Il “no” in amore

Bene, dopo essere andato vicino al record di assenza di nuovi post 😀 rieccomi qua 🙂 Ripeto spesso, ormai da tempo, che faccio fatica ad essere presente sul blog mio e altrui: lavoro stressante, problemi famigliari con persone della mia famiglia di origine, un paio di visite mediche in vista e… udite, udite… un nuovo trasloco alle liste! 😀 Non vi preannuncio nulla, ma credo che prossimamente scoprirete la nuova cittadina che ci ospiterà… speriamo stavolta per un periodo un po’ più lungo! 😉

Il post che recupero oggi è di inizio Novembre 2007. Qui di seguito trovate il link al post originale: Il “no” in amore. In questo post iniziano a comparire alcuni amici che ancora oggi mi seguono, sono tre, di cui due che ormai leggo di rado ed una con la quale lo scambio è ancora assiduo (sto parlando di te, Alessandra ;-)). Ce ne sono poi un altro paio che hanno ancora un blog attivo ma che ormai l’hanno abbandonato da un po’.

Comunque si parla di rifiuto in amore, un argomento che quasi tutti, almeno una volta nella vita, hanno conosciuto. Infatti il post ebbe un discreto successo all’epoca 😉

Vi lascio al post 🙂

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Oggi torno un po’ all’antico. Chi mi conosce da più tempo, sa’ che quello dell’amore e delle sue afflizioni è un tema a me caro, forse perché capisco che nulla, come l’amore, ha implicazioni così profonde nell’animo e nella mente umana. Esso investe tutte le sfere: l’emotività, l’intelligenza, la fisicità, l’ego…

disperazioneIl passato, presente e futuro spesso dipendono da un “no” in amore o, meglio, da come si reagisce ad esso.

Ho sempre trovato, a mente lucida, incredibile, quasi folle, come per molte persone sia difficile accettare un “no” in amore. E’ come se sopraggiungesse un vero e proprio blackout delle facoltà intellettive: non si riesce a prendere quel “no” per quello che è, ovvero un “normale” rifiuto; non possiamo piacere a tutti in fondo, non è vero? Nessuno sarebbe solo al mondo, anzi si creerebbero conflitti parossistici: ad ogni angolo si incontrerebbero persone che si vorrebbero come partner, con buona pace del precedente!

Tutti sappiamo che l’amore, quello vero, se non è un miracolo, è comunque difficile: è tutt’altro che facile “incontrarsi”. Eppure… quel “no” diventa un trauma ed un dramma. Non rappresenta solo, dicevo, un rifiuto normale, che puo’ anche starci in fondo, diventa il metro di una presunta inadeguatezza, come se ci venisse detto “tu non vali niente”, “tu non sei nulla”. Forse si rivive in quel momento la paura dell’abbandono o del rifiuto da parte dei genitori nell’infanzia, paura che più gente di quel che si pensa ha provato: basta l’allontanamento dei genitori, magari semplicemente per motivi di lavoro, per creare nel bambino l’ansia di essere stato da essi (anche da uno solo) abbandonato, di non essere voluto. Il bimbo infatti, fino ad una certa età, non è in grado di capire che il genitore si è allontanato solo momentaneamente e che tornerà; esso puo’ viverlo ogni volta come un abbandono. Pare che la reiterazione di questo “piccolo trauma” possa alla lunga diventare più dannoso di un grande, evidente, trauma.

Quale che sia la ragione scatenante, ecco allora che si inventano le più disparate supposizioni ai motivi di quel “no”, perché l’idea che quella persona semplicemente non ci ama è del tutto – e incomprensibilmente – inaccettabile. Di volta in volta “non sa’ amare”, “ha un blocco”, “ha problemi in famiglia”, “c’è una terza persona”, “è gay”, … Si potrebbe continuare a lungo. Quanto tempo ed energia sprecate per evitare di ammettere che siamo normali esseri umani, che possono essere amati, non amati o amati da chi magari non amiamo noi.

Eppure… quanti “no” in amore abbiamo detto noi? Magari più di quelli ricevuti. Ma non ci fermiamo quasi mai a riflettere sul perché abbiamo detto un “no”: che ragione c’è? Sappiamo benissimo che semplicemente quella persona non “ci prende”. Viceversa, quelli ricevuti… no, quelli devono avere qualche ragione recondita, perché noi meritiamo senz’altro di essere amati, anche da quella persona alla quale evidentemente la cosa non interessa…

Orgoglio in risposta a delusioni d’amore :-)

Ieri, mentre ognuno dei due curava il proprio blog, io e mia moglie abbiamo riascoltato alla radio con piacere un vecchio brano di Vasco Rossi, scoprendo che piaceva ad entrambi 🙂 Questo post segue semplicemente i pensieri, o meglio i ricordi, che tale canzone ha fatto riafforare in me di un tempo ormai andato…

Nel 1998 il Blasco nazionale lancia il brano “Io no”, primo singolo del suo “Canzoni per me”. Il brano ebbe un buon successo e non e’ difficile capirne il motivo, assieme all’orecchiabilita’ ed alla grinta del pezzo, e’ il tema che tratta a coinvolgere molte persone che in esso si ritrovano o… vorrebbero farlo 😉

Il brano infatti parla di un uomo che dopo essere stato “preso in giro per ore” decide che “non aspettera’ piu'”, condendo la decisione con una sana rabbia…

Il tema trattato non e’ certo inusuale per il mondo della musica, ad esempio qualche anno dopo (2005) e’ il turno di Madonna a lanciare “Hung up”, canzone nella quale si parla di una donna che resta “appesa” (da cui il titolo) in attesa della decisione di un lui che tarda ad arrivare. Ad un certo punto anche questa lei ha un motto di orgoglio ed esclama:

“Non posso continuare ad aspettarti
so che stai ancora esitando
non piangere per me
perchè troverò la mia strada
ti sveglierai un giorno
ma sarà troppo tardi”

(per i curiosi, qui l’intero testo: http://www.testimania.com/testitradotti/2325.html)

Canzoni banali se vogliamo, ma che proprio perche’ trattano un tema comune e possono essere facilmente assunti come “inno” da chi ne ha bisogno, hanno avuto grande successo.

In realta’ ho scritto spesso che la prima persona con cui dovremmo prendercela quando qualcuno ci tratta come zerbini ad oltranza siamo noi stessi, perche’ gli altri, almeno in democrazia, ci fanno solo cosa noi permettiamo loro di fare.

E poi onestamente non credo molto al “te ne pentirai” in questi casi: credere che l’altro presto o tardi si renda conto di cosa ha perso, e’ di solito un illusorio tentativo di mostrare un briciolo di orgoglio… che all’altro di solito non fa’ ne’ caldo ne’ freddo ed anzi a volte “toglie le castagne dal fuoco”, ovvero da loro modo di non dover nemmeno faticare a trovare una scusa per defilarsi 🙂

La vita e’ fatta di distacchi che fanno crescere: quelli che hanno azzeccato alla prima il parter di vita sono davvero rari, e in fondo e’ normale, ognuno di noi cresce e si trasforma, io stesso non sono quello che ero a, poniamo, 18 anni, e non credo che avrei scelto allora la stessa persona che ho poi scelto in “eta’ matura” (anche se puo’ succedere, eh!).

Quindi, quando succede di essere mollati o… sopportati (che in amore e’ altrettanto terribile), si dovrebbe capire che cosi’ e’ la vita, che in fondo e’ meglio andare oltre perche’ nessun rapporto cosi’ sbilanciato puo’ essere “quello della vita”, ed anzi probabilmente sta togliendo spazio e tempo a qualcosa di buono che forse e’ li’ dietro l’angolo. E infine riconoscere che in ogni caso ci ha insegnato qualcosa, qualcosa che potra’ esserci utile in futuro o che comunque, essendo vita, e’ stato lo stesso importante vivere 🙂

… resta il fatto che per chi ha bisogno di un cavallo di battaglia per stimolare il proprio orgoglio e tirarsi dalle pastoie di un rapporto “scorretto”, queste ed altre canzoni vanno piu’ che bene, eh! 😛

Affrontare con serenita’ l’ultimo viaggio – gli Hospice

Nell’ultimo post abbiamo parlato di persone che se ne vanno. C’e’ chi mi ha ringraziato per aver affrontato l’argomento, dato che, in genere, si cerca di rimuovere la morte dalla nostra vita quotidiana, eppure essa c’e’ e, anzi, e’ inevitabile per ognuno di noi. In realta’ io penso a questo tema fin da bambino 😀 Festeggio non piu’ ogni singolo compleanno, ma ormai anche ogni singolo mese perche’ lo considero un dono che altri, purtroppo, non sono giunti ad avere. C’e’ chi lo riterra’ un comportamento esagerato, ma io penso invece che sia un prendere coscienza di qualcosa che c’e’, esiste, e la cui consapevolezza possa servire non gia’ ad averne terrore, ma al contrario a vivere pienamente cio’ che ci e’ concesso vivere, dando il giusto peso a tutto cio’ che ci accade, perche’, di fronte alla morte, tutto e’ davvero piccola cosa. Tutto, salvo l’amore e la serenita’.
Come scrissi in occasione del post su mia madre (
Un po’ di Wolf… 2006: mia madre, qui invece quello dedicato a mio padre: Un po’ di Wolf… 2003: Era mio padre), ho imparato che tutto se ne va presto o tardi. Pensiamo di solito che il fisico ci lasci prima della mente, ma non e’ sempre cosi’, e in fondo puo’ anche essere una fortuna. Quando arriviamo in fondo non abbiamo piu’ nulla, non portiamo piu’ nulla con noi, niente denaro, tanto meno salute, nemmeno la posizione che ci siamo costruiti. L’unica cosa che conta e’ lo stato d’animo con cui a quel viaggio ci avviciniamo.
Ho visto persone avvicinarsi alla morte con una angoscia, una disperazione tali, che il solo pensarci mi spaventa piu’ del dolore e della morte stessa. Ma so anche di persone che ci sono arrivate con il desiderio – incredibile a pensarci – di imparare anche nell’ultimo periodo della loro vita, di ritrovare la serenita’, la pace, di andarsene con un sorriso, lasciando chi vegliava su di loro in uno stato di rassegnazione si’, ma rassegnazione serena. Forse perfino di stupore. Uno stato che li accompagna poi per tutta la vita. Cosi’ per come succede a chi resta segnato, per sempre, dalla visione di una persona cara che se ne va con il terrore negli occhi.
Per questo ho voluto dar spazio all’articolo di un’amica, che ha preferito restare anonima, in cui vengono presentati gli “Hospice”, strutture… no, ambienti, dove il malato viene accompagnato per mano, sostenuto fino alla fine. Un ambiente dove, di nuovo incredibile, sono a volte i malati ad insegnare qualcosa di importante a chi li accompagna, piuttosto che il contrario. Testimonianza palese di quanta serenita’ abbiano ricevuto.
Non tutti arrivano a tanto, certamente. Ma anche un solo passo che nella direzione della serenita’ venga compiuto, e’ un grande, enorme successo.

Per amor di verita’, personalmente non ho mai visitato un hospice. Esso fu proposto a mia madre, ma poi non ci fu il tempo materiale di operare il suo trasferimento. Mia madre, come mio padre, se ne ando’ in casa sua. Di solito i malati preferiscono cosi’, andarsene in casa propria, tra mura amiche che conoscono bene, ma a volte cio’ non e’ possibile, o comunque problematico, sia per le cure che il malato necessita, sia per la difficolta’ oggettiva di una continua assistenza da parte dei famigliari che magari hanno l’esigenza di dover continuare a lavorare e non possono permettersi qualcuno che sia sempre accanto al malato.

Credo che il mio sogno piu’ grande sia lavorare affinche’, un giorno, quando il tempo verra’, possa avvicinarmi all’ultimo viaggio serenamente, senza quel terrore, quello sgomento, che troppe volte ho visto nelle persone care e che, sono convinto, e’ peggiore della morte stessa.
Sono convinto che chi abbatte la paura della morte, abbatte il timore della vita e di ogni sua sorpresa.
Qualcuno ha detto “Ricordati che per una buona vita ci sono solo due cose di cui ricordarsi. La prima e’  non preoccuparsi delle piccole cose. La seconda e’ che [di fronte alla morte] esistono solo piccole cose”.


Avete mai sentito parlare di Hospice?
L’Hospice è una struttura sanitaria residenziale per malati terminali. E’ un luogo d’accoglienza e ricovero temporaneo dove il paziente viene accompagnato nelle ultime fasi della sua vita con un appropriato sostegno medico, psicologico e spirituale affinché le viva con dignità nel modo meno traumatico e doloroso possibile.
Intesa come una sorta di prolungamento e integrazione della propria dimora, l’Hospice include pure il sostegno psicologico e sociale delle persone che sono particolarmente legate al paziente (partner, familiari, amici), per cui si può parlare dell’Hospice come di un approccio sanitario olistico che vada oltre all’aspetto puramente medico della cura, intesa non tanto come finalizzata alla guarigione fisica, non più possibile ma letteralmente al ‘”prendersi cura’” della persona nel suo insieme.
L’Hospice è struttura che dona dignità a coloro che si trovano nelle condizioni di non poter ambire più alla qualità della vita. L’Hospice, di fatto, rappresenta una famiglia allargata, un luogo in cui si riscoprono sentimenti che si pensavano irritrovabili nel vivere un dolore forte: serenità, dolcezza, amore, comprensione e tranquillità. Un luogo in cui si accompagnano i propri cari accuditi nel migliore dei modi. Un luogo in cui i pazienti sono rispettati proprio in qualità di persone e non nominati in base al loro numero di letto e/o di stanza.
La capacità del personale tutto è quella di donare la serenità indispensabile a chi vive questi momenti drammatici, la loro paura è attenuata ed i pazienti riescono a vivere momenti di serenità che in altre strutture, persino nelle loro stesse case, non potrebbero vivere. Un luogo in cui ci si sente protetti sempre e in cui tutti gli operatori, nessuno escluso, sono persone disponibili e con il sorriso sulle labbra.
Spesso, infatti, con i malati terminali si riscontrano problematicità che la famiglia non riesce a risolvere. In strutture di questo tipo, tutti i confort sono a portata di mano, i desideri dei pazienti esauditi, nel limite entro cui è consentito dallo stato di salute di ognuno. Il cibo… appetitoso e gustoso e non quello solito per cui le persone malate sono veramente invogliate a mangiare. I pazienti possono ricevere la visita anche dei loro animaletti per ricreare il calore famigliare a tutto tondo. Tutte le culture sono rispettate.
In un Hospice si parla di cure palliative: esse affermano la vita e considerano la morte come un evento naturale; non accelerano né ritardano la morte; provvedono al sollievo del dolore e degli altri sintomi; integrano gli aspetti psicologici, sociali e spirituali dell’assistenza; offrono un sistema di supporto per aiutare la famiglia durante la malattia del paziente e durante il lutto.
L’ Hospice è composto da un numero molto ristretto di stanze singole dotate di una poltrona-letto che permette la presenza continuativa di un familiare o di un amico che desideri soggiornare con il paziente, cui è garantito anche il ristoro giornaliero, da condividere con il proprio parente e/o amico.
Le camere sono spaziose, di solito munite di televisore, radio, connessione per il computer, un piccolo frigorifero, dotate di servizi igienici che rispondono alle esigenze di persone non autosufficienti. Ogni paziente può portare nella propria stanza gli oggetti personali che ritiene più utili. In alcuni Hospice c’è la cucina anche all’interno della camera.
Ritengo che tali strutture dovrebbero essere maggiormente diffuse sul territorio nazionale, dovrebbero avere il massimo della publicizzazione poiché indispensabili a pazienti e famigliari.
Nessuno vorrebbe sentir parlare di malattie che non possono avere soluzione (tali argomenti vengono bellamente evitati), ma poi, quando inevitabilmente capita la situazione di emergenza, nessuno sa a chi rivolgersi.
Ecco qui un elenco di Hospice presenti sul territorio nazionale
http://www.fedcp.org/hospice_italia/index.htm

mani e farfalla

Riverente tace anche il silenzio – Una poesia di Raggioluminoso

Era un po’ che non pubblicavo “materiale” di altri blogger, ancor di più le loro poesie. Stasera voglio tornare a questa, che per me è una bella abitudine perché permette di far conoscere blogger che si ritengono validi, con una bella ma soprattutto toccante poesia dell’amica Raggioluminoso, blog Un dolce pensiero dal cuore.
Molti di voi conoscono Flox, è specializzata in poesie d’amore, ma a volte “invade” altri campi… e lo fa con notevole bravura.
Questa poesia mi lasciò senza parole, mi toccò profondamente, un po’ perché la morte ha iniziato a portarmi via persone care ormai da lungo tempo; un po’ perché ho ben presente che, purtroppo, “quella soglia” arriva prima o poi per tutti, e ogni volta lascia dietro di sé un vuoto assoluto, incolmabile, eterno.
Ogni giorno c’è qualcuno che scompare, spesso nel dolore e nella disperazione, abbandonando tutto cio’ che è stato ed ha fatto. E c’è chi resta, attonito e sgomento, con la sfida di una vita che deve riprendere, nonostante abbia imparato, una volta di più, che ogni castello, anche il più sfarzoso, un giorno sarà maceria. E’ già maceria.


Riverente tace anche il silenzio

di: Raggioluminoso

blog: Un dolce Pensiero dal cuore

Sento dentro me il tuo lamento
ora che la tua vita sta fluendo
gemono le ossa al cantico della vita.

Non so come lenire la tua paura
su te poggio i miei sguardi
sussurrandoti il bene di cui sono capace.

Vorrei alleviare le tue sofferenze
ormai pesanti quanto il mare
sapendo che nessun rimedio vale.

Intreccio la mia alla tua mano
insieme a te aspetto l’ultimo viaggio
fermare mi dovrò su quella soglia.

[Temo anch’io questa tua partenza]

Al soffocar dei singhiozzi
pronuncio lacrime d’amore

… sei già partita …

tutto l’intorno tace
è la tua luce a parlare.

Dedicata a mia zia con tutto l’amore di cui sono capace
sapendo che ora mi vive nel ricordo.
Flox (Raggioluminoso)

Amori che finiscono

Eccomi tornato da quel di Stoccolma 🙂 Non vi nascondo che in fase di atterraggio in terra scandinava, vedendo la coltre di neve e ghiaccio che ancora c’e’, il mio primo pensiero e’ stato “Ma come si fa a scegliere di vivere qui?” 😀 In realta’ so che ci sono un sacco di buone ragioni, ma… nonostante tutto preferisco ancora la mia buona e vecchia Italia 😉
Dunque, il tema di oggi, che ho ripescato da un vecchio scambio di commenti con un utente che non e’ piu’ su Splinder (almeno che io sappia), sono gli amori che finiscono o, meglio, i “presunti amori” che finiscono. Si’, perche’ ci sono tante persone che sostengono che un vero amore non puo’ finire: se finisce, allora non era amore 😐

Due premesse.
La prima e’ che il rapporto con mia moglie procede benissimo 😀 Mi e’ capitato di scrivere che cio’ che riporto sul mio blog e’ o trasparentemente vero o comunque una “metafora” della mia vita, c’e’ sempre qualcosa di me insomma. Bene, questo credo sia inevitabile, perche’ anche quando riportiamo un brano di qualcun altro, se non altro per il solo fatto di averlo scelto, esso rappresenta comunque qualcosa di noi, a meno di non volerci appositamente burlare del prossimo fingendoci qualcun altro (cosa che non ho mai capito e che secondo me fa perdere piu’ tempo ed energie a chi lo fa che a chi risponde, poiche’ quest’ultimo ha comunque uno spunto di riflessione, mentre il primo sta davvero perdendo il suo tempo). Quindi meglio chiarire che la mia situazione attuale non c’entra, prima che, rientrando a casa, mi ritrovi un mattarello sulla testa 😀 Pero’ ho comunque vissuto cio’ di cui scrivo, anche qui, in passato, e quindi fa comunque parte di me 🙂

Venendo al tema del post, io ritengo normale che un amore possa finire. “Possa finire”, non e’ detto che cosi’ debba andare, naturalmente. Ci sono coppie che si sono amate sinceramente tutta la vita, non dimentichiamolo mai, non diamo retta al luogo comune che ogni amore presto o tardi finisce 😉

Le due considerazioni successive sono:
1) Un amore finito… non era un “falso amore” solo perche’ e’ finito; lo pensiamo solo perche’ ci aiuta a “staccare”, ci… addolcisce la pillola per cosi’ dire  🙂
Dire che “era solo una cotta, una infatuazione”, che “avevamo visto cio’ che non c’era”, e’ un insulto ad un pezzo di vita (e non e’ poco!!) e alle due persone che ne hanno condiviso quel tratto di strada.
La verita’ e’ che anche l’amore piu’ grande puo’ finire (di nuovo: “puo’ “, non e’ detto che lo faccia). Non per questo non era un grande amore.

2) Credere che una “gestione oculata” ed attenta del rapporto e delle esigenze di entrambi, debba necessariamente significare che il rapporto continuera’ per sempre… e’ crearsi una falsa certezza.
Certo, se non lo facciamo il rapporto avra’ molte piu’ probabilita’ di terminare, ma non vi e’ certezza della sua interminabilita’. Nemmeno per le coppie piu’ virtuose.
Perche’? Perche’ ogni coppia e’ composta da due singole unita’ che crescono e si evolvono, e non e’ detto che lo facciano nella medesima direzione. Forzarsi di andare sempre a braccetto non salvera’, in questo caso, il rapporto, perche’ uno dei due (o entrambi) si sentira’ in “prigione” e prima o poi esplodera’.
Ecco perche’ a volte si sentono frasi come “tu non sei quello che avevo conosciuto”… perbacco, certo che e’ cosi’! Nessuno resta immutabile nel tempo 🙂 Si puo’ solo avere l’abilita’, e la fortuna, di cambiare nella medesima direzione 🙂
Ma di nuovo, anche se quell’amore terminasse, non significherebbe che amore non era 😉

cuori

Il successo nella vita

“Ha raggiunto il successo chi ha vissuto bene, ha riso spesso ed ha molto amato; chi si è conquistato il rispetto delle persone intelligenti e l’amore dei bambini piccoli; chi ha riempito il suo spazio e ha adempiuto ai suoi doveri; chi ha lasciato il mondo meglio di come l’abbia trovato, sia per mezzo di una pianta più curata, una perfetta poesia, od un’anima riscattata; chi non ha mai mancato di apprezzare le bellezze della terra o evitato di esprimerlo; chi ha sempre cercato il meglio negli altri e ha dato loro il meglio che aveva; colui la cui vita è stata un’inspirazione; la cui memoria è una benedizione.”
Mrs. Stanley
Lincoln Sentinel, 30 Nov. 1905

E così abbiamo salutato l’alba di un nuovo anno, il 2011! 🙂 Pensateci un attimo… non sembra quasi una data da vecchio libro o film di fantascienza? 😐 Sembrava così lontana nel… secolo scorso (gulp! :-P), è invece ci siamo arrivati 🙂
Gli auguri di inizio d’anno, così come i famosi “buoni propositi” del medesimo periodo, assomigliano tanto ai nostri sogni di bambino, non trovate? 😉 Vero, forse sono un poco meno “grandi”, ma a volte, almeno per numero, sono altrettanto irrealistici 😀

Mi sono chiesto spesso quale sia il significato della parola “successo”, intendo al di là del suo significato più ovvio di “riuscita in ciò che si fa”. Cos’è che ci fa sentire persone “di successo”? 😐 Per alcuni è la notorietà, l’esser famosi. Per altri è il denaro. Per altri ancora è il potere. Soprattutto penso sia la prima, la notorietà. Perché in fondo i più cercano di aver denaro o potere per poter poi “apparire”, per essere… additati dagli altri. Non è così? 😐 Certo, poi ci sono altri motivi, come la sicurezza o il benessere, ma credo che il desiderio di “spiccare” in mezzo agli altri sia quallo che la “faccia da padrone”, almeno fino ad una certa età.
Il desiderio di notorietà è piuttosto subdolo, variano molto i mezzi attraverso cui attuarlo. Si va dai veri e proprio atti illegali fino alle opere di bene. Molti infatti, seppure nel loro piccolo, usano un altruismo di facciata per sentirsi dei benefattori, per ricevere i riconoscimenti altrui.
Poi ci sono altre strade. C’è lo sport, la scienza, la medicina. La spiritualità perfino, con tutti coloro che si servono dei loro insegnamenti al fine di sentirsi al centro dell’attenzione, di sentirsi dei “santoni”, degli “illuminati”, più che aiutare davvero gli altri ad elevarsi ed a soffrire meno grazie alla conoscenza.
Sì, probabilmente il desiderio di notorietà è qualcosa che, almeno in parte, è insito nell’uomo.

Ma cos’è per voi il successo? O meglio, cos’è che vale la pena di inseguire e ottenere? Credo che la risposta vari molto da persona a persona, ma anche a seconda dei vari periodi ed età che una stessa persona attraversa.
Io mi trovo ormai in sintonia con buona parte del pensiero espresso da Mrs. Stanley, nel citato articolo del Sentinel, anche se non proprio con tutto.
Forse possiamo pensare che solo lasciando tracce clamorose e indelebili, avremo vissuto davvero con successo. Solo lasciando pezzi come quelli di Wagner, o scoperte clamorose come quelle di Newton, o trionfi militari come Giulio Cesare, o “numeri” di conquiste come quelli di Casanova, saremo ricordati e così potremo, in fin di vita, pensare di aver vissuto una “buona vita”. Ma… io credo che si ricordino le gesta, non le persone.
Sappiamo cosa ha fatto Cesare, ma conosciamo davvero chi era Cesare? Per quanto i libri ci parlino di Wagner, possiamo davvero dire di ricordarci di lui perfino non avendolo mai conosciuto personalmente? No. Noi ci ricordiamo di un nome e di eventi legati a quel nome. Ma del vero Wagner, di Newton, di Cesare o di Casanova nessuno ricorda qualcosa, perchè nessuno – oggi – può veramente dire di conoscerli.
Allora forse non è poi così importante lasciare del proprio passaggio qualche segno che finisca nei libri di storia. Tanto al massimo verranno ricordate quelle gesta, e non noi.

Bé, per me “successo” nella vita è “andarsene” con la sensazione di aver vissuto davvero, il non essersi “nascosti” per timore di sbagliare o di fallire, il sapere di esserci stato quando si poteva fare qualcosa per qualcuno, l’aver agito quando si doveva e poteva. Perfino se sappiamo che presto o tardi chi abbiamo aiutato, o chi avrà comunque tratto giovamento dal nostro lavoro, non si ricorderà più di noi, e forse nemmeno noi ci ricorderemo di lui e di ciò che abbiamo fatto.

Certo, ognuno commette errori, siamo esseri umani. Sicuramente non dobbiamo colpevolizzarci se qualche volta non abbiamo fatto ciò che potevamo o dovevamo fare. Ma qui parlo più di una “tendenza” che di singoli eventi.
Successo è… un atteggiamento, un modo di vivere, piuttosto che un risultato o l’ottenimento di un obiettivo. E’ lottare finché è ragionevole farlo, senza tirarsi indietro o risparmiarsi, al di là del risultato reale che poi si otterrà.

Davvero, come dice lo Zen, la strada è la ricompensa. Perché in fondo nella vita non c’è un fine, se non la vita stessa.

vittoria

Premure e litigi

Bene, direi che e’ ormai tempo di voltare pagina, anche se un po’ a malincuore 🙂 Lo faccio con uno scritto di quello che a lungo e’ stato uno dei miei scrittori preferiti: Paulo Coelho…


PREMUROSI CON LE PERSONE VICINE
di Paulo Coelho

Camminavo con due amici per le strade di New York. Tutt’a un tratto, nel bel mezzo di una normale chiacchierata, i due cominciarono a discutere e per poco non si misero a litigare.
Più tardi – con gli animi ormai rasserenati – ci sedemmo in un bar. Uno di loro allora chiese scusa all’altro: “Mi sono accorto che è molto più facile ferire chi ti sta vicino”, disse. “Se tu fossi stato un estraneo, io mi sarei controllato molto di più. Invece, proprio per il fatto che siamo amici, e che mi capisci meglio di chiunque altro, ho finito per essere molto più aggressivo. Questa è la natura umana”.
Forse è proprio così, ma noi combatteremo contro ciò. Non dobbiamo infatti permettere che l’amore diventi una scusa per fare tutto ciò di cui abbiamo voglia. È proprio con le persone vicine che dobbiamo essere più premurosi.


Commento di Wolfghost: Quanto scrive qua il buon Paulo e’, come spesso succede nei suoi scritti, qualcosa che coinvolge molti di noi, o come “carnefici” o come “vittime”. Io stesso nel passato ho avuto molti esempi di questo. Ad esempio mio padre era sovente ritenuto una persona squisita, educata e spiritosa all’esterno della casa, ma fra le mura domestiche – almeno per un certo periodo della sua vita – fu spesso intrattabile e si arrabbiava con grande facilita’.
Quando ci arrabbiamo con qualcuno che ci e’ vicino spesso lo facciamo per scaricare la nostra ansia e rabbia; cio’ funziona tanto piu’ quanto “colpiamo” duramente, allo stesso modo in cui le circostanze o qualche altra persona hanno colpito noi. Infatti, “colpire” qualcuno significa “fargli male” e, ovviamente piu’ colpiamo vicino, chi ci ama e/o si fida di noi, piu’ male facciamo.
E’ ovvio che questo comportamento ha duplice svantaggio: oltre a ferire una persona che ci vuole bene, giochera’ presto o tardi anche contro di noi, perche’ il sollievo che ci da sara’ momentaneo e mai risolutivo (anzi, e’ facile che in un secondo tempo ci gravi di sensi di colpa), inoltre rischiamo, e tanto, che i nostri rapporti di amicizia e di amore si incrinino.
La prossima volta che vi arrabbiate con un vostro caro, o che questo si arrabbia con voi senza apparente motivo o esacerbando molto la sua arrabbiatura… pensateci: la causa potrebbe questa! 😐

mano tesa

La favola di Acaro – di Massimo Gramellini

Mi spiace un po’ ridurre a tre giorni la permanenza del post dedicato al mio adorato Julius 😀 ma facendo due calcoli, visto anche che nel fine settimana potrei avere difficolta’ a postare, anticipo ad oggi il post successivo 🙂
Si tratta di una breve fiaba scritta da Massimo Gramellini ripubblicata sul blog Aria da zeroschemigh 😉 Anche la foto che chiude il post l’ho tratta da li’.

Prima la fiaba, poi un breve commento…


La favola di Acaro
Massimo Gramellini

Acaro era un bambino affamato di vita. Ogni mattina a colazione mangiava due libri, uno salato e uno dolce. Il libro salato aveva la copertina scura e raccontava tutto il male del mondo. I suoi ingredienti erano le tragedie, i soprusi, le crudeltà. Il libro dolce, invece, aveva la copertina chiara e sapeva di miele. Parlava di sogni, di amore, delle antiche verità che l’uomo aveva dimenticato. Acaro cresceva sano e sereno. Ma una mattina non trovò più sulla tavola la razione quotidiana di pagine al miele. Per diventare adulto è dei libri scuri che hai bisogno, gli spiegarono i genitori […] Perciò acaro incominciò a mangiare soltanto il male […] L’umore era sempre basso, e rassegnati i pensieri […] Una mattina in cui rovistava in soffitta alla ricerca di qualche sapore che li impressionasse il palato, vide brillare una copertina chiara. Apparteneva a uno dei suoi vecchi libri. Ricominciò a sgranocchiarlo e, frase dopo frase, il suo viso riprese colore. Fu così che Acaro imparò a digerire la vita. Perché i libri scuri ti insegnano ad affrontarla. Ma solo quelli chiari ti ricordano che è trasformabile dai sogni”…

l’Ultima riga delle favole

massimo gramellini


Commento di Wolfghost: La penso esattamente cosi’. E’ un altro modo di dire cio’ che ripeto da tempo, a volte imbattendomi in qualcuno che non ci crede: da tutto si puo’ imparare, sia dalle cose cattive che da quelle buone. Cio’ che conta e’ lo spirito, il desiderio di migliorarsi o comunque di imparare; a volte perfino solo la curiosita’, il voler capire… in ogni caso cio’ che chiamo “vivere con gli occhi aperti”, senza rifiutare cocciutamente e arrogantemente ogni cosa si discosti dal nostro abituale modo di vivere, cosa peraltro umana ma… utopistica: per quanto si protegga il proprio orticello, prima o poi qualcosa interverra’ a turbarne la quiete. Non possiamo rifiutare di cambiare, ma possiamo cercare il piu’ possibile di guidare il cambiamento, o almeno di imparare da esso.
Non e’ necessario macerarsi sempre nel dolore per crescere. Certo, il dolore puo’ essere un grande insegnante a volte, ma non e’ il solo, e bisogna tenere a mente che se si accetta di crescere solo attraverso di lui… il prezzo da pagare e’ molto alto.

ponte sul mare

Ciao, sono Sissi!

sissi 2Ciao, questa sono io, Sissi, o meglio… ero io 4 chili fa circa, ora ne peso 12 ma non parlatemi di diete: le ho provate tutte, ma non ho perso un solo etto! Gli altri mangiano cose prelibate, io sono l’unica a mangiare sempre la stessa sbobba! Uff! 😦
Piacere di fare la vostra conoscenza comunque! Vedete, mi dipingono come una asociale, che non lega con gli altri animali ne’ da troppe manifestazioni d’affetto verso i suoi cari umani casalinghi… ma non è così! Provate a conoscermi! Cercate di “vedere” davvero: i segni di affetto li do eccome! Solo ritengo esagerate certe… esibizioni! A volte la gente è strana, da retta solo a quelli che “fanno più rumore” e non si accorge di chi, semplicemente, ama fare una vita tranquilla e riservata, passiamo quasi inosservati! Oddio… veramente io non passo molto inosservata: ogni volta che arriva una persona nuova mi sento dire “Che grosso!!!” 😦 Nemmeno un saluto, un apprezzamento ai miei occhi o ai miei bei calzini bianchi… La gente si ferma sempre all’apparenza! Uff… Umani! 😐

SissiQuesta sono sempre io, è stata la mia prima foto, si vede che ero ancora piccolina, eh? 🙂 Se vedete bene però, avevo già la stessa espressione… Mi hanno detto che ce l’ho spesso: una espressione da… “punto interrogativo”, la chiamano 😐 Che volete farci? Sono curiosa! 🙂 E non dite “Bé, sei un gatto!”, non è vero che tutti i gatti sono curiosi, sapete! Non generalizzate come sempre!

Sono nata verso la metà del Giugno 2003. Ad Agosto sono stata strappata a mia madre, ma mi dissero che era meglio per me, che presto mia madre mi avrebbe allontanata comunque perché era arrivato il tempo per me di diventare indipendente. Ma non so se voi umani potete capire… spesso vedo che per voi non c’è un’età per svezzarvi dai vostri genitori 😐 Comunque, venni portata in un’altra casa, chiusa, senza giardino, ma almeno c’erano due spaziosi balconi dove spaparanzarmi al sole! 🙂

Sissi e elicotteroEra in piena città e a volte vedevo cose strane… Qui ad esempio avevo visto un enorme uccello luccicante… aveva delle strane ali, erano come pale che roteavano sulla sua testa e faceva un sacco di baccano! 😦 Che specie era più? Ah sì! La chiamavano “elicottero”! La conoscete per caso? 😐

Sentì dire che il mio compito era tenere compagnia ad una persona un po’ anziana, perché aveva appena perso il marito e non volevano si sentisse sola… In seguito il mio padroncino mi disse che era contento di me, che avevo svolto perfettamente il mio compito, ma io non so bene a cosa si riferisca: io semplicemente volevo bene a quella donna, mi dava da mangiare, mi coccolava, mi trattava da reginetta della casa. Sicuramente mi voleva molto bene anche lei… ed entrambi ce lo dimostravamo… Tutto qua! 🙂 Ancora adesso il mio  padroncino a volte mi guarda e, voltandosi verso la foto di quella donna, mi dice teneramente “Sissi, te la ricordi mia madre?”… certo che me la ricordo, che diamine!  😉 Noi non abbiamo bisogno di foto o di oggetti-ricordo.

Quando non ci fu più lei cambiò tutto… quellaSissi oggi casa divenne molto più vuota e io soffrivo di solitudine. La situazione senza di lei era rimasta stabile per un po’ ma poi era degenerata: c’erano continui litigi che mi spaventavano, il mio padroncino stava spesso fuori per evitare scontri e così io rimanevo quasi sempre sola… Quando poi rientrava io ero contenta e miagolavo per giocare, ma ormai era tardi e mi veniva intimato di stare zitta! 😦
Poi per fortuna se ne andò e mi portò con lui in un’altra casa, molto più piccola e senza balconi… anche se c’era il parquet! 😀 Ci stavo bene ed ero contenta di essere con lui, ma all’inizio fu un vero e proprio choc per me, ci misi molto ad adattarmi, pensate che solo un anno dopo ripresi a tenere certi comportamenti che avevo nella casa vecchia! Si pensa che per gli animali un posto valga l’altro, ma è una sciocchezza: anche noi ci attacchiamo ai luoghi e alle persone, e lasciarli poi è dura… a volte drammatico!
Comunque non era male: eravamo solo io e lui, a volte lui si allontanava per motivi di lavoro anche per lunghi giorni ma ormai non sentivo più la solitudine: guardavo dalla finestra, dormivo in poltrona, nessuno mi disturbava, tranne una ragazza che in quelle occasioni veniva a darmi la pappa e pulirmi la lettiera…
Ma lui si preoccupo’ lo stesso per me, pensò che forse stavo troppo tempo da sola… diciamo che forse applicava il suo metro di misura a me, pensando a come si sarebbe sentito al mio posto. Ma io non ero lui… Così, dopo un anno e qualche mese, portò un altro gatto, un piccoletto un po’ pestifero che voleva sempre giocare! Ma io non ne avevo voglia, ogni età ha il suo tempo no? 😐 Così… come dire? Non lo accolsi proprio bene, eh!  😀 Oh! Non gli feci nulla di male, cercai solo di fargli capire che non mi interessava giocare e fare amicizia… L’amicizia è come l’amore: non si compra, se non c’è non c’è! Vi pare?  😐

Fu così che iniziarono a darmi dell’asociale… Come se voler condurre una vita tranquilla e riservata fosse un peccato… Bah, che strani voi umani… 😐

Per ora vi do il mio saluto e… se passate da queste parti, guardate che una carezza e una spazzolata l’accetto da tutti, mica corro a nascondermi come quegli altri due o ad abbaiare come se stesse entrando in casa un assassino!

… e poi sarei io l’asociale! 😦

Ah, dimenticavo! Io da piccola ho rischiato di morire ben due volte: la prima ero arrivata da pochi mesi e presi la 220 da dei fili elettrici lasciati incautamente liberi, c’era sì il nastro isolante… ma che ne sapevo io che non si potevano mordere? 😦 In quell’occasione dormì tutta la notte con la mano del mio padroncino poggiata su di me… forse fu per quell’episodio che legammo tanto…
La seconda… ehm… sbagliai il salto su un davanzale e volai letteralmente fuori da una finestra al quarto piano! Mi salvai solo perché c’erano delle corde elastiche per stendere: riuscì a voltarmi ed a aggrapparmi al davanzale. Poi mi tirai su… Che spavento! 😮
Cosa voglio dire? Che non dovete fare troppo affidamento sul proverbiale equilibrio dei gatti: siamo come voi… degli autentici pasticcioni! 😀 Quindi, almeno per i gatti piccini, reti alle finestre dei piani alti e… occhio ai pericoli!!!!

Sissi e pupazzo

Il “no” in amore

Oggi torno un po’ all’antico. Chi mi conosce da più tempo, sa’ che quello dell’amore e delle sue afflizioni è un tema a me caro, forse perché capisco che nulla, come l’amore, ha implicazioni così profonde nell’animo e nella mente umana. Esso investe tutte le sfere: l’emotività, l’intelligenza, la fisicità, l’ego…

disperazioneIl passato, presente e futuro spesso dipendono da un "no" in amore o, meglio, da come si reagisce ad esso.

Ho sempre trovato, a mente lucida, incredibile, quasi folle, come per molte persone sia difficile accettare un "no" in amore. E’ come se sopraggiungesse un vero e proprio blackout delle facoltà intellettive: non si riesce a prendere quel "no" per quello che è, ovvero un "normale" rifiuto; non possiamo piacere a tutti in fondo, non è vero? Nessuno sarebbe solo al mondo, anzi si creerebbero conflitti parossistici: ad ogni angolo si incontrerebbero persone che si vorrebbero come partner, con buona pace del precedente!

Tutti sappiamo che l’amore, quello vero, se non è un miracolo, è comunque difficile: è tutt’altro che facile "incontrarsi". Eppure… quel "no" diventa un trauma ed un dramma. Non rappresenta solo, dicevo, un rifiuto normale, che puo’ anche starci in fondo, diventa il metro di una presunta inadeguatezza, come se ci venisse detto "tu non vali niente", "tu non sei nulla". Forse si rivive in quel momento la paura dell’abbandono o del rifiuto da parte dei genitori nell’infanzia, paura che più gente di quel che si pensa ha provato: basta l’allontanamento dei genitori, magari semplicemente per motivi di lavoro, per creare nel bambino l’ansia di essere stato da essi (anche da uno solo) abbandonato, di non essere voluto. Il bimbo infatti, fino ad una certa età, non è in grado di capire che il genitore si è allontanato solo momentaneamente e che tornerà; esso puo’ viverlo ogni volta come un abbandono. Pare che la reiterazione di questo "piccolo trauma" possa alla lunga diventare più dannoso di un grande, evidente, trauma.

Quale che sia la ragione scatenante, ecco allora che si inventano le più disparate supposizioni ai motivi di quel "no", perché l’idea che quella persona semplicemente non ci ama è del tutto – e incomprensibilmente – inaccettabile. Di volta in volta "non sa’ amare", "ha un blocco", "ha problemi in famiglia", "c’è una terza persona", "è gay", … Si potrebbe continuare a lungo. Quanto tempo ed energia sprecate per evitare di ammettere che siamo normali esseri umani, che possono essere amati, non amati o amati da chi magari non amiamo noi.

Eppure… quanti "no" in amore abbiamo detto noi? Magari più di quelli ricevuti. Ma non ci fermiamo quasi mai a riflettere sul perché abbiamo detto un "no": che ragione c’è? Sappiamo benissimo che semplicemente quella persona non "ci prende". Viceversa, quelli ricevuti… no, quelli devono avere qualche ragione recondita, perché noi meritiamo senz’altro di essere amati, anche da quella persona alla quale evidentemente la cosa non interessa…