Caldo, caldissimo

Dite la verità, leggendo il titolo avete pensato ad un post-lamentela sul caldo, vero? 🙂 E invece… sorpresa! Si tratta di un’altra, brevissima, storiella zen, un classico “koan” 🙂 Leggendolo mi sono scoperto a sorridere soddisfatto, così ve lo propongo 😉

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Un giorno Tanzan, celeberrimo maestro Zen, stava presiedendo a un funerale secondo il rito. Davanti alla bara tracciò un triangolo nell’aria con un tizzone infuocato; tutti gli astanti attendevano le elette parole d’uso, ma la bocca del maestro rimase sigillata.

E mentre tutti fissavano il cranio rasato del maestro, arroventato dai raggi del sole al tramonto: “Fa caldo” egli disse. “Oh, fa un gran caldo!”.

Accennò quindi un rapido gesto di saluto verso la bara e tornò al proprio posto.

La Tazza e il Bastone – Storie Zen

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Commento di Wolfghost: Certo, se il funerale fosse stato di un nostro caro, probabilmente ci saremmo offesi, vero? Eppure anche noi spesso non sappiamo cosa dire in situazioni simili, non necessariamente un funerale, può essere la comunicazione riguardante una grave malattia, una sciagura o tante altre cose. Allora si rimane in imbarazzo poiché si immagina che l’interlocutore vorrebbe sentire pronunciare qualcosa di confortante… ma proprio le parole non escono. La verità è che in fondo sappiamo, come il maestro Zen del racconto, che le parole non servono, soprattutto poi in fatti di tale portata. La nostra tradizione ci ha portato a costruire cerimonie dove si tengono lunghi sermoni o discorsi di commiato più o meno estesi. Non c’è film con funerale senza discorso strappalacrime, non è così? Spesso anzi è quello il fulcro del film.

Non servono parole. Quanto strazio la fila di persone che porge, un conoscente dopo l’altro, le condoglianze alla vedova (faccio per dire). Qualche psicologo dice che ciò è addirittura controproducente poiché, lungi dal portare conforto (la maggioranza delle volte è chiaro che sono frasi di rito), le condoglianze rafforzano la sensazione della perdita.

Ma non è solo questo. Per lo Zen e il Buddismo in generale, infatti, la morte non esiste, così come non è esistita la nascita. La nostra essenza c’era prima della nascita e ci sarà dopo la morte. Qualunque cosa questa “essenza” sia. Il resto è illusione. Illusione non nel senso stretto con cui usiamo solitamente questo termine, ma nel senso che l’attaccamento al nostro corpo, al nostro Io, la percezione che abbiamo di noi stessi, è solo frutto dei nostri pensieri, delle nostre idee. E’ qualcosa privo di consistenza, che cambia ogni minuto. Che, insomma, nel concreto non esiste. E’ solo un fuoco fatuo. A cui però siamo maledettamente attaccati…

Zen: La gran testa – l’arroganza

Un uomo ogni mattina si specchiava. Un giorno, guardando nello specchio capovolto, non si vide più. Pensò allora di aver perduto testa e collo e, in preda al panico, si mise a cercarli.

Un amico gli disse: “Perché cerchi la tua testa? E’ così grande che vedo solo quella!”

L’uomo allora si convinse che la sua testa fosse più grande di quella degli altri. Gliene derivò un orgoglio smisurato, e si rimise a cercarla.

E’ una storia assai interessante. Perder la testa significa perdere le proprie illusioni. Ma l’orgoglio di possedere una gran testa è segno di egoismo e di stoltezza.

da “La Tazza e il Bastone – Storie Zen”

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Commento di Wolfghost: personalmente avrei scritto “arroganza” più che “egoismo”. Devo dire che purtroppo spesso ho avuto ed ho a che fare con persone che credono di sapere tutto, che sono convinte che la verità sia sempre nelle loro mani, che l’unico modo corretto di vivere sia il loro. Persone che ritengono di… avere una grande testa, insomma, proprio come il nostro amico del racconto. Probabilmente, proprio come scritto nel racconto stesso, ciò è spesso dovuto al fatto che le persone si gonfiano dei complimenti altrui, perdendo di vista la realtà delle cose. Ovvero che a volte si ha ragione, a volte torto. Per questo bisogna avere l’umiltà di ascoltare il prossimo e interrogare sé stessi, altrimenti ci si preclude ogni possibilità di crescita: solo con il confronto e la vera condivisione si possono avere punti di vista diversi, che possono farci intravvedere strade nuove e migliori. La stagnazione non può portare a nulla.

Inutile dire che ciò mi da molto fastidio poiché ogni conversazione diventa discussione, ogni parere diverso dalla loro convinzione genera una battaglia. Poiché raramente si tratta di cose di fondamentale importanza, lascio perdere; si tratta infatti di persone con le quali un dialogo è impossibile, si finisce solo per accondiscendere per quieto vivere. Allora meglio non intavolare nulla e tenere le proprie idee per sé. E credo che farò sempre più spesso così.

Come la rupe massiccia

non si scuote per il vento,

così pure non vacillano

i saggi in mezzo a biasimi e lodi

(Buddha)

 

La carota – storia Zen

Bene, inseriamo un’altra storiella Zen 🙂

Per il prossimo post sono indeciso… non so se tornare ad un breve racconto (è tanto che non ne scrivo e avrei una certa trametta in mente ;-)) oppure se… tentare nientemeno che una mia autobiografia, necessariamente in più puntate, che partirebbe dalla mia infanzia… Il problema è che mi porterebbe via tanto tempo e non vorrei poi doverla lasciare in sospeso… Voi che suggerite? 🙂

E ora la storiella…

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Un tempo, in Giappone, per macinare il grano i contadini usavano una mola che un cavallo faceva ruotare. Il cavallo girava in tondo incessantemente, lungo tutto l’arco del giorno, cercando di afferrare una carota che gli pendeva davanti; solo al calar della sera l’animale riusciva a mangiar la carota.

E’, questa, l’immagine fedele della nostra civiltà.

da “La Tazza e il Bastone, Storie Zen”

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Commento di Wolfghost: non c’è molto da commentare a riguardo di questa storiella, anche noi abbiamo una nota massima che richiama la “carota” per cui il significato ci è evidente. Però… non lasciamolo passare senza soffermarcisi sopra perché ci sembra banale, ragioniamoci un po’. Passiamo tutta la vita a inseguire qualcosa che crediamo essere fondamentale, possono essere i soldi, una bella casa di proprietà, una famiglia “di rango”, un’auto di lusso, una vacanza esotica all’anno, una posizione, ma non ci rendiamo conto che quasi tutte queste nostre mire sono qualcosa a cui siamo stati indirizzati dalla società perché esse fanno parte del “sistema” e, inseguendole, entriamo di fatto a far parte del sistema stesso. Cosa accadrebbe se iniziassimo a non inseguire queste cose e ci soffermassimo invece su valori come la spiritualità, l’amicizia, l’amore vero (non l’attaccamento), la conoscenza, la natura? Succederebbe che noi saremmo probabilmente più sereni e anche più “realizzati”, poiché ognuna delle cose elencate prima, una volta raggiunte, non ci danno più nulla e dobbiamo sempre ripartire ad inseguire qualcos’altro, queste cose invece sono un processo in divenire che ci “riempie” già nel momento in cui le inseguiamo. E il “sistema”? Bé… se ne avrebbe certamente “a male”, ci chiamerebbe emarginati, folli, utopisti, sognatori, perché se fossimo in tanti ad essere così… lui vacillerebbe e, alla fine, probabilmente collasserebbe su sé stesso.

Iperprotettività: Devozione Filiale, da “la Tazza e il Bastone”

sul sentiero verso Castel Gavone

Bene, direi che è ora di fare una pausa nei post “pesanti” che, tra l’altro, non è che riscuotano un grande successo (ma nel mondo “fast food” di Internet la cosa non mi sorprende affatto 😉 ). Comunque li riprenderò sicuramente 🙂

Oggi io, Lady Wolf e il buon Tom (“buon” si fa per dire, anche oggi è stato autore di alcune notevoli e simpatiche “esternazioni” nei confronti di altri cani :-D), siamo andati a fare una piccola escursione nei pressi dell’incantevole paese di Finalborgo, sopra Finale Ligure dove poi abbiamo terminato il pomeriggio nella spiaggia locale. Le foto che vedete sono riferite proprio a questa gitarella 🙂

 

esausti all’aperitivo a Finalborgo

Ora veniamo al tema del post con la breve storia Zen “Devozione Filiale”…

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C’era una volta un brav’uomo che aveva un figlio. Entrambi erano un po’ sempliciotti. Il figlio era onestissimo e devotissimo al padre: le seguiva ovunque egli andasse.

Un giorno d’estate, in montagna, mentre i due dormivano distesi sull’erba della foresta, una zanzara si posò sulla testa del padre. Il figlio si svegliò. Sollecito com’era nei confronti del genitore, prese un bastone e assestò un gran colpo per schiacciare la zanzara. La zanzara volò via, ma il padre era morto.

Questa storia è un koan.

sopra il mare di Finale Ligure

da “la Tazza e il Bastone – Storie Zen”, narrate dal maestro Taisen Deshimaru

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Commento di Wolfghost: l’amore filiale è qui usato come esempio di amore che si vorrebbe idealmente assoluto, al posto però del rapporto “figlio – genitore” si può utilizzare qualunque altro rapporto d’affetto. Il koan, a mio avviso, punta l’indice contro l’iperprotettività, che spesso vediamo esercitata anche nella nostra società odierna. L’esempio più evidente è il comportamento di molti genitori che, tentando di difendere i figli da qualsivoglia pericolo, o cercando di evitargli gli errori che magari loro stessi hanno fatto nel corso della loro vita, li proteggono eccessivamente e spesso inutilmente: a parte infatti che certe lezioni si imparano veramente solo se ci si “scotta” sulla propria pelle, l’iperprotettività finisce per creare un clima di proibizionismo che spesso sortisce l’effetto opposto a quello che i genitori desiderano, ovvero i figli – per reazione – vanno a cercare proprio quello che viene loro impedito… e magari se la squagliano da casa non appena possibile.

divertirsi in spiaggia a Finale Ligure

Finito il pasto, lava le stoviglie

Ci sono, ci sono! 😀 C’è ancora tanto da fare e domani torno al lavoro, ma il grosso è fatto! Non solo: per un errore di Telecom la mia linea ADSL invece di essere traslocata era stata distaccata! 😮 Quindi ho dovuto fare reclamo per riaverla, in questi giorni mi collegavo con la chiavetta… ma che fatica! 😐 Stasera invece ho scoperto che la nuova linea è stata attivata! 😉 Quindi da domani torno a commentare e pubblicare! Grazie per l’attesa! 🙂

Cari amici, siamo oggi  giunti al giorno del trasloco. Il trasporto è quasi finito ma come potrete immaginare, abbiamo tutto all’aria… compresa la mia povera schiena nonché un braccio (a causa di una botta data da sciocco! 😦 ). Domani o sabato tornerò a rispondere ai vostri commenti ed a visitare i vostri blog 🙂

Per il momento, un caro saluto! 🙂

E’ questo un celeberrimo aneddoto sul maestro Joshu.

 

“Maestro, te ne prego, insegnami la vera essenza del Buddhismo” lo implorò un giorno un discepolo.

Rispose Joshu: “Hai finito di mangiare?”

“Sì, Maestro, ho finito”

“Allora, va’ a lavare le stoviglie!”

 

da “la Tazza e il Bastone – Storie Zen”, narrate dal maestro Taisen Deshimaru

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Commento di Wolfghost: questo aneddoto è un koan. Nel buddhismo Zen, il koan, lo dico con parole mie, è una frase o una breve storia che ha il poter di far giungere all’illuminazione chi la ascolta o la legge. La sua caratteristica è che la si dovrebbe “cogliere” con immediatezza, tramite intuizione, non con la logica o la riflessione. Quindi i miei commenti sono inutili 😀 Tuttavia ogni tanto ve ne proporro qualcuno, assieme a qualche koan. Voi comunque provate a cogliere da soli l’essenza delle storielle, magari arriverete a risultati completamente diversi dai miei e più “giusti” per voi… e magari anche per me, chissà! Il potere dello scambio nella comunicazione è proprio quello di vedere attraverso l’altro qualcosa che a noi era sfuggito 🙂

Questo koan per me vuol dire che chi cerca razionalmente la verità, la liberazione, è già fuori strada, perché la liberazione è… vivere, essendo in ciò che si sta facendo. Il ragionamento di per sé è d’intralcio 🙂

il maestro buddhista Taisen Deshimaru (1914 – 1982)