Prendersi cura della propria mente

Tom e Logan
Logan

Mentre metto alcune foto recenti dei nostri amici a quattro zampe per stemperare un po’ la drammaticità del momento che stiamo vivendo in Italia, volevo scrivere qualcosa a proposito di un argomento che per gli amanti delle filosofie orientali come me è di grande importanza, soprattutto in momenti che sì, sono duri, ma che soprattutto implicano una grandissima pressione esterna dei mass media sulla nostra personalità.

Numa (e Logan)

 

Raramente siamo consapevoli di come la nostra mente sia facilmente influenzabile. Normalmente cio’ non è una cosa brutta, è proprio grazie alla malleabilità della nostra mente che possiamo cambiare e crescere, altrimenti resteremmo sempre fermi, con le nostra fissazioni, i nostri traumi, le nostre abitudini spesso cattive.

 

Jones e la sua ombra

Il succo, il centro, il cuore del Buddhismo in fondo è tutto qua: è grazie all’interdipendenza della nostra mente (ovvero al fatto che non sia intrinseca, ferma, non dipendente da cio’ che la circonda) che possiamo imparare a direzionarla, evolvere e aspirare alla liberazione dalla sofferenza.

 

 

 

Junior

Ma la mente va diretta, altrimenti è come quella famosa storiella zen del contadino e del cavaliere: un contadino, vedendo un cavaliere in groppa al suo cavallo correre a tutta velocità e supponendo stiano andando in qualche luogo di grande importanza, gli chiede “Dove state andando??” e il cavaliere urla di rimando “Non lo so! Chiedi al cavallo!!” 🙂

 

Perseo

Così siamo noi quando lasciamo le redini della nostra mente. A volte si resta sgomenti, fermandosi a rifletterci, di vedere dove la nostra mente sia andata a parare e delle derive pericolose a cui puo’ portare. Bisogna prendersene cura.

 

 

Surya

Fino a quando non si è capaci di controllare con continuità la propria mente, non solo a sprazzi, è meglio assumere la sana abitudine di prendersi qualche pausa, staccando dal turbinio di informazioni a cui siamo sottoposti.

A volte è sufficiente spegnere la TV o cliccare sulla “X” in cima alla pagina web e immergersi, ad esempio, nella natura o in qualunque altra cosa che ispiri serenità.

Sembra una banalità ma è molto importante.

Surya galoppa

Lasciare andare

Continuo nel recupero di “antichi” post che mi paiono ancora interessanti 🙂 Siamo ancora a Gennaio 2008…

Colgo l’occasione per dire che Tom sta decisamente meglio, anche se il percorso per tornare al 100% è ancora lungo, ma va bene così, pian piano… 🙂

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Il vaso di porcellana e la rosa (di Paulo Coelho)

vaso porcellanaIl Grande Maestro e il Guardiano condividevano l’amministrazione di un monastero zen. Un giorno, il Guardiano morì e fu necessario sostituirlo. Il Grande Maestro riunì tutti i discepoli per scegliere chi avrebbe avuto l’onore di lavorare direttamente al suo fianco.
“Vi esporrò un problema – disse il Grande Maestro -, e colui che lo risolverà per primo sarà il nuovo Guardiano del tempio”. Terminato il suo brevissimo discorso, collocò uno sgabellino al centro della stanza. Sopra c’era un vaso di porcellana costosissimo, con una rosa rossa che lo abbelliva. “Ecco il problema”, disse il Grande Maestro.
I discepoli contemplavano, perplessi, ciò che vedevano: i disegni raffinati e rari della porcellana, la freschezza e l’eleganza del fiore. Che cosa rappresentava tutto ciò? Cosa fare? Qual era l’enigma? Dopo alcuni minuti, uno dei discepoli si alzò, guardò il Grande Maestro e gli allievi tutt’intorno. Poi, si avviò risolutamente al vaso e lo scagliò per terra, mandandolo in frantumi.
“Tu sarai il nuovo Guardiano”, disse il Grande Maestro all’allievo. E non appena questi fu tornato al suo posto, spiegò: “Io sono stato molto chiaro: ho detto che vi trovavate davanti a un problema. Non importa quanto bello e affascinante esso sia, un problema deve essere eliminato. “Un problema è un problema; può trattarsi di un rarissimo vaso di porcellana, di un meraviglioso amore che non ha più senso, o di un cammino che deve essere abbandonato, ma che noi ci ostiniamo a percorrere perché ci fa comodo… C’è solo una maniera di affrontare un problema: attaccandolo di petto. In quei momenti, non si può né avere pietà, né lasciarsi tentare dall’aspetto affascinante che qualsiasi conflitto porta con sé”.


Commento di Wolfghost: sono notoriamente per la lotta, per il non arrendersi finche’ c’e’ ancora speranza, finche’ si puo’ ancora tentare qualcosa. Tuttavia possono arrivare dei momenti nel corso della vita nei quali ci si rende conto che cio’ per cui si sta’ lottando, per quanto bello e importante sia, e’ ormai perso. In quei momenti proseguire la lotta significherebbe passare da una “giusta battaglia” ad un “accanimento (non)terapeutico”; significa non essere un buon comandante, perche’ un buon comandante, per quanto valoroso e coraggioso sia, non manda mai se’ stesso e le proprie truppe incontro ad un inutile e sicuro massacro.
Un buon comandante combatte finche’ ha senso farlo ma capisce quando arriva il momento di ritirarsi e, nonostante il valore del contendere e il proprio orgoglio, sa’ aprire le mani e lasciare andare…


Senza tregua

“Un maestro zen è appeso con i denti al ramo di un albero.
Sotto, passa un monaco che gli domanda: “Spiegami che cos’è la verità”.
Se risponde, precipita e muore. Se non risponde, manca al suo compito.
Che cosa deve fare?”
(Hsiang-yen Kyogen)

Commento (non mio): In apparenza non c’è via d’uscita: parlare fa precipitare, ma il silenzio non comunica nulla a chi non è preparato. Eppure una possibilità di risposta esiste sempre, anche nelle situazioni più disperate… o forse proprio in virtù di esse. In realtà il “koan” è creato dalla mente e, finché si rimane all’interno della sua logica, non si può risolverlo. “Quando sei in un vicolo cieco,” consiglia un detto zen “cambia la tua mente; quando hai cambiato la tua mente, puoi uscirne.”

Un maestro afferma: “Anche se siete appesi a una rupe, dovete mollare la presa, aver fiducia in voi stessi e accettare l’esperienza”.

mano aperta

Caldo, caldissimo

Dite la verità, leggendo il titolo avete pensato ad un post-lamentela sul caldo, vero? 🙂 E invece… sorpresa! Si tratta di un’altra, brevissima, storiella zen, un classico “koan” 🙂 Leggendolo mi sono scoperto a sorridere soddisfatto, così ve lo propongo 😉

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Un giorno Tanzan, celeberrimo maestro Zen, stava presiedendo a un funerale secondo il rito. Davanti alla bara tracciò un triangolo nell’aria con un tizzone infuocato; tutti gli astanti attendevano le elette parole d’uso, ma la bocca del maestro rimase sigillata.

E mentre tutti fissavano il cranio rasato del maestro, arroventato dai raggi del sole al tramonto: “Fa caldo” egli disse. “Oh, fa un gran caldo!”.

Accennò quindi un rapido gesto di saluto verso la bara e tornò al proprio posto.

La Tazza e il Bastone – Storie Zen

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Commento di Wolfghost: Certo, se il funerale fosse stato di un nostro caro, probabilmente ci saremmo offesi, vero? Eppure anche noi spesso non sappiamo cosa dire in situazioni simili, non necessariamente un funerale, può essere la comunicazione riguardante una grave malattia, una sciagura o tante altre cose. Allora si rimane in imbarazzo poiché si immagina che l’interlocutore vorrebbe sentire pronunciare qualcosa di confortante… ma proprio le parole non escono. La verità è che in fondo sappiamo, come il maestro Zen del racconto, che le parole non servono, soprattutto poi in fatti di tale portata. La nostra tradizione ci ha portato a costruire cerimonie dove si tengono lunghi sermoni o discorsi di commiato più o meno estesi. Non c’è film con funerale senza discorso strappalacrime, non è così? Spesso anzi è quello il fulcro del film.

Non servono parole. Quanto strazio la fila di persone che porge, un conoscente dopo l’altro, le condoglianze alla vedova (faccio per dire). Qualche psicologo dice che ciò è addirittura controproducente poiché, lungi dal portare conforto (la maggioranza delle volte è chiaro che sono frasi di rito), le condoglianze rafforzano la sensazione della perdita.

Ma non è solo questo. Per lo Zen e il Buddismo in generale, infatti, la morte non esiste, così come non è esistita la nascita. La nostra essenza c’era prima della nascita e ci sarà dopo la morte. Qualunque cosa questa “essenza” sia. Il resto è illusione. Illusione non nel senso stretto con cui usiamo solitamente questo termine, ma nel senso che l’attaccamento al nostro corpo, al nostro Io, la percezione che abbiamo di noi stessi, è solo frutto dei nostri pensieri, delle nostre idee. E’ qualcosa privo di consistenza, che cambia ogni minuto. Che, insomma, nel concreto non esiste. E’ solo un fuoco fatuo. A cui però siamo maledettamente attaccati…

Zen: La gran testa – l’arroganza

Un uomo ogni mattina si specchiava. Un giorno, guardando nello specchio capovolto, non si vide più. Pensò allora di aver perduto testa e collo e, in preda al panico, si mise a cercarli.

Un amico gli disse: “Perché cerchi la tua testa? E’ così grande che vedo solo quella!”

L’uomo allora si convinse che la sua testa fosse più grande di quella degli altri. Gliene derivò un orgoglio smisurato, e si rimise a cercarla.

E’ una storia assai interessante. Perder la testa significa perdere le proprie illusioni. Ma l’orgoglio di possedere una gran testa è segno di egoismo e di stoltezza.

da “La Tazza e il Bastone – Storie Zen”

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Commento di Wolfghost: personalmente avrei scritto “arroganza” più che “egoismo”. Devo dire che purtroppo spesso ho avuto ed ho a che fare con persone che credono di sapere tutto, che sono convinte che la verità sia sempre nelle loro mani, che l’unico modo corretto di vivere sia il loro. Persone che ritengono di… avere una grande testa, insomma, proprio come il nostro amico del racconto. Probabilmente, proprio come scritto nel racconto stesso, ciò è spesso dovuto al fatto che le persone si gonfiano dei complimenti altrui, perdendo di vista la realtà delle cose. Ovvero che a volte si ha ragione, a volte torto. Per questo bisogna avere l’umiltà di ascoltare il prossimo e interrogare sé stessi, altrimenti ci si preclude ogni possibilità di crescita: solo con il confronto e la vera condivisione si possono avere punti di vista diversi, che possono farci intravvedere strade nuove e migliori. La stagnazione non può portare a nulla.

Inutile dire che ciò mi da molto fastidio poiché ogni conversazione diventa discussione, ogni parere diverso dalla loro convinzione genera una battaglia. Poiché raramente si tratta di cose di fondamentale importanza, lascio perdere; si tratta infatti di persone con le quali un dialogo è impossibile, si finisce solo per accondiscendere per quieto vivere. Allora meglio non intavolare nulla e tenere le proprie idee per sé. E credo che farò sempre più spesso così.

Come la rupe massiccia

non si scuote per il vento,

così pure non vacillano

i saggi in mezzo a biasimi e lodi

(Buddha)

 

La carota – storia Zen

Bene, inseriamo un’altra storiella Zen 🙂

Per il prossimo post sono indeciso… non so se tornare ad un breve racconto (è tanto che non ne scrivo e avrei una certa trametta in mente ;-)) oppure se… tentare nientemeno che una mia autobiografia, necessariamente in più puntate, che partirebbe dalla mia infanzia… Il problema è che mi porterebbe via tanto tempo e non vorrei poi doverla lasciare in sospeso… Voi che suggerite? 🙂

E ora la storiella…

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Un tempo, in Giappone, per macinare il grano i contadini usavano una mola che un cavallo faceva ruotare. Il cavallo girava in tondo incessantemente, lungo tutto l’arco del giorno, cercando di afferrare una carota che gli pendeva davanti; solo al calar della sera l’animale riusciva a mangiar la carota.

E’, questa, l’immagine fedele della nostra civiltà.

da “La Tazza e il Bastone, Storie Zen”

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Commento di Wolfghost: non c’è molto da commentare a riguardo di questa storiella, anche noi abbiamo una nota massima che richiama la “carota” per cui il significato ci è evidente. Però… non lasciamolo passare senza soffermarcisi sopra perché ci sembra banale, ragioniamoci un po’. Passiamo tutta la vita a inseguire qualcosa che crediamo essere fondamentale, possono essere i soldi, una bella casa di proprietà, una famiglia “di rango”, un’auto di lusso, una vacanza esotica all’anno, una posizione, ma non ci rendiamo conto che quasi tutte queste nostre mire sono qualcosa a cui siamo stati indirizzati dalla società perché esse fanno parte del “sistema” e, inseguendole, entriamo di fatto a far parte del sistema stesso. Cosa accadrebbe se iniziassimo a non inseguire queste cose e ci soffermassimo invece su valori come la spiritualità, l’amicizia, l’amore vero (non l’attaccamento), la conoscenza, la natura? Succederebbe che noi saremmo probabilmente più sereni e anche più “realizzati”, poiché ognuna delle cose elencate prima, una volta raggiunte, non ci danno più nulla e dobbiamo sempre ripartire ad inseguire qualcos’altro, queste cose invece sono un processo in divenire che ci “riempie” già nel momento in cui le inseguiamo. E il “sistema”? Bé… se ne avrebbe certamente “a male”, ci chiamerebbe emarginati, folli, utopisti, sognatori, perché se fossimo in tanti ad essere così… lui vacillerebbe e, alla fine, probabilmente collasserebbe su sé stesso.

Iperprotettività: Devozione Filiale, da “la Tazza e il Bastone”

sul sentiero verso Castel Gavone

Bene, direi che è ora di fare una pausa nei post “pesanti” che, tra l’altro, non è che riscuotano un grande successo (ma nel mondo “fast food” di Internet la cosa non mi sorprende affatto 😉 ). Comunque li riprenderò sicuramente 🙂

Oggi io, Lady Wolf e il buon Tom (“buon” si fa per dire, anche oggi è stato autore di alcune notevoli e simpatiche “esternazioni” nei confronti di altri cani :-D), siamo andati a fare una piccola escursione nei pressi dell’incantevole paese di Finalborgo, sopra Finale Ligure dove poi abbiamo terminato il pomeriggio nella spiaggia locale. Le foto che vedete sono riferite proprio a questa gitarella 🙂

 

esausti all’aperitivo a Finalborgo

Ora veniamo al tema del post con la breve storia Zen “Devozione Filiale”…

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C’era una volta un brav’uomo che aveva un figlio. Entrambi erano un po’ sempliciotti. Il figlio era onestissimo e devotissimo al padre: le seguiva ovunque egli andasse.

Un giorno d’estate, in montagna, mentre i due dormivano distesi sull’erba della foresta, una zanzara si posò sulla testa del padre. Il figlio si svegliò. Sollecito com’era nei confronti del genitore, prese un bastone e assestò un gran colpo per schiacciare la zanzara. La zanzara volò via, ma il padre era morto.

Questa storia è un koan.

sopra il mare di Finale Ligure

da “la Tazza e il Bastone – Storie Zen”, narrate dal maestro Taisen Deshimaru

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Commento di Wolfghost: l’amore filiale è qui usato come esempio di amore che si vorrebbe idealmente assoluto, al posto però del rapporto “figlio – genitore” si può utilizzare qualunque altro rapporto d’affetto. Il koan, a mio avviso, punta l’indice contro l’iperprotettività, che spesso vediamo esercitata anche nella nostra società odierna. L’esempio più evidente è il comportamento di molti genitori che, tentando di difendere i figli da qualsivoglia pericolo, o cercando di evitargli gli errori che magari loro stessi hanno fatto nel corso della loro vita, li proteggono eccessivamente e spesso inutilmente: a parte infatti che certe lezioni si imparano veramente solo se ci si “scotta” sulla propria pelle, l’iperprotettività finisce per creare un clima di proibizionismo che spesso sortisce l’effetto opposto a quello che i genitori desiderano, ovvero i figli – per reazione – vanno a cercare proprio quello che viene loro impedito… e magari se la squagliano da casa non appena possibile.

divertirsi in spiaggia a Finale Ligure

Finito il pasto, lava le stoviglie

Ci sono, ci sono! 😀 C’è ancora tanto da fare e domani torno al lavoro, ma il grosso è fatto! Non solo: per un errore di Telecom la mia linea ADSL invece di essere traslocata era stata distaccata! 😮 Quindi ho dovuto fare reclamo per riaverla, in questi giorni mi collegavo con la chiavetta… ma che fatica! 😐 Stasera invece ho scoperto che la nuova linea è stata attivata! 😉 Quindi da domani torno a commentare e pubblicare! Grazie per l’attesa! 🙂

Cari amici, siamo oggi  giunti al giorno del trasloco. Il trasporto è quasi finito ma come potrete immaginare, abbiamo tutto all’aria… compresa la mia povera schiena nonché un braccio (a causa di una botta data da sciocco! 😦 ). Domani o sabato tornerò a rispondere ai vostri commenti ed a visitare i vostri blog 🙂

Per il momento, un caro saluto! 🙂

E’ questo un celeberrimo aneddoto sul maestro Joshu.

 

“Maestro, te ne prego, insegnami la vera essenza del Buddhismo” lo implorò un giorno un discepolo.

Rispose Joshu: “Hai finito di mangiare?”

“Sì, Maestro, ho finito”

“Allora, va’ a lavare le stoviglie!”

 

da “la Tazza e il Bastone – Storie Zen”, narrate dal maestro Taisen Deshimaru

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Commento di Wolfghost: questo aneddoto è un koan. Nel buddhismo Zen, il koan, lo dico con parole mie, è una frase o una breve storia che ha il poter di far giungere all’illuminazione chi la ascolta o la legge. La sua caratteristica è che la si dovrebbe “cogliere” con immediatezza, tramite intuizione, non con la logica o la riflessione. Quindi i miei commenti sono inutili 😀 Tuttavia ogni tanto ve ne proporro qualcuno, assieme a qualche koan. Voi comunque provate a cogliere da soli l’essenza delle storielle, magari arriverete a risultati completamente diversi dai miei e più “giusti” per voi… e magari anche per me, chissà! Il potere dello scambio nella comunicazione è proprio quello di vedere attraverso l’altro qualcosa che a noi era sfuggito 🙂

Questo koan per me vuol dire che chi cerca razionalmente la verità, la liberazione, è già fuori strada, perché la liberazione è… vivere, essendo in ciò che si sta facendo. Il ragionamento di per sé è d’intralcio 🙂

il maestro buddhista Taisen Deshimaru (1914 – 1982)

La mente che corre, elogio alla lentezza

Una storiella zen racconta di un uomo su un cavallo: il cavallo galoppa veloce, e pare che l’uomo debba andare in qualche posto importante. Un tale, lungo la strada, gli grida: “Dove stai andando?” e il cavaliere risponde: “Non so! Chiedi al cavallo!”.

Ho citato questa storiella zen altre due volte sul mio blog ma… che vi devo dire? E’ davvero azzeccata! 😉 Io funziono spesso così: la mia mente tende a prendere sempre più velocità e io a perderne sempre più il controllo 😦

Poi un giorno mi accorgo di essere spesso stressato, irascibile, di fare di un sassolino una montagna, di ammalarmi con più facilità. Mi accorgo di commettere errori stupidi, ingenuità, di rischiare incidenti perfino. Così, improvvisamente, capisco di non avere più il controllo della mia mente, di non riuscire a fermarla: salta di palo in frasca, se la prende per nulla, ragiona su tutto con una continuità ossessiva…

E’ il momento di rallentare, di rispolverare vecchie arti, come la meditazione, la pacata lettura di un libro o l’ascolto di qualche brano di musica rilassante. E… la lentezza. Sì, la lentezza. Perché è inutile, ad esempio, uscire per andare a fare una bella passeggiata e compierla poi con passo accelerato. Non serve a nulla.Vi siete accorti che molti di noi “corrono” anche quando non hanno nulla di importante da fare?

Volete mettere passeggiare con “leggerezza”, osservando il verde e gli animali attorno a noi, respirando in profondità l’aria fresca… Quanti colori, quante cose belle si notano che non si avevano notato prima! 🙂

Difficile poi sarà mantenere lo stato raggiunto a lungo, presi come siamo dalle incombenze lavorative o quotidiane. Forse no, non saremo in grado di essere sempre così, pacati e tranquilli, di avere sempre il controllo del nostro pensiero, ma… almeno sapremo di avere un porto nel quale riposarci e ritemprarci, dove ricaricare le pile ogni volta che lo vogliamo 🙂

 

Lo Zen e il tiro con l’arco

Mentre continuamo la lettura di Alpeh, l’ultimo libro di Coelho, ahimé molto deludente 😦 , voglio parlarvi del super-classico Lo Zen e il tiro con l’arco, di Eugen Herrigel, la cui prima edizione è datata addirittura 1948; 1975 invece la prima italiana 🙂

E’ divertente anche il motivo per cui l’avevo comprato. Ero in uno di quei negozi di libri usati o a prezzi scontati per restituire un libro che il destinatario aveva già. Al suo posto ne scelsi un altro ma avanzavano pochi euro… così tornai a girare tra gli scaffali e trovai questo super-classico! 😀

Il libro è stato scritto a metà del secolo scorso da un docente di filosofia europeo al suo rientro in patria dopo aver insegnato per qualche anno in Giappone.

Oggi, visto che le nostre librerie hanno ormai la sezione “filosofie orientali” :-D, questo libro passerebbe inosservato, anzi in Italia non giungerebbe proprio, ma all’epoca in cui fu scritto ebbe il merito di portare gli europei a conoscenza dello Zen e della filosofia buddhista (o taoista) in generale.

Per buona parte il libro è abbastanza anonimo: il professore si limita a spiegare il lentissimo tirocinio con il maestro di arco, tirocinio che ricorda un po’ quello subito dal protagonista del primo “The karate kid” (“metti la cera, togli la cera”, ricordate? ;-)). Un insegnamento apparentemente incomprensibile, dove per lungo, lungo tempo, non viene nemmeno usato l’arco ma si curano solo la postura e il respiro.

La lettura arriva così, un po’ stucchevole, fino a tre quarti del libro, per poi divenire illuminante e svelare anche il perché di quell’apparentemente inutile prima parte: l’insegnamento, così come per quello avvenuto in “The karate kid”, non era affatto inutile, ma propedeutico e indispensabile. Al punto che, forse, per il vero obiettivo dell’arte del tiro con l’arco, così come per tante altre arti giapponesi legate allo zen (la spada, l’arte di disporre i fiori) l’arco nemmeno sarebbe indispensabile 😮

Quello che queste arti vogliono insegnare è in realtà la “fusione” tra mente e corpo, tra l’esecutore e il suo obiettivo, al punto che, alla fine, dice il protagonista, non si distingue più il tiratore dall’arco, e nemmeno dal bersaglio. E’ insomma una scusa per entrare in uno stato attivo di totale meditazione, e lo scopo ultimo è la liberazione dalla sofferenza e dalla paura… chi l’avrebbe mai detto? 😉

Credo che sia più utile che vi riporti a questo punto le parole del libro, piuttosto che aggiungerne di mie…

“[…] Come il principiante, il maestro di spada è senza paura, ma a differenza di questi diventa ogni giorno meno accessibile a ciò che spaventa. In lunghi anni d’ininterrotta meditazione ha appreso che vita e morte sono in fondo la stessa cosa e appartengono al medesimo piano del destino. Così non sa più che siano l’angoscia della vita e il timore della morte. Egli vive – e questo è caratteristico dello Zen – volentieri nel mondo, ma è pronto ad abbandonarlo senza lasciarsi turbare dal pensiero della morte. Non a caso lo spirito del samurai ha scelto a purissimo simbolo il delicato fiore del ciliegio. Come nel raggio del sole mattutino un petalo di ciliegio si stacca e scende a terra luminoso e sereno, così l’uomo impavido deve potersi staccare dall’esistenza silenziosamente e senza turbamento.

Vivere senza il timore della morte non significa che in tutte le ore buone si sostenga di non tremare di fronte alla morte e si sia sicuri di superare la prova. Chi domina la vita e la morte, piuttosto, è libero da ogni genere di timore, al punto che non può più nemmeno capire che cosa sia provare paura. Chi non conosce per propria esperienza la forza che dà una seria e costante meditazione non può immaginare ciò che essa rende capaci di superare. Il perfetto maestro rivela a ogni passo, non a parole ma col comportamento, l’assenza della paura; glielo si legge in viso e se ne è colpiti. Una simile imperturbabilità, che naturalmente solo pochi raggiungono, è dunque già di per sé segno di maestria. Per illustrare anche questo con una testimonianza, riporterò letteralmente un brano del Hagakure, che risale alla metà del XVII secolo.

<<Yagyu Tajima-no-kami era un grande maestro nel combattimento con la spada e insegnava tale arte allo Shogun di quel tempo, Tokugawa Jyemitsu. Una delle guardie del corpo dello Shogun venne un giorno da Tajima-no-kami e lo pregò di insegnargli a tirare di spada. Il maestro disse: “Per quel che io vedo, siete voi stessi un maestro di spada. Prima che iniziamo una relazione da maestro a allievo, ditemi, per favore, a che scuola appartenete”.

<<La guardia del corpo rispose: “A mia vergogna devo confessarvi che non ho mai appreso quest’arte”.

<<“Volete farvi beffe di me? Io sono il maestro del venerabile Shogun e so che il mio occhio non m’inganna”.

<<“Mi duole di recare offesa al vostro onore, ma non ne ho veramente alcuna conoscenza”. Questa negazione recisa rese pensieroso il maestro, che finalmente disse: “Se voi lo dite, sarà così. Ma sicuramente siete maestro in qualche campo, anche se non riesco a vedere bene in quale”.

<<“Sì, se voi insistite, voglio raccontarvi quanto segue. Vi è una cosa in cui posso pretendere di considerarmi maestro. Quando ero ancora ragazzo mi venne l’idea che come samurai non dovevo in nessuna circostanza temere la morte, e da allora – mi sono sempre battuto con l’idea della morte, e alla fine questo pensiero ha cessato di preoccuparmi. E’ forse questo che intendete?”.

<<“Proprio questo,” esclamò Tajima-no-kami “è proprio questo che intendo. Sono lieto che il mio giudizio non mi abbia ingannato. Poiché l’essere liberato dal pensiero della morte è ugualmente il segreto ultimo dell’arte della spada. Ho insegnato a centinaia di allievi, per condurli a questa meta, ma finora nessuno di essi ha raggiunto il sommo grado nell’arte della spada. Quanto a voi non avete più bisogno di alcun esercizio tecnico, siete già maestro”>>.

 

Essere consapevoli per lasciare andare

atlanteAnsie e preoccupazioni ci stanno aggrappate, e vorremmo lasciarle andare. Come? Fate dei passi calmi, fermi. Passi coraggiosi. Siate attenti e determinati: attenti al carico delle ansie e delle preoccupazioni, determinati a volerlo deporre. Chiedetevi: “ Perché continuo a caricarmi questo peso sulle spalle?”.
Rendetevi conto che state davvero portando il carico estenuante di tutte le vostre ansie e preoccupazioni, e generate compassione per voi stessi. Solo se abbiamo compassione per noi, avremo compassione per gli altri. Questa comprensione sorge scoprendovi imprigionati nella gabbia dell’ansia e della preoccupazione. Capirete che ansia e preoccupazione non servono per risolvere i problemi, ma che, al contrario, impediscono la pace e la gioia.
Con questa consapevolezza, lasciatele cadere giù. Se volete potete farlo. E’ come togliersi l’impermeabile e scuotere via le gocce di pioggia che sono rimaste.

In un centro Zen, all’ingresso del sentiero per la meditazione camminata, c’era un masso. Sul masso erano incise queste parole: “Bo bo thanh phong khoi”, che significano: “Ogni passo fa nascere una brezza”. Che frase stupenda! La brezza rinfrescante è l’esperienza della pace e della liberazione che soffiano via l’opprimente afa delle preoccupazioni dal vostro ciclo di nascita e morte, portando gioia e libertà nelle nostre vite.
Amico caro, perché non provi a camminare anche tu in questo modo? Fallo per il nostro mondo.

Thich Nhat Hanh


Commento di Wolfghost: la meditazione camminata è una pratica centrale negli insegnamenti di Thich Nhat Hanh. Sostanzialmente si tratta di una lenta passeggiata dove tutta la nostra attenzione è sui passi, sul respiro, sul sorriso che dobbiamo far sorgere con amore. Lo scopo è ottenere una concentrazione che col tempo diviene spontanea, senza sforzo, uno stato di consapevolezza che ci permetterà di vedere con chiarezza aspetti della nostra mente e della nostra vita che al momento sono confusi. Ansia e preoccupazioni sono tra questi aspetti. Certo, ognuno ha problemi, e in certe fasi della vita tali problemi divengono gravi e rilevanti. Tuttavia è davvero inutile preoccuparsene tutto il tempo: non serve, e, creandoci ansia, è controproducente.
Ovviamente suona facile scriverlo a parole, difficile applicarlo. Ma… è se fosse come dice il buon Thich? Se davvero bastasse provare con un poco di determinazione per scoprire che davvero possiamo allentare i morsi di ansie e preoccupazioni?
Si puo’ fare, se vogliamo davvero.

Questo è il penultimo post sugli insegnamenti di Thich Nhat Hanh contenuti nel libro “Essere Pace”. Nel prossimo metterò la parte forse di più difficile comprensione ma anche quella secondo me più importante.

arcobaleno