Paranormale: raccontate la vostra esperienza

Rieccomi! Ci sono ancora 🙂

Prima di tutto una buona notizia. Giusto un anno fa’ scrivevo un post dedicato alla difficile situazione lavorativa dell’Italia: Lady Wolf aveva appena lasciato il suo posto di lavoro perché insostenibile e, in un’epoca nella quale per i datori di lavoro un dipendente può essere trattato come si vuole “tanto un altro posto non lo trova”, a molti tale scelta sembrò quantomeno azzardata. C’è voluto tempo ma a ottobre Lady Wolf è tornata a lavorare, seppure per una sostituzione maternità e, proprio a gennaio, esattamente un anno dopo, è stata chiamata per un lavoro nel suo settore, a tempo indeterminato, proprio nella cittadina dove abitiamo (aveva mandato il suo curriculum più di un anno fa’ e ormai non ci pensava nemmeno più): niente più mezzi pubblici, niente più precarietà (OK, oggi non si sa mai, ma insomma… almeno per un po’ 😉 ) e… Tom e i mici saranno davvero contenti, ben due ore in pausa pranzo con la loro “mamma bipede” con libero accesso al parco per il primo e al giardino per i secondi! 😉

E adesso veniamo al tema del post. L’ho recuperato da febbraio 2008, qui trovate il link al post originale con i commenti dell’epoca: Paranormale: raccontate la vostra esperienza

Otto anni dopo, potrei raccontare diversi altri eventi “particolari” che mi sono accaduti, qualcuno l’ho già raccontato quà e là nel blog: la luce della cucina che si è spenta da sola il giorno in cui mio fratello è stato trovato morto (non era mai capitato prima e non è mai più capitato), la radio che trasmette “See you again” esattamente la prima volta che siamo passati in auto davanti all’uscita autostradale del paese dove nacque Julius, dopo la sua  morte, e così via.

Casualità? Vediamo ciò che vogliamo vedere? O… c’è davvero qualcosa di più?

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cerchi nel granoCome ho scritto nel mio profilo, mi sono spesso definito il “ricercatore perfetto”: qualcuno che ha grande curiosità e che vorrebbe fortemente trovare “prove” di qualcosa che “viva” al di la’ dei cinque sensi, ma che, al contempo, ha un nocciolo scettico che non è mai riuscito a eliminare. Quel nocciolo scettico, per un “ricercatore”, non è una maledizione (magari per chi vorrebbe semplicemente “credere”, si, invece…), è anzi indispensabile per l’oggettività del riscontro, altrimenti si correrebbe il rischio di credere a qualunque cosa venga propinata.
Diciamo che se mi vedrete scrivere “miracolo!!!“, bé… è probabile che davvero di miracolo si tratti! 😉

sfera di cristalloLa mia esperienza su Internet si è mantenuta sulla stessa falsariga; già da anni infatti ho notato che esistono siti “propagandistici” e poco obiettivi da ambo i lati: chi trova spiegazioni esoteriche ardite per spiegare il più piccolo degli eventi e chi, spesso con teorie ancora più incredibili, cercano solo di smontare i primi. Non ci credete? Provate ad andare sul sito del Cicap: alcune delle loro teorie “scientifiche” appaiono più balzane che ammettere l’esistenza di qualcosa che è al di là dei nostri sensi.

Prima di tutto, pero’, cos’è un fenomeno “paranormale”?
Bene, è evidentemente qualcosa che non può essere ritenuto “normale”, non è vero? 🙂 Ma “normale” per chi? Usando quali parametri? Non era forse incredibile immaginare le forze elettromagnetiche prima che queste fossero riconosciute e dimostrate? Eppure, ovviamente, esistevano già in natura, non è così? Per non parlare della Relatività o della Meccanica Quantistica…
E allora, perché non ammettere che possa esistere qualcosa a cui la scienza non è ancora riuscita ad arrivare?

La scienza degli uomini non è, curiosamente, come le loro leggi: per la legge – almeno nei paesi cosiddetti “civili” – la colpevolezza deve essere provata, ma se non lo è non vuol dire che ci sia innocenza, possono semplicemente mancare le prove dimostranti che essa sia tale.
Eppure, per la scienza, una cosa per essere vera deve essere dimostrata, e se non lo è, allora non è vera.

Non è curioso?

Questa pero’ non deve essere una buona ragione per credere a tutto…

CorvoEsempio 1: Premessa: le teorie animiste dicono che quando una persona muore, la sua anima ci mette tre mesi (mi pare…) per poter tornare a manifestarsi nel mondo come spirito.
Qualche mese dopo la morte di mio papà, iniziai a percepire uno strano suono in camera mia. Ogni volta che andavo a dormire… sentivo distintamente un rumore metallico, una sorta di “tlang!”, come se quell’asticella di metallo usata per tenere ferma una finestra aperta, sbattesse ogni volta contro il muro. Controllai tutto più e più volte: finestre aperte o chiuse, correnti d’aria, oggetti fuori dalla finestra che potessero produrre un rumore simile… tutto!
Ma non trovai nessuna spiegazione razionale… apparentemente.
Passarono i mesi e quasi mi convinsi che quello fosse un segnale di mio papà, una sorta di “buonanotte” prima della nanna 🙂
Divenne un suono amico e familiare.
Solo un anno e mezzo dopo, capii all’improvviso – chissà per quale strano collegamento mentale – che quel rumore era dovuto alla lampadina al neon che era vicina al mio letto: pochi minuti dopo che la lampadina veniva spenta, essa produceva quel rumore (un relè interno, forse?). Probabilmente gli addetti alla fabbricazione di tali lampadine sono perfettamente a conoscenza di questa cosa, ma tra gli altri… chi l’avrebbe detto? 🙂

gatto neroEsempio 2: Sempre anni fa’, direi una decina, considerando che ero in possesso del mio primo telefono cellulare, ero pronto per dormire. Ero già a letto e stavo per spegnere la luce. Improvvisamente mi voltai di scatto verso il telefono cellulare che era posato nel suo caricabatteria da tavolo a due-tre metri da me.
Sapevo che sarebbe squillato.
Non ricevevo mai telefonate a quell’ora ma… qualcosa mi costrinse ad aspettarmi quella chiamata. Pochi secondi dopo, il telefono squillò: era una mia amica che aveva subito un tentativo di stupro e che mi pregava di andarla a recuperare perché era scappata a piedi dalla casa in cui aveva subito il tentativo di violenza.
So che i telefoni cellulari GSM usano frequenze “sensibili” ad altri elettrodomestici (avente presente i classici disturbi a radio, televisioni… ?), ma quella sera… era già davvero tutto spento.

Potrei elencare tanti altri “piccoli” avvenimenti (e qualcuno grande…) che non sono mai riuscito a spiegare col buon senso. Ciò non vuol dire dover credere necessariamente all’aldilà purtroppo: ci possono essere spiegazioni comunque paranormali ma che non hanno bisogno di tirare in ballo la vita dopo la morte.
Quello della vita dopo la morte è il passo più difficile, perché di importanza capitale; per questo è più difficile crederci per chi non ha una “fede donata”: ammettere che esista la telepatia può non cambiarmi la vita; essere sicuro che non finirò assieme alla morte del mio corpo… è davvero altra cosa e… sì, potrebbe farlo.

Un esempio. Avrete tutti (ok… “quasi” tutti! 😛 ) sentito parlare dei fenomeni poltergeist, ovvero di quei rumori “impossibili” e quegli oggetti che si spostano e volano per le camere apparentemente da soli. Bene, essi sono spesso citati come prova dell’esistenza degli spiriti. Ma esiste una teoria, altrettanto “possibile” (o “impossibile”, secondo il Cicap 😀 ), che li spiegherebbe con l’energia telecinetica (la telecinesi è la capacità, volontaria o non volontaria, di spostare gli oggetti con la sola forza del pensiero); in effetti la grande maggioranza dei casi raccolti accade in case dove ci sono adolescenti, tipicamente irrequieti, e con perciò una grande e “disordinata” energia mentale. Non è “prova”, no, ma può essere già un indizio…
Sempre di fenomeno paranormale si tratterebbe. Ma mentre l’esistenza degli spiriti dimostrerebbe la vita dopo la morte… la telecinesi è ben lunga dal farlo.

Ma adesso, signori e signore, tocca a voi!!! Vi esorto a raccontare le vostre esperienze, con dovizia di particolari, se possibile! Sarò un opinionista (giudice non mi piace) severissimo… ma, prometto, possibilista! 😉

albero e luna

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L’anima nell’Advaita Vedanta

Il commento al post di Mister Loto “L’età dell’anima” mi ha dato modo di riepilogare le mie personalissime credenze che riguardano questo argomento.

Dovete sapere che sto leggendo assieme a Lady Wolf (poverina, ho coinvolto anche lei in queste amene letture :-D) un libro di Ramesh S. Balsekar, scomparso nel 2009 all’età di 92 anni, che trovo molto interessante: si tratta di “La verità definitiva – un’esposizione organica dell’advaita vedanta”.

Ora, quando troviamo un libro interessante è perché in genere ci rispecchiamo in esso o in parte di esso, e infatti ho ritrovato in questo libro diverse delle credenze, forse sarebbe meglio dire ipotesi, che ho via via accumulato nel passare degli anni e del “filosofeggiare” sugli argomenti del senso della vita e della morte.

Non abbiamo ancora finito il libro, anche perché non è proprio un libretto leggero e scorrevole, ed è possibile che integrerò questo post con una sorta di recensione più avanti (ma potrei anche ritenere quanto scritto qua sufficiente); intanto colgo l’occasione di intavolare il discorso riguardante le nostre credenze in fatto di anima riportando qua, opportunamente riarrangiato e ampliato, il mio commento sul post citato in precedenza.

Se non vi addormentate o se proprio non avete altro da fare… buona lettura! 😛

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Vi dirò… nel corso della mia vita credo di aver cambiato più volte idea su questi argomenti, così non prendete per “fisso” quel che scriverò, poiché può essere che “domani” la penserò diversamente.

Premetto che un tempo pensavo che l’anima pur non avendo una fine avesse avuto un inizio probabilmente molte vite lontano nel tempo, così da avere a volte la sensazione di “sapere già” gran parte di ciò di cui si fa esperienza in questa vita e da spiegare, proprio grazie alla “datazione” dell’anima, le notevoli differenze tra una persona e l’altra nonostante vissuti magari simili. Non avete mai la sensazione di “saperne” più di quanto, in base a questa unica vita, vi aspettereste di sapere?

Tuttavia già da qualche anno questa convinzione è venuta un po’ a vacillare. Mi sono accorto infatti che esperienze singole di grande impatto, ma anche apparentemente non così serie ma ripetute nel tempo, possono condizionare lo sviluppo di un bambino o un ragazzo al punto da far successivamente differire la sua psicologia e le sue convinzioni rispetto a coetanei, o perfino fratelli, immersi in contesti sociali simili. La sensazione di “sapere” non fa, a rigore, differenza: basta poco, essere un po’ più introversi e riflessivi ad esempio, per prendere una piega molto diversa rispetto ad altre persone. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, la nostra mente apprende e si evolve: non dobbiamo sottovalutare quanto abbiamo appreso, soprattutto inconsciamente, nel corso di anni e anni.

Quindi, diciamo, in questa fase iniziai ad interrogarmi sull’esistenza o meno dell’anima.

Lo sviluppo odierno è più vicino invece a certe credenze dell’induismo (vedi advaita vedanta) o del primo buddhismo: la nostra anima potrebbe essere identificata con la coscienza personale, che, secondo tali credenze, sarebbe “solo” una manifestazione di quella universale. In altre parole, noi non solo non saremmo il nostro corpo, ma non saremmo nemmeno il nostro “io” e neppure la nostra anima come abitualmente la intendiamo 😀 Corpo, mente e coscienza individuale non sarebbero altro che “manifestazioni” della coscienza universale e, in quanto tali, non esisterebbero: sarebbero solo “solidificazioni” destinate a sciogliersi come sale nel mare o, più precisamente, come onde nell’oceano.

Questo ovviamente spiegherebbe molte cose. Spiegherebbe perché la nostra coscienza saprebbe più di quanto ci aspetteremmo di sapere dalla personale esperienza in questa vita (in realtà “pesca” dalla coscienza universale, che poi è… lei stessa :p un po’ come la storia della Trinità). Spiegherebbe perché a volte ci sentiamo quasi degli estranei a noi stessi, come ospiti di un corpo e perfino di un io. Spiegherebbe infine perché non riusciamo a “risolvere” la nostra sofferenza disidentificandoci dal nostro corpo, in particolare se non riusciamo a disidentificarci anche dal nostro io: così facendo, infatti, invece di risolvere la frattura tra “noi” e il “tutto”, la ampliamo ancora di più aumentando ancora di più l’identificazione con un io che non esiste, tra l’altro a scapito di un corpo che, poverino, viene trattato dall’io come fosse un contenitore da buttare una volta usato, con tutta la somatizzazione che ciò comporta. Pensateci un attimo: spesso ci diciamo “Io non sono questo corpo, sono di più”, ma quasi mai ci riferiamo anche al pensiero razionale che dal corpo, dal cervello, è prodotto. Ciò che abbiamo imparato nella nostra vita ci ha portato a costruire una “persona psicologica” con la quale ci siamo via via identificati: siamo forti in questo o quello, siamo fragili in quell’altro, abbiamo questa e quella caratteristica… Ma tutte queste sono “cose” prodotte dal nostro pensiero razionale, sono “oggetti” al pari delle parti del nostro corpo o di ciò che ne è “fuori”. Quando diciamo “io non sono il mio corpo”, di solito crediamo di dire “sono il mio pensiero, che è di più”, ma il pensiero è prodotto dal cervello, non possiamo separarlo dal corpo. Non è questo pensiero l’anima, altrimenti morirebbe con il nostro corpo. Non siete d’accordo?

Insomma, non esisterebbe il corpo, l’io e nemmeno l’anima intesa come coscienza individuale. Esisterebbe però una coscienza, se preferite un’anima, universale, una coscienza alla quale a rigore… non ritorneremo, perché non ce ne siamo mai staccati veramente. L’abbiamo semplicemente dimenticata identificandoci con la coscienza individuale, con l’io.

La domanda successiva a questo punto solitamente è: che fine facciamo alla nostra morte? Scompariamo in questa Coscienza Universale? Se perdiamo la percezione di noi stessi non sembra comunque una cosa molto positiva…

Ebbene la risposta di queste filosofie è semplice: niente si perde… perché non c’è mai stato :p Se fossimo capaci di liberarci dalla percezione del nostro io illusorio, non temeremmo più di perderlo: perché temere di perdere qualcosa che avremmo riconosciuto non esistere?

Due parole ancora sul termine “non esistere”. Secondo l’Advaita Vedanta, il Buddhismo ed altre filosofie soprattutto orientali, “non esistere” non significa “non esserci”, questa è una interpretazione occidentale, una distorsione del vero significato. Significa “esserci considerandosi distinti, entità a sé stanti che vivono e muoiono, che nascono dal nulla e muoiono nel nulla”, credere di essere separati dal “resto”, con una vita “separata”. Come un’onda che si rammaricasse della sua breve vita in attesa di scomparire nel mare… che lei stessa è. Questa è l’illusione: identificarsi con l’onda piuttosto che riconoscere di essere una parte del mare.

Gustavo Rol

Su Gustavo Rol (Torino 1903 – 1994) si è detto e scritto molto: ne parlano innumerevoli libri, articoli giornalistici, siti web. E’ una figura difficile da catalogare, sicuramente la maggior parte di noi lo chiamerebbe “sensitivo” ma questo termine è riduttivo per chi lo conosceva bene, fasullo (come d’altronde ogni presunto fenomeno paranormale) per chi lo osteggiava.

Rol è conosciuto in particolare per gli esperimenti, così li chiamava lui, che faceva soprattutto in casa sua davanti ad ospiti che selezionava; per lo più si trattava di amici e conoscenti,  ma a volte accettava anche prestigiatori (come Tony Binarelli e Alexander), prelati, giornalisti. Si dice che tra i suoi ospiti ci siano stati, tra gli altri, Mussolini – al quale aveva predetto che la guerra sarebbe stata persa – J.F. Kennedy, Einstein, Fermi, Picasso, Dalì, D’Annunzio, la regina Elisabetta II (a Londra), oltre ai vari Fellini – di cui era grande amico – Pitigrilli, Giovanni Agnelli, Enzo Biagi. Gli esperimenti spaziavano dai “giochi” di materializzazione/smaterializzazione di carte alla lettura di libri chiusi, dalla scrittura e pittura diretti (che vuol dire che nessuno scriveva o dipingeva: scritti e dipinti apparivano da soli) agli apporti (oggetti che apparivano dal nulla), dagli eventi medianici (“spiriti intelligenti”, come li chiamava Rol, che parlavano attraverso di lui) alla chiaroveggenza e preveggenza, per finire con la precisa “lettura” dello stato di salute altrui (anche per strada a volte fermava qualcuno suggerendogli di fare uno specifico controllo) e, secondo alcuni, perfino a casi di bilocazione (giuravano di incontrarlo in un’altra città mentre era nella sua casa di Torino). A quanto pare ricevette anche un telegramma di ringraziamento da parte di Ronald Reagan per l’aiuto ricevuto per l’identificazione del luogo ove era detenuto il generale americano Dozier – sequestrato dalle Brigate Rosse – e successiva liberazione delle forze speciali.

Spesso gli esperimenti di Rol erano tra loro collegati: ad esempio si usavano le carte (mai toccate da Rol) per stabilire i numeri casuali che definivano libro, pagina e riga in cui si trovava una frase che si verificava poi già essere scritta in quello che era stato un foglio bianco messo in tasca da uno presenti a inizio esperimento, oppure come tema di un dipinto che apparirà – senza evidente pittore – davanti ai presenti in una stanza in penombra (non completamente buia, quindi) ad opera di uno “spirito intelligente”.

La definizione di “spirito intelligente” è centrale nel pensiero di Rol. Secondo lui infatti nell’uomo esistono anima e spirito.  Al momento del trapasso l’anima torna  a Dio mentre lo spirito resta – operante – nel mondo ed è grazie ad esso che è possibile avere testimonianze ed azioni. Da notare che lo spirito è, ovviamente, già attivo nell’uomo ancora in vita, così che alcuni fenomeni prodotti tramite Rol sarebbero appartenuti non allo spirito di defunti ma di persone ancora vive, addirittura magari presenti all’esperimento stesso.

Tra gli oppositori di Rol il più famoso è Piero Angela che, invitato, poté assistere per due volte ai suoi esperimenti. Per chi non lo sapesse, Piero Angela è tra i soci fondatori del CICAP, un ente che avrebbe la funzione di controllare la vericidità delle dichiarazioni riguardanti presunti fenomeni paranormali. Pur essendo teoricamente una funzione assolutamente gradita, il CICAP è spesso osteggiato in quanto a volte appare di parte forzando spiegazioni pseudoscientifiche più curiose e difficili da credere di quelle paranormali o, in altre occasioni, rifiutandosi semplicemente di prendere in considerazione presunti fenomeni paranormali perché ritenuti… impossibili (ma non dovrebbero proprio essere questi i casi principe da considerare?). Gli oppositori del CICAP sostengono che il loro modo principale di agire è presentare solo le prove a loro favorevoli nascondendo  quelle che non lo sono. Il caso classico è quello del rabdomante (è solo un esempio) che chiede di essere verificato perché sicuro del proprio operato; avviene (è avvenuto veramente) che entrambe le parti sostenessero poi che non c’era stato riscontro della controparte per far avvenire l’incontro: il CICAP dice che il rabdomante si è rifiutato, il rabdomante mostra le prove delle sue richieste di incontro al quale il CICAP non ha dato seguito.

Tornando a Rol, pare che Angela sia uscito dai suoi incontri piuttosto scosso ma che poi, trovando assicurazioni da parte di prestigiatori professionisti sul fatto che anche loro sarebbero stati in grado di replicare i fenomeni di Rol, decise che anche Rol era solo un prestigiatore, anche se molto abile, e pubblicò il suo resoconto in un libro. Poiché Rol era all’epoca molto conosciuto (parliamo dei tardi anni ’70), queste dichiarazioni ebbero ampio risalto sulla stampa dell’epoca con botta e risposta di vari “esperti” e testimoni. Anche Rol replicò, pur senza citare espressamente Angela, dicendo che quanto dichiarato in un “recente libro” era falso, che erano state riportate cose inesatte e incomplete, e rifiutando pertanto inviti ulteriori a sottoporsi ad ulteriori controlli poiché ormai scettico sulla “scienza” ufficiale, colpevole di essere di parte e di non saper guardare con occhi aperti a ciò che non conosce. In una sua frase “La scienza non può ancora analizzare lo spirito”. Questa frase venne usata dal CICAP a dimostrazione della volontà di Rol di non far analizzare i propri esperimenti.

Anche i prestigiatori dell’epoca si divisero. Sylvan (lo ricordate, vero?) sfidò Rol in una dimostrazione pubblica che Rol (ovviamente viene da dire, visti i precedenti) rifiutò, e replicò – secondo lui – l’esperimento di lettura di un libro chiuso in diretta TV. Un altro prestigiatore meno conosciuto scrisse addirittura un libro per screditare Rol, pur non avendo mai assistito ai suoi esperimenti. Altri prestigiatori invece assistetterò ai suoi esperimenti e dichiararono che non vi era ombra di prestidigitazione o altri trucchi e che nessun prestigiatore sarebbe stato in grado di replicare integralmente i suoi esperimenti. Uno in particolare disse che, nel tentativo di “fregare” Rol, strappò le pagine di mezzo libro rimpiazzandole con quelle di un altro testo e aspettandosi che Rol avrebbe citato – erroneamente – quelle del libro originale… ma Rol lesse correttamente le nuove pagine senza sbagliare, cosa questa impossibile, secondo questa persona, perfino per il più abile dei prestigiatori.

Anche i giochi di carte non erano giochi di prestigio usuali, in quanto Rol non toccava mai le carte né si serviva di terze persone che operassero per lui. Una volta, di nuovo nel tentativo di “fregarlo”, alla domanda come voleva che fossero disposte le carte in una confezione appena comprata, sigillata e incelophanata, l’intelocutore rispose… stracciate! Rol sorrise è dopo qualche attimo disse “fatto!”. La confezione fu aperta e le carte trovate tutte stracciate. Ognuno di noi sa quanto sia difficile già stracciare una singola carta. Rol diceva di usare le carte in quanto sistema immediato di intermediazione verso l’interlocutore: tutti conoscono le carte. Tuttavia il solo fatto di usare un sistema comunemente utilizzato dei prestigiatori fu citato come prova a dimostrazione che anche Rol fosse semplicemente un altro illusionista.

Come potrete facilmente intuire da quanto scritto finora, le attenzioni su Rol si accentrarono sui suoi presunti fenomeni paranormali lasciando perdere, con grande disappunto di Rol stesso, quanto egli faceva per le persone in difficoltà e sofferenti, nonché il significato stesso di quanto cercava di dimostrare tramite i suoi esperimenti.

Rol andava spesso negli ospedali per dare sollievo ai malati, soprattutto quelli terminali, diceva di non poterli guarire ma almeno dava loro sollievo: pare infatti che dopo le sue visite, per diverse ore, i malati non avvertissero più sofferenza. La presenza di Rol fu anche richiesta perfino durante alcuni difficili interventi chirugici, e non dal malato o dai suoi famigliari… ma dai primari stessi.

Venendo al significato degli esperimenti di Rol, essi non erano fini a sé stessi o aventi scopo di lucro o di prestigio, ma avevano lo scopo di dimostrare che esiste una realtà più vasta di quella che normalmente riusciamo a percepire, che Dio esiste ed opera nel mondo concretamente, Rol sosteneva infatti di essere solo un mezzo, a volte perfino inconsapevole, della manifestazione del Divino, e che, se solo accettasse di rinunciare alla brama di ricchezza, potere, lussuria, egoismo, ognuno di noi potrebbe avere “se non visione, almeno intuizione” di una realtà enormemente più grande di quanto i nostri cinque sensi possono testimoniare, eliminando così anche il “terrore della morte”.

Esistono tanti video su Rol in Internet, intere trasmissioni TV, testimonianze (ad esempio ho appena visto quella di Alexander), interviste pro e contro, preferisco chiudere questo post con le sue stesse parole. Poi, se vorrete, potrete approfondire da voi stessi…

La sopravvivenza della coscienza di sé dopo la morte

Al momento di scrivere il titolo di questo post avevo pensato di mettere il sottotitolo “Quando si capisce che tra scettici e credenti non ci può essere incontro”… capirete il perché 🙂

Qualche tempo fa’ lessi un interessante articolo riguardante gli esperimenti che Sam Parnia, primario di Terapia Intensiva allo Stony Brook University Hospital di New York (quindi non stiamo parlando di un hippy new age :-D), stava conducendo per capire se la coscienza continuava dopo la morte. Il suo interesse nacque dall’osservazione del noto fenomeno chiamato “Near Death Experience”, ovvero dal fatto che una percentuale compresa tra il 10 e il 20% dei pazienti che, in seguito ad attacco cardiaco o altra causa di morte imminente, vengono salvati all’ultimo istante – o tecnicamente perfino dopo l’ultimo istante, cioé quando ne è stata decretata la morte clinica – riportano di aver continuato ad essere coscienti, con visioni o altre forme di percezione (suoni, odori, …), quando in teoria, secondo la scienza, il loro cervello era troppo compromesso per permettere tale stato di coscienza.

I fenomeni NDE, conosciuti in particolare per la visione del famoso tunnel con una luce e un calore meravigliosi e rassicuranti al termine dello stesso, spesso con parenti o altre entità che accolgono e accompagnano in quella che sembra essere l’inizio di una nuova esistenza, sono conosciuti e discussi ormai da decenni (in realtà da migliaia di anni, ma limitiamoci all’epoca moderna) e le teorie che dovrebbero spiegarle sono varie e molto controverse: i credenti parlano, ovviamente, di testimonianze di una vita dopo la morte, gli scettici di fenomeni legati ad allucinazioni del cervello dovute ad essenza di ossigeno o al rilascio di particolari sostanze da parte del corpo umano aventi lo scopo di… addolcire la pillola. Da entrambi i lati ci sono state repliche e contro-repliche tendenti a smontare le teorie contrarie.

Sam Parnia si imbatté, nel suo lavoro, in questi racconti dei suoi pazienti e, incuriosito, iniziò a cercare una spiegazione scientifica. Prima di tutto verificò che la percentuale dei casi non era trascurabile, ovvero non si trattava di casi isolati, e che non riguardavano tutti i pazienti “riportati in vita”, cosa importante poiché escludeva potenzialmente le cause biologiche quale l’assenza di ossigeno (leggi: tutti avrebbero dovuto avere la stessa esperienza, e non solo una bassa – ma sensibile – percentuale di essi).

Tuttavia l’ipotesi allucinazione restava in carica ma non sembrava spiegare tutti i casi. Infatti alcuni pazienti riportavano in maniera dettagliata cosa accadeva attorno a loro – o addirittura in altre stanze o luoghi – in quei momenti di “pre-morte”, di solito da prospettive diverse, come guardassero dall’alto della stanza o – ancora più strano – da un luogo non precisato, ovvero da tutti i luoghi contemporaneamente, come fossero liberi da vincoli spaziali.

Anche per questi casi comunque gli scettici avevano una loro spiegazione: il cervello non era stato completamente “spento” in quei momenti, almeno non in tutti, ed aveva recepito qualche parola o altra sensazione che gli aveva permesso di ricostruire a livello inconscio una visione di cosa stesse succedendo. O addirittura era successo lo stesso ascoltando pezzi di racconto o frasi concitate di medici, infermieri e famigliari, dopo essersi risvegliato…

Per smentire l’ipotesi allucinazione o ricostruzione mentale, Sam Parnia ebbe l’idea di installare alcuni pannelli con disegni in punti della camera non visibili dal letto del paziente, in modo da verificare poi se esso fosse stato in grado di vederli in modo… diverso, ovvero fuori dal proprio corpo. Al momento, da quel che so, le sue dichiarazioni sono che tali pannelli non sono stati visti, ma che eppure diversi casi di testimonianze troppo dettagliate per essere allucinazioni o ricostruzioni mentali sono stati riportati. Già qua, sia gli scettici che i credenti hanno cantato vittoria (in un momento così travagliato come quello del trapasso, non è poi così strano che l’attenzione cosciente non si rivolga a dei disegni su alcuni pannelli di controllo piuttosto che a ben altri avvenimenti come lo strazio dei parenti o la concitazione di medici e infermieri).

E’ da poco uscito un nuovo libro di Sam Parnia – non credo ancora tradotto in italiano – intitolato Erasing Death (cancellare la morte). Questo libro non si occupa però di cosa c’è dopo o se un dopo c’è, ma affronta solo il tema del momento della morte da un rigoroso punto di vista scientifico. Sostanzialmente Sam Parnia ha verificato che molte cellule del corpo umano continuano a vivere anche parecchie ore dopo che è stata dichiarata la morte clinica del paziente e questo permette, con tecniche di raffreddamento particolari, tese a ridurre al minimo il rischio di danni fisici e cerebrali, di riportare in vita il paziente molto più avanti di quanto ritenuto dalla scienza fino a poco tempo fa’. Non a caso i pronto soccorso americani hanno già oggi circa il doppio di percentuale di successo di rianimazione di pazienti colti da infarto rispetto agli omologhi tedeschi o inglesi, e Sam Parnia “semplicemente” cerca con questo libro di dare indicazioni su come salvare ancora più vite umane, senza addentrarsi in “terreni minati”.

Secondo lui la morte non è un processo istantaneo come a lungo si è creduto, ma un processo che dura diverse ore. E quando è possibile riportare in vita il corpo di chi era dichiarato morto, la coscienza… ritorna anch’essa.

Su questo punto si accentra la nuova diatriba tra scettici e credenti. Basta fare un giretto per siti e forum per trovare punti di vista sorprendentemente opposti: gli scettici enfaticamente dicono “Finalmente Parnia ha dimostrato che le NDE sono semplicemente dovute al fatto che le cellule cerebrali non sono ancora morte!”, i credenti “… che la coscienza non si estingue con la morte: essa è ancora viva e, eventualmente, rientra nel corpo se questo viene riportato in vita”.

Sam Parnia, per ovvi motivi, si mantiene cauto riportando solo i dati raccolti riguardanti l’effettivo momento della morte, evitando conclusioni sul fatto che un “dopo” esista o meno. L’unica dichiarazione a cui si è lasciato andare è: «Cosa succede quando il cuore smette di battere? Esternamente è come se la mente, ciò che chiamiamo io o anima, svanisse. Però è lì. Quanto a lungo continui, non lo so. Ma so che, almeno per qualche ora, il periodo di tempo che impieghiamo per riportare indietro una persona, la coscienza di sé continua a esistere».

Nonostante Sam Parnia abbia finito per ricevere critiche da una parte e dall’altra, credo che il suo operato sia – almeno fino a questo momento – un fulgido esempio di come si dovrebbe muovere ed esprimere uno scienziato: senza preclusioni né proclami. Senza esprimere conclusioni a cui non è giunto. Lui sa fin dove è arrivato e cosa può dimostrare. Non afferma, ne nega, ciò che resta fuori dalla sua portata. Anche se magari una sua idea ce l’ha.

P.S. (e O.T.): colgo l’occasione per fare gli auguroni a Julius che in questo periodo compie 5 anni! 😛 Eccolo qua, il ciccionetto, che se la dormiva ieri sera sulla mensola sopra il calorifero 😉

In fondo siamo sempre gli stessi :-)

Grazie ad un interessante scambio con Dupont, la mia mente è riandata ad un tema che ciclicamente si riaffaccia nella mia testa: il fatto che, in fondo, la nostra essenza non cambia poi molto nel passare del tempo. Questo è ciò che ho commentato sul suo blog:

[…] sento spesso persone anche molto anziane che sostengono che, seppure il loro corpo sia ormai logoro, la loro mente è – almeno a tratti – come quella di quando erano giovani. E io ricordo anche il contrario: in fondo la mia “essenza” da bambino non era poi tanto diversa da quella di adesso; certo, è cambiata la parte logica, arricchita dall’esperienza, ma il nocciolo è più o meno quello. Ecco… questo aspetto è uno di quelli che mi mette il dubbio su credenze come la reincarnazione, poiché sembriamo fatti di qualcosa che – materia a parte – alla fine non aggiunge tanto in una singola vita, eppure sembra partire già ricco di per sé…

Cambia – ahimé – il corpo, aumentano gli acciacchi, magari si inizia ad essere anche molto stanchi, ma allorché ci si riesce ad astrarre un attimo dalle proprie costrizioni, ecco che si ritrova quel nocciolo di noi che, in fondo, è sempre lì, e lì è sempre stato. Certo, a volte è difficile e può non essere evidente perché ci si può sentire anche svuotati mentalmente, e allora si pensa “bé, ma trent’anni fa’ non ero mentalmente così”, ma riflettendoci bene di solito questo accade perché vi sono influenze negative quali preoccupazioni, frustrazioni, malesseri, per arrivare a malanni organici. Quando si riesce a ritrovare serenità, allora si compie il miracolo di ritrovare sé stessi la’ dove lo si era lasciato, ovvero sempre dentro di noi.

E più o meno è sempre uguale.

Vuole questo dire che allora davvero la nostra è un’anima immortale che semplicemente sta facendo un viaggio all’interno di quell’involucro che è il corpo?

Ovviamente non può essere una certezza, forse è solo una speranza, ma c’è comunque qualcosa che parrebbe indicarlo…

Alla ricerca dell’anima

Alla ricerca dell’anima: questo era il titolo, o meglio il sottotitolo, che avevo dato al mio blog nell’ormai lontano – parlando in termini di WEB – settembre 2007, ben 5 anni fa 🙂 “Alla ricerca dell’anima” è incidentalmente il titolo di un libro di Larry Dossey pubblicato nel gennaio del 1991 e che ricordo come uno dei libri più belli dell’epoca, un periodo storico nel quale ero pienamente coinvolto in una personalissima ricerca spirituale che durò molti anni. Non è probabilmente un caso se a grande distanza scelsi questo sottotitolo per il mio blog.

L’anima… Per me trovare l’anima è sempre stato un obiettivo di particolare importanza, probabilmente anche per dare un senso ad una vita non sempre felice (soprattutto in quel periodo storico) e per mitigare una paura della morte che ho sempre avuto presente, perfino da bambino. Trovare l’anima, dimostrarla a me stesso, avrebbe infatto significato dimostrare che la morte non esiste, non in senso assoluto.

Non l’ho mai trovata l’anima 🙂 Anzi, purtroppo sono meno convinto della sua esistenza adesso di quanto lo fossi vent’anni fa. La mia storia e le mie convinzioni tuttavia cambiano anche profondamente nel tempo. So com’ero e come la pensavo vent’anni fa, come sono e come la penso adesso, ma non ho sinceramente idea di come sarò tra vent’anni. Naturalmente ammesso, e assolutamente non concesso, di esserci ancora 🙂

Ogni tanto ho anche avuto qualche “illuminazione”, sapete? 🙂 Di solito improvvise e non aspettate, non “preparate”. E che, purtroppo, non hanno lasciato il segno che potevano lasciare. Non hanno cambiato la storia, non con evidenza almeno: ogni esperienza ci cambia la vita in realtà, anche se forse non ne siamo del tutto consapevoli, e come siamo adesso e saremo domani dipende e dipenderà in gran parte dal nostro passato e dal nostro presente.

Il punto è che le illuminazioni sono come semi che cadono nel campo della nostra coscienza: se li curiamo con cura possono crescere e cambiare davvero il nostro giardino, altrimenti moriranno o, più probabilmente, restaranno lì, in attesa e nella speranza che ce ne ricordiamo e iniziamo ad inaffiarli con la nostra attenzione.

Io questo non l’ho mai fatto veramente 🙂

L’ultima di queste illuminazioni l’ho avuta verso la fine della scorsa estate. E’ stata un’illuminazione, una intuizione, che mi portò a coniugare ateismo e spiritualità, ovvero a comprendere come si possa essere spirituali non credendo in un vero o proprio Dio e, soprattutto, non credendo nella “salvezza”, cioé in qualcosa che, arrivando dall’interno o dall’esterno, ci conceda la “vita eterna”.

Facciamo parte di una energia universale, da essa siamo formata – lo dice ormai da cent’anni anche la scienza, siamo “energia condensata”, fatta materia, ma ancora energia – e ad essa ritorneremo. O meglio, saremo sempre, perché non abbiamo mai smesso di esserlo.

Sappiamo che tra cento anni nessuno di noi esisterà più e molto probabilmente nessuno si ricorderà veramente di noi. Perfino i più famosi saranno ricordati come un nome ed un cognome, al più per qualche gesta e tratto caratteristico, ma non certo per come erano veramente. Questo probabilmente ci spaventa perché non siamo abituati ad un mondo che gira senza di noi. Ciò che di solito dimentichiamo di pensare è che anche cento anni fa non esisteva nessuno di noi, non c’eravamo, semplicemente. Eppure il mondo esisteva.

Siamo parentesi trascurabili nell’eternità e nell’infinito. O meglio è la nostra coscienza ad esserlo, perché ciò di cui siamo fatti è esistito da sempre e sempre esisterà.

Questo in fondo mi diede conforto e pace. Se non c’ero cento anni fa e non ci sarò tra cento anni… perché preoccuparsi? Non cambia nulla in fondo. Non cambia nemmeno quanto si campa in fondo. Credete che quando non ci sarete più vi dispiacerà se sarete campati 100 anni o 50? No. Forse lo penserete prima. Irragionevolmente penserete “che peccato, potevo vivere cent’anni!”, ma un attimo dopo semplicemente non sarete lì a dispiacervene.

A volte è il pensiero per chi resta a tormentare. Ci si preoccupa perché chi ha vissuto con noi dovrà vivere senza di noi e con il ricordo di qualcuno che non c’è più. E’ vero. Eppure a rigore sappiamo tutti che questa è la vita. Sappiamo che a quella o quelle persone, perfino a quegli animali, la Natura richiede di superare il trauma e continuare a vivere. E’ la vita. Certamente non è colpa nostra e non dovremmo essere tormentati per questo.

In fondo anche per chi la pensa così esiste una “entità superiore” che risponde al nome di Energia o Universo. Una Unità alla quale tutti apparteniamo da sempre e non lasceremo mai. Anche chi la pensa così potrebbe dargli il nome “Dio”. Un Dio che è sempre presente, in quanto è ovunque e in ogni cosa, e attraverso il quale si possono fare chissà quali cose, solo conoscendone regole e leggi ed applicandole.

Forse è proprio questo che cercavano gli antichi alchimisti, forse è questo lo “oro alchemico”: le leggi della natura e dell’universo. Si narra che qualcuno l’abbia anche trovato e che, con spoglie sempre diverse, vaghi per questa o per altre “terre” da centinaia di anni.

Ma queste sono solo leggende… o no?

Vivere e morire – Il libro tibetano del vivere e del morire

il libro tibetano del vivere e del morire Eccomi finalmente qua a parlare de "Il libro tibetano del vivere e del morire" di Sogyal Rinpoche. Anche se è un periodo in cui ho davvero poco tempo, ci tenevo a parlarne, prima che la freschezza del ricordo della lettura svanisse troppo 🙂
Questo libro finirà fisicamente in mezzo agli altri della libreria, con romanzi (pochi in verità), altri saggi e manuali, ma in realtà dovrebbe avere un posto tutto suo per l'importanza che riveste. Sogyal Rinpoche, un lama tibetano che vive ormai da decenni a cavallo tra Europa e America, ha impiegato anni a scriverlo ed è stato supportato da numerose altre autorità nel campo, come lo stesso Dalai Lama. Anche la stesura, la correzione e le traduzioni nelle varie lingue sono state preparate con grande cura e attenzione. Lo scopo di Sogyal Rinpoche era quello di arrivare a spiegare in una forma e un linguaggio comprensibili a noi occidentali, la teoria e la pratica (fondamentalmente contenute nel famoso "il libro tibetano dei morti") che ognuno dovrebbe seguire al momento del trapasso e nella fase successiva; pratica e teoria che pero' imprescindibilmente devono iniziare nella vita stessa, il prima possibile. Ecco perché il libro non parla solo del "morire" ma anche del "vivere", perché le due cose sono indissolubilmente legate: nascosto nel vivere vi è già la strada per un buon morire (e per una buona rinascita), basta saperla riconoscere.
La morte per il Buddhismo è solo un passaggio, uno dei tanti a cui ciascuno è sottoposto. Questi passaggi sono chiamati "bardo": ogni passaggio è un bardo. Caratteristica fondamentale dei bardo è che, seppure con "intensità" diversa, hanno fondamentalmente la medesima natura: in essi si puo' intravvedere la vera natura della mente, immateriale e immortale. E i bardo sono in ogni nostro tempo: il più intenso è al momento della morte e nelle fasi immediatamente successive, ma un bardo si puo' sperimentare attraverso la meditazione o la preghiera, ed anche spontaneamente, nel passaggio dallo stato di veglia a quello di sonno – uno stato del quale quasi mai siamo consapevoli – o addirittura nell'istante prima di ogni nostra parola o ogni nostro pensiero. E' in ognuno di questi momenti che si puo' percepire, grazie al silenzio del "chiacchiericcio mentale", lo stato primordiale della nostra mente, in grado di rivelarci la nostra vera natura immortale.
Perché, direte voi, è così importante cogliere questi momenti? La morte tanto arriva comunque. E' solo (si fa per dire) per evitare la paura della morte?
In realtà nel bardo del trapasso, che coinvolge anche i giorni successivi alla morte clinica, noi determineremo la nostra prossima rinascita o perfino l'assenza di una eventuale rinascita. Determineremo, sostanzialmente, se saremo in paradiso, all'inferno, o in uno stato intermedio, come un'altra vita terrena, anche se non necessariamente in forma umana. Grazie alla caratteristica comune dei bardo di rivelare la vera natura della mente, l'averne già fatto esperienza in precedenza ci aiuterà a superare brillantemente il bardo della morte, anche se superiore per intensità.
Sogyal Rinpoche narra di come, arrivando in occidente, fu sorpreso di notare che al progresso materiale non avesse trovato un corrispondente sviluppo della spiritualità e della compassione, che anzi erano quasi assenti. Tutto in occidente era mirato allo "star bene quando si sta bene", mentre i malati e soprattutto i morenti erano lasciati a loro stessi: pochi di loro avevano la fortuna di avere sostegno morale e spirituale, medici, infermieri e parenti si limitavano per lo più ad un sostegno pratico, rivolto ad alleviare al massimo il dolore fisico. Il risultato è che i morenti si spegnevano nell'angoscia, nel tormento, determinando tra l'altro il fallimento di una buona rinascita.
Come non ammettere che in occidente si tende, finché è possibile, a rimuovere il pensiero della morte? Si cerca semplicemente di non pensarci. Il risultato pero' è, secondo Sogyal Rinpoche, di arrivare assolutamente impreparati all'ultimo passaggio, nonostante Sogyal ammetta che anche le religioni occidentali, cristianesimo per primo, forniscano in teoria i mezzi per fare il medesimo percorso di preparazione del Buddhismo.
Di fatto Sogyal cerca, con questo libro, di fornire una metodologia di avvicinamento alla morte che passa attraverso un buon vivere, con indicazioni di sostegno per sé stessi, per i propri cari che si è chiamati ad assistere, per tutti. Una metodologia che puo' e dovrebbe partire oggi, adesso, senza aspettare che sia troppo tardi.
Chi ha visto la paura, lo sgomento, negli occhi dei propri cari o di chiunque si sia avvicinato alla morte vivendola con terrore, sa che già solo la libertà dalla paura della morte ha un valore incalcolabile, che nessuna ricchezza al mondo puo' valere. Il libro di Sogyal Rinpoche cerca di colmare la lacuna dell'insegnamento di come evitare il più possibile tale paura, cercando serenità e pace perfino in quei terribili ultimi momenti. Ma, fatto questo, va anche oltre, cercando di indicare la strada per una buona rinascita.

Ovviamente consigliato a tutti 🙂