Un profeta giunse in una città per convertire i suoi abitanti. Al principio, le persone furono entusiasmate da ciò che udivano. Ma, a poco a poco, quella vita spirituale si dimostrò tanto difficile che gli uomini e le donne se ne allontanarono, finché non rimase neanche una sola anima ad ascoltare il profeta.
Un viandante, nel vedere il profeta che predicava da solo, gli domandò: “Perché continui a esaltare le virtù e a condannare i vizi? Non vedi che qui non ti ascolta nessuno?”.
“All’inizio, speravo di trasformare gli altri”, disse il profeta. “Ma se ancora oggi continuo a predicare, è solo per impedire che gli altri trasformino me”.
Commento di Wolfghost: spesso mi e’ capitato di ricevere complimenti per gli argomenti che propongo nel mio blog. Sono certo che alcune volte sono stati “complimenti di rito” (spero non troppo spesso :-D), in altri casi credo siano stati sinceri e penso che la ragione sia che i temi trattati coinvolgono un po’ tutti. Ci sono stati poi dei casi nei quali i complimenti sono andati, piu’ che agli argomenti trattati, alla persona che li aveva scritti, cioe’ io. Mi sembra banale e perfino scontato dire che io non sono ne voglio pormi come maestro nei confronti di nessuno, ma preferisco farlo prima che un giorno qualcuno se ne venga fuori dicendo che sono una persona ipocrita che “predica bene e razzola male”. Sono il primo a dire che le belle parole, finche’ non si vivono sulla propria pelle, finche’ non si portano nella vita di tutti i giorni, sono come i bei libri: una volta finito l’ultimo capitolo, si dice “ah si’! E’ stato proprio un bel libro”, e lo si ripone con tutti gli altri nel ripiano della propria libreria. Tempo poche settimane gran parte delle cose lette viene dimenticata, o quasi. Pur sapendo questo, io stesso non vivo tutto cio’ che riporto, magari ci riuscissi! 😛 Spesso lo scrivo perche’… ho bisogno di convincere me stesso, piu’ che convincere gli altri 😀
L’unica cosa di cui sono convinto e’ che cio’ che riporto vale almeno la pena di una riflessione, altrimenti avrei gia’ smesso da un pezzo. Sta pero’ ad ognuno decidere se le tracce proposte sono cosa buona per lui, e poi, eventualmente, provare a metterle in pratica, magari – anzi sicuramente – dopo averlo approfondite per proprio conto.
Scrivo spesso che molti di voi, pur avendo magari letto qualche specifico libro in meno, sono “piu’ avanti di me”, e guardate… lo credo veramente! 😉
Eccomi finalmente qua a parlare de “Il libro tibetano del vivere e del morire” di Sogyal Rinpoche. Anche se è un periodo in cui ho davvero poco tempo, ci tenevo a parlarne, prima che la freschezza del ricordo della lettura svanisse troppo 🙂
Questo libro finirà fisicamente in mezzo agli altri della libreria, con romanzi (pochi in verità), altri saggi e manuali, ma in realtà dovrebbe avere un posto tutto suo per l’importanza che riveste. Sogyal Rinpoche, un lama tibetano che vive ormai da decenni a cavallo tra Europa e America, ha impiegato anni a scriverlo ed è stato supportato da numerose altre autorità nel campo, come lo stesso Dalai Lama. Anche la stesura, la correzione e le traduzioni nelle varie lingue sono state preparate con grande cura e attenzione. Lo scopo di Sogyal Rinpoche era quello di arrivare a spiegare in una forma e un linguaggio comprensibili a noi occidentali, la teoria e la pratica (fondamentalmente contenute nel famoso “il libro tibetano dei morti”) che ognuno dovrebbe seguire al momento del trapasso e nella fase successiva; pratica e teoria che pero’ imprescindibilmente devono iniziare nella vita stessa, il prima possibile. Ecco perché il libro non parla solo del “morire” ma anche del “vivere”, perché le due cose sono indissolubilmente legate: nascosto nel vivere vi è già la strada per un buon morire (e per una buona rinascita), basta saperla riconoscere.
La morte per il Buddhismo è solo un passaggio, uno dei tanti a cui ciascuno è sottoposto. Questi passaggi sono chiamati “bardo”: ogni passaggio è un bardo. Caratteristica fondamentale dei bardo è che, seppure con “intensità” diversa, hanno fondamentalmente la medesima natura: in essi si puo’ intravvedere la vera natura della mente, immateriale e immortale. E i bardo sono in ogni nostro tempo: il più intenso è al momento della morte e nelle fasi immediatamente successive, ma un bardo si puo’ sperimentare attraverso la meditazione o la preghiera, ed anche spontaneamente, nel passaggio dallo stato di veglia a quello di sonno – uno stato del quale quasi mai siamo consapevoli – o addirittura nell’istante prima di ogni nostra parola o ogni nostro pensiero. E’ in ognuno di questi momenti che si puo’ percepire, grazie al silenzio del “chiacchiericcio mentale”, lo stato primordiale della nostra mente, in grado di rivelarci la nostra vera natura immortale.
Perché, direte voi, è così importante cogliere questi momenti? La morte tanto arriva comunque. E’ solo (si fa per dire) per evitare la paura della morte?
In realtà nel bardo del trapasso, che coinvolge anche i giorni successivi alla morte clinica, noi determineremo la nostra prossima rinascita o perfino l’assenza di una eventuale rinascita. Determineremo, sostanzialmente, se saremo in paradiso, all’inferno, o in uno stato intermedio, come un’altra vita terrena, anche se non necessariamente in forma umana. Grazie alla caratteristica comune dei bardo di rivelare la vera natura della mente, l’averne già fatto esperienza in precedenza ci aiuterà a superare brillantemente il bardo della morte, anche se superiore per intensità.
Sogyal Rinpoche narra di come, arrivando in occidente, fu sorpreso di notare che al progresso materiale non avesse trovato un corrispondente sviluppo della spiritualità e della compassione, che anzi erano quasi assenti. Tutto in occidente era mirato allo “star bene quando si sta bene”, mentre i malati e soprattutto i morenti erano lasciati a loro stessi: pochi di loro avevano la fortuna di avere sostegno morale e spirituale, medici, infermieri e parenti si limitavano per lo più ad un sostegno pratico, rivolto ad alleviare al massimo il dolore fisico. Il risultato è che i morenti si spegnevano nell’angoscia, nel tormento, determinando tra l’altro il fallimento di una buona rinascita.
Come non ammettere che in occidente si tende, finché è possibile, a rimuovere il pensiero della morte? Si cerca semplicemente di non pensarci. Il risultato pero’ è, secondo Sogyal Rinpoche, di arrivare assolutamente impreparati all’ultimo passaggio, nonostante Sogyal ammetta che anche le religioni occidentali, cristianesimo per primo, forniscano in teoria i mezzi per fare il medesimo percorso di preparazione del Buddhismo.
Di fatto Sogyal cerca, con questo libro, di fornire una metodologia di avvicinamento alla morte che passa attraverso un buon vivere, con indicazioni di sostegno per sé stessi, per i propri cari che si è chiamati ad assistere, per tutti. Una metodologia che puo’ e dovrebbe partire oggi, adesso, senza aspettare che sia troppo tardi.
Chi ha visto la paura, lo sgomento, negli occhi dei propri cari o di chiunque si sia avvicinato alla morte vivendola con terrore, sa che già solo la libertà dalla paura della morte ha un valore incalcolabile, che nessuna ricchezza al mondo puo’ valere. Il libro di Sogyal Rinpoche cerca di colmare la lacuna dell’insegnamento di come evitare il più possibile tale paura, cercando serenità e pace perfino in quei terribili ultimi momenti. Ma, fatto questo, va anche oltre, cercando di indicare la strada per una buona rinascita.
Come previsto, il post precedente ha sollevato diversi dubbi a proposito dell’interpretazione della parola “adattamento” che è spesso stata percepita come sinonimo di “resa incondizionata” di fronte ad un sopruso che si sta subendo, quando invece ci si dovrebbe ribellare con rabbia. Uso ancora una volta il buon Coelho per meglio chiarire cosa intendo io per adattabilità ed accettazione. L’esempio è estremo, è vero, ma rendere un’idea è più facile con un’estremizzazione, dopodiché bisogna riportare il concetto alla nostra vita di tutti i giorni. Se è possibile infatti riuscire a dormire in una situazione drammatica come quella riportata, perché non dovremmo riuscirci anche nelle nostre vite e nei nostri drammi? Da un punto di vista logico non fa una piega, poi si sa… tra il dire e il fare…
RISPARMIANDO L’ENERGIA CHE RESTA
di Paulo Coelho
Due rabbini tentano, in tutte le maniere, di portare conforto spirituale agli ebrei nella Germania nazista. Per due anni, anche se con una paura terribile, ingannano la Gestapo – la temibile polizia di Adolf Hilter – e svolgono le funzioni religiose in varie comunità.
Alla fine vengono scoperti e arrestati. Uno dei rabbini, terrorizzato per ciò che può accadere nel futuro, non fa che pregare. L’altro, al contrario, passa l’intera giornata a dormire.
“Perché vi comportate così?”, domanda il rabbino spaventato.
“Per salvaguardare le mie forze. So che d’ora in avanti ne avrò bisogno”.
“Ma non avete paura? Non sapete che cosa può succedere?”.
“Ero in preda al panico fino al momento dell’arresto. Ora che mi trovo in questa cella, a che cosa serve temere ciò che è già successo? Il tempo della paura è finito. Ora comincia il tempo della speranza”.
Le vacanze stanno rapidamente passando. Quest’anno ho preso tre settimane a Luglio anziché il classico Agosto. Purtroppo il tempo non è proprio ideale per i nostri hobby estivi preferiti, speriamo che almeno l’ultima settimana sia un po’ più stabile e migliore 😦 Il mio rientro coinciderà con un nuovo lavoro in azienda, inevitabilmente con una fase molto pesante di apprendimento. Cercherò comunque di ritagliarmi un poco di spazio per continuare questo blog 🙂 A proposito, ho quasi finito il libro che sto leggendo da tempo, d’altronde è un libro che va centellinato, non puo’ essere letto in fretta. Credo che il prossimo post sarà ad esso dedicato 😉 Per il momento mi rifaccio al buon vecchio Coelho, con un brevissimo testo che, come spesso mi accade, condivido in pieno…
IL SAGGIO SA SFRUTTARE LE CIRCOSTANZE INEVITABILI
di Paulo Coelho
Marizete Lourenço racconta che un contadino vinse tre cani. Felice, li legò dietro il carro dei buoi e decise di portarli nella fattoria dove viveva.
Il primo cane veniva tirato a forza; si mordeva la coda, cadeva, si trascinava per terra. Il secondo si rassegnò e seguì il carro di buoi. Il terzo, invece, saltò sul carro, decise di dormire e arrivò a destinazione riposato.
“Quando resistere è inutile, la cosa migliore è adattarsi”, dice Marizete. “Il più saggio è sempre colui che riesce a trarre profitto dalle circostanze inevitabili e a fare in modo che esse giochino a proprio favore”.
Commento di Wolfghost: sappiamo bene che non sempre sembra possibile adattarsi alle circostanze in modo da farle giocare a proprio favore, soprattutto in senso materiale. A chi subisce un grave lutto, perde la salute, subisce un tracollo economico tale da renderlo impossibilitato a sostentare la propria famiglia, si ha un bel dire “adattati e vedine gli aspetti positivi”, anzi queste sono parole che possono suonare offensive, soprattutto se dette con apparente leggerezza. Eppure il principio è sempre valido: se sono avvenimenti che non possono essere evitati, possiamo almeno scegliere come reagire ad essi, e se non possiamo cambiare materialmente le cose, possiamo almeno cambiare il nostro stato d’animo riguardo ad esse ed alla nostra vita. Questo è qualcosa che niente e nessuno puo’ portarci via, se noi non lo vogliamo. Abbiamo esempi di persone che hanno continuato ad imparare ed essere serene perfino negli ultimi giorni della loro vita, perfino quando non c’erano più speranze di ribaltare la situazione nella quale si trovavano. Il nostro stato d’animo è molto importante, molto di più di quanto normalmente pensiamo. Cosa cerchiamo nella vita che alla fine non sia uno stato d’animo positivo? Davvero vogliamo i soldi, l’agiatezza, il successo, perfino la salute e l’amore, di per sé? O li vogliamo per lo stato d’animo che pensiamo ci procureranno? Come mai ci sono persone che vivono felici nelle difficoltà e perfino morendo in giovane età, ed altre che anche arrivando a cent’anni e con un bel conto in banca non sono mai state veramente contente? La partita si svolge nella nostra testa molto di più di quanto pensiamo, e nella nostra testa siamo noi a comandare. Ecco perché trovo valore nel breve testo di Coelho e Marizete: non possiamo rovesciare ogni evento, ma ad ogni evento possiamo sempre scegliere come reagire, almeno dentro di noi. E quello “almeno”, alla fine, è tutto.
E’ tempo di rispolverare un attimo la buona lista degli aforismi che preferisco, tutti conditi da qualche amena foto dei nostri animalotti casalinghi 🙂
1. Sono più le persone disposte a morire
per degli ideali, che quelle
disposte a vivere per essi.
(Hermann Hesse)
2. Quando vedi un affare di successo vuol dire che qualcuno
ha preso una decisione coraggiosa.
(Peter Drucker)
3. Quando con certe persone
si è fatto il possibile per conquistarle,
se la cosa non riesce
c’e’ ancora una risorsa:
non far più nulla.
(Jean de la Bruyere)
4. E’ difficile acchiappare un gatto nero in una stanza buia.
Soprattutto, quando… non c’e’.
(antico proverbio cinese)
5. La perseveranza
è il duro lavoro che fai
dopo che ti sei stancato
del duro lavoro
che hai fatto.
(Gingrich Newt)
6. Chi ha paura muore tutti i giorni,
chi non ne ha muore una volta sola.
(Paolo Borsellino)
7. Nessun vento è favorevole
per chi non sa dove andare,
ma per noi che sappiamo,
anche la brezza sarà preziosa.
(R.M.Rilke)
8. I fatti sono la cosa più testarda del mondo.
(Michail Bulgakov)
9. Chi domina in virtù
del proprio essere è
simile alla stella polare,
che è ferma al suo posto,
e tutte le altre stelle
le ruotano attorno.
(Confucio)
10. Le persone viaggiano
per stupirsi delle montagne,
dei fiumi, delle stelle e passano
accanto a se stesse
senza meravigliarsi!
(S. Agostino)
… e finiamo con il solito concorso “Trova il Tomino!” 😀
Era sera ormai. Le forze di Grab erano ridotte al lumicino, sentiva che la morte stava arrivando. Gli uffici si erano svuotati, i negozi chiusi, passanti e auto erano adesso rari. Le luci dei lampioni si stavano lentamente illuminando affiancandosi a quella del cartello luminoso di un negozio che indicava temperatura e data: il 13 di Luglio.
Gli occhi lucidi di Grab puntarono all’altro capo della strada: c’era un marciapiede, e poi, oltre una ringhiera, il dirupo che dava sul mare.
Provò a muoversi. Era così stanco che non sentiva nemmeno più il dolore. Con una fatica immensa ed una lentezza esasperante si trascinò per il marciapiede e poi giù in strada. Vide arrivare un auto. Sapeva che non avrebbe potuto evitarla, quindi restò immobile, in attesa… ma l’auto gli passò solo vicino, poté sentirne lo spostamento d’aria che, in quella giornata ancora afosa, gli fece perfino piacere dandogli un pizzico di energia in più. Ricominciò a trascinarsi verso il marciapiede opposto, conscio che forse non sarebbe riuscito a salirci sopra. Forse sarebbe morto lì, accanto a quel marciapiede.
Poi udì un verso alle sua spalle. Trasalì: aveva imparato a riconoscere quel verso, era quello di un gatto che aveva puntato la preda. Ormai doveva giocarsi il tutto per tutto. Con uno sforzo terribile e l’azione congiunta di zampe, ala buona e perfino del muso, riuscì a salire sul marciapiede. Il gatto stava arrivando di corsa ma nella mente di Grab esisteva adesso solo il cielo oltre la ringhiera.
Un attimo prima che il gatto fosse su di lui, Grab scavalcò il metallo, e si lascio cadere nel vuoto.
Allargò le ali come poteva, non ascoltando il dolore di quella rotta e ritraendo un po’ quella buona per evitare di iniziare a roteare su sé stesso…
… stava volando!! Non importava se era l’ultima, volava, ancora una volta!
Era il 28 Luglio. Susan Brennan aveva coronato il sogno di una vita: mettere al mondo un bambino! Per anni lei e suo marito ci avevano provato ma sembrava non ci fossero speranze. Poi, quando ormai si erano arresi, lei si era scoperta incinta. Sapeva che sarebbe stata una maternità a rischio ma non le importava e decise che per nulla al mondo avrebbe rinunciato. Il marito, al suo fianco, l’aveva appoggiata con amore, seppure conscio del serio rischio che avrebbe corso non solo il piccolo, ma anche lei stessa.
L’infermiera entrò nella stanza e le mostrò il bimbo. Susan si mise a piangere dalla felicità.
Poi entrò il dottore.
“Susan, purtroppo c’è stato un inconveniente che non siamo stati in grado di prevedere ne’ di evitare… Suo figlio ha una lesione alla spalla sinistra, probabilmente non avrà l’uso completo del braccio.”
Susan non sembrò troppo colpita dalla notizia, in fondo era stata decisa a rischiare ben di più pur di far nascere il suo bambino.
Chiese solo “Ma… sarà in grado di pilotare un velivolo?”
Medico e infermiera si squadrarono, evidentemente spiazzati dalla strana domanda.
“Ah… certo… Certo! Non è una lesione grave, con ogni probabilità sarà solo impossibilitato ad alzare completamente il braccio sopra la testa… tutto qua!” rispose il dottore con un sorriso.
“Sa, quando ero incinta e mi avvisarono che avrei potuto perdere il bambino, mi rivolsi ad una maga e lei mi disse << Nascerà. E avrà la passione per il volo … >>”.
L’ala rotta doleva terribilmente, non solo non poteva riprendere il volo ma, dovendola trascinare sull’asfalto, faceva anche fatica a spostarsi sulle zampe.
Improvvisamente ebbe un sussulto: aveva riconosciuto il suono delle voci di quei ragazzi che inspiegabilmente ce l’avevano con lui…
“Eccolo! Ve l’ho detto che l’avevo beccato!”
Grab cerco’ per un attimo di allontanarsi ma si rese subito conto che le sue condizioni non gli avrebbero permesso di fare più di qualche metro: non ce l’avrebbe mai fatta, in luogo aperto si sarebbe anzi ritrovato alla mercé dei suoi aguzzini…
Si schiaccio’ ancora di più nel suo angolino e, per proteggerla, volse la testolina verso il basso. Qualcosa lo colpì violentemente all’ala già ferita, Grab sobbalzò, sopraffatto dal dolore.
“Sei nostro adesso! Non ci scappi più!” gridavano i ragazzi raccogliendo altri sassi.
“Giovanni!! Ancora con quel piccione? Quante volte ti ho detto che devi lasciarli perdere!”, la madre di uno dei ragazzi era intervenuta e, tirandolo per un braccio, lo stava portando via. Anche gli altri ragazzi si erano allontanati.
Grab tirò un sospiro di sollievo e sentì una profonda riconoscenza verso quella donna: anche se non capiva cosa stesse dicendo, aveva certamente un’anima benevola…
“Che schifo! Ti ho detto mille volte che devi stare lontano da queste bestie! Non lo sai portano le malattie? Ma perché non li sterminano tutti una buona volta!”.
Grab divenne in breve il più coraggioso dei piccioni del quartiere. Quanto adorava volare! Ma non era solo per il piacere del volo, gli piaceva quella possibilità di muoversi liberamente, di andare là dove la curiosità lo spingeva. Ad esempio amava planare nel parco, dove trovava sempre qualche briciola che una amabile signora lanciava a lui e ad altri piccioni. Certo, doveva mangiare in fretta, c’erano sempre i gatti pronti a cercare l’assalto, ma ormai – nutriti anche loro abbondantemente – erano troppo grassi e lenti per riuscire ad essere realmente pericolosi. Non ce l’aveva con loro, anzi capiva che agivano per un istinto nato dal bisogno di sopravvivere, dalla necessità… e meno male che portavano loro il cibo, altrimenti quegli sciocchi avrebbero potuto morir di fame tanto goffi erano diventati! In fondo quasi si divertiva a sfidarli e sospettava che anche loro si divertissero alle sue gesta.
Una volta vide la signora piangere su una panchina lì vicino. Accanto a lei ce n’era un’altra che la stava ascoltando e confortando. Grab, senza rendersene conto, si era avvicinato a passetti piccoli piccoli. Si era affezionato a quella signora così buona e gli dispiaceva vederla così anche se non capiva perché stesse piangendo…
Lei si accorse del piccione, e un flebile sorriso le rischiarò il volto.
“Guarda… sembra che capisca…”
“Ma va’! Dai, non essere sciocca. Vorrà solo qualche altra briciola.” Aveva sentenziato l’altra.
Quella fu l’ultima volta che Grab vide la sua amica umana. Tornò lì incessantemente ogni mattina sperando di rivederla, anche quando ormai tutti gli altri piccioni avevano cambiato zona in cerca di altre fonti di cibo. A poco a poco la sensazione che qualcosa di brutto le fosse accaduto si fece spazio in lui, ma non voleva arrendersi. Aveva compreso che in fondo anche quelle creature così strane e a volte pericolose, erano deboli e vulnerabili come lui, gli altri piccioni e i gatti.
Che la loro apparente cattiveria nascesse proprio dalla sofferenza che anche essi provavano?
Poi, un pomeriggio di una calda estate, proprio mentre stava tornando in volo dal parco, triste per non aver ritrovato la sua amica nemmeno quel giorno, quel dolore lancinante e improvviso all’ala, la caduta rovinosa sul duro asfalto di un marciapiede e il ricovero d’emergenza sulla porta del negozio…
Grab si guardava attorno visibilmente spaventato. Era evidente che l’uscio del negozio – per fortuna chiuso – nel quale si era con fatica rifugiato non gli sarebbe stato di protezione a lungo. Il posto era di gran passaggio ed ogni volta che provava ad allungare il collo per vedere se era il momento di moversi, vedeva qualcuna di quelle grandi e temibili creature passare con rapida falcata mostrando indifferenza o, addirittura, un evidente fastidio e repulsione di cui lui non capiva il motivo… E’ vero, aveva l’ala sinistra spezzata, ma davvero era così brutto a vedersi?
Così, d’istinto, si schiacciava contro la saracinesca cercando di farsi il più piccolo possibile. Nessuno lo aiutava, ma almeno lo lasciavano in pace. Pero’ iniziava ad avere fame… quanto avrebbe resistito?
Grab era stato l’ultimo ad uscire dal guscio, il fratellino era stato molto più rapido, tuttavia lui si era dimostrato subito più curioso e, non appena in grado di zampettare, aveva iniziato a perlustrare i dintorni del nido, trovandoli presto troppo angusti e noiosi.
I piccioni crescono in fretta, dopo un solo mese sono già pronti a spiccare il volo. Grab pero’ bruciava le tappe e dopo solo venti giorni già faceva i primi tentativi. Ispirato da quanto vedeva fare a mamma e papà non vedeva l’ora di poter librarsi in volo sopra il mondo e vederlo così tutto dall’alto!
Era un mondo rumoroso quello in cui era nato, pieno di strani suoni e di voci che a volte gli trasmettevano serenità ma più spesso, assomigliando a lamenti disperati o grida rabbiose, gli incutivano timore. Sua mamma gli aveva spiegato che provenivano da esseri viventi chiamati uomini, e che era meglio stare alla larga da loro perché solo da pochi venivano accettati e ricevevano qualche briciola di cibo, mentre gli altri erano cattivi e presuntuosi e vedevano i piccioni come sgradevoli esseri da allontanare. Ma a lui non sembrava possibile che potesse davvero essere così: c’è sempre un motivo per cui qualcuno si comporta male con qualcun altro, ci deve essere! Quelle creature anzi lo affascinavano e incuriosivano. Dai racconti che sentiva su di essi si era fatta l’idea di una sorta di creature mitologiche, semi-dei che potevano fare cose mirabolanti… eppure che erano sempre inquieti; capaci, ma sempre insoddisfatti e tristi. Non vedeva l’ora di conoscere anche loro e capire il perché di quella apparente contraddizione.
Ho in mente di tornare ai brevi racconti (non che ne abbia scritti tanti in passato, solo qualcuno che potete trovare nella lista dei "Titoli argomenti" sotto "Racconti"), tuttavia oggi non ho il tempo necessario 😦
Cosi', voglio raccontarvi invece un episodio di vita che capito' a Richard Bach, il famoso scrittore americano autore di diversi bestseller, tra gli altri il famosissimo "Il gabbiano Jonathan Livingston" 🙂
Vado a memoria; Richard, se mai passasse di qua :-D, correggera' sicuramente eventuali errori 😛
Dovete sapere che Bach lavorava per una granze azienda aerospaziale statunitense ma aveva da sempre il desiderio di divenire scrittore. Dopo innumerevoli ripensamenti decise ad un certo punto di seguire il suo sogno e, nonostante lo scetticismo – e probabilmente una certa ironia – dei suoi colleghi che lo esortavano a restare in quella grande azienda piuttosto che buttarsi in qualcosa dall'esito piu' che incerto, si licenzio'.
Tutti sappiamo che i fatti gli diedero ragione: il tempo dedicato interamente alla sua passione, la scrittura, porto' buoni frutti e lui divenne uno scrittore di successo.
Anni dopo, trovandosi per caso nella zona dove sorgeva la struttura dell'azienda per cui aveva lavorato, decise di fare un salto a trovare i suoi ex colleghi, convinto che avrebbe fatto loro piacere rivederlo 🙂
Grande fu la sua sorpresa nel trovare il posto deserto, il cancello chiuso da catena e lucchetto: il posto era stato dismesso, i dipendenti licenziati.
Non sempre va cosi', e certamente pochi di noi sono come Richard Bach. Tuttavia questo breve racconto dimostra, come tanti altri di cui probabilmente anche voi potreste portare esempi, che a volte sacrificare i propri sogni in nome di una presunta sicurezza non e' una scelta saggia.
Amo citare, per l'equilibrio che dimostra, un aforisma del compianto pilota di formula uno Ayrton Senna: Se una persona non ha più sogni, non ha più alcuna ragione di vivere. Sognare è necessario, anche se nel sogno va intravista la realtà.
Per me è uno dei principi fondamentali.
Nell'immagine, il sogno di Tom (in basso a sinistra): essere a spasso in mezzo alla Natura 😉
L’amica Happysummer mi ha dato l’opportunita’ nel corso dei commenti al post precedente di parlare un po’ di intuito e delle altre “voci” che affollano la nostra mente 🙂
Vi sarete certamente imbattuti in qualcuno che afferma che la voce dell’intuito e’ infallibile e che andrebbe sempre seguita; eppure molti tra noi – seguendo “suggerimenti interni” – hanno preso cantonate anche clamorose 😐
Dov’e’ l’inghippo? Non e’ vero che l’intuito e’ infallibile o siamo noi a fare confusione? 😐
Vediamo prima di tutto cosa l’intuito e’ e cosa non dovrebbe essere. Basta fare una breve ricerca su Google per capire che nessuno puo’ dire di sapere con certezza cosa l’intuito e’, infatti di esso si sono tentate spiegazioni sia logico-scientifiche che metafisiche e paranormali. A mio avviso il problema e’ che semplicemente la scienza non ne sa ancora abbastanza, e un giorno le due ipotesi collimeranno 😛
Comunque per il momento faremo quindi meglio a prendere per buona la semplice affermazione del Wikizionario “concetto astratto che indica la facoltà di comprendere con immediatezza“, dove non viene espressa alcuna ipotesi sull’origine dell’intuito.
L’intuito è qualcosa che, da qualunque parte provenga, si basa su una profonda conoscenza inconscia dell’oggetto del problema che sgorga all’improvviso alla superficie dandoci la sensazione “dell’illuminazione”. Se tale conoscenza sia effettivamente dovuta ad una elaborazione inconscia dei dati raccolti o di… altra provenienza, poco importa, seppure il quesito abbia indubbiamente il suo fascino 🙂
Dobbiamo pero’ riconoscere che nella nostra mente non gira solo la voce di queste “illuminazioni”, ma anche tante altre di origine diversa, in particolare quelle dovute alle nostre paure ed ai nostri desideri.
Quando qualcosa arriva ad ossessionarci, i pensieri che lo riguardano iniziano a “vivere di vita propria”, ovvero ad autoalimentarsi in una catena irrefrenabile e vorticosa. In buona sostanza… non li controlliamo piu’ 😉 Il turbinio di emozioni che tali pensieri generano ci porta a caricare molto il significato, la valenza, di questi “messaggi” che, invece di essere visti per la vera natura che essi hanno – ovvero il prodotto quasi casuale di ragionamenti impazziti e dunque di scarso valore, diventano apportatori di verita’ assolute, che siano visioni da sogno al quale aggrapparci tenacemente e seguire ciecamente e acriticamente oppure tetri messaggi di prossima e ineluttabile sventura 😀
Bene, e’ chiaro che tali messaggi non hanno nulla a che fare con l’intuito, ma noi li prendiamo spesso e volentieri per esso, a volte perché vorremmo che lo fossero, altre volte perché ottenebrati dalla paura 😐
E’ fondamentale imparare a riconoscere la differenza, o, almeno – al di la’ di stabilire se davvero l’intuito autentico e’ infallibile – a tenere in considerazione la sua esistenza, cosi’ da mediare l’importanza dei messaggi che “riceviamo” con un pizzico di sana logica e buon senso 😉