Sull’ottimismo e sull’amore

Una carissima blogger  mi ha posto due domande, siccome le ho trovate molto interessanti ho deciso di farne un post…

1) Cosa ci spinge ad esser ottimisti o pessimisti,ci si nasce o lo si diventa? Chi dei due ha una visione della vita più reale?

Spesso ho scritto che “perfino Dio, per agire e manifestarsi nel mondo, si serve della sua chimica”, non mi suscito’ percio’ una particolare irritazione la notizia che alcuni scienziati britannici avevano individuato alcune sostanze biochimiche nel cervello capaci di farci provare felicita’ o tristezza. Quella notizia fece scalpore, ma a me sole sul maresembro’ la scoperta dell’acqua calda 🙂
Io credo che gli stati d’animo siano essenzialmente reazioni biochimiche, dunque certamente influenzabili dalle condizioni al contorno, ma la cui risposta dipende anche dalla chimica di ciascuno di noi, un po’ innata, un po’ formata dalla nostra “storia”; in altre parole essa e’ un po’ la “memoria” di cosa ci e’ accaduto. Quindi, cio’ che ci rende ottimisti o pessimisti – pensieri, parole, accadimenti – e’ soggettivo; o meglio, sono essenzialmente le stesse cose, ma la “misura” di quanto incidono su di noi, dipende dalla fertilita’ del terreno che trovano.
Se uno non ha mai coltivato il terreno della sua mente, o addirittura gli ha dato in pasto per anni pensieri negativi (non dico che sia colpa sua, eh! Non e’ mia intenzione creare ulteriori sensi di colpa, probabilmente aveva cattivi esempi e insegnanti), un seme che vi venga buttato avra’ bisogno di tanta acqua e cura poter mettere radici e crescere. Un terreno che abbia invece ricevuto tante attenzioni, tante letture e esempi positivi, permettera’ a quel seme di germogliare con facilita’.
Quindi la mia personale risposta e’: ognuno di noi, preso in un determinato momento della sua vita, ha una sua attitudine piu’ o meno mercata ad essere ottimista o pessimista, ma cio’ non vuol dire che induzioni positive siano utili o inutili, anzi lo saranno maggiormente al pessimista, se fatte con costanza. BLUEMOONPer ognuno di noi, come e’ in quel momento, e’ gia’ un risultato: il risultato ottenuto dal suo passato. Ora pero’, si puo’ decidere di cambiare, lavorando percio’ per ottenere, in futuro, un risultato diverso.
Per rispondere all’ultima domanda, non e’ detto che l’uno abbia una visione della vita “piu’ realistica” dell’altro, uno vedra’ il bicchiere mezzo pieno, l’altro mezzo vuoto… entrambi quindi vedono la verita’: il bicchiere e’ per meta’ vuoto e per meta’ pieno. Cio’ che cambia e’ la “reazione” alla realta’: l’ottimista si porra’ in atteggiamento propositivo, percependo nella realta’ qualcosa da cui puo’ potenzialmente trarre vantaggio e godimento; il pessimista, al contrario, si porra’ in versione “difensiva”, pensando piu’ che altro a parare gli strali che la realta’ puo’ inferirgli. Quindi il primo, l’ottimista (che non vuol dire “visionario”, eh! :-P), tendera’ a “sfruttare” maggiormente il suo potenziale e le sue capacita’, laddove il secondo usera’ solo cio’ che gli servira’ per proteggersi.

2) Cos’è l’amore? E’ solo un dare senza ricevere, è un attimo di sole belle parole, o semplicemente un modo per proteggersi dal nulla che spesso ci circonda? Cosa spinge un uomo a dirti “ti amo”?

elefanti Domanda mica semplice la tua!  😛 In realta’ credo che sia necessario distinguere tra “amore ideale” e “amore comune”, per cosi’ dire. L’amore ideale non conosce possessione, da’ senza preoccuparsi di quanto riceve. Non e’ “invadente”, se non e’ corrisposto si ritira, se ne fa una ragione, e – a poco a poco – si spegne (non credo all’amore del poeta che resta a vita innamorato di una donna che non lo corrisponde, vi e’ qualcosa di innaturale, di malato, in esso). Naturalmente non si basa sulle parole, non solo almeno, e comunque il suo nome viene pronunciato solo quando chi lo pronuncia e’ convinto di cosa dice.
Ma siamo esseri umani, imperfetti, fallaci, preda dei drammi abbandonici del nostro passato. L’amore comune… un po’ geloso lo e’  🙂 Spesso nasce per “mancanze” nostre che cerchiamo di compensare. Siamo deboli e cerchiamo una persona forte. Ci sentiamo nulla e cerchiamo qualcuno che, scegliendoci, ci dia valore, facendoci brillare di luce riflessa. Abbiamo bisogno di amore e accettazione, che magari da bimbi non abbiamo ricevuto, e cerchiamo chi ci ami e accetti e sia disposto ad essere amato ed accettato a sua volta.
gabbianelle E’ vero che ciascuno dovrebbe puntare all’amore ideale, ma e’ anche vero che… se aspettiamo di essere perfetti per poter amare, allora probabilmente non ameremo mai. E’ mia ferma convinzione che non e’ necessario amarsi e accettarsi completamente, prima di amare davvero qualcun altro, che, probabilmente, ha a sua volta difetti, forse simili, forse opposti, ma sempre difetti. Si puo’ crescere assieme – ognuno migliorando nelle sue lacune – proprio grazie al supporto dell’altro. Non vi e’ macchia in questo. Chi dice “Prima di amare qualcuno devi imparare ad amare te stesso”, lo dice come sprone a migliorare te stesso… “nel frattempo”; perche’ migliorare se’ stessi e’ sempre buona cosa  🙂 Se poi contribuira’ a conquistare l’amore tanto desiderato… ben venga. Ma ognuno deve fare con cio’ che ha e con cio’ che e’; non puo’ e non deve aspettare di essere “perfetto”. Perche’ la perfezione non e’ di questo mondo. E’ come scalare una zebremontagna altissima: tu parti “puntando” la vetta allo scopo di elevarti il piu’ possibile, ma se trovi l’amore a meta’ strada… non lo butti perche’ devi ancora arrivare sulla cima.
Come dite? … che e’ pericoloso? Che cosi’ c’e’ comunque il rischio di prendere qualche altra facciata?
Be’… chissenefrega! 😉 Sempre meglio che scalare una montagna tutta la vita.

N.B.: ovvio che da questo discorso sul dire “ti amo”, ho tenuto solo conto delle persone “normali”, non dei “Casanova”, uomini o donne che siano. Essi sono… un pericoloso tranello della Natura: per loro problemi personali, si convincono per primi di cio’ che affermano, risultando percio’ – a differenza dei “Dongiovanni”, che sono piu’ “trasparenti” – molto difficili da smascherare. Come i Dongiovanni, perdono interesse subito dopo aver “consumato” (non necessariamente con l’atto sessuale, ad alcuni basta avere percezione che “se avessero voluto…”), scoprendo che “oh… mi sono sbagliato, non era amore!”. C’e’ una curiosa teoria che addirittura li… assolve 🙂 sostenendo che la Natura usa questo trucco per permettere alle persone piu’ “adatte alla riproduzione” di essere piu’ convincenti (come scrivevo, chi crede per primo al suo inganno, diventa difficilmente smascherabile), salvo poi farli tornare disponibili per trarne nuovo vantaggio.

Tagliare i rami secchi

Tagliare i rami secchi. Ciclicamente questa espressione torna alla mia attenzione…

Albero spoglio dMa perché è così importante tagliare i rami secchi? Perché non dare un’alzata di spalle e continuare sulla stessa strada, magari con un po’ di comoda finzione che permetta di allontanare una soluzione drastica, che, pensiamo, ci creerebbe sofferenza? Non è più comodo lasciare le cose come stanno? Non è forse vero che, in fondo, è proprio quello che facciamo? Spesso ci ritroviamo a “tornare” nei medesimi posti, a ricercare le stesse persone, nonostante non ci abbiano dato altro che briciole rispetto alle energie ed agli sforzi che in essi abbiamo profuso.

Perché non voltarsi veramente? Non guardare davvero verso un orizzonte diverso, magari sconosciuto, è vero, ma che ci dia almeno la speranza di portarci qualcosa che la strada vecchia ha dimostrato innumerevoli volte di non poter portare?
Perché “Chi lascia la strada vecchia per quella nuova, sa quel che lascia ma non sa quel che trova” è esperito come un proverbio negativo? Che esso sia vero, è fuori di dubbio. Ma cosa dice di così terribile? Dice che, al di là di cosa ci può portare la strada nuova, ciò che ci ha portato la strada vecchia non l’avremo più… E’ così terribile essere liberi dalle catene di un passato che non ha più nulla da dare, recente o antico che sia? E’ così terribile avere il tempo e le energie per provare almeno ad ottenere ciò che sogniamo?

Perché si tagliano i rami secchi? Si tagliano affinché nuovi rami possano prendere il loro posto sull’albero della nostra vita. Non so dirvi quante verdi foglie avrà ciascuno di quei nuovi rami. Ma una cosa posso dirvi con certezza: non potrà averne di meno di un ramo già secco.
Ecco perché vale sempre la pena di concedersi di avere un’altra possibilità.

Se i vostri rami sono davvero secchi, se davvero riconoscete che non hanno più frutto da darvi… prendete le cesoie e… datevi un’altra possibilità.

Parco nel verde della foschia mattutina

Liberta’ e indipendenza

antilopiConosco una sola libertà, ed è la libertà della mente.

(Antoine de St.Exupery)

 

“Liberta’” e’ una delle parole piu’ usate quando si vuole fare leva sulla emotivita’ delle persone. Tutti ne parlano, in tanti la reclamano, ma davvero pochi fanno veramente cio’ che e’ necessario per ottenerla. E ancora meno sanno cosa farsene una volta ottenutala.

 

falco_primopianoNon è la liberta che manca.

Mancano gli uomini liberi.

(Leo Longanesi)

 

Ci si para spesso dietro il fatto che la societa’ rende schiavi; si cercano continuamente capri espiatori che permettano di continuare a “galleggiare”, di poter incolpare chiunque capiti a tiro, additandolo come responsabile della nostra stagnazione.

Ma cosi’ non si va da nessuna parte.

Ci vuole il coraggio di assumersi la responsabilita’ della propria vita, delle proprie azioni, delle proprie scelte.

Lamentarsi non serve a nulla.

 

 

zebreLibertà significa anche responsabilità.

Ecco perché la maggior parte della gente ne ha paura.

(George Bernard Shaw)

 

Il “non rendersi indipendenti”, che e’ una delle grandi malattie del nostro tempo, e’ psicologico, prima che materiale, non serve a nulla pararsi dietro alla mancanza di denaro o di possibilita’: la prima, l’unica vera indipendenza… passa per la testa, non per il portafoglio. Percio’ non e’ scusabile, ad esempio, con il fatto di non poter andarsene di casa. Ci sono persone conviventi che sono molto piu’ indipendenti di altre che vivono da sole. Sembra paradossale, ma e’ cosi’.

 

orso

La storia degli uomini liberi non e’ mai scritta dal destino, ma dalle scelte, le loro scelte.

(Dwight D. Eisenhower)

 

Certamente l’indipendenza economica rende tutto piu’ facile. Sarebbe ipocrita dire che cosi’ non e’, ma… il processo di liberazione comincia sempre nella testa: chi e’ libero non accettera’ catene a lungo, e il modo di liberarsi lo trovera’ sicuramente.

 

DelfinoLa libertà è come il mare. Non può essere rinchiusa, e come il mare, un uomo libero lo è per sempre.

(Humbert du Charbon)

 

Se decidete di essere liberi, vi serve solo una cosa: il coraggio di esserlo davvero.

Costi quel che costi.

 

Chi rinuncia alla libertà per raggiungere la sicurezza, non merita né la libertà né la sicurezza. – (B. Franklin)

 

cavalli

 

Perseveranza, non disperdere l’impegno tra diversi obiettivi

fuchsLA CACCIA A DUE VOLPI di Paulo Coelho

Uno studente di arti marziali si avvicinò all’insegnante e gli disse: “Vorrei tanto essere un grande lottatore di aikidô. Ma penso che mi dedicherò anche allo judo, in modo da conoscere molti stili di lotta; solo così potrò essere il migliore di tutti”.
“Se un uomo va in campagna e comincia a rincorrere due volpi allo stesso tempo, arriverà il momento in cui esse correranno in direzioni diverse e lui sarà indeciso su quale dovrà continuare a inseguire. Prima che si decida, saranno tutte e due ormai lontane e lui avrà sprecato il suo tempo e la sua energia. Chi desidera essere un maestro, deve scegliere UNA sola cosa in cui perfezionarsi. Il resto è filosofia spicciola.”


Commento di Wolfghost: molti di noi agiscono proprio cosi’: saltano continuamente da un interesse all’altro senza mai approfondirne davvero nessuno. Cio’ non deve trarre in inganno: questo non e’ un errore di per se’; e’ la stessa differenza tra studiare per “dovere” – ad esempio per ottenere una laurea – e farlo liberamente per proprio interesse personale con tutto cio’ che esso comporta (possibilita’ di cambiare argomento quando ci si inizia ad annoiare, quando ci si imbatte in qualcosa che almeno in apparenza e almeno inizialmente stuzzica di piu’, e cosi’ via). Se pero’ si vuole davvero trovare qualcosa in cui eccellere, di cui diventare maestri, be’… allora c’e’ poco spazio per tale improvvisazione, saltare di palo in frasca non portera’ i risultati che si spera.

Due buoni esempi sono i rapporti di coppia e la pratica spirituale.

In amore, saltare da un partner all’altro potra’ soddisfare chi cerca passione, ma non chi invece desidera un rapporto duraturo, nel qual caso la passione sara’ solo una delle componenti. Mentre pero’ la passione e’ spontanea – anche se pure essa va nutrita affinche’ non si spenga – per molte delle altre la spontaneita’ non e’ sufficiente: occorre un impegno che in un rapporto breve, in genere, non c’e’.

Nelle pratiche spirituali – ma in realta’ anche in quelle lavorative o artistiche – i risultati si iniziano a vedere solo nel tempo. Roma non fu costruita in un giorno, si dice. Ecco perche’, anche se si sente il desiderio di cambiare, bisognerebbe fermarsi un attimo e chiedersi se davvero il percorso che si era deciso di seguire si e’ gia’ esaurito.

Talvolta cio’ che si e’ ottenuto “lavorando in un certo settore”, rimane comunque, perfino terminandolo e iniziando qualcos’altro. Ma altrettanto spesso, cio’ che resta e’ davvero poco, e ricominciare da capo significa in pratica buttare tutto quanto si era ottenuto alle ortiche.

La vita e’ cambiamento, di questo sono convinto. Ma cambiare quando la vena che si sta utilizzando e’ lungi dall’averci dato i tesori che potrebbe… e’ un vero peccato.

C’e’, insomma, un tempo per ogni cosa.

P.S.: nessuna volpe e’ stata danneggiata in alcun modo per la scrittura di questo post! 😛

 

Paranormale: raccontate la vostra esperienza

cerchi nel granoCome ho scritto nel mio profilo, mi sono spesso definito il “ricercatore perfetto”: qualcuno che ha grande curiosità e che vorrebbe fortemente trovare “prove” di qualcosa che “viva” al di la’ dei cinque sensi, ma che, al contempo, ha un nocciolo scettico che non è mai riuscito a eliminare. Quel nocciolo scettico, per un “ricercatore”, non è una maledizione (magari per chi vorrebbe semplicemente “credere”, si, invece…), è anzi indispensabile per l’oggettività del riscontro, altrimenti si correrebbe il rischio di credere a qualunque cosa venga propinata.
Diciamo che se mi vedrete scrivere “miracolo!!!“, bé… è probabile che davvero di miracolo si tratti! 😉

sfera di cristalloLa mia esperienza su Internet si è mantenuta sulla stessa falsariga; già da anni infatti ho notato che esistono siti “propagandistici” e poco obiettivi da ambo i lati: chi trova spiegazioni esoteriche ardite per spiegare il più piccolo degli eventi e chi, spesso con teorie ancora più incredibili, cercano solo di smontare i primi. Non ci credete? Provate ad andare sul sito del Cicap: alcune delle loro teorie “scientifiche” appaiono più balzane che ammettere l’esistenza di qualcosa che è al di là dei nostri sensi.

Prima di tutto, pero’, cos’è un fenomeno “paranormale”?
Bene, è evidentemente qualcosa che non può essere ritenuto “normale”, non è vero? 🙂 Ma “normale” per chi? Usando quali parametri? Non era forse incredibile immaginare le forze elettromagnetiche prima che queste fossero riconosciute e dimostrate? Eppure, ovviamente, esistevano già in natura, non è così? Per non parlare della Relatività o della Meccanica Quantistica…
E allora, perché non ammettere che possa esistere qualcosa a cui la scienza non è ancora riuscita ad arrivare?

La scienza degli uomini non è, curiosamente, come le loro leggi: per la legge – almeno nei paesi cosiddetti “civili” – la colpevolezza deve essere provata, ma se non lo è non vuol dire che ci sia innocenza, possono semplicemente mancare le prove dimostranti che essa sia tale.
Eppure, per la scienza, una cosa per essere vera deve essere dimostrata, e se non lo è, allora non è vera.

Non è curioso?

Questa pero’ non deve essere una buona ragione per credere a tutto…

CorvoEsempio 1: Premessa: le teorie animiste dicono che quando una persona muore, la sua anima ci mette tre mesi (mi pare…) per poter tornare a manifestarsi nel mondo come spirito.
Qualche mese dopo la morte di mio papà, iniziai a percepire uno strano suono in camera mia. Ogni volta che andavo a dormire… sentivo distintamente un rumore metallico, una sorta di “tlang!”, come se quell’asticella di metallo usata per tenere ferma una finestra aperta, sbattesse ogni volta contro il muro. Controllai tutto più e più volte: finestre aperte o chiuse, correnti d’aria, oggetti fuori dalla finestra che potessero produrre un rumore simile… tutto!
Ma non trovai nessuna spiegazione razionale… apparentemente.
Passarono i mesi e quasi mi convinsi che quello fosse un segnale di mio papà, una sorta di “buonanotte” prima della nanna 🙂
Divenne un suono amico e familiare.
Solo un anno e mezzo dopo, capii all’improvviso – chissà per quale strano collegamento mentale – che quel rumore era dovuto alla lampadina al neon che era vicina al mio letto: pochi minuti dopo che la lampadina veniva spenta, essa produceva quel rumore (un relè interno, forse?). Probabilmente gli addetti alla fabbricazione di tali lampadine sono perfettamente a conoscenza di questa cosa, ma tra gli altri… chi l’avrebbe detto?

gatto neroEsempio 2: Sempre anni fa’, direi una decina, considerando che ero in possesso del mio primo telefono cellulare, ero pronto per dormire. Ero già a letto e stavo per spegnere la luce. Improvvisamente mi voltai di scatto verso il telefono cellulare che era posato nel suo caricabatteria da tavolo a due-tre metri da me.
Sapevo che sarebbe squillato.
Non ricevevo mai telefonate a quell’ora ma… qualcosa mi costrinse ad aspettarmi quella chiamata. Pochi secondi dopo, il telefono squillò: era una mia amica che aveva subito un tentativo di stupro e che mi pregava di andarla a recuperare perché era scappata a piedi dalla casa in cui aveva subito il tentativo di violenza.
So che i telefoni cellulari GSM usano frequenze “sensibili” ad altri elettrodomestici (avente presente i classici disturbi a radio, televisioni… ?), ma quella sera… era già davvero tutto spento.

Potrei elencare tanti altri “piccoli” avvenimenti (e qualcuno grande…) che non sono mai riuscito a spiegare col buon senso. Ciò non vuol dire dover credere necessariamente all’aldilà purtroppo: ci possono essere spiegazioni comunque paranormali ma che non hanno bisogno di tirare in ballo la vita dopo la morte.
Quello della vita dopo la morte è il passo più difficile, perché di importanza capitale; per questo è più difficile crederci per chi non ha una “fede donata”: ammettere che esista la telepatia può non cambiarmi la vita; essere sicuro che non finirò assieme alla morte del mio corpo… è davvero altra cosa e… sì, potrebbe farlo.

Un esempio. Avrete tutti (ok… “quasi” tutti! :-P) sentito parlare dei fenomeni poltergeist, ovvero di quei rumori “impossibili” e quegli oggetti che si spostano e volano per le camere apparentemente da soli. Bene, essi sono spesso citati come prova dell’esistenza degli spiriti. Ma esiste una teoria, altrettanto “possibile” (o “impossibile”, secondo il Cicap :-D), che li spiegherebbe con l’energia telecinetica (la telecinesi è la capacità, volontaria o non volontaria, di spostare gli oggetti con la sola forza del pensiero); in effetti la grande maggioranza dei casi raccolti accade in case dove ci sono adolescenti, tipicamente irrequieti, e con perciò una grande e “disordinata” energia mentale. Non è “prova”, no, ma può essere già un indizio…
Sempre di fenomeno paranormale si tratterebbe. Ma mentre l’esistenza degli spiriti dimostrerebbe la vita dopo la morte… la telecinesi è ben lunga dal farlo.

Ma adesso, signori e signore, tocca a voi!!! Vi esorto a raccontare le vostre esperienze, con dovizia di particolari, se possibile! Sarò un opinionista (giudice non mi piace) severissimo… ma, prometto, possibilista! 😉

albero e luna

20.000 visite sul blog e 5.000 sul profilo…

festeggiamentoQuesto e’ un post di ringraziamento per tutti voi che siete passati a trovarmi da quando ho iniziato a scrivere qua sopra  🙂 Era il 7 settembre dell’anno scorso, 5 mesi e mezzo fa… Eccolo il mio primo post: Eccomi qua…😉

Arrivavo da un altro sito e mi auguravo di mantenere i vecchi amici di web e farmene di nuovi. Come pero’ spesso accade – anche nella vita – molti di quegli amici sono invece “andati”; nuovi ne sono arrivati pero’ e… siete voi 😉

Quello che mi sorprende e mi onora non e’ pero’ tanto la quantita’ degli interventi, ma la loro qualita’.
Il nostro e’ un vero scambio, da cui ricevo almeno quanto do.

Grazie a tutti…

E, gia’ che ci sono, voglio ringraziare anche Lu (tuaCyrano) per avermi indicato per primo nella sua lista del Premio Dieci e Lode, usando bellissime parole: ” perchè adoro come pensa, come scrive e ciò che posta… perchè sono convinta che se non lo conoscete ancora vi state perdendo qualcosa di molto intenso. Scelgo il titolo di un libro che trovo profondo come il suo blog: “brodo caldo per l’anima”, chi lo desidera infatti, potrà scaldarsi nel suo blog il cuore e confortare anche lo spirito.”.

E questa e’ l’immagine che mi ha dedicato:

Premio 10 e LodeIl suo e’ un blog erotico (ma non solo) pero’ non volgare, per cui l’immagine… non mi ha sorpreso 😉

Vorrei pero’ conoscere chi si e’ prestata a fare da modella… eheheh

Scherzi a parte, grazie anche a te, Lu 🙂

Uscire dall’abitudine per migliorare sé stessi

“Una grande intensità: evocazione di qualcosa proveniente dal nulla. È vero che gli strumenti sono quelli, la tecnica, le abitudini, ma un’incognita permane: gli anni di pratica non vi possono proteggere, non vi devono proteggere. Bisogna gettarsi in uno spazio vuoto, uscire dalla memoria. Tutti vi stanno guardando; in questo momento della vostra vita, smettete con i luoghi comuni e inventate.”
Tim Hodgkinson – compositore autodidatta inglese

Questo aforisma mi fu donato anni fa da un amico che ha un profilo e un blog anche su Splinder (rabesto) anche se purtroppo lo ha chiuso proprio recentemente. Chissà se se ne ricorda 🙂
Allora non mi colpì particolarmente, lasciandomi anzi abbastanza indifferente.

waltersteinerRecentemente, grazie al lavoro con la compagnia teatrale che frequento (www.waltersteiner.it), l’ho riscoperto, capendone il significato, soprattutto vedendo (e ascoltando) il lavoro dei registi e degli attori della compagnia stessa. Certamente è un aforisma che si adatta particolarmente alle arti, di qualunque genere esse siano. Certo, in tutte le arti ci sono delle regole, c’è sempre un intenso lavoro, indicazioni, lezioni… ma davvero, più che da altre parti, non ci si può fossilizzare: chi si ferma è perduto, se non agli occhi degli altri, almeno verso quelli propri, perché l’artista sa perfettamente quanto sta dando e quanto può dare, e senz’altro non può accettare, da sé stesso, nulla di meno.

Ma poiché sono convinto che non esista settore che sia completamente autonomo, che non sia in qualche modo lo specchio della vita, questo aforisma non fa eccezione e trova “maledettamente” riscontro anche nella nostra quotidianità.
Pensateci… pensate a quante occasioni da cogliere o per crescere perdiamo a causa delle nostre abitudini, dell’identificazione delle nostre azioni abitudinarie con la nostra stessa vita. E’ come se noi non esistessimo al di fuori della nostra quotidianità, perfino quando di essa ci lamentiamo.

via SestriAd esempio, camminiamo per strada – facendo per la decimillesima volta il percorso che abbiamo sempre fatto – senza prestare davvero attenzione alle cose che ci accadono attorno, proiettati già a quella che sarà la nostra giornata una volta arrivati in ufficio o in qualunque altro luogo ove ci stiamo recando. Chissà quante cose, che magari potrebbero cambiare la nostra vita – un volantino, un manifesto, una persona – non notiamo, persi come siamo nei nostri pensieri.

Molti di noi dichiarano di voler cambiare la propria vita, ma – a parte parlarne – non fanno nulla per farlo, anzi, perfino parlarne diviene un’abitudine, al pari delle altre.

Certo, può esserci timore di sbagliare, di rendersi ridicoli, di buttare via tempo ed energie per qualcosa che forse non funzionerà, senza rendersi conto che il tempo e le energie se ne stanno già andando per i fatti loro da un pezzo!

C’è qualcosa che vorreste fare, provare, tentare? Qualcosa che se funzionasse migliorerebbe voi e la vostra vita, e che non tentate per paura di fallire? Fatelo! Se non lo fate… avete già fallito.

Un mio vecchio mito, un notissimo motivazionista americano, Anthony Robbins, vi chiederebbe: che cosa fareste, se sapeste di non poter fallire?
vittoria

Un po’ di Wolf… 2006: mia madre

Olivetta San MicheleMia madre nacque in un paesino al confine con la Francia nel 1928 (prime due foto).

Era una bella donna, intraprendente anche 🙂

Da ragazzina fu corteggiata da un calciatore spagnolo del Genoa, ma sua madre, conoscendo la fama di Don Giovanni che ne circondava il nome, la tenne in pratica “sotto chiave”  😛 finche’ lui non cambio’ maglia. Venni a conoscenza di questa storia quando un giorno, lasciandomi esterrefatto, inizio’ come nulla fosse a parlarmi in spagnolo – lingua che credevo non conoscesse per nulla 😮

Per un certo periodo intraprese la carriera di cantante. Citava spesso i suoi viaggi, in particolare in Persia (a quei tempi non si chiamava ancora Iran), paese di cui decantava la bellezza. Cesso’ la carriera perche’, gia’ a quei tempi, per andare avanti, avrebbe dovuto sottostare a “certe regole”… che rifiuto’.

Olivetta San Michele - ponte anticoAl contrario di mio padre, legatissimo alla sua famiglia di origine, mia madre seppe separarsi senza traumi dalla sua. Viveva distante da essa e non vedeva frequentemente ne’ i genitori ne’ i fratelli. Sua madre mori’ pochi mesi dopo la mia nascita; suo padre – ne ricordo l’amore per il “Pastis”, un forte liquore a base di anice 🙂 – molto piu’ tardi. Era ricoverato in un centro per anziani (non pensate a parole brutte come “ospizio”, era davvero un bel posto), nei pressi del suo paese natio. La notizia della sua morte, datagli per telefono, la colpi’ profondamente perche’ non era riuscita ad andare a trovarlo nonostante gliel’avesse promesso. L’infermiera che lo seguiva, le riporto’ che ogni volta che la porta della sua camera si apriva, lui guardava con ansia, sperando di vederla entrare…

Quello che più mi piace ricordare di mia madre e’ la sua umanita’, il suo essere rimasta fino alla fine a fianco di mio padre che, burbero come si conveniva agli uomini della generazione della guerra, era uno di quelli che pensava bastasse assicurare i beni materiali alla famiglia per dimostrare il suo amore verso di essa. Mia madre ha subito per lunghi anni, sopportando, per quieto vivere, il suo carattere litigioso. Quando avevo 18 anni la accompagnai dall’avvocato perche’, giunta al limite della sopportazione, voleva separarsi. Ma poi, resasi conto che mio padre da solo sarebbe stato “perso”, rinuncio’.

Sbaglio’? Fece bene? Chi puo’ dirlo?

So solo che questa fu la sua decisione, una decisione dettata dal cuore, che – al di la’ di cosa ne pensassi io – ho sempre rispettato per il grande coraggio e determinazione che dimostro’ nel portarla fino in fondo. Certamente, se si fosse separata, la sua vita sarebbe stata ben diversa…

 

Come ho scritto nel post su mio padre (Era mio padre), la notte in cui lui mori’, nel 2003, la chiamo’, le chiese di non chiamarmi, di non avvisare neanche l’ospedale. Era stanco di ricoveri, voleva andarsene in casa sua. Si sedettero’ insieme sul letto e si presero’ per mano… finché lui non se ne ando’.

Niente mi toglie dalla testa che mia madre inizio’ ad ammalarsi quel giorno, perché – non essendoci piu’ lui – non aveva piu’ una ragione per vivere.

Scoprimmo la sua malattia nell’aprile del 2005 in seguito ad una frattura spontanea dell’omero. Fu l’inizio di uno dei periodi piu’ devastanti della mia vita. Nel giro di pochi giorni, la paura, prima ancora della malattia, si impossesso’ di mia madre togliendole la lucidita’ mentale. La persona che era stata fino ad allora, non l’avrei mai piu’ rivista.

Mia madre, a cui furono dati pochi mesi di vita, visse ancora quasi un anno e mezzo, stupendo tutti per la sua capacita’ di ripresa. Ma non me. Quando anche i parenti e gli amici piu’ stretti mi dicevano di lasciarla morire in pace, io protestavo, perche’ sapevo che era soprattutto la paura che la stava uccidendo, e che, se l’avesse superata, avrebbe potuto vivere ancora a lungo; “tecnicamente” infatti, il suo era – a quell’eta’ – un male lento, avrebbe potuto essere tenuto sotto controllo con cure non invasive per anni. Venni a sapere che, in occasione della riabilitazione per una seconda frattura spontanea, stavolta del femore, il medico che la seguiva in casa disse alla fisioterapista “tanto lo sai che questa donna non si rialzera’ piu’”. E invece, ancora una volta, si rialzo’. Prima col girello, poi col bastone, poi senza aiuto alcuno.

Solo un ictus se la porto’ via in poche settimane. Ricordo con strazio il suo “ho tanto mal di testa”.

Mori’, come voleva, in casa sua, con i suoi figli attorno. Ormai in coma da giorni, sembrava resistere ad oltranza, come se si preoccupasse per noi. In un momento in cui rimasi da solo nella sua camera, mi avvicinai a lei e le sussurai dolcemente “Vai mamma, vai… tuo marito ti sta aspettando, non preoccuparti per noi…”.

Poche decine di minuti dopo, mia madre se ne ando’, ed io venni pervaso da una sorta di sensazione di pace, come se cio’ che doveva essere, fosse stato compiuto…

 

A parte il devastante potere della paura, l’insegnamento principale che mia madre mi ha lasciato è stato che il corpo, la mente, i beni di ogni genere, scompaiono tutti, spesso molto prima della vera fine.

L’ultima cosa che rimane, e’ anche la più importante: l’amore e l’affetto che hai dato, e quello di chi hai ancora intorno a te.

La notte della Befana 2007, sfogliando a caso un’agendina di quand’ero militare, almeno 17 anni prima, trovai con sorpresa una dedica di mia madre che diceva pressapoco “Al mio bellissimo figlio, a cui voglio tanto bene. Tornero’ presto a trovarti. E’ una promessa.” La dedica era scritta con mano molto tremante, come da una persona malata di Parkinson. Mia madre aveva il Parkinson, e’ vero, ma non certo all’epoca in cui quella dedica avrebbe dovuto essere stata scritta. Misteri… Quando il giorno dopo lo raccontai ad una cara amica, molto credente, non mostro’ affatto segni di sorpresa; mi disse tranquillamente: “E’ normale: la notte della Befana e’ la notte dei bambini, e te, per tua mamma, sei ancora il suo bambino…”

arcobaleno

Evitare un errore comune: non è detto che gli altri pensino come noi

Eccomi di ritorno da Stoccolma, stavolta non ho fatto molte foto (per chi volesse, può vederne qualcun’altra, scattata in un’altra occasione, qua: Turista per caso a Stoccolma); anche se non sono venute molto bene, piscina sullmi limito a mettere quelle relative a uno dei tanti teatri della città, un paio di viste dal tetto dell’hotel e… quella a lato… Cos’è?  🙂 E’ il tetto dell’albergo dov’ero ospite. Come vedete c’è una piscina all’aperto, temperatura dell’acqua tiepida… Come mai il vapore? Bé, perché la temperatura esterna era intorno allo zero  😉 Ora, la piscina sul tetto c’è anche nella palestra dove vado, qua a Genova, però è aperta solo d’estate e, certamente, non c’è gente che ci fa il bagno di inverno  🙂

Sì, so che non è un novità; ieri in palestra parlando con un’amica, ho scoperto che anche in diverse terme (mai stato…) ci sono piscine riscaldate all’aperto tutto l’anno. Mi ha raccontato che la gente entra ed esce “incurante” del freddo. Lei infatti, essendoci stata d’inverno con una temperatura di pochi gradi, il giorno dopo si è ritrovata con… 40 di febbre! 😉

 

vista dallColgo l’occasione per fare una riflessione: quanto siamo diversi uno dall’altro? C’è gente che perfino nelle mezze stagioni (non ci sono più? Ok, fate finta che ci siano ancora :-D) va in giro con cappotto e sciarpa; altri che in pieno inverno escono fuori in maglietta a mezze maniche o fanno il bagno all’aperto.

Lo stesso, se non “peggio”, avviene nelle nostre teste. E’ vero: una base “comune” forse l’abbiamo tutti, ma per “il resto”, il nostro passato, gli insegnamenti e gli esempi ricevuti, le esperienze e, forse, qualcosa di innato, ci hanno portato ad essere e pensare in modo molto “personale” rispetto agli altri. Ognuno è, a modo suo, unico e speciale. Ognuno. Credo che questo in fondo lo sappiamo tutti…

E allora come mai, quando vediamo il comportamento di qualcuno, lo giudichiamo sulla base di cosa vorrebbe dire se fossimo noi a tenere tale comportamento?

vista dallUn esempio chiarirà cosa voglio dire. Qualcuno, a cui magari teniamo, si comporta sgarbatamente con noi. Subito iniziamo a pensare che, giacché se fossimo al posto suo agiremmo così se non gradissimo più la sua compagnia, è “stufo di noi” o che ce l’ha con noi per qualche recondito motivo; iniziamo allora a scervellarci per cercare di capirne il perché, dove abbiamo sbagliato, cosa possiamo fare per rimediare oppure ad avercela con quella persona perché non ci parla chiaramente. Potremmo giungere a pensare che stia facendo qualche gioco sporco alle nostre spalle. Potremmo addirittura rischiare di comprometterne il rapporto comportandoci scontrosamente o “attaccando” a nostra volta.

Il tipo (o la tipa) in questione invece è semplicemente sotto stress; forse ha ricevuto una brutta notizia, ha una impegnativa scadenza lavorativa, è nervoso perché qualcuno gli ha detto qualcosa di sgarbato; noi, in quel momento, siamo davvero l’ultima delle sue preoccupazioni.

teatro a StoccolmaVa bene, potrebbe esprimersi. Ma noi stessi… davvero lo facciamo sempre? E anche se fosse, non è detto che quella persona reagisca alle situazioni di stress così come reagiamo noi.

Questo per me è uno degli esempi di “tunnel mentali” più frequenti: entriamo nel tunnel di una nostra errata convinzione non riuscendo più, non solo a scorgere la realtà, ma addirittura a non porci nemmeno quello che sarebbe un sano dubbio… Un dubbio che potrebbe salvarci da un mare di complicazioni…

Artefici, e non vittime

tigreIL CAMMINO DELLA TIGRE
di Paulo Coelho

Un uomo camminava nella foresta quando vide una volpe ferita. “Come può nutrirsi?”, pensò.
In quel momento, si avvicinò una tigre, con un animale fra i denti. Saziò la sua fame e lasciò alla volpe quanto era avanzato. “Se Dio aiuta la volpe, aiuterà anche me”, rifletté l’uomo.
Quindi tornò a casa, si chiuse dentro e rimase ad aspettare che i Cieli gli dessero da mangiare. Non accadde nulla.
Quando ormai era troppo debole per uscire e lavorare, comparve un angelo. “Perché hai deciso di imitare la volpe ferita? – domandò l’angelo – Alzati, prendi i tuoi attrezzi e imbocca il cammino della tigre”.


Commento di Wolfghost: non finiro’ mai di stupirmi per come persone che magari provengono da contesti sociali molto simili, forse perfino dalla stessa famiglia, reagiscano in modo differente a medesimi eventi.

C’e’ chi si lascia abbattere e passa il tempo a lamentarsi, sentendosi di volta in volta vittima del fato avverso, del “sistema”, di un Dio crudele, di qualcuno che ordisce trame misteriose alle sue spalle e contro cui e’ inutile intraprendere una qualsivoglia azione, e chi, invece, considera quanto avvenuto come una sfida o un incidente di percorso, valutando se ha sbagliato qualcosa, se puo’ porre rimedio, forse anche con l’aiuto di qualcuno, ma – in ogni caso – decidendo ad un certo punto di andare avanti comunque, perche’ la vita non interrompe il suo percorso mentre siamo chiusi nelle nostre camere a lamentarci o a inveire contro capri espiatori, veri o presunti che siano. Spesso anzi, queste persone, pur nel pieno della loro personale lotta, riescono a dare attenzione ed aiuto a loro volta, seppure nei tempi e nei modi che le circostanze permettono loro.

La vita va avanti: ci da’ il suo tempo, sta a noi scegliere come usarlo.

Personalmente sono arrivato al punto che, quando capisco che qualcosa non va, mi sento in una gabbia terribilmente stretta, dove le pareti si avvicinano sempre piu’ e l’aria diviene sempre piu’ irrespirabile… Allora, semplicemente, non riesco piu’ a rimanere passivo: lotto per risolvere quella cosa fino a quando, in qualche modo, non riesco ad uscirne. L’unica cosa che fino a quel punto mi da’ sollievo e’… l’azione, la sensazione di stare almeno provando con tutte le mie forze a cambiare le cose.

Non importa quanto si riuscira’ ad ottenere agendo, ma aspettarsi che i problemi si risolvano da soli o pretendere e sperare che arrivi qualcuno a trarci d’impaccio senza che noi facciamo nulla, magari nemmeno avere il coraggio di chiedere, e’ come aspettarsi l’arrivo di una lettera senza aver comunicato l’indirizzo di casa: scordatevi che arrivi.

Non si puo’ volere che entri aria fresca senza nemmeno fare lo sforzo di alzarsi e andare aprire porte e finestre.

volpe