Noi e l’infinito, l’universo, la vita, la morte

The Big Snow è arrivata anche qua: auto sepolta e strada impraticabile, per cui ho lavorato da casa per quanto ho potuto 🙂 Abbiamo cercato di replicare la passeggiata nel bosco innevato fatta a dicembre, ma… la neve era troppo alta e il povero Tomino, che è vigoroso ma pur sempre un tappetto :-P, in certi punti sprofondava e non riusciva ad andare avanti, così lo dovevamo prendere in braccio, allora abbiamo deciso di accorciare la passeggiata 🙂

L’amica Fulvia1953 (blog http://cieloterrafuocoacqua.iobloggo.com/) mi ha chiesto in uno dei commenti al post precedente di andare a vedermi i filmati con le conferenze di Vittorio Marchi e di darle un mio parere. Così ho fatto. Il titolo di questo post riflette il nome di una di queste conferenze.

Come ho anticipato a Fulvia sul suo blog, non ho trovato grandi novità su quanto già avevo avuto modo di incontrare in precedenza. Se vedete uno dei miei post recenti (A ruota libera, del 30 novembre scorso), ci ritroverete buona parte di queste riflessioni.

Il punto fondamentale è che tutto è energia, questo ormai è vero anche per la scienza, e l’energia, che tutto forma e tutto permea, è ciò che da sempre viene chiamato “Dio” (o in altri modi a seconda della cultura di appartenenza). La materia, incluso il nostro corpo, non è altro che “energia condensata”, ed è energia pure il pensiero. L’energia è contemporaneamente Una, dato che è un continuum senza interruzione, e miliardi di miliardi di particelle quando queste si presentano nel loro aspetto “condensato”. Quando moriamo, quando qualunque animale, vegetale o oggetto, si disgrega, finisce, la sua energia torna nella forma “libera”, non addensata, da cui è partita e non si è mai staccata veramente. Marchi fa l’esempio del pezzetto di ghiaccio (ma anche dell’onda) nel mare che è contemporaneamente individuale ma anche facente parte integrante del mare tutto. Quando il ghiaccio si scioglie torna ad essere indifferenziato nel mare.

Fino a qua niente di nuovo sotto il sole, quanto detto da Marchi si ritrova sia nelle antiche scritture esoteriche, nelle varie religioni – seppure a volte mediato da influenze culturali, e perfino dalla moderna scienza.

Il punto fondamentale però è… che fine fa la nostra consapevolezza? Ovvero, quando moriamo, va bene che la nostra energia torna ad essere indifferenziata con quella universale, ma… di noi come individualità che ne è? Perché se può sembrare consolante – nemmeno tanto a volte 😀 – che la nostra energia non va persa, ben altro sarebbe sapere che “noi” restiamo ancora noi, che non tutto ciò che siamo stati e che abbiamo fatto in vita, va perso. Diciamocelo, siamo un po’ egoisti anche in questo: se non saremo più coscienti di esserci, non ci interessa molto sapere che la nostra energia ci sarà ancora 🙂

Qui Marchi innesta però un’altra scoperta scientifica recente, ovvero che ogni particella “sa” in qualche modo cosa fanno tutte le altre miliardi di miliardi di particelle dell’Universo (in realtà non è proprio questo ciò che la meccanica quantistica ha dimostrato, ma per astrazione ci si può arrivare). Quindi non è strano, ma anzi ragionevole, supporre che la nostra consapevolezza è contemporaneamente “noi” ma anche tutto, cosa di cui non siamo coscienti a causa della limitatezza dei nostri cinque sensi. L’unico modo per rendercene conto è attraverso quella che chiama “tecnologia della mente” (o “interna”, adesso non ricordo le esatte parole), cosa che immagino si leghi ai concetti di meditazione delle antiche pratiche esoteriche, che vengono anche richiamate allorché Marchi fa finta di domandarsi “come facevano gli antichi, ad esempio i profeti, a sapere già certi concetti che la scienza ha scoperto solo millenni dopo?”.

Quindi, secondo Marchi, quando moriamo continuamo ad avere la limitata consapevolezza del “noi” che eravamo, ma contemporaneamente acquisiamo la consapevolezza del tutto. Di Dio insomma. Anche di questo si trovano già tracce nelle antiche scritture, ma è interessante come a questo punto, come presunta prova, Marchi tira in ballo la N.D.E., la Near Death Experience, ovvero l’esperienza di pre-morte. Secondo lui il famoso tunnel con in fondo la “luce” rappresenta – no… non “rappresenta”, “è” – il passaggio della nostra energia e consapevolezza dal limitato contenitore corporeo all’esterno, al tutto. E’ questo ciò che vediamo e percepiamo in quel momento. Testimonianze ne sarebbero le visioni da fuori del corpo che chi le ha vissute dice non essere localizzate: si sa cosa si vede, ma non da dove, poiché è come vederla da ogni luogo. Queste visioni tra l’altro sarebbero la prova che smentirebbero alcune teorie medico-scientifiche (sostenute dal famigerato CICAP) che sostengono che le visioni di premorte sarebbero legate a sostanze – le endorfine – che il cervello rilascia al momento della morte allo scopo di “addolcire” la fine: la sensazione di benessere sarebbe ad esse legata, e così anche la “allucinazione” del tunnel. Questa teoria però non spiega come sia possibile che chi torna (non tutti, ovviamente, si parla sempre di piccoli numeri) sia in grado di riferire cosa è successo non solo attorno al suo corpo ma anche in altri luoghi.

Insomma, Marchi non mi ha personalmente aggiunto molto di nuovo, ma ha costruito dei legami, dei richiami, che – ci si creda oppure no – finiscono per costituire una “teoria globale” quantomeno interessante.

Mi chiedete se personalmente ci credo? Trovo che sia una spiegazione affascinante, ma ritengo che chi non ci passa, chi non fa eseprienza di una NDE o di un qualche altro clamoroso avvenimento del genere (come una “illuminazione”), se era scettico rimarrà scettico. Perché le teorie, molto più in questo campo che in altri, da sole non bastano. Lo stesso Marchi infatti fa capire che lui ha anche vissuto, è stato testimone, di eventi di questo tipo (che non cita, non almeno in questi video). Per questo per lui e per persone come lui è facile credere, “sentire” come vera, questa comunque affascinante teoria 🙂

Alla ricerca dell’anima

Alla ricerca dell’anima: questo era il titolo, o meglio il sottotitolo, che avevo dato al mio blog nell’ormai lontano – parlando in termini di WEB – settembre 2007, ben 5 anni fa 🙂 “Alla ricerca dell’anima” è incidentalmente il titolo di un libro di Larry Dossey pubblicato nel gennaio del 1991 e che ricordo come uno dei libri più belli dell’epoca, un periodo storico nel quale ero pienamente coinvolto in una personalissima ricerca spirituale che durò molti anni. Non è probabilmente un caso se a grande distanza scelsi questo sottotitolo per il mio blog.

L’anima… Per me trovare l’anima è sempre stato un obiettivo di particolare importanza, probabilmente anche per dare un senso ad una vita non sempre felice (soprattutto in quel periodo storico) e per mitigare una paura della morte che ho sempre avuto presente, perfino da bambino. Trovare l’anima, dimostrarla a me stesso, avrebbe infatto significato dimostrare che la morte non esiste, non in senso assoluto.

Non l’ho mai trovata l’anima 🙂 Anzi, purtroppo sono meno convinto della sua esistenza adesso di quanto lo fossi vent’anni fa. La mia storia e le mie convinzioni tuttavia cambiano anche profondamente nel tempo. So com’ero e come la pensavo vent’anni fa, come sono e come la penso adesso, ma non ho sinceramente idea di come sarò tra vent’anni. Naturalmente ammesso, e assolutamente non concesso, di esserci ancora 🙂

Ogni tanto ho anche avuto qualche “illuminazione”, sapete? 🙂 Di solito improvvise e non aspettate, non “preparate”. E che, purtroppo, non hanno lasciato il segno che potevano lasciare. Non hanno cambiato la storia, non con evidenza almeno: ogni esperienza ci cambia la vita in realtà, anche se forse non ne siamo del tutto consapevoli, e come siamo adesso e saremo domani dipende e dipenderà in gran parte dal nostro passato e dal nostro presente.

Il punto è che le illuminazioni sono come semi che cadono nel campo della nostra coscienza: se li curiamo con cura possono crescere e cambiare davvero il nostro giardino, altrimenti moriranno o, più probabilmente, restaranno lì, in attesa e nella speranza che ce ne ricordiamo e iniziamo ad inaffiarli con la nostra attenzione.

Io questo non l’ho mai fatto veramente 🙂

L’ultima di queste illuminazioni l’ho avuta verso la fine della scorsa estate. E’ stata un’illuminazione, una intuizione, che mi portò a coniugare ateismo e spiritualità, ovvero a comprendere come si possa essere spirituali non credendo in un vero o proprio Dio e, soprattutto, non credendo nella “salvezza”, cioé in qualcosa che, arrivando dall’interno o dall’esterno, ci conceda la “vita eterna”.

Facciamo parte di una energia universale, da essa siamo formata – lo dice ormai da cent’anni anche la scienza, siamo “energia condensata”, fatta materia, ma ancora energia – e ad essa ritorneremo. O meglio, saremo sempre, perché non abbiamo mai smesso di esserlo.

Sappiamo che tra cento anni nessuno di noi esisterà più e molto probabilmente nessuno si ricorderà veramente di noi. Perfino i più famosi saranno ricordati come un nome ed un cognome, al più per qualche gesta e tratto caratteristico, ma non certo per come erano veramente. Questo probabilmente ci spaventa perché non siamo abituati ad un mondo che gira senza di noi. Ciò che di solito dimentichiamo di pensare è che anche cento anni fa non esisteva nessuno di noi, non c’eravamo, semplicemente. Eppure il mondo esisteva.

Siamo parentesi trascurabili nell’eternità e nell’infinito. O meglio è la nostra coscienza ad esserlo, perché ciò di cui siamo fatti è esistito da sempre e sempre esisterà.

Questo in fondo mi diede conforto e pace. Se non c’ero cento anni fa e non ci sarò tra cento anni… perché preoccuparsi? Non cambia nulla in fondo. Non cambia nemmeno quanto si campa in fondo. Credete che quando non ci sarete più vi dispiacerà se sarete campati 100 anni o 50? No. Forse lo penserete prima. Irragionevolmente penserete “che peccato, potevo vivere cent’anni!”, ma un attimo dopo semplicemente non sarete lì a dispiacervene.

A volte è il pensiero per chi resta a tormentare. Ci si preoccupa perché chi ha vissuto con noi dovrà vivere senza di noi e con il ricordo di qualcuno che non c’è più. E’ vero. Eppure a rigore sappiamo tutti che questa è la vita. Sappiamo che a quella o quelle persone, perfino a quegli animali, la Natura richiede di superare il trauma e continuare a vivere. E’ la vita. Certamente non è colpa nostra e non dovremmo essere tormentati per questo.

In fondo anche per chi la pensa così esiste una “entità superiore” che risponde al nome di Energia o Universo. Una Unità alla quale tutti apparteniamo da sempre e non lasceremo mai. Anche chi la pensa così potrebbe dargli il nome “Dio”. Un Dio che è sempre presente, in quanto è ovunque e in ogni cosa, e attraverso il quale si possono fare chissà quali cose, solo conoscendone regole e leggi ed applicandole.

Forse è proprio questo che cercavano gli antichi alchimisti, forse è questo lo “oro alchemico”: le leggi della natura e dell’universo. Si narra che qualcuno l’abbia anche trovato e che, con spoglie sempre diverse, vaghi per questa o per altre “terre” da centinaia di anni.

Ma queste sono solo leggende… o no?

 

Cleo II

Bene, continuo e concludo gli estratti dal libro “Cleo” iniziati nel post precedente 🙂

“Il mattino seguente tenni Cleo chiusa in casa. Sul vialetto, il piccolo tordo giaceva immobile nello stesso punto. I suoi occhi erano spenti, le zampine arricciate in un gesto di stupore. Io ricacciai indietro le lacrime. Sorprendentemente, i genitori stavano ancora facendo la guardia sul cespuglio di camelie e fissavano il figlio ormai morto con incredulità. Non mi ero mai resa conto che gli uccelli potessero provare dolore per i loro piccoli perduti, così come fanno le persone. Ma come aveva detto spesso Sam [il figlio morto], il mondo degli animali è più complesso e bello di quanto gli esseri umani riescano a comprendere.”

“Fuori, al piano terra, attraversai la strada e trovai una piccola chiesa. Rivestita in legno e in stile coloniale, mi ricordava quella in cui da bambina avevo cercato con tanta determinazione di imparare le leggi divine. Tentai di pregare ancora, ma la mia conversazione con Dio fu come al solito a senso unico.

Si trovava più conforto fuori, nel parco, dove i rami giganteschi si protendevano come mani sopra di me. Era più facile immaginarsi Dio lì, fra le foglie e i fiori che pulsavano di vita. La morte e l’imputridimento si intrecciavano alla bellezza in un modo che sembrava naturale e rassicurante.”

“<<Ne ho passato di belle e di brutte>> diceva [il figlio malato]. <<E credimi, quelle belle sono molto meglio. Solo quando hai assaggiato il pane secco apprezzi veramente quella roba morbida appena uscita dal forno>>”

“<<Una volta desideravo una vita più facile>> rifletteva [sempre il figlio malato]. <<Alcune famiglie vivono per anni senza che nulla le tocchi. Senza tragedie. Non fanno che ripetersi quanto sono fortunate. Eppure, a volte, mi sembra che siano vive solo a metà. Quando alla fine capita qualcosa di brutto, e prima o poi capita a tutti, il loro trauma è molto peggiore. Fino a quel momento non gli è successo nulla di grave. E pensano che i piccoli problemi, come perdere un portafoglio, siano chissà quali catastrofi. Pensano che la loro giornata sia rovinata. Non hanno idea di cosa sia una giornata davvero difficile. E per loro sarà incredibilmente dura quando lo scopriranno.>>”

“<<Grazie a Sam [il fratello scomparso] ho scoperto che tutto può cambiare in fretta. Attraverso di lui ho imparato ad apprezzare ogni istante e a non aggrapparmi alle cose. Così la vita è molto più eccitante e intensa. Come lo yogurt che scade dopo soli tre giorni. Ha un sapore molto migliore di quello che dura tre settimane.>>”

“Ma anche se la punta della coda rimase indolenzita per il resto dei suoi giorni, Cleo non cercò mai di elemosinare la nostra simpatia. Anzi, si portò in giro la coda ammaccata con il garbato orgoglio di un ufficiale di cavalleria ferito in guerra. Il perdono per una lesione permanente era un processo ovvio per lei, semplice come respirare.

Io avrei voluto condividere questa sua capacità di perdonare. Noi umani ci aggrappiamo al nostro dolore e lo coltiviamo, spesso a nostro stesso discapito. Siamo rapidi a vestire il ruolo della vittima. Eppure i gatti sono, e sono sempre stati, i destinatari dei maltrattamenti umani […] L’umanità ha causato così tanta sofferenza al gatto domestico, che c’è da stupirsi che tolleri ancora di entrare in contatto con noi. Eppure, anche se ricordano le atrocità perpretate contro di loro, generazione dopo generazione i felini continuano a perdonarci. Ogni nidiata di gattini miagolanti e indifesi è un invito per gli esseri umani a ricominciare daccapo e a comportarsi meglio. Nonostante il nostro passato dimostri gli abissi di crudeltà di cui siamo capaci, i gatti continuano ad aspettarsi qualcosa di meglio da noi. E non potremo considerarci completamente evoluti fino a quando non ci dimostreremo all’altezza della scintilla di fiducia e di speranza che brilla negli occhi di un gattino.”

 

Giordano Bruno, un filosofo scomodo alla Chiesa

Nella solita libreria con usato a prezzi scontati (bé, da buon genovese… :-P) mi sono imbattuto in un testo che appare davvero interessante e che credo mi impegnerà a lungo, vista la sua lunghezza e il tempo (poco) a disposizione per leggerlo. Si tratta di “Reincarnazione, l’anello mancante del cristianesimo – Storia di una dottrina misteriosamente rimossa nel cammino della fede”. Avro’ comunque modo di parlarne più avanti. Voglio invece parlarvi di una figura citata nei primi capitoli del libro e che, avendomi colpito molto, mi ha spinto a documentarmi un po’: Giordano Bruno, un filosofo Italiano nato nel 1548 a Nola e morto nel 1600 a Roma… sul rogo 😮

In breve, Giordano fu per una decina d’anni frate domenicano, probabilmente più per la facilità di trovare testi filosofici che per vera “chiamata”. In seguito ad attriti nati da una visione e soprattutto da una condotta poco consona lascio’ l’ordine e inizio’ a girovagare per l’Europa con alterne fortune (la sua aspirazione fu sempre quella di insegnare): Roma, Genova, Savona, Torino, Venezia, Padova, Brescia, Bergamo, Chambéry, Ginevra, Lione, Tolosa, Parigi, Londra, Oxford, Magonza, Wiesbaden, Marburg, Wittenberg, Praga, Tubinga, Helmstedt, Francoforte, Zurigo… bastano? 😉

Tornato in Italia, un patrizio veneziano lo denunciò alla inquisizione locale per le sue visioni e insegnamenti non ortodossi. In realtà il vero motivo fu, come spesso succede, ben diverso: il patrizio, che riceveva lezioni da Giordano, pensò che lui stesse meditando di andarsene e, per ripicca, lo denunciò. In realtà pare che Giordano volesse semplicemente tornare in Germania per pubblicare alcune sue opere.

Davanti all’inquisizione veneziana, il nostro si difese bene, facendo leva sul fatto che le considerazioni filosofiche non dovessero essere confuse con la fede, ma la sede di Roma ne chiese, e ottenne, l’estradizione. A Roma Giordano fu sottoposto a tortura e lungamente imprigionato (sette anni!), rimanendo a lungo indeciso se ritrattare o meno le sue tesi; d’altronde non sarebbe stata la prima volta che, per salvarsi la vita, avrebbe fatto marcia indietro sulla sua stessa dottrina.

Probabilmente però Giordano si rese conto che la Santa Sede, pur risparmiandogli la vita, non l’avrebbe più scarcerato e così decise di non ritrattare, pur sapendo che questo l’avrebbe condotto sul rogo.

Condannato al rogo, rispose ai giudici la frase rimasta storica “Forse voi che pronunciate la mia condanna avete più paura di me che la ricevo”.

Il 17 febbraio, con la lingua bloccata da una morsa perché non parlasse, l’uomo piccolo e magro fu portato in piazza Campo de’ Fiori, spogliato, legato a un palo, coperto di legname e paglia fino al mento e, infine, arso vivo.

Nella stessa piazza, il 9 giugno 1889, dopo una lunga battaglia contro la Chiesa che si opponeva, con una imponente manifestazione di 30.000 persone da tutta Europa che lo acclamavano come eroe della libertà scientifica e contro l’oscurantismo religioso, verrà inaugurata la statua in suo onore.

Solo con Giovanni Paolo II, nel 2000, la Chiesa si disse dispiaciuta per la fine atroce di Giordano Bruno, non riconoscendo comunque la validità delle sue tesi.

Ma cos’è che urtò così la Santa Sede al punto di volerlo morto sul rogo? Sicuramente Giordano era molto conosciuto in tutta Europa, anche se in molti luoghi non aveva lasciato proprio bei ricordi dato che per il suo carattere “immediato” non si era mai trattenuto dall’entrare in conflitto con i filosofi o gli ecclesiatici locali. Pensate solo che aveva il primato delle scomuniche in tutte le maggiori confessioni europee: cattolica, calvinista e luterana 😉 Era un personaggio scomodo.

La Chiesa comunque ha sempre visto come un pericolo tutti coloro che ne mettono in discussione l’autorità e che possono perciò diminuire l’importanza della sua presa sui fedeli. Anche se oggi, per fortuna, non c’è più il rogo.

I principali contrasti di Giordano Bruno con la visione ortodossa della Chiesa furono tre, tutti piuttosto sorprendenti:

1) La reincarnazione: ebbene sì, pare che la metempsicosi, la reincarnazione, sia stata un’idea tutt’altro che rara nella storia del Cristianesimo. I Catari ne sono solo uno dei tanti esempi. Giordano la professava apertamente: Dato che l’anima non esiste al di fuori del corpo, e tuttavia non è corpo, può trovarsi in un corpo o nell’altro, e passare da un corpo all’altro.

2) L’infinitezza dell’universo e la possibilità di rinascere su altri pianeti: vi ricordo che siamo nel 1500! Già Copernico era apertamente osteggiato per la sua affermazione che la Terra non era il centro dell’Universo: essa, la Terra, girava attorno al Sole. Giordano sosteneva addirittura che neanche il Sole era il centro dell’Universo, perché, essendo l’Universo infinito, un centro non poteva esistere. Sosteneva inoltre che le anime potessero reincarnarsi non solo sulla terra, ma su uno qualunque degli innumerevoli mondi che fossero adatti. C’è un solo spazio generale, una sola vasta immensità, che possiamo liberamente chiamare Vuoto; dentro di esso vi sono innumerevoli globi come questo su cui viviamo e cresciamo.

3) La possibilità di avvicinarsi a Dio come esperienza personale, e non tramite la Chiesa: l’uomo può diventare una cosa sola con Dio già nel corso di questa sua vita terrena e la religione è il processo per cui la luce divina prende possesso dell’anima e la eleva e trasforma in Dio. Non è necessario insomma attendere la fine del mondo perché ciò si realizzi, può accadere anche adesso (confrontate questo con la visione del monaco buddhista Thich Nhat Hanh: Il Regno dei Cieli e’ questa nostra terra).

Quindi non fu solo la reincarnazione a mettere nei guai Giordano, ma soprattutto il fatto che la salvezza passasse dal rapporto diretto con Dio, piuttosto che con la Chiesa. Questo minava chiaramente il potere della Santa Sede.

Spesso ho scritto che nel nostro lontano passato, nell’Alchimia in particolare, abbiamo avuto gli stessi “semi” presenti in quelle filosofie orientali a cui oggi molti di noi tendono ad accostarsi, forse perché percepiscono che qualcosa manca nella nostra. Il fatto è che in occidente non è stato dato a quei semi modo di crescere… e oggi molti di noi ne sentono la mancanza…

 

Che cos’è un cane… – “Il Perdono di Dio” di Paolo Frani

Questo è un racconto riportato da orchismoria nel suo blog Era l’anno del cane. Quando l’ho letto mi ha colpito come un pugno nello stomaco, ho sperato che fosse solo un racconto di fantasia, purtroppo però ci sono versioni che iniziano con le righe che ho aggiunto al post di orchismoria, in caratteri corsivi…

 



Premessa:
questa non è una favola, questa è un esperienza che è stata in grado, da sola, di infondere la fede in Dio ad un bambino. Un bambino che, per colpa sua o forse delle catechiste, non riusciva a capire il significato della Prima Comunione che si apprestava a ricevere. Dedico queste righe a tutti i cani del mondo.

cane

 

Il Perdono di Dio
Paolo Frani


Avevo sette anni. In tutta la provincia di Bergamo, il mio,era l’unico paese ad avere una Prima Comunione con bambini di soli 7 anni.
Dicevano, di noi, che era troppo presto, che non eravamo in grado di capire il significato del perdono di Dio.
Non avevano torto, infatti.
Per quel che mi riguardava, l’unico pensiero che mi passava per la testa in quei giorni era di correre a giocare con un grosso e vecchio cane, nero come il carbone, affettuoso come un cucciolo.
Il cane apparteneva ad un anziano signore, ormai vedovo, che abitava nella sua stalla a pochi metri da casa mia. Dietro la nostra casa, un prato saliva fino a formare una piccola collina, verde, con un sentiero che si arrampicava fino a scomparire dietro la cima.
Rochi, il suo nome.
Era davvero enorme, col pelo raso, la testa grossa e massiccia…sembrava un lupo, gli volevo un bene incredibile. Lui era come mi sentivo io, evitato per via dell’incomprensione, ma, in fondo, anche il mio caratteraccio era solo un modo per attirare attenzione, purtroppo nessuno capiva.
E la stessa cosa succedeva a lui. Evitato perchè nero e grosso, ma quella non era una sua colpa.
Purtroppo aveva il vizio di cacciare galline, e il suo padrone non poteva più sopportare il fatto che tutto il paese l’additasse come ladro di pollame.
Un giorno venne da me, mentre giocavo col mio unico amico, il suo cane, e disse:
” mi spiace, ma domani lo porto via, non posso più tenerlo, quindi stai a casa tua, domani, perchè lo porto via.”
La sua voce era incerta e mi spaventava.
L’indomani volevo almeno salutare quel cane così importante per me, dunque avevo deciso di andare a salutarlo a tutti i costi.
Mentre mi incamminavo, vidi il mio simpatico amico salire la collinetta, dietro casa mia, accompagnato dal suo padrone, che in mano teneva un grosso martello. L’avevo rincorso, ma non avevo fatto in tempo a raggiungerlo ed erano spariti dietro la collina.
Forse sarei riuscito a digli almeno addio.
Poco dopo sentii il rumore, un botto, il più terribile del mondo. In un silenzio surreale uno stormo di uccelli si era levato da un albero li vicino…il cuore cominciava a battere sempre più forte.
Avevo capito dove era stato portato il mio Rochi, e avevo compreso, in quel momento, di aver perso l’unico amico che avevo.
Poco dopo, il padrone del cane comparve dalla cima della collina e si incamminò verso di me, io lo aspettavo.
Quando mi raggiuse, mi disse che era l’unica maniera, che non aveva sentito niente, che aveva fatto la cosa giusta…una lacrima gli rigava il volto ormai arso dalla vecchiaia. Guardai il martello, sporco di sangue…il sangue di Rochi.
Ci incamminammo insieme verso la sua stalla, il vento scompigliava i capelli grigi dell’anziano signore che si era tolto il cappello, forse in rispetto del suo cane. L’erba mi solleticava le gambe e le mie lacrime scivolavano via fino a finire nel vento.
Un respiro, alle mie spalle, fermò il mio cuore per un attimo. Quando mi voltai, e il signore al mio fianco si voltò con me, una sagoma nera ci seguiva tranquilla.
Lo guardai. Quello che era stato il suo padrone si inginocchiò al suolo, distrutto dal rimorso a colpito dal terrore che il cane volesse punirlo.
In silenzio, rimasi a guardare come, un cane vecchio, stanco e tradito, si avvicinava con la testa bassa e sanguignolenta, la coda agitata come una bandiera e andava a leccare la faccia del suo amato padrone, quasi come se gli stesse chiedendo scusa di averlo spinto sino a quel gesto di punizione. Il signore esplose in un pianto, un pianto da bambino e abbracciava il suo cane, ormai sfinito ed incapace di reggersi sulle zampe.
E io vedevo.
Vedevo il perdono di un essere vivente che, dopo essere stato colpito a morte dalla persona più amata, si accingeva a farle il regalo più bello, immenso e meraviglioso che un uomo pentito potesse ricevere, il Perdono.
Quello fu, per il bambino che ero, la visione del perdono di Dio.
A lungo piansi vicino al corpo dell’amico più caro, ormai esanime, stretto forte dalle braccia di quello che fu il suo padrone.
Quando ci fu la riunione prima della cerimonia della prima comunione, la catechista ricominciò il suo discorso copiato da qualche volume trovato chissà dove, che recitava come l’uomo ricevette il perdono di Dio.
Allora, piangendo gli chiesi:”…ci hai parlato tanto di quel perdono, ma Dio ci perdona tutti i giorni…tu ti sei mai accorta quando succede?…”

Questa storia è per te, per te che abbandoni il tuo cane per andare in ferie, per te che non ti rendi conto e forse non ti interessa nemmeno di quello che il cane proverà mentre ruote di macchine costruite dall’uomo strazieranno il suo corpo. Facendolo agonizzare sull’asfalto fino alla fine.
Questa storia è per te, che non te ne frega di lasciarlo legato ad una catena tutto il gorno senza nemmeno la possibilità di correre, giocare, o anche solo dissetarsi.
Questa, è per te, che non ti rendi conto di quello che lui arriverebbe a fare pur di non abbandonarti.

E ricorda, quando sarai in chiesa e il prete narrerà il tradimento di Giuda, che stanno parlando anche di te, che quest’estate sacrificherai la vita di un cane per le tue ferie.

 



Commento di Wolfghost: I cani, gli animali, non “perdonano”, non nel senso che diamo noi al termine, poiché loro non hanno bisogno di perdonare. Siamo noi ad aver bisogno del perdono per abbandonare l’ira e l’odio verso chi ci ha fatto del male; gli animali non odiano, mai, nemmeno per un solo secondo, perfino chi si macchiasse di crimini orrendi nei loro confronti, di veri e propri tradimenti, come quello descritto nel post.
Il desiderio di perdonare nasce dal senso di colpa, dalla consapevolezza di essersi macchiati di un crimine, legalmente punibile o non punibile che sia, grande o piccolo, che sarà scoperto oppure no.
E’ mia convinzione che il senso di colpa nasca dalle sovrastrutture mentali tipiche dell’uomo, così come i crimini “innaturali” dei quali esso si macchia. Gli animali agiscono per istinto, uccidono per istinto; ciò che fanno non è una vera e propria scelta. Possiamo dire che anche la loro è crudeltà, ma solo perché vestiamo i loro gesti di significati umani, non naturali.
La scelta l’abbiamo noi, con la nostra ragione. Purtroppo spesso, invece di applicare tale ragione in senso positivo e costruttivo, lo facciamo in senso negativo e distruttivo.
La dimostrazione di questo, la indica la stessa Orchismoria, che, rispondendo al mio commento sul suo post, dice “non mi sentirei di escludere la realtà della vicenda, purtroppo è anche tutta una mentalità “vecchia” che, in alcuni, magari sia pure solo inconsciamente, perdura ancora. Per quanto ci sia affetto, il pensiero di fondo resta ‘è “solo” un’animale’….. Questo ci insegna anche un altro indigesto aspetto della realtà e cioè che non è vero che i sentimenti sono “liberi” in realtà. Vengono sperimentati secondo i codici dell’epoca, della cultura, dell’educazione e delle esperienze vissute precedentemente.” – ecco, questa mutabilità dell’uomo e dei suoi sentimenti in accordo alla “cultura” e all’epoca storica, sono la dimostrazione che l’istinto e la naturalezza – che invece sono la base, sostanzialmente immutabile, nell’animale – c’entrano poco. Non è un caso che anche gli animali, perdono in parte i loro istinti naturali proprio quando sono in “cattività” (già il termine è indicativo, no?), ovvero in un contesto non naturale.
Gli animali rispettano la Natura, perfino quando diciamo che sono crudeli, poiché loro stessi sono la Natura.
Noi abbiamo voluto porci, nel corso dei secoli, fuori dal contesto naturale e, identificando Dio con la Natura (se questo vi disturba potete pensare il contrario, la sostanza non cambia), facendo così, ci siamo allontanati anche da Dio.
Non è un caso che il risveglio spirituale coincida – se preferite comprenda – l’amore per la Natura.

E dopo il crudo racconto, qualcosa che faccia sorridere, sempre dal blog Era l’anno del cane 🙂

Dio

Mi piace riportare qua, come nuovo post, un commento che ho lasciato sul blog capehorn.splinder.com/, dell’omologo proprietario, in occasione di un suo accorato e molto profondo post sul tragico evento dell’ultimo terremoto. Vi invito tutti a leggere anche tale post.

occhio-DioPotremmo scrivere mesi sull’argomento “dio”, anni anzi. D’altronde lo fanno da millenni senza arrivare ad una conclusione univoca, perche’ dovremmo arrivarci noi?

Io posso solo dire quale e’ il mio personale concetto di Dio oggi, senza nessuna pretesa che tale visione sia condivisa da altri, e in che cosa sbaglia chi si chiede “dov’e’ Lui'” quando capita qualche tragedia personale o collettiva. D’altronde perfino io ho scritto “oggi” perche’ ho cambiato gia’ idea diverse volte lungo il mio percorso e, spero, ancora la cambiero’ in futuro. Perche’ in fondo… mi piacerebbe credere in un Dio che sia piu’… umano e benevolo, una sorta di papa’ o di mamma, insomma 🙂

Parco nel verde della foschia mattutinaDio oggi per me e’ l’Universo, la Natura, l’Energia che tutto pervade e tutto forma. Da li’ veniamo, di essa siamo costituiti, ad essa torneremo. In fondo non vedo una grossa spaccatura con le varie antiche scritture sparse in ogni parte del mondo, ne’ con l’idea alla quale la scienza, a poco a poco, si sta avvicinando.

In questa visione Dio non e’ “personale”, non e’ “umano”, non e’ nemmeno benevolo o malevolo.

Dio e’, e basta. A lui, la Natura, interessa solo una cosa: l’evoluzione di se’ stesso, ovvero dell’universo e di cio’ che lo compone. In quest’ottica, i singoli componenti sono “sacrificabili” in nome dell’evoluzione dei sistemi piu’ grandi.

L’ho scritto molte volte: se non esistesse la morte… come potremmo esistere noi? Come avrebbe potuto, e come potrebbe, svilupparsi l’evoluzione? Le prime cellule sarebbero durate per sempre, sarebbe rimaste sempre uguali. Solo attraverso la loro riproduzione e morte, le nuove cellule, un pochino migliori, avrebbero potuto prenderne il posto.

Se non fossero esistiti i terremoti, il pianeta non solo non avrebbe la forma che ha, ma probabilmente nemmeno esisterebbe. La terra non e’ sempre stata cosi’, all’inizio era ben diversa, una palla di fuoco in cui la vita non avrebbe mai potuto esistere. Essa si e’ evoluta, e anche i terremoti hanno fatto parte della sua evoluzione… a discapito di chi la abitava.

cappella_sistinaQual e’ allora l’errore dell’uomo, un errore che si perpetua da migliaia di anni? Semplice: credere di essere la creatura per cui l’universo tutto e’ stato creato. Una visione spropositatamente egocentrica, di una ingenuita’ che definire infantile dovrebbe far sorridere di tenerezza 🙂

Eppure ce la propinano ancora oggi, continuamente.

Certo che l’uomo puo’ prendersela con Dio allora: e’ reo di averlo creato e poi abbandonato.

Ma se mettiamo l’uomo nella posizione che gli spetta… tutto torna: un essere semplicemente sacrificabile. Come tutto il resto che c’e’ al mondo.

Ma almeno un vantaggio l’uomo ce l’ha: ha la consapevolezza di se’ stesso, di cosa sta attorno a lui. L’uomo puo’ capire le leggi che regolano l’universo, o meglio, che l’universo stesso ha creato lungo la sua evoluzione.

Cosi’ facendo, forse, puo’ arrivare molto, molto lontano.

indiano_pellerossaGli Antichi, di qualunque parte del mondo fossero, non facevano l’errore dell’uomo “moderno”: essi temevano la Natura, essi non pensavano di essere superiori alle altre creature, ma di essere semplicemente parte di loro.

L’Antico aveva rispetto per la Madre Terra, timore di cio’ che vedeva accadere attorno a lui, si sentiva – giustamente – piccolo e insignificante. Ma tale visione lo rendeva piu’ grande degli egocentrici uomini moderni. Perche’ comportava umilta’, non superbia. Perche’ lo portava ad essere CON la Natura, non a volerla sfruttare e dominare in un delirio di onnipotenza.

Quando vedo certe alte figure religiose e ascolto le loro parole… be’, mi viene in mente Qualcuno che disse “perdonali, perche’ non sanno quello che fanno.”

Paradossale, eh? Loro che dovrebbero esserne i rappresentanti 😉

Si narra che per il mondo vaghi ancora oggi qualche antico alchimista che, scoperta la “pietra filosofale”, divenne immortale. Be’… se cosi’ fosse, non ci sarebbe riuscito perche’ “fu miracolato”, ma perche’ capi’ “come funziona Dio”.

E in fondo e’ cio’ che anche la scienza e le genuine correnti spirituali si propongono di fare.

 

Ed ora scusatemi: vado orgogliosamente a ritirare la mia scomunica al Vaticano! 😛

 

Vaticano

L’arroganza della specie umana

Questo e’ un post che probabilmente seguiro’ poco… Strano dite? Be’, il fatto e’ che… sono cosi’ innervosito che mi e’ passata la voglia di parlarne. L’argomento e’ la mattanza di cani, la stragrande maggioranza dei quali assolutamente innocui e innocenti, che sta avvenendo in Sicilia, terra di origine di mio padre.
Riporto qui il contenuto del mio intervento su un forum di persone che gli animali li rispetta.


Sono deluso da quanto sta succedendo, ho bisogno di “prendere un po’ d’aria”.
Inizialmente ero furibondo con la Sicilia di mio papa’. Avevo addirittura preso in considerazione una campagna di boicottaggio dei prodotti che arrivano da li’, nonche’ delle vacanze in quelle terre. La Sicilia, senza turismo, verrebbe messa in ginocchio e, si sa’, gli italiani (non importa di dove) si danno una regolata solo quando vengono colpiti nel portafoglio: forse sarebbe servito a farli ragionare, e pazienza per la brava gente che, nel mucchio, avrebbe avuto qualche mese di difficolta’, forse gia’ solo l’udire del rischio di iniziative del genere avrebbe fermato i “giochi”.
Questo pensavo.

Cosi’ come pensavo che sarebbe stato ipocrita non prendere iniziative del genere. Diciamocelo francamente: se la notizia di animali abbattuti in questo modo, avesse riguardato una qualunque altra parte del mondo… l’avremmo fatto. Avremmo chiesto di boicottare quel posto, i suoi prodotti, avremmo “odiato” indiscriminatamente tutti i suoi abitanti. Non dite che non e’ cosi’. Quanti insulti e iniziative ho sentito contro i cinesi o i coreani, eppure… credete che gli animalisti non siano anche li’? Credete che anche li’ non ci sia gente che si batte per loro? Se lo credete, siete poco informati.
Pero’ e’ vero che, anche se forse non con queste proporzioni, non posso dimenticare quel cervo (era un cervo?) smarrito in una citta’ del Nord-Est e che, seppure ormai in trappola, e’ stato abbattuto senza pieta’.
Non posso dimenticare quell’orso abbattuto in Svizzera.

Non posso dimenticare il gattino avvelenato che mi mori’ in braccio, qui nella mia Genova; non posso dimenticare le sue fuse sommesse, fino a pochi attimi dalla morte.
Non posso dimenticare che il presidente della squadra di calcio per cui tifo ha una riserva di caccia privata dove fa portare daini e altri animali per poi abbatterli a fucilate. Ma quando lo dico nessuno si stupisce. Escono fuori commenti pacati, del tipo “Si, si, anche il titolare della mia azienda ce l’ha!”.
Come si fa ad aver guardato, ma davvero guardato, negli occhi di un animale e poi prenderlo a fucilate per… “sport d’elite”?

Ecco… sarebbe stato facile, in questi giorni, cavalcare l’onda dell’indignazione, ma… sarebbe stato l’esatto identico errore di chi vede la pagliuzza nell’occhio del fratello e non vede la trave nel suo. Invece ammiro chi si e’ rifiutato di “dividere”, ed ha aiutato come ha potuto, anche se non si trattava della sua citta’, del suo territorio, magari perfino della sua nazione.

Da cosa sono deluso allora? Da noi. Dalla specie. Da me. Da tutti. A partire dal papa (il minuscolo e’ voluto) e da tutti coloro che non si limitano solo a dire che l’uomo e’ l’animale piu’ intelligente, che forse (forse) e’ anche vero, ma che sostengono che e’ “la creatura eletta”, l’unica vera “espressione di Dio”. Su quali basi, che non siano dettate dalla paura della morte, devo ancora capirlo.

Siamo solo degli animali arroganti e presuntuosi, che nascono, vivono e muoiono esattamente come tutti gli altri, ma che si beano di sostenere che hanno dio (“d” minuscola) in loro, che hanno l’anima, che loro si’ che andranno in paradiso (“p” minuscola), che credono di poter disporre di tutti ed ogni cosa e che la loro tanto decantata intelligenza la usano male, molto male.

E poi muoiono… come i vermi, divorati da malattie terribili o da creaturine microscopiche che, in maniera irriverente, se ne infischiano se stanno deturpando un verme o un rappresentante della “specie eletta” 😀 E allora loro cosa dicono? Che quella malattia, quei virus, quei batteri, la sofferenza, il dolore e la morte… sono una prova o addirittura un dono (!!!) di dio! Si… pero’ solo per loro, per le altre creature, attese esattamente dalla stessa sorte… no, per tutte le altre specie non vale!
Certo che abbiamo imparato a raccontarcela proprio bene, non e’ vero?

Credo che un bel bagno di umilta’ servirebbe a tutti.
Chissa’… forse dovremmo davvero sperare in una bella invasione aliena che ci consideri e tratti alla stregua ed alla pari di un qualunque essere vivente, batterio o scarafaggio che sia.
Allora, forse (forse), capiremmo e, nella sventura, riconosceremmo come fratelli anche gli animali che non hanno la pretesa di essere Dio.

cappella_sistina

Il capro espiatorio

Il Capro Espiatorio-William Holman HuntDue capri venivano portati, assieme ad un toro, sul luogo del sacrificio, come parte dei Korbanot (“sacrifici”) del Tempio di Gerusalemme. Il sacerdote compiva un’estrazione a sorte tra i due capri. Uno veniva bruciato sull’altare sacrificale assieme al toro. Il secondo diventava il capro espiatorio. Il sacerdote poneva le sue mani sulla testa del capro e confessava i peccati del popolo di Israele. Il capro veniva quindi allontanato nella natura selvaggia, portando con sé i peccati del popolo ebraico, per essere precipitato da una rupe a circa 10 chilometri da Gerusalemme. – Wikipedia

Potrei usare questa raccapricciante “immagine” per parlare, da buon vegetariano, delle povere bestiole che vengono macellate senza pieta’ ogni giorno per finire sulle nostre tavole (be’… tranne che sulla mia e “poche altre”), potrei perfino mettere la voce innocente di qualcuna di queste bestiole, ma… andrei fuori tema, poiche’ stasera voglio parlare del “capro espiatorio” in senso figurato.

Impariamo a porre la responsabilita’ al di fuori di noi molto presto, dando la colpa “agli altri” fin dalla tenera eta’. Sicuramente anche questo e’ un atteggiamento appreso, poiche’ in natura non si vede mai un animale che ne accusa un altro per discolparsi, quindi deve essere una peculiarita’ tutta nostra, culturalmente appresa. Chissa’… forse fin da piccoli riconoscevamo colpe nei nostri genitori che essi non solo rifiutavano di ammettere, ma addirittura attribuivano ad altri.

Perche’ diamo la colpa agli altri? Be’, ovviamente per non assumerci la responsabilita’ delle nostre azioni, per paura di essere rimproverati, sgridati o peggio. Ma continuamo con questo atteggiamento anche quando le conseguenze di assumercene la responsabilita’ sarebbero davvero minime: questo atteggiamento e’ ormai entrato a far parte di noi.

E’ una tragedia per me vedere quante persone hanno letteralmente rovinato la propria vita addossando la responsabilita’ di avvenimenti negativi sugli altri, sul sistema, sul destino, su un Dio crudele.
Certo, a volte il caso gioca una parte rilevante su cio’ che ci accade; a volte, piu’ che “agire”, possiamo solamente “reagire”. Ma come lo facciamo, se in modo costruttivo o distruttivo, dipende sempre da noi… e sempre fa la differenza, anche quando poi perdiamo.

Leggevo qualche giorno fa, non senza sorpresa e grande ammirazione, dei malati terminali che, aiutati da psicologi che li preparano ed accompagnano nelle vicinanze del loro ultimo viaggio, anche li’, o soprattutto li’, mentre noi pensiamo che la vita finisce, ancora apprendono, ancora crescono. Perfino in punto di morte c’e’ chi ancora costruisce e ha qualcosa di indimenticabile da lasciare a coloro che ha intorno.

La vera sconfitta non e’ perdere o morire, la vera sconfitta e’ credere di non avere una parte, di essere totalmente vittime delle circostanze. E’ la differenza tra una squadra che perde perche’ non si impegna e viene fischiata ingloriosamente dai propri tifosi, ed una che lotta come un leone contro avversari piu’ grandi di lei, ed anche se perde… riceve solo applausi. E quei tifosi, quegli applausi… sono le voci della nostra anima. Perche’ lei “sa”, lei “sente”, lei e’ l’unica che conosce il nostro vero valore.

Possiamo continuare a prendercela contro qualcuno o qualcosa all’infinito, sprecando cosi’ un’occasione per essere uomini, con dignita’ e destino fieramente nelle nostre mani, o avvelenandoci la vita giorno dopo giorno, nutrendola con rancore, odio, paura, sentendoci inutili, impotenti, inermi, vittime. Perdendo un’altra occasione per crescere.

Il nostro valore, nella vittoria come nella sconfitta, e’ racchiuso soltanto nel nostro cuore. Se sapremo di aver fatto del nostro meglio, di aver combattuto con tutte le nostre forze, moriremo una sola volta, alla fine… ma dopo aver vissuto ogni singolo giorno della nostra vita. Anziche’ essere gia’ morti in ognuno di essi.

Leone

 

Una canzone, una fede.

Questa canzone, di Schiller, il nome di un “progetto musicale tedesco” (lo so, suona strano) pressoché sconosciuto da noi, mi colpì fin da subito. Ve la voglio proporre in due versioni: quella del video (per me meno bella) e quella solo-audio.
Sebbene una volta, cambiando qualcosa nel testo, la dedicai a una donna che non è più con me (sono un romanticone, che ci volete fare! :-D), questa canzone per me rappresenta la vera fede: in essa non viene mai pronunciato il nome di un dio – che sia esso Gesù, Buddha, Allah, il Grande Spirito, l’Universo, la Natura o dir che si voglia – eppure il collegamento con l’energia, lo spirito, che anima il mondo, fuori da noi e dentro di noi (è lo stesso poiché non vi è differenza), è sempre presente, così come dovrebbe esserlo in ogni secondo della nostra vita… Ognuno dia pure ad esso il Nome che desidera 🙂
E’ insomma un inno alla Vita.

Per chi non conosce l’Inglese, allego testo e traduzione (mia).

I feel you
Ti sento
I feel you
Ti sento

In every stone
In ogni pietra

In every leaf of every tree
In ciascuna foglia di ogni albero

That you ever might have grown
Che tu abbia mai potuto crescere

I feel you
Ti sento

In everything
In ogni cosa

In every river that might flow
In ogni fiume che possa scorrere

In every seed you might have sown
In ogni seme che tu possa aver seminato

I feel you x5
Ti sento (x5)

I feel you
Ti sento

In every vein
In ogni vena

In every beating of my heart
In ogni battito del mio cuore

Each breath i take.
Ogni respiro che faccio.

I feel you,
Ti sento,

Anyway,
In ogni modo,

In every tear that I might shed
In ogni lacrima che possa aver pianto

In every word i`ve never said
In ogni parola che possa aver mai detto

I feel you 5X
Ti sento (x5)

In every vein
In ogni vena

In every beating of my heart
In ogni battito del mio cuore

In every breath I ever take
In ogni respiro che abbia mai fatto

I feel you
Ti sento

Any way
In ogni modo

In ever tear that i might shed
In ogni lacrima che possa aver pianto

In every word i`ve never said
In ogni parola che abbia mai detto

I feel you x5
Ti sento (x5)

I feel you
Ti sento

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