Pensiero positivo: l’inganno dei ‘non’

Cari (pochi) amici rimasti 🙂 Meno male che ho ancora tanti post da ripescare, perché ancora non vedo all’orizzonte un periodo nel quale potrò tornare a dedicare al blog lo stesso tempo che, ormai tanto tempo fa’ (col metro di misura di Internet), gli dedicavo 😦

Il lavoro è un disastro: tanto sforzo, tanto tempo… ma sensazione di agire tra mura di gomma. Ne sta andando anche della mia salute. Mi chiedo per cosa…

La salute, appunto… non va’ granché. Dovrò iniziare a fare visite approfondite per capire che c’è che non va’. E chi mi conosce sa che non le vivo con tranquillità.

Si salva la mia famigliola, ovvero Lady Wolf e i nostri simpaticissimi animalotti 🙂 Forse, se non ci fossero loro… avrei già “mollato”.

Il post che recupero questa sera è piuttosto “datato”, non solo come periodo (era sempre gennaio 2008), ma anche nella mia percezione. Che intendo dire? Che lo sento un po’ come “scontato”. Tuttavia, sebbene ci siano cose che in molti sappiamo… in pochi le applicchiamo veramente, me compreso. E allora fa bene rinfrescarsi la memoria ogni tanto 🙂 E questa storia de “l’inganno dei non”, è uno di questi concetti: molti di noi sanno che dovrebbero concentrarsi sulle cose belle, anche in momenti di difficoltà, sulle possibilità, sui “posso”, non sui “devo”… ma francamente, quanti di noi lo fanno davvero? Quanti di noi riescono a vedere davvero il bicchiere mezzo pieno anziché mezzo vuoto, anche se sanno perfettamente che meglio sarebbe fare così?

Ecco qui il post, e al seguente link trovate quello originale con i commenti dell’epoca: Pensiero positivo: l’inganno dei ‘non’

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“Pensiero positivo” e’ ormai un concetto trito e ritrito. Innumerevoli sono i libri su di esso, alcuni dal tenore cosi’ ottimistico e superficiale da renderlo poco credibile e da finire per screditarne anche l’effettivo potere.
Il pensiero positivo non compie miracoli, non da’ certezza del risultato; esso e’ “solamente” un mezzo per mettersi nelle migliori condizioni possibili affinche’ cose buone possano capitare nella nostra vita. E non e’ poco.

Uno dei concetti cardine del pensiero positivo e’ quello di evitare di ragionare tramite parole negative, come i “non”.

NONFin da piccoli, siamo stati abituati ad un uso ampio e scriteriato dei “non”: “non devo fare questo”, “non devo dire cosi’”, “non devo essere in tal modo”, “non voglio che accada che…”, “non devo pensare a…” e cosi’ via. Il pensiero positivo suggerisce di sostituire questo modo di ragionare “al negativo” con pensieri rivolti al positivo: “voglio fare”, “posso dire”, “posso essere”, “posso agire in modo che accada”, “penso a…”.
Chiaramente l’oggetto della frase diviene l’opposto di quello della frase al negativo: “Non devo pensare a tizio” [con il quale ho appena rotto…] diventa “posso pensare alla prossima storia che avro’” [anche se il futuro partner non ha ancora un nome o un viso].

 

DEVOPOSSONotate un effetto collaterale: anche i “devo” (pesanti, poiche’ indicano uno stato di costrizione) vengono sostituiti con i “posso” (costruttivi, perche’ indicano uno stato di potere: posso farlo, non sono “obbligato”); cio’ rende immediatamente lo stato emotivo della persona che li esperisce molto piu’ leggero, diminuendone in tal modo l’ansia e la sofferenza. Ma soprattutto leva dallo stato di impantanamento nel quale si trova.

A questo punto, mi piace raccontare una storiella che cito spesso, quella di Goethe e del suo commercialista…

Goethe (Stieler 1828)Si narra che un giorno Goethe fu tradito dal suo commercialista che scappo’ con una grossa somma di denaro. Questo tizio era anche un suo grande amico, o almeno cosi’ il bravo Wolfgang credeva.
Per lui la sensazione di tradimento fu fortissima al punto di divenire una vera ossessione. Arrivo’ a tappezzare la sua casa di bigliettini con scritto “Non devo pensare a xxx”. Inutile dire che ogni volta che ne vedeva uno… pensava a lui e al suo tradimento.
E il suo malessere continuava percio’ inesorabilmente.
Goethe si libero’ della sua ossessione solo quando prese la saggia decisione di riposizionare tutti quei bigliettini… nella spazzatura 😉

La mente inconscia tende naturalmente a cio’ che la fa stare bene, ma va guidata con un po’ di razionalita’, infatti essa non distingue tra immediato e futuro. Se ad esempio il partner ci lascia, tendenzialmente la mente tendera’ ad andare al suo ricordo il piu’ possibile, perche’ cosi’ e’ abituata a fare, perche’ la mancanza di quella “immagine” (intesa in senso ampio, come “ricordo” generico, non solo la “figura visiva”) la fa soffrire. Arrivera’ al punto di elaborare strategie anche complicate per non staccarsi da esso. Compresi i famosi “non”: “non devo pensare a” permette ad essa di continuare a pensarci senza sentirsi colpa, “Non sono debole, non e’ che ci penso volutamente! Non vorrei pensarci, eppure…”.

ScimpanzeAnni fa’ lessi un esperimento condotto su alcune scimmie: ad esse era stato insegnato che, se premevano con un dito un certo tasto, un cibo prelibato compariva. Gli scienziati notarono che quelle scimmie continuavano ad usare prevalentemente quel dito anche quando ormai il cibo non veniva piu’ fornito loro e scoprirono che la rete neuronale che collegava il cervello a quel dito era piu’ spessa delle corrispondenti reti dirette verso le altra dita: il cervello aveva costruito una sorta di autostrada preferenziale nella quale incanalare i pensieri.
Lo stesso facciamo quando adottiamo una certa “abitudine” a lungo: la mente crea dei collegamenti preferenziali verso quella immagine. Ecco perche’, perfino con i “non”, tendiamo sempre all’oggetto della nostra “ossessione”. Disfarsene significa ridurre a poco a poco quell’autostrada mentale, atrofizzandola. E l’unico modo e’ imparare, sforzarsi, a non utilizzarla. Usarla salendo sulla macchina deiautostrada “non”, e’ un inganno: non servira’ assolutamente a nulla se non a perpetrare, ad ispessire ancora di piu’, quell’autostrada. Di fatto, gia’ in passato ho notato che esistono tanti legami tenuti in vita proprio dalla sofferenza: la sofferenza “lega” moltissimo all’oggetto che la crea. Addirittura rapporti ai quali non si teneva granche’, diventano trappole dalle quali non ci si riesce piu’ ad allontanare non appena fa capolino la sofferenza dell’abbandono.

L’unico modo di uscirne e’ pensare ad altro costruttivamente, sostituendo quell’immagine con altre che non la ricordino. Se sono stato mollato, ad esempio, avro’ molti piu’ risultati sognando il prossimo rapporto con una persona splendida, anche se di questa non conosco ancora ne’ il nome ne’ il viso, piuttosto che continuare a pensare a chi mi ha lasciato, seppure in termini negativi. Ma posso anche pensare a tutt’altro, non importa, basta non utilizzare la famosa autostrada.

La mente, sempre per il principio di tendere naturalmente verso cio’ che la fa star bene, appena si accorgera’ che non pensando piu’ all’oggetto della sua ossessione sta’ meglio, ci aiutera’ a proseguire su quella nuova strada, atrofizzando – a questo punto rapidamente – l’autostrada che era stata creata.

“Questo e’ il mio dono. Lascio che la negativita’ scivoli via da me come l’acqua dal dorso di un’anatra. Se non e’ positivo, non lo ascolto nemmeno. Se puoi superare questo, i combattimenti sono facili” – George Foreman

“Ogni giorno, quello che scegli, quello che pensi e quello che fai è cio’ che diventi.” – Eraclito

river

No all’abbandono!

Quando ho visto questo video dall’amica passatorcortese (sulle sue idee politiche si può essere o meno d’accordo, ma sul suo impegno animalista non si può discutere) sul suo blog Osservatori romani, ho capito che non potevo non pubblicarlo anche io a “blog unificati” (qua e su www.adottauncucciolo.net). Purtroppo siamo entrati nel periodo caldo per gli abbandoni dei nostri piccoli amici: anche nel nuovo canile di Genova sono già entrati tanti sfortunati cani… Sfortunati, sì, per aver incontrato l’unico vero animale degno di essere chiamato “bastardo”: chi lo ha abbandonato. Per queste “persone” ho una sola parola: vergogna!
In questo video poi si vedono solo cani, ma non dimentichiamoci dei gatti, forse ancora più sfortunati perché più facili da abbandonare.
Auspico non solo pene ancora più severe, ma soprattutto che venga fatto tutto il possibile per frenare questo vergognoso costume, indegno di un paese che si vuol chiamare “civile”.

 

 

La stella di Albert – racconto

crisi finanziariaEra notte inoltrata ormai, ma Albert ancora non riusciva a prendere sonno. Quasi ogni notte la sua mente rivisitava ossessivamente la sua vita, soprattutto l’ultimo periodo.
Ricordava quando, mentre cenava nella sua bella casa, assieme alla sua adorata famiglia, sentì per la prima volta la TV dare notizia della crisi americana dovuta ai mutui immobiliari subprimes. Non gli diede peso. Anzi pensò che come sempre gli americani erano stati un po’ pazzi nell’assumere rischi così grossi negli investimenti; certo, a volte quella politica aveva pagato, ma adesso i nodi stavano venendo al pettine. Sentì addirittura un pizzico di orgoglio nel pensare che evidentemente i sistemi europei, che tanto sembravano dover imparare da quello oltre oceano, adesso dimostravano la loro forza e solidità, in barba ai “soliti sbruffoni”.
Ma via via la situazione peggiorò e ciò che era sembrato distante iniziò ad apparire sempre più pericolosamente vicino. Anche la preoccupazione in famiglia cominciò a serpeggiare sempre più forte: malumori sorgevano sempre piu’ forti tra lui e sua moglie, e le due figliolette, che fino ad allora erano cresciute in un clima idilliaco, incominciarono a capire cosa erano urla e litigi.
Era così affranto nel ricordare il crollo del suo sogno… come poter prendere sonno? Ormai perfino la delusione se n’era andata, c’era solo sconforto.
Albert si rigirò sull’altro fianco cercando di coprirsi il più possibile con quella sola coperta e quel cartone, ormai diventato suo scomodo materasso. Almeno non c’era molto via vai di gente quella notte lungo il tunnel della stazione.
Vuoto e rattristato si arrese all’ennesima notte insonne e si mise a sedere. In quel momento stava passando una ragazza, anche in lei riconobbe la consueta reazione: l’occhiata di curiosità si trasformo in imbarazzo e paura, forse perfino in disgusto, distogliendosi in fretta con malcelata indifferenza.
Albert abbassò lo sguardo e dopo qualche secondo si alzò e si diresse all’aperto incurante del freddo pungente, lasciando lì quelle poche e povere cose che però erano tutto ciò che gli era rimasto.
Si diresse sul ponte e si affacciò, guardando il fiume che scorreva sotto di lui. L’aveva già fatto, ma quella sera l’acqua sembrava chiamarlo con voce suadente… ne era quasi ipnotizzato. Sembrava la soluzione a tutto quel vuoto che ormai imperava dentro di lui.
Alzò lo sguardo al cielo, cercando la sua stella, quella che fin da bambino gli fu’ indicata da sua madre, “vedi? Quella è la tua stella, non ti lascerà mai, ti sarà sempre vicina, ogni volta che sarai in difficoltà. Anche quando io non ci sarò più”. Quante volte in passato l’aveva cercata quella stella! L’aveva pregata con le sue richieste! E… ogni volta sembrava davvero che lo ascoltasse e l’esaudisse. Ma la crisi sembrava aver corrotto anche lei.
Aguzzò la vista, ma non riusci’ a vederla! Incredibile… eppure doveva essere lì, in mezzo alle altre due… Non c’erano neanche nuvole! Albert lo percepì come un segno, una conferma: perfino la sua stella l’aveva abbandonato come, al culmine della tensione, aveva fatto sua moglie, portandosi dietro le bambine. Non aveva nemmeno cercato di fermarli, lo trovava giusto, non era più in grado di provvedere economicamente a loro. Che padre poteva ormai essere? Trovava inevitabile quanto stava succedendo.
Tornò a fissare l’acqua con il cuore in gola e le lacrime che gli velavano la vista. Posò le mani sul parapetto e si preparò a scavalcare, quando si sentì chiamare…
“Giovanotto, mi scusi, sto cercando l’albergo Do Bonfim…”
Era una bionda signora anziana, molto ben vestita, uno stile antico… Sembrava uscita dal secolo scorso…
“Ah… ehm… sì, dunque…”
Albert si ricompose, quasi contento di poter esserle utile.
“Vede quel campanile che spunta dietro quelle case? L’albergo e’ proprio lì, a fianco della chiesa…”
“Grazie! Sono arrivata in stazione due ore fa’, sa? Ho i piedi che mi dolgono e le gambe che quasi non mi reggono più, nessuno sapeva aiutarmi. E dire che era così vicino, vero?”, disse sorridendo. Doveva essere stata una bella donna da giovane, pensò Albert. Trovava in lei qualcosa di familiare. La donna proseguì: “Sicuramente ho continuato a muovermi in circolo, mi avevano dato delle istruzioni sbagliate e io, convinta che dovevano essere giuste, mi sono intestardita a rifare sempre lo stesso percorso. Che stupidi che siamo a volte, vero giovanotto? Pensiamo che quella che ci è stata indicata sia l’unica strada possibile, perfino quando dimostra di non portarci dove vogliamo; quella “deve” essere la strada, solo perché così ci è stato detto! E la soluzione invece è là, dietro l’angolo, là che aspetta solo che non ci arrendiamo alle parole degli altri e decidiamo di tentare una strada nuova, usando la nostra testa e un po’ di coraggio…”
Albert non la stava più guardando, si era voltato verso l’acqua nella quale, solo pochi minuti prima, voleva lasciarsi cadere. Adesso la voce del fiume non era più dolce come era sembrata prima; era la voce ingannevole di tutti coloro che l’avevano spinto fin là, dentro quel tunnel, tra quel cartone e quella coperta. Alzò lo sguardo verso il cielo, con la fierezza dei bei tempi che ormai pensava di aver perso. “Domani è un nuovo giorno, busserò ad ogni porta, troverò un nuovo lavoro, non importa quale… e presto tornerò dalle mie bambine!”. Volse lo sguardo con tono di sfida verso la sua stella, rea di averlo abbandonato, ma… la stella adesso c’era, bella e brillante come sempre.
Si girò di scatto verso la signora per ringraziarla… ma non c’era nessuno dietro di lui.

 

Gedeone: un angelo con le sembianze da gatto

<< Il 20 ottobre 2007 tornando a casa dopo essere stata da un’amica mi accorgo per caso di un gatto magrissimo accucciato a testa bassa sul marciapiede di una via piena di villette familiari.

Mi avvicino e lui a fatica solleva la testa e inizia a miagolare pianissimo. Ha la bava che gli scende dalla bocca , un occhio è completamente chiuso e l’altro è chiuso dalla terza palpebra.

Suono subito ai campanelli delle case lì intorno per capire di chi sia questo gatto finchè una ragazza mi apre e mi dice che è di una famiglia che all’inizio dell’estate si è comprata un cane di razza pechinese e per l’occasione ha deciso di buttare fuori di casa il gatto, di razza siamese, che fino ad allora era stato trattato come un principino ma che ormai non serviva più.

Chiedo alla ragazza chi è che si occupa di dare da mangiare al gatto, lei mi dice che ogni tanto è lei che provvede a dargli qualche avanzo ma dubito fortemente che sia vero perchè il gatto è letteralmente pelle e ossa e completamente disidratato.

Mi dice che se lo prendo gli faccio un favore e che lei non può perchè ha già due gatti. Io che in quel periodo ne avevo quattro e facevo già fatica economicamente a farli vivere il meglio possibile mi chiedo comunque come possa, chi ha gatti e si presume quindi li ami, vedere ogni giorno davanti la propria casa un gatto ridotto in quelle condizioni e decidere di non fare niente perchè ne ha già due. Anche un piatto di avanzi al giorno sarebbe bastato per non farlo deperire in quel modo.

Ma la cosa peggiore, come se non bastasse, è che lei stessa mi dice che questo gatto qualche mese prima è stato investito ricevendo un fortissimo colpo alla testa che gli ha provocato probabilmente il problema agli occhi e anche una notevole difficoltà nel muoversi, e capisco sconvolta che anche in questo caso nessuno si è degnato di dargli una minima mano di aiuto portandolo dal veterinario.

Io decido di prenderlo subito senza neanche stare ad avvisare i padroni, che probabilmente per qualche forma malata di egoismo mi avrebbero anche impedito di farlo dicendomi che è il loro, e lo porto a casa dove con moltissima fatica finisce due ciotoline d’acqua e tenta inutilmente di mangiare qualcosa senza purtroppo riuscirci. Facendomi sentire malissimo perchè mi chiedo come possa reagire così un gatto a cui gli uomini hanno fatto tanto male, invece di usare le sue misere forze per soffiarmi o respingermi, Gedeone fa le fusa ogni volta che lo tocco.

Lo porto dal mio veterinario che essendo sabato era fuori città e decide comunque di tornare di corsa per vedere questo gatto, e già dopo avergli dato la prima occhiata prende a imprecare contro chi ha avuto il coraggio di buttarlo fuori di casa e ignorarlo per tutti quei mesi, e contro chi abitando nella zona e vedendolo morire a poco a poco ogni giorno ha deciso che quel gatto non meritava neanche un misero piatto di avanzi.

Mi dice che il gatto non mangia da tantissimo, che è disidratato ha la febbre alta e i linfonodi ingrossati più chissà quante altre infezioni.

Gli fa iniezioni di antibiotici antinfiammatori e quant’altro e lo mette sotto ossigeno perchè ha grandissime difficoltà respiratorie.

Il 22 ottobre decide di fargli i test per verificare la positività di filv e felv, perchè qualora ne fosse affetto sperare di salvarlo diventerebbe se possibile ancora più difficile per via delle difese immunitarie ridotte a zero.

Dopo un’ora di angoscia i risultati ci danno una flebile speranza perchè risulta negativo a entrambe le malattie, si può quindi tentare tutto il possibile sperando che si aggrappi alle pochissime forze rimastegli.

Gedeone, che aveva solo cinque anni, muore letteralmente di stenti il 23 ottobre dopo una crisi respiratoria, il veterinario mi dice che ormai non aveva più polmoni. Dopo aver atteso per mesi qualcuno che lo notasse e lo aiutasse, ha deciso di smettere di lottare proprio quando qualcuno aveva deciso di prendersi cura di lui.

Per non rendere vana la morte di Gedeone e dei tanti altri come lui che ogni giorno muoiono nella totale indifferenza della gente, che a me spaventa quasi più della cattiveria, nasce il Gruppo Gedeone che ogni mese raccoglie fondi da destinare a canili gattili o qualsiasi persona che abbia bisogno di aiuto per gli animali più sfortunati.

Non pretendiamo di salvarli tutti perchè purtroppo è una cosa impossibile, ma siamo dell’idea che sono le piccole gocce a fare il mare e che il nostro piccolo contributo possa essere in realtà enorme per gli animali che ne beneficiano. >>

Gedeone

Il piccolo angelo Gedeone

 


 

 

La presente testimonianza è di un’attivista del Gruppo Gedeone (www.gruppogedeone.splinder.com/).

Grazie al piccolo Gedeone, decine e decine di gatti e cani sono stati salvati dalle attiviste dell’omonimo Gruppo che continuano ogni giorno la battaglia per questi piccoli e sfortunati animali.

Quando vedo Sissi e Julius, e li immagino improvvisamente abbandonati per strada dopo anni di vita in casa (soprattutto nel caso di Sissi), non riesco a immaginare come possano ragionevolmente essere in grado di adattarsi e sopravvivere. Li immagino mentre, spaventati, scappano a cercare rifugio. Li immagino quando, spinti dai morsi della fame, implorano con i miagolii e i loro disperati musetti, i passanti che fingono di non vederli. Li immagino deperire rapidamente. Li vedo spegnersi lentamente, mentre ancora sognano e sperano di vedere comparire da dietro un angolo il viso della persona che li aveva allevati, curati e coccolati. Perché certamente non potrebbero concepire che quella stessa persona li abbia abbandonati. 

Non riesco a comprendere e perdonare chi si macchia di questa infamia, di un tradimento del genere, verso creature che esso stesso ha reso totalmente dipendenti.

Esistono tante tragedie nel mondo, bambini che muoiono di stenti, guerre con vittime innocenti. Ma, ancora una volta, mi chiedo come ci si possa aspettare che questo non avvenga, se già tra di noi, che ci reputiamo così “evoluti”, si nasconde una tale viltà.

Voglio ringraziare pubblicamente tutti i componenti del Gruppo Gedeone, così come ogni altro gruppo animalista che senza alcun fine di lucro si batte per riparare i danni dell’inciviltà di uno dei tanti popoli che civile si reputa, senza però averne diritto.

E voglio ringraziare il piccolo angelo Gedeone che, dando la sua vita, ha risvegliato la coscienza di tante persone, salvando così una moltitudine di piccole vite.

Mi auguro che la sua opera possa continuare, come una piccola palla di neve che rotolando divenga via via una valanga sempre più grande e irresistibile.

Grazie, piccolo Gedeone

p.s.: vi invito sempre a guardare anche il blog in condivisione www.adottauncucciolo.net, nel quale c’è tra l’altro il link permanente a quello del Gruppo Gedeone.

Sissi e JuliusSissi e Julius

 

Storie di animali…

Da quando ho preso Julius e ampliato così la famiglia (lui, Sissi ed io ) sono entrato maggiormente in contatto con persone che si battono per i nostri piccoli amici. Sul blog adotta un cucciolo siamo in diversi a mettere annunci ormai, ma ci sono tanti altri blog che parlano sia di animali domestici di casa nostra che delle cose terribili che accadono nel mondo anche a specie “esotiche”.

Un blog che ultimamente si sta battendo per questo scopo è ad esempio landscape dell’amica mylandscape.

procioni massacrati“In Cina esistono anche le FUR FARMS. Cosa sono? Sono delle “fattorie” dell’orrore dove quei dolcissimi animali chiamati procioni (ovvero gli orsetti lavatori, qui a sinistra in foto) (vi giuro che mentre sto scrivendo sto piangendo) vengono massacrati per la loro pelliccia. […]”.

Lei sta cercando un metodo per fare veramente qualcosa che vada al di là di qualche intervento “mirato” (anzi, se volete partecipare al suo dibattito ne sarà senz’altro contenta); questo è tutt’altro che facile in un mondo pieno di problemi, dove – soprattutto chi non è sensibilizzato dall’avere esso stesso animali, percependoli davvero come esseri viventi, con emozioni, sentimenti, gioie e dolori, al pari di noi – ne considera l’abbandono e il maltrattamento come un problema di secondaria importanza.

Mi piace riportare anche qua l’aforisma di Yourcenauer che ho già usato recentemente…

“Ci sarebbero meno bambini martiri se ci fossero meno animali torturati, meno vagoni piombati che trasportano alla morte le vittime di qualsiasi dittatura se non avessimo fatto l’abitudine ai furgoni dove le bestie agonizzano senza cibo e senza acqua dirette al macello.”

Al di là dell’amore degli animali è la sensibilità che conta. Non ci vuole molto per capire che chi tortura un animale arriverà più facilmente a fare lo stesso ad un essere umano, rispetto a chi degli animali ha il massimo rispetto.

Ma oltre le terribili storie di cui parla mylandscape e che si trovano anche su tanti altri blog, ci sono poi le storie di “ordinaria amministrazione”; ad esempio storie di animali cresciuti con il proprio padrone e che poi l’hanno visto morire, diventandone orfani. Leggete questa storia apparsa su adotta un cucciolo…

Cleopatra“Cleopatra è una gattina di 7 anni e fino a poco tempo fa ha vissuto con la sua padrona.
Purtroppo la sorte ha voluto che la sua mamma umana morisse troppo presto e lei così affezionata alla signora si è ritrovata senza il suo affetto oltre che senza la sua casa e le sue abitudini. Spostata temporaneamente nel “gatto alloggio” patisce tantissimo questa nuova situazione. Fa veramente tanta tenerezza povera piccolina. Immaginate che trauma sia stato per lei!”

L’evidente dolore di questi animali ci fa capire la nostra arroganza nel crederci “animali superiori” perfino nel dolore. Scoprire che questo non è vero, che non siamo gli unici ad avere un cuore, a soffrire, dovrebbe sensibilizzarci. Io credo che ci sia qualcosa di strano, di innaturale, in chi rimane indifferente a tutto questo. Mi sono state riportate terribili storie di gatti lasciati morire di fame e di sete in case in cui la proprietaria era mancata e i famigliari non lasciavano entrare nessuno per paura che qualcosa fosse rubato dall’appartamento prima che ne avessero spartito i beni tra di loro e venduto! Ma vi pare si possa parlare di persone normali? E poi ci stupiamo se ci sono bande di ragazzi che tagliano le zampe a cuccioli neonati usando fili di nylon? Si, succede anche questo, di nuovo da adotta un cucciolo:

cagna e cucciolo“La mostruosità umana non ha limiti… ecco la mamma cagna a cui hanno torturato e uccisi tre dei suoi cuccioli a 20 giorni, staccandogli i piedini con un filo, forse di naylon , li hanno visti erano dei mostri travestiti da ragazzi che se li sono portati con loro e non si sono trovati ne morti ne vivi, si è salvato solo lui (Fortunato) che è stato raccolto da Marilina, lo ha trovato in strada fuori casa sua, quasi esanime. […] …. quando ecco ai nostri occhi svelarsi la triste e atroce realtà… anche al piccolo Fortunato è stato staccato un piedino,una corsa in clinica veterinaria dove ci hanno detto che fra due mesi dovrà amputare tutta la zampina… Sarà un cane a 3 zampe , ma salvo!”

cuccioloCredete davvero che persone come queste avrebbero la minima remora a danneggiare anche esseri umani se solo trovassero il modo di farla franca?

No, la malvagità, l’indifferenza, l’egoismo sono gli stessi… e non voglio sentire polemiche sul fatto che ci sono bambini che muoiono di fame o di malattie che sarebbero curabili: dobbiamo capire che sono due aspetti della stessa medaglia. Non è che aiutare gli animali significhi dimenticare i bambini e le persone in difficoltà.

 

Psicologia: la coazione a ripetere

 

Poche cose sono cosi’ centrali nella psicologia e nella vita di ciascuno di noi come la coazione a ripetere.

errore ripetutoCredo che chiunque – o quasi – si sia chiesto almeno una volta nella vita perche’ lui stesso o comunque persone a lui vicine, facciano sempre gli stessi errori, incontrino sempre lo stesso tipo di persone. Ovviamente, molti anni fa ormai, me lo domandai anche io scoprendo che quell'enigma era in realta' ampiamente conosciuto e dibattuto non solo in termini psicologici ma perfino esoterici. Appena incontrai il principio della coazione a ripetere, ne rimasi dunque affascinato. E non poteva essere altrimenti.

La coazione a ripetere, ovvero coercizione a compiere ripetutamente le stesse azioni, e’ il principio per cui una persona cerca di superare qualcosa di irrisolto che affonda le radici nel remoto passato, rimettendosi nelle identiche circostanze che provocarono quell’antica difficolta’.

Spesso la coazione a ripetere e’ collegata ad un altro problema, ad esempio l’ansia abbandonica, ma sono in genere facce diverse della medesima medaglia.

Facciamo un esempio. Il bambino (o la bambina) che viene “abbandonato” quasi ogni mattina da una o piu’ figure genitoriali, che si allontana per andare al lavoro, puo’ vivere tale allontanamento come fosse un ciclico abbandono. Non e’ forse un vero trauma all’inizio, ma il ripetersi costante di tale allontanamento ne rende gli effetti spesso piu’ devastanti che un singolo grave evento, scatenante un trauma piu’ facilmente identificabile.

Una volta cresciuta, la persona cerca di superare la paura di quell’abbandono dimostrando a se’ stessa che riuscira’ a non essere lasciata. Ma per poterlo fare deve necessariamente, e inconsciamente, rimettersi in condizioni simili, ad esempio andandosi a cercare una relazione difficile, dove sia facile innescare una sensazione di “pericolo di rottura” che faccia riprovare quella antica sensazione di essere a rischio di abbandono. Addirittura e’ spesso la persona stessa a “guidare” la relazione verso la sua fine, per una sensazione di ineluttabile “ecco, ci risiamo” che la porta a vedere nel partner segnali di insofferenza o di tradimento che magari non hanno – almeno all’inizio – nessun fondamento.

Quello dello “abbandono” da bambini, e’ solo un esempio. Puo’ essere stata la mancanza di attenzioni e amore da parte di uno o entrambi i genitori a spingere l’ex bambino a cercare figure che ricalchino la figura genitoriale assente. Possono essere persone anche molto diverse, ma con il fattore comune di far percepire un “senso di instabilita’”, di potenziale “assenza”, che permetta l’identificazione con quel modello.

Nella coazione a ripetere si puo’ percio’ intravedere un tentativo addirittura positivo: quello di risolvere un dramma mai davvero superato. E’ molto difficile pero’ che essendo giunti cosi’ vicini allo… ineluttabile, questo cessi di essere tale, potendo essere cosi’ superato. Di solito si va incontro ad un’altra fine che rinforza, se non compresa, il desiderio di dimostrare a se’ stessi di essere in grado di sottrarsi ad essa.

E’ curioso notare che perfino nell’esoterismo si celano teorie simili, anche se spalmate su piu’ vite: c’e’ una lezione che bisogna imparare, e finche’ non la si apprende, si e’ destinati non solo al continuo ciclo di morte e rinascita, ma addirittura a quello del ritrovarsi davanti a situazioni simili a quelle gia’ vissute, situazioni che se non si ripresentassero, non offrendoci la possibilita’ di imparare, non potrebbero essere superate.

Uscire dalla coazione a ripetere non e’ semplice perche’, perfino sapendo di essere suoi schiavi, avendo per lo piu’ natura inconscia diviene difficilmente controllabile. Le emozioni e le antiche paure ed ansie assalgono chi la vive, al punto di prendere la guida delle sue azioni.

La strada e’ naturalmente quella della consapevolezza, del riconoscere il meccanismo del quale si e’ vittime e di essere capaci di “frenarsi”, sia quando il disagio si manifesta – evitando ad esempio di saltare troppo presto a conclusioni catastrofiche – che, gia’ in precedenza, nella scelta che si va a compiere, ad esempio per quanto riguarda il partner.

Pensiero positivo: l’inganno dei ‘non’

“Pensiero positivo” e’ ormai un concetto trito e ritrito. Innumerevoli sono i libri su di esso, alcuni dal tenore cosi’ ottimistico e superficiale da renderlo poco credibile e da finire per screditarne anche l’effettivo potere.
Il pensiero positivo non compie miracoli, non da’ certezza del risultato; esso e’ “solamente” un mezzo per mettersi nelle migliori condizioni possibili affinche’ cose buone possano capitare nella nostra vita. E non e’ poco.

Uno dei concetti cardine del pensiero positivo e’ quello di evitare di ragionare tramite parole negative, come i “non”.

NONFin da piccoli, siamo stati abituati ad un uso ampio e scriteriato dei “non”: “non devo fare questo”, “non devo dire cosi’”, “non devo essere in tal modo”, “non voglio che accada che…”, “non devo pensare a…” e cosi’ via. Il pensiero positivo suggerisce di sostituire questo modo di ragionare “al negativo” con pensieri rivolti al positivo: “voglio fare”, “posso dire”, “posso essere”, “posso agire in modo che accada”, “penso a…”.
Chiaramente l’oggetto della frase diviene l’opposto di quello della frase al negativo: “Non devo pensare a tizio” [con il quale ho appena rotto…] diventa “posso pensare alla prossima storia che avro’” [anche se il futuro partner non ha ancora un nome o un viso].

DEVOPOSSONotate un effetto collaterale: anche i “devo” (pesanti, poiche’ indicano uno stato di costrizione) vengono sostituiti con i “posso” (costruttivi, perche’ indicano uno stato di potere: posso farlo, non sono “obbligato”); cio’ rende immediatamente lo stato emotivo della persona che li esperisce molto piu’ leggero, diminuendone in tal modo l’ansia e la sofferenza. Ma soprattutto leva dallo stato di impantanamento nel quale si trova.

A questo punto, mi piace raccontare una storiella che cito spesso, quella di Goethe e del suo commercialista…

Goethe (Stieler 1828)Si narra che un giorno Goethe fu tradito dal suo commercialista che scappo’ con una grossa somma di denaro. Questo tizio era anche un suo grande amico, o almeno cosi’ il bravo Wolfgang credeva.
Per lui la sensazione di tradimento fu fortissima al punto di divenire una vera ossessione. Arrivo’ a tappezzare la sua casa di bigliettini con scritto “Non devo pensare a xxx”. Inutile dire che ogni volta che ne vedeva uno… pensava a lui e al suo tradimento.
E il suo malessere continuava percio’ inesorabilmente.
Goethe si libero’ della sua ossessione solo quando prese la saggia decisione di riposizionare tutti quei bigliettini… nella spazzatura 😉

La mente inconscia tende naturalmente a cio’ che la fa stare bene, ma va guidata con un po’ di razionalita’, infatti essa non distingue tra immediato e futuro. Se ad esempio il partner ci lascia, tendenzialmente la mente tendera’ ad andare al suo ricordo il piu’ possibile, perche’ cosi’ e’ abituata a fare, perche’ la mancanza di quella “immagine” (intesa in senso ampio, come “ricordo” generico, non solo la “figura visiva”) la fa soffrire. Arrivera’ al punto di elaborare strategie anche complicate per non staccarsi da esso. Compresi i famosi “non”: “non devo pensare a” permette ad essa di continuare a pensarci senza sentirsi colpa, “Non sono debole, non e’ che ci penso volutamente! Non vorrei pensarci, eppure…”.

ScimpanzeAnni fa’ lessi un esperimento condotto su alcune scimmie: ad esse era stato insegnato che, se premevano con un dito un certo tasto, un cibo prelibato compariva. Gli scienziati notarono che quelle scimmie continuavano ad usare prevalentemente quel dito anche quando ormai il cibo non veniva piu’ fornito loro e scoprirono che la rete neuronale che collegava il cervello a quel dito era piu’ spessa delle corrispondenti reti dirette verso le altra dita: il cervello aveva costruito una sorta di autostrada preferenziale nella quale incanalare i pensieri.
Lo stesso facciamo quando adottiamo una certa “abitudine” a lungo: la mente crea dei collegamenti preferenziali verso quella immagine. Ecco perche’, perfino con i “non”, tendiamo sempre all’oggetto della nostra “ossessione”. Disfarsene significa ridurre a poco a poco quell’autostrada mentale, atrofizzandola. E l’unico modo e’ imparare, sforzarsi, a non utilizzarla. Usarla salendo sulla macchina deiautostrada “non”, e’ un inganno: non servira’ assolutamente a nulla se non a perpetrare, ad ispessire ancora di piu’, quell’autostrada. Di fatto, gia’ in passato ho notato che esistono tanti legami tenuti in vita proprio dalla sofferenza: la sofferenza “lega” moltissimo all’oggetto che la crea. Addirittura rapporti ai quali non si teneva granche’, diventano trappole dalle quali non ci si riesce piu’ ad allontanare non appena fa capolino la sofferenza dell’abbandono.

L’unico modo di uscirne e’ pensare ad altro costruttivamente, sostituendo quell’immagine con altre che non la ricordino. Se sono stato mollato, ad esempio, avro’ molti piu’ risultati sognando il prossimo rapporto con una persona splendida, anche se di questa non conosco ancora ne’ il nome ne’ il viso, piuttosto che continuare a pensare a chi mi ha lasciato, seppure in termini negativi. Ma posso anche pensare a tutt’altro, non importa, basta non utilizzare la famosa autostrada.

La mente, sempre per il principio di tendere naturalmente verso cio’ che la fa star bene, appena si accorgera’ che non pensando piu’ all’oggetto della sua ossessione sta’ meglio, ci aiutera’ a proseguire su quella nuova strada, atrofizzando – a questo punto rapidamente – l’autostrada che era stata creata.

“Questo e’ il mio dono. Lascio che la negativita’ scivoli via da me come l’acqua dal dorso di un’anatra. Se non e’ positivo, non lo ascolto nemmeno. Se puoi superare questo, i combattimenti sono facili” – George Foreman

“Ogni giorno, quello che scegli, quello che pensi e quello che fai è cio’ che diventi.” – Eraclito

river