Non siamo indistruttibili

La mia vita, come quella della maggior parte di noi, ha avuto alti e bassi. Anzi in questi ultimi anni non posso lamentarmi, grazie in particolare ad una importante decisione che ebbi il coraggio di prendere ed all’incontro con quella che oggi e’ la mia amatissima moglie  🙂 Tuttavia la percezione della caducita’ della vita, di noi tutti, di ogni cosa che c’e’ al mondo, e’ sempre piu’ presente in me.
Impermanenza la chiamano i buddisti.
E’ una percezione che piu’ o meno ho avuto da sempre, fin da bambino, ma certo quando fai un po’ di strada e inizi a imbatterti nei tuoi lutti – alcuni forse inaspettati e imprevedibili, e per questo ancora piu’ dolorosi – o quando fai caso a quante persone sono cadute e stanno cadendo attorno a te anche in eta’ nelle quali si dovrebbe solo essere spensierati… diventa piu’ difficile eludere.
C’e’ chi riesce – almeno apparentemente – a non pensarci, rifuggendo da ogni discorso sull’argomento, arroccandosi nella propria torre fatta di voluta inconsapevolezza… E se funziona, be’… ben venga per loro, e non lo dico con ironia. Personalmente pero’ e’ una strada che non riesco piu’ a seguire, sempre che l’abbia mai fatto. Al massimo riesco ad avere brevi periodi di “ingenuo ottimismo”, dove mi capita di pensare ad una lunga e serena vita per me, i miei cari, i miei animalotti tutti; poi basta una nuova notizia (e come sfuggire alle notizie nell’era della comunicazione?), un nuovo malanno proprio o altrui, perche’ spettri fin troppo reali tornino a manifestarsi in tutta la loro concretezza.

Non siamo indistruttibili, non esiste cosa o persona al mondo che non ce lo ricordi. Ed allora l’unica strada appare quella di una accettazione il piu’ serena possibile. Non una accettazione di facciata, ma reale, fatta di sana consapevolezza del proprio ineluttabile destino. Per questo, in particolare in questi ultimi anni, come ben sapete voi (ormai pochi :-P) lettori del mio blog, mi sono avvicinato al buddhismo tibetano: per trovare in esso conforto ma, soprattutto, la forza per operare il miracolo (perche’ lo e’ di fatto) della serena accettazione.
A dirla tutta, non sono affatto convinto della storia della reincarnazione, del Nirvana e cosi’ via, anche se forse sono un poco piu’ possibilista, ma ho una piccola apertura, una sensazione, che per arrivare alla serena accettazione la credenza in esse non sia indispensabile. Lo stesso Dalai Lama una volta disse, a proposito della necessita’ di non fuggire dalla realta’, che se un domani la scienza dimostrasse scientificamente che la reincarnazione non esiste, non avrebbe senso rimanere arroccati su posizioni che sarebbero a quel punto anacronistiche, eppure cio’ non decreterebbe la fine del Buddhismo, essendo il suo fine la liberazione dalla sofferenza, piu’ che la rinascita in un supposto eden.
Al momento una cosa mi pare ragionevolmente verosimile: ogni dolore, ogni sofferenza, e’ enormemente acuita dalla sua componente psichica. Mentre per i dolori fisici la scienza ha fatto grandi progressi, per preoccupazione, paura e angoscia, poco ha potuto e puo’ fare. Per molte persone sapere di dover morire significa morire due volte. Tuttavia, a chi ha avuto modo di sondare i propri stati d’animo osservandoli attentamente, appare indubbio che essi siano di natura esclusivamente mentale e, dunque, potenzialmente controllabili.
Dopo aver avuto un approccio – ancora troppo superficiale, sia chiaro – con il buddhismo e le tecniche di meditazione, e’ mia sensazione che tutti questi disagi psichici possano essere eliminati. Anzi piu’ che una sensazione la mia e’ una convinzione. Certamente non e’ affatto facile. Certamente non e’ una cosa che si possa inventare sul momento, anche se la reazione a eventi inaspettati e devastanti e’ sempre individuale e a volte sorprendente, permettendo di trovare una forza e una tranquillita’ che non si immaginava di possedere. Per questo i buddhisti dicono che bene sarebbe prendere confidenza per tempo con i metodi di controllo della propria mente, metodi che passano con la presa di coscienza di come essa funziona. Perche’ altrimenti certi passaggi potranno difficilmente essere tenuti sotto controllo. E se morire si deve tutti, morire due volte sarebbe un peccato.

Come chiusura del post ho scelto una vecchia canzone di tal Robert Tepper, “No easy way out” (non e’ facile uscirne fuori), che in uno dei film della saga di “Rocky” cantava appunto “Non siamo indistruttibili, e’ bene che lo capisci bene; penso sia incredibile come si lasci tutto nelle mani del caso”. Incidentalmente, le immagini sono una dedica a Sylvester Stallone, mito degli anni ’80, ma anche quelle in fondo servono perche’ segno del tempo e della condizione umana che inesorabilmente passa: oggi anche uno che, a chi e’ cresciuto con i suoi film, sembrava allora intramontabile, fa un po’ di tenerezza…

Un altro monito in fondo della caducita’ della vita e di ogni cosa.

Equilibrio, la via di mezzo

Secondo la tradizione, il Buddha storico (Sakyamuni) cerco’ di trovare l’illuminazione divenendo un asceta, ovvero rinunciando a tutto e sottoponendo il proprio corpo ad un regime di vita sufficiente a malapena per sopravvivere. Dopo diversi anni colse una conversazione proveniente da una barca che transitava nel fiume vicino all’albero dove lui era seduto. Si trattava di un maestro di musica che spiegava al suo interlocutore come preparare il suo strumento: “Se tendi la corda oltremisura si spezzerà, se la lasci troppo lenta non suonerà”. Basto’ questa frase per fargli capire che stava sbagliando: se il suo corpo fosse diventato troppo debole, a causa delle privazioni autoimposte, non sarebbe riuscito a raggiungere il suo obiettivo, e lo stesso sarebbe successo se l’avesse lasciato senza controllo. Questo fu un passo importante nella sua strada verso l’illuminazione.
Questo è un ottimo consiglio 🙂 Anche noi dovremmo cercare, nel nostro piccolo e poco importa se siamo o meno buddhisti, di evitare gli eccessi in ogni cosa che facciamo o addirittura pensiamo. Ad esempio sappiamo benissimo che lavorare troppo senza pause, così come lavorare poco, da meno frutti che lavorare il giusto, concedendosi un corretto tempo di riposo. Anche per il cibo è così: troppo o troppo poco sono entrambi dannosi. Perfino per la nostra mente è così: farla lavorare troppo ci porta ad ossessioni,
paure e esaurimento; farla lavorare poco non ci porterà dove vogliamo andare 😐

P.S.: per la cronaca, i primi cinque discepoli del Buddha, ritratti nel dipinto qua sotto, non capendolo, si sentirono traditi dal suo cambio di rotta e lo abbandonarono. Anche questo in fondo è un insegnamento: a volte chi abbiamo attorno puo’ non capire i nostri comportamenti e le spiegazioni che lo accompagnano, ma se pensiamo di essere sulla strada giusta, almeno per noi, dovremmo continuare a percorrerla.

buddha

Vivere e morire – Il libro tibetano del vivere e del morire

il libro tibetano del vivere e del morire Eccomi finalmente qua a parlare de “Il libro tibetano del vivere e del morire” di Sogyal Rinpoche. Anche se è un periodo in cui ho davvero poco tempo, ci tenevo a parlarne, prima che la freschezza del ricordo della lettura svanisse troppo 🙂
Questo libro finirà fisicamente in mezzo agli altri della libreria, con romanzi (pochi in verità), altri saggi e manuali, ma in realtà dovrebbe avere un posto tutto suo per l’importanza che riveste. Sogyal Rinpoche, un lama tibetano che vive ormai da decenni a cavallo tra Europa e America, ha impiegato anni a scriverlo ed è stato supportato da numerose altre autorità nel campo, come lo stesso Dalai Lama. Anche la stesura, la correzione e le traduzioni nelle varie lingue sono state preparate con grande cura e attenzione. Lo scopo di Sogyal Rinpoche era quello di arrivare a spiegare in una forma e un linguaggio comprensibili a noi occidentali, la teoria e la pratica (fondamentalmente contenute nel famoso “il libro tibetano dei morti”) che ognuno dovrebbe seguire al momento del trapasso e nella fase successiva; pratica e teoria che pero’ imprescindibilmente devono iniziare nella vita stessa, il prima possibile. Ecco perché il libro non parla solo del “morire” ma anche del “vivere”, perché le due cose sono indissolubilmente legate: nascosto nel vivere vi è già la strada per un buon morire (e per una buona rinascita), basta saperla riconoscere.
La morte per il Buddhismo è solo un passaggio, uno dei tanti a cui ciascuno è sottoposto. Questi passaggi sono chiamati “bardo”: ogni passaggio è un bardo. Caratteristica fondamentale dei bardo è che, seppure con “intensità” diversa, hanno fondamentalmente la medesima natura: in essi si puo’ intravvedere la vera natura della mente, immateriale e immortale. E i bardo sono in ogni nostro tempo: il più intenso è al momento della morte e nelle fasi immediatamente successive, ma un bardo si puo’ sperimentare attraverso la meditazione o la preghiera, ed anche spontaneamente, nel passaggio dallo stato di veglia a quello di sonno – uno stato del quale quasi mai siamo consapevoli – o addirittura nell’istante prima di ogni nostra parola o ogni nostro pensiero. E’ in ognuno di questi momenti che si puo’ percepire, grazie al silenzio del “chiacchiericcio mentale”, lo stato primordiale della nostra mente, in grado di rivelarci la nostra vera natura immortale.
Perché, direte voi, è così importante cogliere questi momenti? La morte tanto arriva comunque. E’ solo (si fa per dire) per evitare la paura della morte?
In realtà nel bardo del trapasso, che coinvolge anche i giorni successivi alla morte clinica, noi determineremo la nostra prossima rinascita o perfino l’assenza di una eventuale rinascita. Determineremo, sostanzialmente, se saremo in paradiso, all’inferno, o in uno stato intermedio, come un’altra vita terrena, anche se non necessariamente in forma umana. Grazie alla caratteristica comune dei bardo di rivelare la vera natura della mente, l’averne già fatto esperienza in precedenza ci aiuterà a superare brillantemente il bardo della morte, anche se superiore per intensità.
Sogyal Rinpoche narra di come, arrivando in occidente, fu sorpreso di notare che al progresso materiale non avesse trovato un corrispondente sviluppo della spiritualità e della compassione, che anzi erano quasi assenti. Tutto in occidente era mirato allo “star bene quando si sta bene”, mentre i malati e soprattutto i morenti erano lasciati a loro stessi: pochi di loro avevano la fortuna di avere sostegno morale e spirituale, medici, infermieri e parenti si limitavano per lo più ad un sostegno pratico, rivolto ad alleviare al massimo il dolore fisico. Il risultato è che i morenti si spegnevano nell’angoscia, nel tormento, determinando tra l’altro il fallimento di una buona rinascita.
Come non ammettere che in occidente si tende, finché è possibile, a rimuovere il pensiero della morte? Si cerca semplicemente di non pensarci. Il risultato pero’ è, secondo Sogyal Rinpoche, di arrivare assolutamente impreparati all’ultimo passaggio, nonostante Sogyal ammetta che anche le religioni occidentali, cristianesimo per primo, forniscano in teoria i mezzi per fare il medesimo percorso di preparazione del Buddhismo.
Di fatto Sogyal cerca, con questo libro, di fornire una metodologia di avvicinamento alla morte che passa attraverso un buon vivere, con indicazioni di sostegno per sé stessi, per i propri cari che si è chiamati ad assistere, per tutti. Una metodologia che puo’ e dovrebbe partire oggi, adesso, senza aspettare che sia troppo tardi.
Chi ha visto la paura, lo sgomento, negli occhi dei propri cari o di chiunque si sia avvicinato alla morte vivendola con terrore, sa che già solo la libertà dalla paura della morte ha un valore incalcolabile, che nessuna ricchezza al mondo puo’ valere. Il libro di Sogyal Rinpoche cerca di colmare la lacuna dell’insegnamento di come evitare il più possibile tale paura, cercando serenità e pace perfino in quei terribili ultimi momenti. Ma, fatto questo, va anche oltre, cercando di indicare la strada per una buona rinascita.

Ovviamente consigliato a tutti 🙂

Incontro col maestro Ghesce Dondup Tsering

In attesa di tornare all’Istituto Lama Tzong Khapa di Pomaia, il piu’ importante centro buddhista tibetano in Italia ed uno dei piu’ importanti nel mondo, dal quale manco da ormai una dozzina d’anni, ho visitato assieme a mia moglie (e Tom, che pero’ almeno durante il colloquio e’ dovuto restare in macchina… peccato visto le antiche origini tibetane della sua razza :-D) il centro di meditazione Kushi Ling, ad Arco, non distante da Riva del Garda (“non distante” in termini chilometrici, in termini temporali d’estate ci puo’ volere anche parecchio :-|) . Il “Lama residente” e’ il maestro Ghesce Dondup Tsering; potete leggere la sua storia qua: http://www.kushi-ling.com/lehrer-i.asp
Ghesce Dondup ha accettato con nostra grande contentezza di riceverci e rispondere a qualche domanda. Purtroppo, a causa di un contrattempo dovuto al traffico (probabilmente un incidente), siamo arrivati tardi e il traduttore (tibetano – italiano) e’ dovuto andare via. Niente di grave: entrambi parliamo inglese, ma i… termini tecnici sono spesso ostici da essere tradotti! 😀
Al di la’ di alcune risposte e spiegazioni, la cosa che mi ha fatto piu’ piacere e’ stata la sensazione di parlare con qualcuno… convinto di cio’ che dice, non importa quanto grande e importante sia il tema trattato. Cosa voglio dire? Che un conto e’ imparare una lezione a memoria (e vi assicuro che questi ne hanno di studi alle spalle, almeno equivalenti alle nostre universita’, per non parlare della pratica), un’altra e’… sapere che le cose stanno semplicemente cosi’. La differenza e’ palese per chi ascolta: ci si sente raccontare di argomenti come la vita, la morte, l’aldila’, con la stessa semplicita’ con la quale si parla di cosa c’e’ stasera in TV 🙂 Non c’e’ qualcuno che cerca di impressionarvi, ne’ di soddisfarvi raccontandovi cio’ che volete sentirvi dire, ma qualcuno che racconta cio’ che semplicemente crede esser palesemente vero, quindi non c’e’ alcun bisogno di enfasi.
Certamente non c’e’ bisogno di andare in un centro buddhista ne’ in un monastero cristiano per trovare testimonianze di credo e fede in temi anche molto alti, potreste trovarle nel vostro vicino di casa, ma e’ sempre la cosa che colpisce di piu’: una certezza, quasi contagiosa, che vale piu’ di tante parole 🙂

La sindrome del “facile a dirsi”

L’argomento della possibile “illuminazione” tramite meditazione buddista (ma anche preghiera cristiana) ha, come mi aspettavo, sollevato diversi commenti alla “Si’, facile a dirsi…”. Questo commento, che spesso usiamo anche tra noi e noi, e’ secondo me uno dei piu’ forti ostacoli ad ogni tipo di realizzazione, materiale o spirituale che esso sia. Il punto e’ che spesso (“spesso”, non “sempre”) abbandoniamo il nostro progetto alla prima difficolta’, senza un minimo di determinazione. Eppure sappiamo benissimo che un cambiamento radicale necessita di tempo, in particolare quando riguarda una mente – la nostra – che e’ condizionata da decenni di sovrastrutture nate da condizionamenti culturali, sociali e personali.
Roma non e’ stata costruita in un giorno, no? 🙂

Mi piace riportare qui un paio di risposte che ho dato in commenti ai post precedenti (rispettivamente a artistapaolo2 ed a Gabbiano):

1) Per il buddismo non esiste un punto di arrivo e, in teoria, non esiste nemmeno il desiderio di arrivare. Puntare alla “illuminazione” e’ il modo migliore di non centrarla mai 🙂 Il concetto e’ di meditare con serieta’, senza mollare alla prima inevitabile difficolta’. Il premio e’ immediato: il senso di pace, di stacco dai problemi quotidiani, la serenita’ che si prova, valgono gia’ il “prezzo del biglietto” 😉 Il sentire attraverso la meditazione la vera mente, che non e’ quella del “chiacchiericcio” continuo, percependola come qualcosa di non limitata e nemmeno “propria” in senso stretto (secondo i buddisti la “mente” e’ universale ed ogni cosa ne e’ permeata), e’ in un certo senso un graditissimo effetto collaterale. Ma cercare di cogliere lo “universo” o Dio, guardando dentro di se’, pone troppe aspettative per cui non si riesce a raggiungere quello stato di “quieta meditazione senza sforzo” che e’ quella necessaria.
“Fede”, “convinzione”, sono solo parole. Il lama mi disse “medita, poi capirai” 🙂 Io allora non capi’, mi servivano prove. Oggi ho capito che nemmeno una prova ragionevole potrebbe convincermi; non resta che dare retta al lama. Che si ha da perdere? 🙂 Come minimo la meditazione dona pace e tranquillita’ mentre la si fa. Gia’ questo sarebbe di per se’ un motivo sufficiente per farla 🙂

2) Il tuo e’ il problema dei piu’, me compreso. Ad affermazioni cosi’ rispondiamo sempre “eh! Facile a dirsi!” 😐 Ma… siamo sinceri, quanti di noi hanno provato a seguire questi ed altri suggerimenti del genere per un tempo prolungato? Quanti sono stati determinati senza mollare dopo la prima volta bollando nella propria mente il tutto come “sciocchezze”? 😐
Bisogna provare, con coraggio, costanza e determinazione, senza dar peso a difficolta’ che inevitabilmente ci saranno, perche’ questi metodi non sono medicine allopatiche che le prendi e (sperabilmente) il giorno dopo stai meglio. Ci vuole costanza e tempo. Costanza, non creduloneria: diamoci una scadenza, che so, 3 mesi (ma sono certo che basterebbe meno), 3 mesi in cui con determinazione sperimentiamo. Solo dopo saremo davvero titolati a dire “eh! Facile a dirsi!” 😉

costruzione

Il Regno dei Cieli e’ questa nostra terra

ormeSono sicuro che il Buddha o Dio non si offenderanno se vi svelo un segreto. Se riuscirete a lasciare passi di pace e liberi da ansia su questa nostra terra, non avrete più bisogno di andare nella Pura Terra o nel Regno dei Cieli. Il motivo è semplice: il samsara e la Pura Terra sono entrambi prodotti della mente. Se siete in pace, liberi e pieni di gioia, avrete trasformato il samsara nella Pura Terra, e non ci sarà più bisogno di andarvene via. E così, anche se avessi dei poteri magici, non avrei più bisogno di usarli.

Ho un messaggio per i praticanti del Buddhismo della Pura Terra: sedete sul Trono del Loto qui e ora, non aspettate di essere nella Pura Terra. Rinascete su un fiore di loto in questo preciso momento. Non aspettate la morte. Se riuscite a fare l’esperienza della rinascita su un fiore di loto adesso, se sedete su un fiore di loto adesso, non avrete più alcun dubbio sull’esistenza della Pura Terra.

Thich Nhat Hanh


Commento di Wolfghost: vorrei che queste parole potessero essere lette a prescindere dal contesto buddista in cui sono nate. Come potete leggere, Thich Nhat Hanh, cosi’ come i suoi “colleghi” tibetani, Dalai Lama in testa, non fanno distinzioni tra Dio e Budda, identificando parimenti “Pura Terra” e “Regno dei Cieli”, perche’ il loro messaggio e’ universale, come lo e’ quello del cristianesimo piu’ profondo. Questo messaggio, che certamente ha delle corrispondenti nelle maggiori tradizioni spirituali, e’ diretto a tutti ed e’ applicabile da tutti, indipendentemente dalla religione di appartenenza. E’ applicabile perfino da chi sente semplicemente una spinta a… cercare qualcosa che vada al di la’ della materia. La mia personale spinta, ad esempio, e’ la liberta’ dalla paura e il desiderio di tornare a credere che non sia tutto “qua”.

Queste coraggiose parole del monaco vietnamita, possono essere interpretate in diverse maniere. Questa e’ la mia personale interpretazione, ma ognuno di voi puo’ averne una diversa.
Per chi non e’ buddista di una certa scuola ne’ induista, il samsara e’ la terra dove siamo adesso, e’ la nostra vita su questa terra. Una vita che e’ sostanzialmente una “valle di lacrime”, una illusione dove tutto deve finire (l’impermanenza), l’illusione creata dalla nostra mente (maya), da tutti i nostri filtri, i condizionamenti culturali, sociali, famigliari. Non siamo normalmente in grado di percepire come la realta’ e’, vediamo pertanto accaderci eventi che ci portano sofferenza, dolore, morte. Questo “inferno in terra” insomma non esiste di per se’, esiste – e sappiamo bene che esiste – solo grazie alla nostra mente ed all’uso improprio che facciamo di essa.
La Pura Terra, il Nirvana, il Regno dei Cieli, e’ di nuovo un prodotto della mente, ed e’ altrettanto vero e verificabile del samsara. Consta semplicemente nell’eliminare i prodotti indesiderati del nostro pensiero, nel ripulire le illusioni, nel cancellare i condizionamenti, nel tornare a vedere ed ascoltare cosa e’, soprattutto ma non solo, dentro di noi.
Un tempo cercavo prove, segnali che potessero convincermi dell’esistenza di un aldila’. Pero’ ho imparato che chi crede non ha bisogno di segni, e chi non crede continuera’ a non farlo nemmeno se vedesse apparire Gesu’ Cristo in persona davanti a lui: dopo un iniziale shock, penserebbe di aver avuto un’allucinazione. Quindi cercare segni non serve a molto. L’unica risposta che vale e’, come mi disse ormai 12 anni fa un lama tibetano, quel convincimento che nasce e cresce dentro di noi. Un convincimento che diviene fede. Fede vera, perche’ sentita, non  pedissequa credenza in un dogma.
Quello che dice Thich Nhat Hanh va per me inteso in questo senso: non e’ che se uno ce la fa non muore piu’, bensi’ che non ha piu’ bisogno di farlo per essere nella Pura Terra, ci puo’ essere gia’ qua, ora. Parlando in termini cristiani, che magari ci sono piu’ famigliari, e’ come dire riuscire a dare voce e spazio alla propria anima: chi ce la fa, non ha piu’ bisogno di morire per andare in paradiso: se torna ad essere “anima” in paradiso c’e’ gia’, qua e adesso. Il suo corpo morira’ lo stesso? Certo, ma che volete che gli importi a quel punto? Potete ben capire che la morte assumerebbe in quel caso davvero solo un aspetto di passaggio momentaneo, un passaggio pero’ fatto in continuita’: come saremo dopo non sara’ cosi’ diverso da come siamo adesso. Saremo… pronti.
Il secondo paragrafo, estratto da un altro capitoletto del libro di Thich Nhat Hanh, dice che e’ possibile fare questa scoperta adesso, senza bisogno di attendere la morte. Il “loto” e’ un fiore immacolato che cresce perfino nelle acque stagnanti e sporche, e’ simbolo di purezza, per questo e’ stato scelto dalle tradizioni orientali. Il messaggio dunque e’: tramite la meditazione (“sedendo sul fiore del loto”) arrivare ad uno stato mentale di purezza che e’ gia’ Pura Terra. Ecco perche’ “si sapra’ ” senza bisogno di prove, ne’ di morte.
Per i cristiani sara’ preghiera anziche’ meditazione, guardate che le due pratiche sono molto piu’ simili di quel che potete pensare (ovviamente se eseguite con cuore, e non meccanicamente). Ma nulla cambia: il messaggio resta uguale. Le preghiera, la meditazione, sono per Thich Nhat Hanh la strada che porta al risultato, non un effetto del risultato stesso.
Insomma, aspettare di avere prove per iniziare a meditare (o pregare), è come aspettare di essere a destinazione prima di salire sul bus che a destinazione deve condurre.

Chiedi al cavallo!

Ho terminato ieri la lettura di uno dei tanti libri di Thich Nhat Hanh: Essere Pace. Thich Nath Hanh, nato in Vietnam nel 1926 (dunque ha 85 anni), è monaco buddhista dall’età di 16 anni. Il suo buddhismo è piuttosto raro in quanto il Vietnam è l’unico posto dove le due forme tradizionali del buddhismo, il Mahayana e il Theravada, sono cresciute in pacifica integrazione. Inoltre grande parte ha ovviamente avuto l’esperienza diretta della guerra, con i suoi orrori e le sue sofferenze. Thich Nhat Hanh si è in seguito trasferito in Francia dove ha aperto una piccola comunità, ma diversi centri sono diffusi in tutto il mondo occidentale, Italia compresa (http://www.esserepace.org/sangha.html).
Il successo del suo insegnamento è stato quello di adattarsi alla differente mentalità occidentale, poiché, come d’altronde sostiene anche il Dalai Lama, tramandare semplicemente un “buddhismo ortodosso”, poco adatto all’occidente, non avrebbe avuto “presa”. Questo non deve suonare come un tentativo di “evangelizzazione” – il Dalai Lama stesso dice che è giusto che ognuno resti nella propria religione, culturalmente più appropriata – ma piuttosto come il desiderio di rendere cio’ che si ritiene un insegnamento utile e pratico – apportatore di pace e serenità attraverso il controllo dei proprio pensieri – facilmente trasmissibile anche laddove la cultura e la mentalità siano molto diverse. Si tratta percio’, secondo il Dalai Lama, di un “metodo” da affiancare alla propria religione, piuttosto che sostituirla.

Una storiella zen racconta di un uomo su un cavallo: il cavallo galoppa veloce, e pare che l’uomo debba andare in qualche posto importante. Un tale, lungo la strada, gli grida: “Dove stai andando?” e il cavaliere risponde: “Non so! Chiedi al cavallo!”.

Questa storiella, che già conoscevo ma che ho ritrovato anche nel libro, paragona i nostri pensieri al cavallo: noi, che siamo il cavaliere, dovremmo condurlo, ma più spesso è lui a portarci dove vuole, frequentemente in lande di angoscia e preoccupazioni, senza che ce ne rendiamo davvero conto. Iniziamo con un pensiero, poi da questo ne nasce un altro, e poi un altro, producendo una valanga che diviene sempre più incontrollabile finendo per travolgerci. A un determinato momento ci ritroviamo in stato di agitazione ed ansia, senza sapere come ci siamo arrivati. Il buddhismo non è “assenza di pensiero” – il primo pensiero puo’ infatti essere sensato, non sarebbe giusto (ne possibile) impedirgli di nascere – ma è “consapevolezza del flusso di pensieri”, in modo da imparare a usarli piuttosto che farci usare da essi.

Ho selezionato qualche altro pensiero interessante dal libro di Thich Nhat Hanh, nei prossimi post ne mettero’ qualcuno 😉

cavallo e cavaliere

La parzialità della percezione

elefanteUn giorno un re riunì alcuni ciechi e propose loro di toccare un elefante per constatare come fosse fatto.
Alcuni afferrarono la proboscide e dissero: “Abbiamo capito: l’elefante è simile a un timone ricurvo”.
Altri tastarono gli orecchi e dichiararono: “È simile a un grosso ventaglio”.
Quelli che avevano toccato una zanna dissero: “Assomiglia a un pestello”.
Quelli che avevano accarezzato la testa dissero: “Assomiglia a un monticello”.
Quelli che avevano tastato il fianco dichiararono: “È simile a un muro”.
Quelli che avevano toccato una gamba dissero: “È simile a un albero”.
Quelli che avevano preso la coda dissero: “Assomiglia a una corda”.
Ognuno era convinto della propria opinione. E, a poco a poco, la loro discussione divenne una rissa.
Il re si mise a ridere e commentò: “Questi ciechi discutono e altercano. Il corpo dell’elefante è naturalmente unico, e sono solo le differenti percezioni che hanno provocato le loro diverse valutazioni e i loro errori”.
(Buddha)


Commento (non mio): Questa parabola buddhista mette in evidenza la parzialità delle opinioni e delle dottrine umane, che portano a scontri e a guerre. tutti pretendono di aver ragione, di essere in possesso della verità, di aver avuto esperienze inoppugnabili. E, in un certo senso, tutti affermano un brandello della verità. Ma, per poter cogliere l’essenza delle cose, occorre saper prescindere da idee preconcette: occorre trascendere dalla propria mente. Meditare significa cancellare il bagaglio delle esperienze accumulate per rapportarsi direttamente alla realtà.

Commento di Wolfghost: Il nostro pensiero, la nostra visione, è naturalmente condizionata dalle nostre esperienze precedenti, dunque è necessariamente parziale, quasi nessuno conosce così tanto dal poter affermare con certezza di non aver bisogno di confronto. Abbiamo tutti da guadagnare dall’osservazione che meglio sarebbe liberarsi dall’illusione, a volte dall’arroganza, di credersi infallibili, di credere che la nostra idea sia la sola idea valida. E’ un bene per gli altri, che non verranno attaccati con prepotenza, ma è un bene anche per noi, perché, considerando l’esistenza di altre alternative tramite l’ascolto altrui, potremo vedere strade che in precedenza non abbiamo visto. Ascolto è opportunità.

Il buddismo tibetano – conclusioni

Per chiudere un ciclo di post dove spesso ho parlato di questo argomento, volevo raccontare brevemente cosa mi ha persolmente colpito di questa particolare religione.
E’ indicativo che già scrivere “religione” per descrivere il buddismo tibetano, mi fa un po’ storcere il naso. In effetti questo buddismo è più un “metodo” per controllare la propria mente e liberarsi da tutte le sofferenze, piuttosto che una religione. Tant’e’ vero che i lama sparsi per il mondo non cercano di fare proselitismo, ma solo di insegnare tale metodo al puro scopo di portare sollievo a tutti gli “esseri senzienti”: ciascuno è comunque libero di restare fedele alla religione di appartenenza ed anzi a volte, per motivi culturali, è addirittura consigliato.
Ovviamente è tutt’altro che facile spiegare tale metodo. Esso si basa sulla credenza che ogni sofferenza derivi dall’identificazione con il proprio “io psicologico”. Secondo i lama tibetani, noi siamo ospiti nell’involucro che chiamiamo corpo, ma siamo molto di più, e quando il corpo muore continuamo ad esistere. Già di per sé questa credenza sarebbe di grande sollievo, ma non è tutto qua. Un aspetto curioso è infatti che la rinascita non è un fatto positivo per i buddisti: rinascere significa infatti tornare a soffrire, perché il corpo inevitabilmente è caduco e prima o poi si ammala e muore. Il loro massimo è arrivare a non rinascere di più, o, meglio (e qui il buddismo tibetano si discosta da altre forme di buddismo) rinascere – pur potendo evitarlo – per propria scelta, solo per tornare ad aiutare tutti gli esseri che ancora soffrono.
E oltre al discorso del corpo, c’è anche di più. Nel corso di questa e di altre vite, ci siamo identificati con una figura psicologica che ha caratteristiche ben precise e al quale abbiamo dato il nome “io”. Allora soffriamo quando tale “io” viene ferito, offeso, non ottiene ciò che desidera. Ma tale identificazione è errata. Noi non solo non siamo il nostro corpo, ma non siamo nemmeno l’io psicologico che abbiamo via via costruito, e quando lo smascheriamo smettiamo di soffrire.
Queste sono le credenze.
Il “metodo” passa attraverso il riconoscimento dell’illusorietà dell’identificazione con il corpo (ne siamo solo ospiti) e con quello che chiamo “io psicologico” (è solo una nostra costruzione). La meditazione è il metodo. Essa non è “sedersi e non fare nulla”, ma osservare attentamente come lavora la propria mente, arrivando a vedere che tale lavorio è fine a sé stesso, ovvero che dietro non c’è nulla di concreto: solo idee preconcette alle quali abbiamo finito per credere dopo anni e forse secoli.
Questo non vuol dire che “non siamo nulla”, ma che ciò che siamo non è ciò con cui ci siamo identificati.
La cosa se vogliamo più curiosa è che… la parte più difficile è trovare cosa siamo; infatti per i Lama tibetani (così come per il “Budda storico”) “cosa siamo” – già ora, ma anche nell’aldilà – è qualcosa che è inutile spiegare a parole (e forse impossibile): lo si “percepisce” naturalmente attraverso l’illuminazione a cui porta la meditazione. Quindi sarebbe inutile, ed anzi fuorviante, parlarne 🙂

“Per innumerevoli vite ho vagato
cercando invano il costruttore di questa casa.
Doloroso invero è continuare a rinascere.
Oh, costruttore!

Ora ti ho trovato.
Non costruirai più questa casa.

Tutte le tue assi sono rotte,
La trave di colmo è spezzata.
La mia mente ha raggiunto la libertà suprema
Estinto è ogni desiderio”.
(Buddha)

Coast

Realta’ e Illusione nel pensiero buddista tibetano

ALBEROUn altro interessante concetto del pensiero buddista tibetano (non preoccupatevi, non ho intenzione di tediarvi con questi argomenti ancora a lungo :-P) e’ la differenza tra realta’ e illusione.

In occidente siamo convinti che per il buddismo tutto sia illusione: tutti siamo immersi in una sorta di stato di sogno e una realta’ vera e tangibile, unica per tutti, non possa esistere.

Questo concetto ci ha dato del buddismo una visione nichilista che ha spaventato molti, dato che il vuoto fa decisamente paura.

Invece per il buddismo tibetano la realta’ esiste eccome, solo che noi normalmente non la vediamo perche’ abbiamo di tutto cio’ che ci circonda una visione distorta, mediata dai filtri del nostro Io.

Una pietra esiste. Il dolore fisico esiste, cosi come il piacere. Pero’ noi aggiungiamo a ogni cosa e percezione “significati” che sono solo nella nostra mente.

Pensiamo ad un essere vivente fatto di legno, foglie e radici; un essere unico, diverso da ogni altro. Noi gli appioppiamo il nome “albero”, e con questo smettiamo di considere veramente quell’essere vivente: entriamo nel mondo dell’illusione, quell’essere non sara’ piu’ quello che e’ veramente, ognuno di noi lo percepira’ in modo tutto suo, diverso da ogni altro, applicando ad esso i filtri personali del nome “albero”; ad esempio, a seconda delle esperienze passate, esso ci dara’ una sensazione positiva, negativa o neutra. Insomma, quel nostro albero non e’ piu’ l’albero in questione, ma solo una nostra personale rappresentazione.

Questo vale per ogni cosa. Allora, il concetto buddista, non e’ che nulla esiste veramente, ma semplicemente che la realta’ normalmente ci sfugge.

La meditazione e’ il metodo principe che loro usano per entrare in contatto con la realta’, facendo cadere il velo dell’illusione. Meditando e’ possibile capire quanto la nostra percezione ci impedisca di vedere la realta’; infatti, almeno per i buddisti tibetani, “meditazione” non e’ solo sedersi nella posizione del loto e smettere di pensare, ma un vero e proprio metodo di riflessione, in stato di calma assoluta, che permette di capire i normali meccanismi illusori di cui solitamente siamo vittime 🙂

La seguente storiella e’ in realta’ Zen, ma ovviamente molti concetti base sono simili nelle varie correnti buddiste 🙂

La Brocca-

broccaIl maestro Pai-chang voleva scegliere un monaco cui affidare l’incarico di aprire un nuovo monastero. Convocò i suoi discepoli, pose una brocca sul pavimento e disse loro: “Sceglierò chi saprà descrivere questa brocca senza nominarla”. “È un vaso di forma rotondeggiante, con un manico e un becco” rispose il più colto dei suoi allievi. “È un recipiente di colore grigio e serve per contenere acqua o altri liquidi” disse un altro. “Non è uno zoccolo” intervenne un terzo più spiritosamente. Gli altri monaci non dissero nulla, perché erano convinti di non poter escogitare definizioni migliori. “Non c’è nessun altro?” domandò il maestro. Allora si alzò Kuei-shan, che nel monastero era un semplice inserviente. Egli prese la brocca in mano e la mostò a tutti senza dire nulla. Pai-chang dichiarò: “Kuei-shan sarà l’abate del nuovo monastero”.