’esperienza e con la benedizione di un’acquisita sicurezza di sè (per chi è riuscito a guadagnarsela) si deve però imparare a gestire noi il nostro passato e non viceversa…
    Buonanotte

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  28. x ilmigliorosa: in realtà hai senz’altro ragione… se ci sono fantasmi da affrontare con la ragione 🙂 Io credo che nella maggior parte dei casi il nostro inconscio, che è lì per questo, basti e avanzi, e che non dovremmo “disturbarne” il lavoro.
    Ma che ci sia un tempo iniziale nel quale girare pagina può essere una pericolosa rimozione, l’ho scritto anche io 🙂

    x Giulio: può essere, e – secondo me – capita proprio nel caso appena citato nel commento a ilmigliorosa, qua sopra: c’è un tempo iniziale nel quale girare pagina può essere una pericolosa rimozione. Credo invece meno nell’andare alla ricerca della causa molto più tardi, magari a decenni di distanza. Sono più… comportamentista in questo: credo sia meglio agire sui comportamenti che andare a scavare in un passato ormai remoto.
    Buonanotte e sogni d’oro anche a te 🙂

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  29. x ilmiomaestro: intanto non hai davvero ragione di scusarti, ci mancherebbe, e non sei stato superficiale, di fatto avevo capito cosa volevi dire anche senza questo tuo commento “di precisazione” 🙂 Ripeto che ci sono esempi che dimostrano che quelli che, magari per te, per me, per tante altre persone, possono essere “cadute normali” e superabili pur con tutto il dolore che portano, possono letteralmente portare altri alla depressione e perfino alla follia. Così come ci sono persone che sono uscite da situazioni “straordinariamente gravi”, che invece sono “tornate” alla vita più forti e equilibrate di prima.
    Al di là della soggettività della capacità di reazione innata agli eventi traumatici di ciascuno, che è indubbia, certamente un importante ruolo lo giocano anche il modo di affrontare tale “ritorno” nonché le “condizioni al contorno”, ovvero le persone che ti circondano e dalle quali puoi o meno trarre valido aiuto.
    Tra questi fattori, io ritengo che tra i più importanti ci siano la “gestione dei ricordi” e l’empatia delle persone care. E sono proprio questi fattori che, secondo me, sono mancati al protagonista del libro per evitare di vivere una vita di malinconia distruttiva.

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  30. x AnnA: ma mica tanto è fuori tema, eh! eheheh
    Che la solitudine faccia parte della vita ci sta, ma insomma… il tuo sembrava davvero un volerla esaltare, eh! 😀 Il che va bene per i poeti che ne traggono ispirazione… ma io poeta non lo sono! eheheh

    x iovolevo: sono in linea di massima d’accordo; dico solo che trovo esagerato assegnare ai ricordi il ruolo di “spina dorsale dell’esistenza” al pari del passato. Come noi siamo è ovviamente frutto del passato, questo è indiscutibile, ma i ricordi a mio avviso possono giocare un ruolo, magari importante, ma solo di “supporto”. Ad esempio, quando siamo in difficoltà possiamo usare i ricordi per rammentare a noi stessi della capacità che abbiamo già avuto di risollevarci da situazioni parimenti o anche più difficili; ecco, allora li stiamo usando, con vantaggio, come supporto.
    La precisazione ti sembrerà eccessiva, ma… troppe volte ho visto gente vivere letteralmente di ricordi e, anche se certamente non è quello che volevi dire te, preferisco comunque precisare 😉
    Buonaotte cara iovolevo! 🙂

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  31. I ricordi fanno parte del nostro vissuto ma proprio perchè passato non bisogna fare che essi ci condizionino, in un modo o nell’altro, l’esistenza presente.

    Vi sono però ricordi che non bisogna dimenticare.
    Sono quelli delle grandi tragedie dell’umanità
    Di qualsiasi colore essi siano riguardano l’Umanità Questi non vanno dimenticati, non vanno azzerati come se nulla sia stato
    Ne va del rispetto di chi ha sofferto

    buona settimana

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  32. Carissimo ecco l’occasione per risponderti in maniera piu’ approfondita ad un vecchio commento. Non sapevo se sarebbe arrivata, ma oggi me l’hai offerta tu…
    🙂
    A parte la recensione stupenda di questo libro che certamente leggerò…arrivo al tuo commento..
    Tu dici “ho scelto consapevolmente di lasciare il passato dietro e di non tramutare l’inconscio in conscio”…giiusto? Capisco bene? Cioè, volevi dire, non elaborare il vissuto antico, crescere lasciando spazio all’inconscio senza lavorare “razionalmente” con il passato…. Io, invece, ho dovuto farlo e per lo stesso motivo che adducesti tu, tempo fa, nel mio blog. Ho dovuto farlo ad un certo punto perchè non ho avuto scelta. O quello o il baratro.Il passato mi pesava sulle spalle come un macigno, ma non nel senso che mi torturavo volontariamente come una specie di masturbazione mentale o come un modo per trastullarmi nella sofferenza, no, a me pesava per la sua forza emotiva che mi immobilizzava e che faceva dipendere il presente in modo asfittico dal passsato. Io non ero libera perché non avevo rinnovato la mia persona, non avevo lasciato “dietro” quella bambina sofferente, ma la portavo dentro e mi identificavo totalmente con lei. Quel passo lungo fu doloroso e difficilissimo, ho conosciuto e conosco tutt’ora persone che n on ce l’hanno f atta e non so ancora perché. Io, forse, nell’evento doloroso e difficile sono stata un po’ fortunata, non so…sicuramente il mio impegno fu immenso.
    Oggi non ho cancellato il dolore, che sempre ci accompagnerà perché fa parte della vita nel mondo e non appartiene solo al genere umano, ma anche a quello animale e vegetale, ma oggi sono una persona libera e nuova.
    Le cicatrici ci sono ed ogni tanto dolgono ancora, ma sono anche quelle cicatrici che mi hanno formata così come sono e in questa ricerca continua, incessante di noi stessi, ho imparato ad amarmi per come sono e credo che sia già un buon inizio. Non credi?
    Inoltre nel tuo commento leggo una grande consapevolezza ed è quella che apre verso strade luminose, non chiuse, la consapevolezza del dubbio, di colui sempre pronto a mettere in discussione e non a chiacchiere-come avviene per lo piu’ oggi-. Questa consapevolezza l’ho letta netta nella tua ultima affermazione, affermazione di timore, di un interrogativo aperto e già è tanto.
    Un abbraccio.

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  33. x ilavi: cara Dora, ho gia’ risposto in diversi commenti a obiezioni come questa, ricopio qua per tua comodita’.
    “Nessuno pensa di cancellare simili orrori, ci mancherebbe. Ma costringere chi c’è passato a fare i conti con l’orrore subito per tutta la vita, vuol dire condannarlo due volte, ti pare? 🙂
    Evitare di essere schiavi del proprio passato non vuol dire cancellarlo.”

    … e ancora…
    “nessuno sostiene di dare un colpo di spugna alla storia, al nazismo (e a ogni altra dittatura) e ai suoi terribili crimini, ci mancherebbe. Il ricordo collettivo va bene, ma esso funziona proprio perché è “spalmato” su tutti; lasciare invece il carico sulle spalle dei sopravvissuti è terribile invece. Se io potessi, cancellerei le memorie delle atrocità dalle menti di chi le ha subite, ma le lascerei bene impresse nella coscienza collettiva, come scritte nel marmo.
    Spero che ora sia più chiaro :)”

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