Li lascerai crescere?

Questo invece e’ un bel testo che ho raccolto da orematt, blog Ultima Frontiera, che a sua volta lo ha raccolto da Manoli, blog Essere Ottimisti 🙂 I buoni post girano, evidentemente, d’altronde questo e’ il potere della condivisione che trova il massimo delle sue possibilita’ proprio in rete 😉
Per la cronaca, il mio commento e’ stato che troppo spesso si vuole e si pretende, magari in buona fede, ma senza voler coltivare se’ stessi. Troppo comodo e con ben scarsi risultati…


Li lascerai crescere?

Un giovane sognò di entrare in un grande negozio.

A far da commesso, dietro il bancone c’era un angelo.
“Che cosa vendete qui?”, chiese il giovane.
“Tutto ciò che desidera”, rispose cortesemente l’angelo.
Il giovane cominciò ad elencare: “Vorrei la fine di tutte le guerre nel mondo, più giustizia per gli sfruttati, tolleranza e generosità verso gli stranieri, più amore nelle famiglie, lavoro per i disoccupati, più comunione nella Chiesa e… e…”.
L’angelo lo interruppe: “Mi dispiace, signore. Lei mi ha frainteso. Noi non vendiamo frutti, noi vendiamo solo semi”.

La tua anima è un giardino in cui sono seminate le imprese e i valori più grandi.
Li lascerai crescere?

piantina

Il coraggio di essere se stessi – un pensiero di Giorgio Ceredi

Con grande piacere voglio condividere questo pensiero di Giorgio Ceredi che l’amica Donnaflora1968 ha proposto sul suo blog poco tempo fa. Il blog di Donnaflora, Ricomincio a vivere, è ben frequentato, ma molti dei nostri amici di blog non sono in comune, per cui credo che molti tra voi non abbiano avuto occasione di leggere questo splendido pezzo…


Un re andò nel suo giardino e trovò alcuni alberi e delle piante morenti. Diversi fiori erano già appassiti. La quercia disse che stava morendo perché non poteva essere alta come il pino. Osservando il pino il re lo trovò sofferente perché si riteneva incapace di produrre grappoli come la vite. E la vite credeva di morire perché non riusciva a fiorire come la rosa. Infine scoprì una pianta, la viola, fresca e vivace come sempre. Il re, piacevolmente sorpreso, le chiese: “Perchè tu stai così bene mentre gli altri soffrono?” La viola rispose: “Mi è sembrato scontato che quando mi hai piantato tu desiderassi una viola. Se avessi voluto una quercia, un pino o una rosa avresti piantato quelle. Allora ho pensato. Visto e considerato che non posso vivere diversamente cercherò di essere me stessa al meglio possibile.

“In cerca di ricompense, che a volte si schiudono come boccioli e a volte si nascondono come cristalli nelle pietre. Il viaggio è difficile e talvolta l’eroe si siede sfiduciato, con la testa tra le mani. Ma l’eco che stava inseguendo, prima o poi, ricompare. E la forza ritorna nei pensieri, come vento fresco nell’afa, e gli occhi puntano una nuova meta, al di là della soglia, dove si vede, in lontananza, una luce…”

Superare la paura di non essere come gli altri ci vogliono e provare a schiudere la nostra musica interiore; cos’è, in fondo, tutto questo se non un cammino verso la vita e la libertà?
(Giorgio Ceredi)

foglieChiudo con il commento che lasciai sul blog di Donnaflora: Molto bello questo estratto  😉 Aggiungo che, oltre il coraggio, ci vuole anche l’intelligenza di essere sé stessi, capendo proprio ciò che è espresso nel testo: che ognuno di noi è perfetto di per sé, gli altri ci possono servire da stimolo, mai come oggetto di invidia  🙂

A SETTEMBRE VOTERANNO PER VERGOGNOSISSIMA LEGGE A MISURA DI VIVISETTORE! OPPONIAMOCI, FIRMIAMO TUTTI LA PETIZIONE!

Pubblico anche di qua questa segnalazione delle associazioni “Le Sfigatte” e “Leal” perché su www.adottauncucciolo.net i post scorrono (purtroppo) molto rapidamente.
Io ho firmato…


Chiediamo a tutti voi la massima diffusione e massiccia partecipazione. Vogliono approvare una legge a MISURA DI VIVISETTORE.

Leggete tutto fino in fondo e poi firmate, magari non servirà a nulla ma non possiamo tacere e non provarci nemmeno. Grazie,
Associazione Le Sfigatte
PER FIRMARE LA PROTESTA ON LINE
www.leal.it/campagna-bruxelles/petizione-online/

Ai primi di settembre, il Parlamento Europeo voterà la nuova Direttiva sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici.

È una legge a misura di vivisettore, che NON OBBLIGA a utilizzare i metodi sostitutivi ai test con gli animali neppure laddove esistono.
In compenso essa permette di:
– sperimentare su gatti e cani randagi
– riutilizzare lo stesso animale più volte anche se ha già provato intenso dolore e angoscia
– sperimentare senza anestesia
– costringere un animale al nuoto forzato fino all’esaurimento
– tenere in isolamento totale e prolungato cani e scimmie
– creare animali geneticamente modificati mediante procedure chirurgiche.

Per saperne di più www.leal.it
PER FIRMARE LA PROTESTA ON LINE
www.leal.it/campagna-bruxelles/petizione-online/

FATE GIRARE, ABBIAMO POCO TEMPO PER RACCOGLIERE LE FIRME E IL MESE DI AGOSTO NON CI AIUTA! Grazie

volantino LEAL

Equilibrio

Secondo lo yoga, per restare in equilibrio quando si sostiene una posizione precaria è bene fissare un punto sul pavimento distante da noi all’incirca un metro e mezzo: guardare troppo vicino farà perdere l’equilibrio; guardare troppo distante, magari all’orizzonte, non sarà di aiuto per stabilizzarsi.
Ciò è vero anche quando si guida: quando si è spaventati o preoccupati, ad esempio perché si sta sorpassando un TIR, perché si entra in una galleria o perché si deve fare un tratto di strada in retromarcia in una strada stretta, l’errore più comune è guardare nelle immediate vicinanze dell’auto. L’auto tende sempre ad andare dove si guarda, quindi meglio guardare sempre avanti a noi, nella direzione dove vogliamo andare e non negli immediati pressi del mezzo. Ma anche guardare troppo distante potrebbe creare problemi, poiché la strada potrebbe non essere sufficientemente rettilinea. La buona e saggia “via di mezzo” del Budda può essere d’aiuto anche in questo caso.
Avete mai provato a sistemare un quadro in modo che sia dritto, o una panca in palestra affinché sia correttamente posizionata davanti ad un attrezzo? Allora vi sarete probabilmente accorti che è meglio distanziarsi un poco per capire se il quadro è dritto o la panca allineata.
Così è la nostra vita, sono le nostre attività e le relazioni col prossimo. Giusto è goderne appieno, ma quando si tratta di sceglierle o direzionarle, meglio sarà guardarle dalla giusta distanza, non troppo vicini, non troppo distanti. Poi si sarà di nuovo liberi di riavvicinarsi ad esse.

posizione dell

Grandi avvenimenti e cambiamento

Si dice che solo i grandi avvenimenti possono dare il via ad un sostanziale cambiamento, eppure ognuno di noi ha attorno a se’ esempi che dimostrano che non sempre e’ cosi’. Ci sono persone che – non importa se e’ stato positivo o negativo – non colgono nell’avvenimento alcuna “occasione” per cambiare: magari hanno un periodo di riflessione, ma presto o tardi tornano sempre alla vita ed al modo di pensare precedenti.
Ci sono invece persone che scorgono occasioni di cambiamento anche in piccole cose, in piccoli avvenimenti che ai piu’ passerebbero inosservati.
La differenza tra queste due categorie di persone e’ solo il fatto di essere o meno pronte a cambiare: chi e’ pronto a farlo non ha bisogno di un vero segnale dall’esterno, gli bastera’ poco per fare quel passo che sente di volere, o dovere fare, ed anche un minimo evento funzionera’ come agente catalizzatore.
Aggiungo che non solo le persone sono diverse, ma perfino ognuno di noi e’ diverso nel corso delle varie fasi della propria vita. Possiamo avere periodi, generalmente seguenti ad una lunga fase di stabilita’, dove cambiare ci risulta particolarmente difficile. Altri nel quali cambiamo continuamente, a volte apparendo perfino frenetici nel nostro desiderio di cambiare.
Ci fu un periodo dove la mia vita fu vicina ad un “punto di rottura”. Dovevo necessariamente agire, altrimenti avrei fortemente rischiato di cadere in un vortice senza ritorno. Pero’ non mi muovevo, restando pericolosamente vicino a quel punto di non ritorno.
Qualcuno in quel periodo mi disse (anzi scrisse) “l’immobilismo diventa colpevolezza”. Pur non riferendosi espressamente a me o alla mia situazione, questa semplice frase, caduta nel momento perfetto, ebbe per me un effetto catartico estremamente potente e… finalmente mi decisi a compiere i passi che sapevo di dover compiere.
Probabilmente in una fase diversa della mia vita quella frase avrebbe avuto la stessa importanza di molte altre e l’avrei in breve dimenticata.

Purtroppo, anche se in fondo e’ proprio la parte bella dell’essere vivi, siamo per lo piu’ esseri emozionali, esseri che riescono ad agire o reagire solo cavalcando l’onda di emozioni forti. Sarebbe molto meglio sfruttare maggiormente le nostre capacita’ logiche: quasi sempre sappiamo cosa andrebbe fatto, eppure spesso non riusciamo a farlo fino a quando non siamo obbligati dalle circostanze.
Con il rischio che sia troppo tardi.

indeciso

L’ultima sfida – sesta (e ultima) parte

manoscritto“Se leggi queste parole, William, il mio momento è arrivato. So di essere stato quello che comunemente viene chiamato un “uomo di successo”, ma personalmente non mi è mai importato più di tanto. Il mio obiettivo eravate voi, erano le persone, era poter lasciare un mondo migliore di quando sono arrivato. E se oggi c’è anche solo una persona in più contenta di essere al mondo… bé, allora ci sono riuscito.
Devi sapere che la mia vita non è stata sempre così: molti anni fa, quand’ero solo un ragazzo, vivevo di stenti e poco, davvero poco, ci mancò che mi lasciassi andare.
Come sai, i miei genitori se ne sono andati presto, non avevano soldi ed io non avevo lo straccio di un lavoro. Abitavo in un tugurio di pochi metri quadrati e per lavarmi dovevo usare un lavandino. Mi strafogavo così tanto di cibo come forma di compensazione da aver superato abbondantemente i cento chili e la mia salute ne risentiva sempre più. Difficile crederci per chi mi ha conosciuto dopo, vero?
Per questo voglio che tu abbia le seguenti parole, sono quelle che cambiarono il corso della mia vita…

“Qualunque difficoltà voi possiate incontrare, figli miei, ricordate che è vero che finché c’è vita c’è speranza. Finché c’è vita le cose possono cambiare. Noi possiamo cambiare, noi stessi e le cose che ci stanno attorno.
Ognuno di noi è come un lume: potrebbe essere di guida per sé stessi e per gli altri, ma se è spento, nessuno lo nota. Un lume spento non è di alcuna utilità, anzi è un’occasione sprecata, un vero peccato. Se invece è acceso, nonostante le difficoltà, anzi a dispetto delle difficoltà poiché una luce è più evidente quanto più sono forti le tenebre, ogni cosa attorno ad esso si illumina e gli altri potranno vederlo e desiderare di accendere il proprio lume a loro volta. Una luce, anche se fioca,
nel buio può essere scorta a distanze notevoli. Può essere la differenza tra trovarsi e perdersi, tra felicità e disperazione, tra vivere e morire.
Non è importante che ognuno di noi si trasformi in un faro capace di illuminare il mare per centinaia di chilometri, basta che tenga accesa la propria umile candela: qualcuno ne trarrà luce e calore e, forse, a sua volta tenterà di fare altrettanto per qualcun altro. E così via.
Questo è sufficiente. Non importa se talvolta può apparire che non si stia riuscendo a cambiare le cose e che la propria vita sembri non avere riuscita, bisogna avere fiducia nel fatto che ciò che si esprime, che siano fatti o solo idee, non va perso. E i fatti e le idee buone sono come quei lumi di cui parlavo prima: può sembrare che uno solo non serva a granché, ma tanti divengono un faro capace di cacciare le tenebre della disperazione.”

Da quando lessi queste parole, caro figlio, non ho più smesso di tenere accesa la candela della mia speranza e del mio desiderio di cambiare le cose e la mia vita. Questo, solo questo, è stato il mio segreto. Tali parole, William, appartengono ad un manoscritto vecchio di secoli che mi fu regalato da una zingara in cambio di una povera elemosina, il massimo che potevo donare in quel periodo. Sono di un autore ignoto di cui nemmeno conosco il nome ma al quale io, e tutti quelli che attraverso di me hanno tratto vantaggio, dobbiamo il massimo della riconoscenza. Chissà che persona fantastica deve essere stata.
Ora le dono a te, con l’augurio di lasciare alla tua morte qualche sorriso in più e qualche lacrima in meno tra le persone che incroceranno il tuo cammino.
Questa è la mia ultima sfida, ed è anche l’ultima sfida che l’anonimo autore tramanda da secoli.
Una sfida che ora lasciamo a te ed a tutti coloro nel mondo che, in qualche modo, hanno ricevuto o riceveranno questo stesso messaggio.
Papà.”

candela

L’ultima sfida – quinta (e penultima) parte

“Come passa in fretta il tempo, vero papà? Sembra ieri che portavi me e Gertrude a giocare in riva al torrente al di là del bosco…”. Così William si rivolgeva a Sade, ormai sul letto di morte. Lo rattristava vedere suo padre in quelle condizioni dopo una vita già difficile, ricca di “domani andrà meglio” che non erano mai arrivati.
Zoe se n’era andata da tempo, alla fine aveva ceduto alla corte di un ricco dignitario locale, lasciandoli dalla sera alla mattina. Ma perfino in quel caso Sade se n’era fatto una ragione: “Vostra madre non è mai stata per una vita semplice, ora sarà in un ambiente che certamente gli darà la prosperità che cercava”. In fondo anche loro erano stanchi di una madre poco presente e dei continui litigi che provocava.
William e Gertrude avevano trovato un lavoro dignitoso, non si arricchivano, certo, ma a loro in fondo quella vita semplice non dispiaceva. Gertrude si era anche sposata, ma sfortunatamente il marito era morto in una delle tante battaglie che insanguinavano quel periodo storico. Però aveva un figlio che adorava, che aveva dato lei una ragione di vita.
William era un bel giovane, ma la sua introversione lo aveva portato ad un certo isolamento. Aveva avuto storie anche importanti, ma poi il richiamo alla propria interiorità l’aveva sempre fatto scappare. E a lui, in fondo, stava bene così. Gli dispiaceva molto che Gertrude non potesse essere lì, sfortunatamente le condizioni del padre si erano aggravate improvvisamente mentre lei era in viaggio, difficilmente sarebbe rientrata in tempo.
“Figliolo, mi sei sempre stato vicino, anche quando tua madre e gli altri mi consideravano un poco di buono, un rifiuto della società, tu e tua sorella siete stati coloro che hanno dato un senso alla mia vita… Prima di andarmene vorrei lasciare un messaggio a te ed a tua sorella, vuoi scriverlo per me?”


Alla cerimonia funebre di Victor partecipò un numero enorme di persone, tutti gli volevano bene, aveva costruito un mondo nuovo, una società dove le parole emarginazione e povertà non esistevano più. Era diventato una sorta di profeta dell’ultimo millennio e adesso la sua morte, seppure annunciata, aveva lasciato molti in uno stato di profonda prostrazione. Ma così è la vita, e Victor lo sapeva bene.
Quando suonarono alla porta, Erik, il figlio maggiore di Victor, si aspettò l’ennesimo telegramma di condoglianza. Invece, a sorpresa, si ritrovò di fronte l’avvocato del padre.
“Caro Erik, è difficile essere qui oggi, ma c’è un plico che tuo padre voleva ti fosse consegnato il giorno stesso che lui non ci fosse stato più…”.
Erik prese il plico e ringraziò l’avvocato. Poi, più tardi, quando tutti si ritirarono nelle loro stanze, aprì il plico riconoscendo immediatamente e con profonda commozione la calligrafia del padre…

[continua]

mani

L’ultima sfida – prime quattro parti

Ebbene sì, finalmente ho scritto la parte conclusiva del racconto 😀 Nelle mie intenzioni iniziali il racconto avrebbe dovuto durare di più, ma siccome mi dispiace lasciare le cose appese e conoscendo lo scarso tempo che ho a disposizione, durerà ancora un altro paio di “capitoli” appena.

Prima però, per chi non gli avesse letti, ecco qui le prime quattro parti del racconto…

guerriero
I.
Raymond perdeva vistosamente sangue dal braccio sinistro, sembrava ormai incapace di muoverlo. Le sua urla, di rabbia più che di dolore, erano impressionanti, già da sole incutevano terrore nei nemici che osavano affrontarlo. Ogni colpo di spada inferto con il possente braccio destro e lo slancio del corpo, era una minaccia mortale per chi gli si parava di fronte. Raymond era un mito, un eroe, il trascinatore impavido del suo popolo. Però stavolta non aveva più la protezione del suo scudo, essendo incapace di reggerlo con il braccio sinistro, e questo dava coraggio ai numerosi guerrieri barbari che si spingevano verso di lui. Raymond cercò con lo sguardo Sade, suo amico di infanzia, purtroppo non altrettanto capace con le armi. Il suo viso, più che la sua voce, chiedeva aiuto, i nemici erano troppi perfino per lui. Ma Sade non c’era o, per essere più precisi, non era visibile: preso dal panico per l’evidenza dell’impari rapporto di forze, si era nascosto all’interno di un folto cespuglio, tremando come una delle sue foglie.
Un altro colpo di spada, altre urla, altro sangue avversario che veniva sparso, Raymond combatteva con la forza di dieci leoni. Ma infine una lama nemica squarciò il suo volto, aprendogli la guancia sinistra e stordendolo, più per lo stupore che per il dolore. Un istante di sbandamento che gli fu fatale: la spada di un altro avversario gli si conficcò in pieno addome. Raymond e il barbaro restarono immobili, quasi increduli, l’uno di essere sul punto di essere sconfitto, cosa che lo feriva più del pensiero di essere sulla sponda dell’aldilà, l’altro di aver realmente colpito “l’invincibile”. Poi il barbaro ritrasse la lama e in un silenzio irreale poiché compagni ed avversari si erano fermati, anch’essi increduli, Raymond, ormai sfigurato da sangue e ferite, fece due passi indietro e poi caddé rovinosamente sulla schiena.
Un urlo si levò dai barbari, mentre i compagni di Raymond si sentirono improvvisamente deboli e indifesi.

Era ormai l’alba quando Sade trovò il coraggio di lasciare il cespuglio che gli aveva dato riparo. Da lì aveva aveva assistito al massacro dell’armata di cui faceva parte. I suoi compagni d’armi, tra cui molti amici, erano caduti uno dopo l’altro sotto i suoi occhi. La testa di Raymond era stata mozzata per essere portata in patria dai barbari come prova della loro vittoria. Il resto del cadavere era a non più di venti metri dal cespuglio in cui era rimasto nascosto Sade.
Lungi dal sentire rimorso per la sua vigliaccheria, Sade non riusciva a pensare ad altro che alla giustificazione che avrebbe potuto portare in patria, a spiegazione del fatto di essere rimasto non solo l’unico sopravvissuto, ma di essere anche completamente illeso.


II.
Nell’interno dell’appartamento regnava un silenzio irreale. Victor e il resto del commando si trovavano in pieno centro, a pochi passi dal palazzo reale, fulcro del governo degli invasori. La tensione tra gli uomini era palpabile.

Il viaggio fino lì era stato pieno di insidie, un tentativo disperato, un azzardo a cui quasi nessuno aveva dato la benché minima speranza. Victor però aveva pianificato tutto nei minimi dettagli, così come nel decennio precedente aveva imparato a fare in tempo di pace. Partendo da zero aveva portato la sua piccola azienda ad un successo e una espansione senza precedenti, divenendo leader carismatico di un nuovo modo, pulito, di fare economia, ed arrivando nonostante la sua giovane età ad essere una sorta di sovrano non riconosciuto, la cui parola veniva presa in considerazione molto più di quella del governo e dei suoi politici.
A Victor non piaceva la politica, se ne era sempre tenuto alla larga. La trovava troppo lenta, farraginosa, quasi astratta. Lui, che aveva sempre lavorato per il benessere suo e degli altri, preferiva operare sul campo, a contatto quasi fisico con le persone, dove era possibile vedere e toccare risultati concreti e tangibili in un tempo ragionevole. Per questo era entrato facilmente nelle grazie dei lavoratori prima e dell’intero popolo poi. Si sentiva ripagato di percepire che, iniziata l’irresistibile ascesa della sua azienda e delle sue attività, non avevano affatto smesso di vederlo come uno di loro, al contrario: era l’esempio eclatante di come le cose, per tutti, possano cambiare. E poi il suo stile di vita era molto lontano dagli eccessi che allontanavano le classi agiate dal popolo. In fondo lui stesso era spesso infastidito di essere al centro dell’attenzione.

Pacifista convinto, era entrato in crisi quando alle voci di presunti massacri si erano sostituite le prove sicure di sterminio e genocidio compiute dal popolo degli invasori. Quando una cosa diventa troppo grande diviene difficile nasconderla, soprattutto nel secolo dei mass-media e di Internet, e le immagini avevano iniziato presto a sfuggire al controllo del regime nemico. In più era ormai chiaro che truppe e armamenti si stavano avvicinando sempre più al confine, e forse tra di esse si celavano anche armi non convenzionali.
All’evidenza che il dialogo era ormai usato dal regime solo per prendere tempo e preparare l’attacco, Victor aveva rotto gli indugi e aveva cercato di risvegliare il proprio popolo prima che fosse tardi. L’alleanza con i popoli vicini, minacciati anch’essi dall’invasore, fu il segno evidente che la politica non-interventista aveva ormai fatto il suo tempo.
Il nemico, capendolo, attaccò per primo.

L’organizzazione militare dell’invasore, che da anni si preparava a quel momento, era pari solo alla sua aggressività e brutalità; i popoli alleati, inizialmente fiduciosi, erano stati travolti dalla furia del nemico e terrore e morte stavano arrivando ovunque.
Victor, in tempo di guerra come in tempo di pace, si era distinto fin dall’ingresso nell’esercito, in breve convincendo chiunque delle sue capacità. Resosi conto che l’alleanza stava perdendo la guerra e la civiltà correva il rischio di ricadere nella barbarie, aveva lanciato l’idea di una incursione isolata, mirata al cuore del regime. I comandanti politici e militari avevano acconsentito, qualcuno per disperazione, perché capiva che, per quanto fosse una mossa disperata, non c’erano più molte alternative, altri perché da tempo invidiavano Victor e l’amore che il popolo nutriva per lui e vedevano adesso la possibilità di sbarazzarsene grazie a quella missione suicida.

Victor lanciò un’occhiata veloce al di là della finestra: il tramonto era ormai arrivato… la missione sarebbe iniziata in pochi minuti. Trasse un profondo respiro e, voltatosi, lanciò un’occhiata d’intesa ai suoi uomini.


III.
Una serie di esplosioni scosse la periferia sud della città. La sorpresa degli stati maggiori del regime fu grande: convinti di avere ormai la vittoria in tasca non si aspettavano un attacco, il risultato fu che l’esercito si mosse in maniera scomposta e disordinata verso i luoghi delle esplosioni, mentre il drappello degli uomini di Victor si dirigeva velocemente verso il palazzo presidenziale, in direzione opposta.
La tattica diversiva funzionò solo in parte: la Guardia del Regime, un reparto speciale dell’esercito, era rimasto a difesa del palazzo. Lo scontro a fuoco fermò il drappello di Victor che non riuscì ad entrare.
Ma Victor non era con loro. Conoscendo perfettamente il palazzo presidenziale, avendolo studiato nei minimi dettagli, aveva trovato la via per entrare approfittando della confusione dovuta alle esplosioni e all’attacco dei suoi uomini.
Arrivato alla camera del dittatore entrò, preparandosi allo scontro, ma trovò solo un vecchio, evidentemente molto malato, coricato sul suo letto. Il suo sguardo non era di paura, era piuttosto carico di odio.
“Uccidimi, mi toglierai solo da un’inutile agonia. Tanto il mio popolo non si fermerà. Per troppo tempo avete approfittato di noi, delle nostre terre, dei nostri beni. I nostri figli morivano di fame e voi vivevate nella ricchezza, avevate abbastanza cibo da sfamare il doppio del mondo intero. Ci servivano medicine, ci vendevate solo armi. Quante migliaia, milioni di persone morte avrebbero potute essere salvate!”.
Victor ascoltava, sapeva di avere davanti un uomo che, per quanto debole e malato, aveva dato terribili ordini di morte e distruzione, ma… sapeva anche che quanto raccontava era vero. Per anni lui stesso si era battuto affinché le cose cambiassero.
“Niente giustifica la crudeltà, nemmeno l’indifferenza”, disse infine e puntò la rivoltella.

Era passata solo un’ora e venti minuti dall’attacco quando Victor e i suoi uomini si ritrovarono.
“Allora capo, è andato tutto come previsto?”.
Victor guardò l’interlocutore per alcuni secondi che parvero interminabili, poi gli passò una micro-fotocamera.
“Qui c’è tutto: le loro postazioni, i loro piani, le località delle riserve e delle armi. Non sarà difficile rovesciare le sorti della guerra ora”.
“E… lui, è morto?”
“Non c’era” tagliò corto Victor “Devono averlo trasferito quando è iniziato l’attacco. Ma poco importa: quanto trovato basterà”.


IV.
“E muoviti, buono a nulla!” disse con tono spazientito Zoe al marito mentre lui rientrava con il grosso secchio per l’acqua appena riempito al pozzo.
“Ma chi me l’ha fatto fare…” aggiunse sottovoce ma non troppo, in modo che lui potesse sentirla.
Sade, come sempre, preferì rimanere in silenzio, ma la pressione di quelle frasi lo fece innervosire al punto da sbattere inavvertitamente il ginocchio contro lo stipite della porta. Lui lanciò un urlo di dolore, lei scoppiò a ridere.
“ahahah e poi dici che non è vero! Povero Raymond, ci credo che…”
“Zitta!”. Sade la fulminò con lo sguardo, conscio della gente del paese che, passando per la strada antistante la casa, si godeva la scena.
“Uh… perché, sennò che fai?” rispose Zoe in tono di scherno.
Sade di nuovo non rispose, limitandosi ad affrettarsi a rientrare in casa in modo da togliersi dall’imbarazzante sguardo dei vicini. Posò in terra il pesante secchio e abbracciò i suoi figli, William e Gertrude. Il calore di quell’abbraccio gli ridiede il piacere di essere a casa.
Quella sera, prima di addormentarsi, ripensò al suo matrimonio, a come era stato felice di avere Zoe, la donna più bella del paese, alla grande festa… la contentezza e i complimenti degli amici, Raymond tra tutti… Perfino lui non aveva mai nascosto l’attrazione per Zoe ma, da vero amico, era stato felice quando lei, non senza stupore generale, aveva deciso di sposare Sade.
Se avesse potuto vederlo adesso… ah, probabilmente il suo disprezzo sarebbe aumentato ancora di più. Sade non aveva mai superato la vergogna del suo gesto di viltà nella battaglia di sei anni prima. Aveva ripreso a vivere una vita normale, cercando di trovarvi rifugio, cercando spiegazioni plausibili alla paura di quei momenti: la moglie incinta che l’aspettava a casa, l’inutilità di un sacrificio che non avrebbe certo cambiato le sorti della guerra e nemmeno quelle del suo amico… sarebbe stato solo un caduto in più. Ma di fatto, da quel giorno, era andato sedendosi sempre di più, sotto il peso di un rimorso che cercava da allora di rimuovere.

Victor guardava la costruzione da vicino, progetto del palazzo in mano. Quell’edificio, distrutto nei bombardamenti della guerra terminata due anni prima e vecchia sede della sua Società, doveva essere l’emblema della ricostruzione, non solo in senso fisico ma anche in quello morale: avrebbe dovuto segnare il ritorno a una economia e una società più solidali. Per questo aveva deciso di farne il più moderno centro ospedaliero e di ricerca medica della nazione, finanziandone il progetto praticamente per intero. Non gli interessava il fatto che ciò avrebbe intaccato notevolmente il suo patrimonio, aveva visto troppa sofferenza in guerra, sognava un futuro in cui l’umanità fosse liberata dal male, anche se ben sapeva che in fondo quello era un sogno irrealizzabile, ma… meglio scalare 100 metri di una montagna alta venti volte di più, che non scalarla per nulla!
Il sindaco dovette tirarlo per la manica perché si decidesse alla foto di rito per l’inaugurazione del primo reparto accessibile dell’ospedale. Victor in realtà era un po’ infastidito da tutti quelli che considerava inutili riti, ma ben sapeva che tenere un buon rapporto con sindaco e autorità era fondamentale per avere in breve tempo tutti i permessi che servivano per la costruzione.
Indossò perciò il miglior sorriso di circostanza e, abbracciato il rubicondo sindaco, si prestò alle cure dei fotografi.

grattacielo

Il guerriero – una riflessione di Sherwood

Il guerriero
By:
Sherwood
Blog: Il ritorno del re

Io non sono un cultore di arti e filosofie orientali ma, ho letto una frase che mi ha lasciato qualche riflessione:

“Si può essere marziali e spirituali al contempo?
Si può sconfiggere l’avversario finale?”

In effetti, nella vita non esiste un avversario finale, tranne uno. Il nostro stesso io.
Nella nostra personalità di combattenti dimora un esercito di forze negative che vanno sconfitte: la paura, la pigrizia, l’ignoranza, l’insicurezza, la menzogna,  l’egoismo, l’egocentrismo, la vanità e molti altri.
Parlare di potere sugli altri non ha alcun senso. La vera natura della vittoria, sta nel superare i propri difetti. Per questo nelle iconografie di tante religioni – soprattutto orientali – a mio parere, è contemplata la figura del guerriero. Ma non si tratta di immagini che esprimono l’idea di dominio sugli altri.
Esse sono piuttosto simboli dello slancio e della determinazione di cui abbiamo tutto bisogno per sbaragliare i nostri nemici interiori.
Un saluto ed un bacio a tutti.
SHERWOOD

kuankung

 


Commento di Wolfghost: considerando che il “sottotitolo” del mio blog e’ “Una ricerca senza inizio e che, forse, mai avra’ fine. Far cessare il duello permanente tra Ego e anima, trovando l’equilibrio tra cio’ che si e’ e cio’ che bisogna apparire…” (lo vedete in alto a destra nel blog), questo breve post di Sherwood non poteva passarmi inosservato ;-). Infatti per poter realizzare, ammesso che sia possibile farlo fino in fondo, questa strada, bisogna necessariamente passare dalla comprensione di se’ stessi che questo post, mirabile per la sua capacità riassuntiva, enuncia. Complimenti a Sherwood che, pur non essendo per sua stessa ammissione un cultore di filosofie orientali, ha saputo sintetizzare questo pensiero in poche righe 🙂

Buon compleanno, Tom!! :)))))))

Tom2
E così il nostro Tom, domani, compie sei anni 😀 I suoi regali sono stati: una mazza da baseball e un ramo (ovviamente entrambe simulazioni in gomma). Devo dire che gli piacciono molto, eh! 😛 Soprattutto però, saremo per due giorni tutti per lui, questo è senz’altro il regalo che apprezza di più 😉

Tom3Ho cercato qualche foto che non avessi già messo, o perlomeno non di recente.

In alto Tom porta gli occhiali di Neo, il protagonista di Matrix, qui a sinistra invece è in versione Ewok, i piccoli simil-orsetti di Guerre Stellari 😀

Tomino è nato in Alto Adige, in un paesino vicino a Bolzano. Mi dicono che sua mamma è una matterella come lui, solo un po’ più piccina. Nel video che chiude il post, potete vederli assieme 😉

Qui a destra Tom in posa da “Re Leone”Tom1 🙂

Tom va d’accordo con i gatti, anzi lui vorrebbe anche giocarci, probabilmente è il fatto di essere cresciuto con un gatto 😐
Casomai sono i gatti che non si fidano troppo 😉

Invece non lega con gli altri cani: sopporta a malapena le femmine, ma i maschi, soprattutto se sono nel suo territorio (ovvero tutti i luoghi da cui passa più di un paio di volte :-D), non li può proprio vedere… ormai lo conoscono tutti nella nostra delegazione. “Iena” è uno dei nomignoli che gli sento attribuire più spesso 🙂

Tom4E dopo il bagnetto… Tomino si asciuga! 😛 Questa è la fase del bagno che gli piace di più, mentre riuscire a lavarlo è qualche volte un’impresa! 😀

Certo, Tom significa doversi alzare un po’ prima di quanto si potrebbe per portarlo a fare la passeggiata prima di andare al lavoro; poi, come i gatti d’altronde, bisogna portarlo dal veterinario, comprargli il cibo (non avete idea di quanto spendiamo per lui e i tre gatti :-o), scegliere posti dove può venire anche lui…

Ma quando poi si rientra a casa e lui manifesta tutta la sua gioia… bé, certamente ne vale davvero la pena 🙂

E adesso il video (di un paio di anni fa) di Tom e sua mamma Sally 😀

Aggiornamento del 5 Luglio: ecco Tom con uno dei suoi regali di compleanno, la mazza da baseball
Tom e mazzaCome sempre, vi ricordo che altre foto sono nell’album: Sissi, Julius, Tom e Numa