I giorni perduti – di Dino Buzzati

Eccomi finalmente con un nuovo post :-)>, purtroppo e’ un periodo davvero intenso e il tempo libero e’ quello che e’ 😦

Il post e’ un testo di Dino Buzzati che ho trovato sul blog Cinechiacchiere non solo, di egle1967 🙂
Ora il testo, seguira’ un mio commento 😉


I GIORNI PERDUTI – DINO BUZZATI

scaricatoreQualche giorno dopo aver preso possesso della sontuosa villa, Ernest Kazirra, rincasando, avvistò da lontano un uomo che con una cassa sulle spalle usciva da una porticina secondaria del muro di cinta e caricava la cassa su di un camion.
Non fece in tempo a raggiungerlo prima che fosse partito. Allora lo inseguì in auto. E il camion fece una lunga strada, fino all’estrema periferia della città, fermandosi sul ciglio di un vallone.
Kazirra scese dall’auto e andò a vedere. Lo sconosciuto scaricò la cassa dal camion e, fatti pochi passi, la scaraventò nel dirupo che era colmo di migliaia e migliaia di altre cassi uguali.
Si avvicinò all’uomo e gli chiese: –Ti ho visto portar fuori quella cassa dal mio parco. Cosa c’era dentro? E cosa sono tutte queste casse?
Quello lo guardò è sorrise: –Ne ho ancora sul camion, da buttare. Non sai? Sono i giorni.
–Che giorni?
–I giorni tuoi.
–I miei giorni?
–i tuoi giorni perduti. I giorni che hai perso. Li aspettavi, vero? Sono venuti. Che ne hai fatto? Guardali, intatti, ancora gonfi. E adesso?
Kazirra guardò. Formavano un mucchio immenso. Scese giù per la scarpata e ne aprì uno.
C’era dentro una strada d’autunno, e in fondo Graziella, la sua fidanzata, che se n’andava per sempre. E lui neppure la chiamava.
Ne aprì un secondo e c’era dentro una camera d’ospedale, e sul letto suo fratello Giosuè che stava male e lo aspettava. Ma lui era in giro per affari.
Ne aprì un terzo. Al cancelletto della vecchia misera casa stava Duk, il fedele mastino, che lo aspettava da due anni, ridotto pelle e ossa. E lui non si sognava di tornare.
Si sentì prendere da una certa cosa qui, alla bocca dello stomaco. Lo scaricatore stava dritto sul ciglio del vallone, immobile come un giustiziere.
–Signore! – gridò Kazirra. –Mi ascolti. Lasci che mi porti via almeno questi tre giorni. La supplico. Almeno questi tre. Io sono ricco. Le darò tutto quello che vuole.
Lo scaricatore fece un gesto con la destra, come per indicare un punto irraggiungibile, come per dire che era troppo tardi e che nessun rimedio era più possibile. Poi svanì nell’aria, e all’istante scomparve anche il gigantesco cumulo delle casse misteriose. E l’ombra della notte scendeva.


Commento di Wolfghost: Ognuno di noi ha casse piene di giorni perduti, e’ inutile negarlo. Per la maggior parte di essi e’ bene non tormentarsi: sono stati atti davvero involontari, oppure scelte necessarie che non avevano vera alternativa. O addirittura “errori di gioventu’ ” che, si badi bene, possono capitare anche a 80 anni 😀 (ricordo a tal proposito un goal da quasi metacampo che subi’ Dino Zoff a fine carriera: lui segui’ la palla a braccia aperte, come dire “e’ fuori, e’ fuori”… invece era dentro :-D; quando venne intervistato dichiaro’ autoironicamente che era stato un errore di gioventu’, appunto :-P). Tutti sbagliamo, tutti prendiamo troppo alla leggera faccende che piu’ tardi torneranno a popolare i nostri incubi. Io ad esempio non sono esente da pensieri del tipo “Potevo fare di piu’ “, riferiti ai miei genitori in particolare (ma anche al mio gatto Kit, leggete qua: Un po’ di Wolf… Kit: incontro con la morte.), pur sapendo oggettivamente che sacrificare l’intera mia vita di allora non sarebbe stato giusto nemmeno per loro.
Pero’ ci sono cose che potevamo fare… e invece sono rimaste li’, incompiute. Cose che magari ci sembravano innocenti ma che hanno ferito qualcuno, qualcuno che magari nemmeno ricorda… ma ricordiamo noi.
Volete sapere una mia piccola storia personale che “sa di poco conto”, ma che non sono mai riuscito a sepellire e ciclicamente torna fuori? 😐 Essa riguarda un Wolfghost che adesso, qualche decennio dopo, non approvo…
Dovete sapere che erano gli albori dei siti di incontro online. Non erano certo come quelli di oggi (anzi, quelli di oggi manco li conosco, diciamo di “ieri” ;-)), si trattava di siti di solo testo, altro che facebook o Meetic (esiste ancora Meetic, vero? :-|).
Il mio primo approccio con questo genere di incontri online fu con una ragazza della mia citta’ che pero’ aspetto’ molti mesi prima di accettare di incontrarmi dal vivo. Io, che allora ero novello di questo genere di esperienze (che peraltro protrassi per pochi anni in tutto), accettai un “rapporto epistolare” che inizio’ con brevi messaggi per arrivare a lunghe e-mail. Sulla carta eravamo perfetti: stessi interessi, medesimo “sentire”. Ovviamente finimmo per idealizzarci l’un l’altro, per credere che quella sarebbe stata la storia “giusta” 🙂
Altrettanto ovviamente, quando finalmente ci incontrammo dopo mesi e mesi di e-mail (e da un certo punto in poi anche di telefonate)… non mi piacque  😦 ed io sapevo che non ci sarebbe stato modo di superare la cosa grazie a “affinita’ elettive”: non e’ che cercassi chissa’ cosa, ma se una donna non mi piaceva, non mi piaceva, c’era poco da girarci attorno.
In buona fede, ma un po’ arrogantemente, pensai che fosse meglio staccarla subito, per evitare che continuasse a farsi sogni ad occhi aperti, e, poco elegantemente, mi inventai il classico “ritorno della ex” 😦
Be’, non ci crederete, ma non ho mai dimenticato il suo ultimo sms dove mi scriveva che aveva un forte raffreddore accompagnandolo con una emoticon triste (questa:  ” :-(”  ). Sono certo che lei manco si ricorda di me a vent’anni di distanza, ma io… si’, me ne ricordo ancora. In particolare quell’emoticon triste.
Da allora imparai a non tagliare piu’ a quel modo, in nessuna occasione. Imparai a non credere che esiste solo il bianco e il nero nei rapporti umani, e che se una cosa non va per un verso, allora non deve andare per forza da nessuna parte. Ad essere sincero ed aperto e… se l’altro capisce e accetta un rapporto diverso (di amicizia in quel caso), bene, altrimenti ci si allontana consensualmente, senza rimpianti, ne’ rimorsi…

fuga colomba

Non e’ mai troppo tardi per intraprendere qualche cosa :-)

“Propizio e’ intraprendere qualche cosa” e’ una frase ricorrente dell’I-Ching, in particolare dell’esagramma 42 – l’accrescimento 🙂

esagramma 42L’accrescimento. Propizio è intraprendere qualche cosa.
Propizio è attraversare la grande acqua.

A questo proposito vi voglio raccontare un fatterello perso nel mio passato… 😉

Anni fa andai con una amica a fare una passeggiata in una delle piccole cittadine delle 5 terre, vicino a La Spezia. Era una bellissima giornata festiva di inizio anno, e non volevamo sprecarla nei rigori dell’inverno 😉
Improvvisamente un parapendio atterro’ sulla spiaggia non distante da noi, direi che evito’ di finire in mare per pochi metri  😀 Sapete, la Liguria e’ un posto tra monti e mare, c’e’ spesso pochissima distanza tra gli uni e l’altro, per cui non e’ infrequente che ci vengano gli aficionados di questo sport 🙂
Comunque, il tipo si tolse l’imbracatura e… ci rendemmo conto che era uno che aveva passato la sessantina da un pezzo, forse era perfino sui settanta! 😮
Ci fermammo a chiacchierare e lui ci racconto’ volentieri la sua storia (tra l’altro accendendosi una sigaretta :-P): dopo aver passato buona parte della sua vita dedicandola alla famiglia, adesso – che i figli erano cresciuti e andati via – si era deciso a intraprendere quegli in nuovi hobby… questo l’aveva iniziato da pochi mesi! 😀

Davvero non e’ mai troppo tardi: finche’ c’e’ vita, e le condizioni di salute lo permettono, si puo’ sempre intraprendere qualche cosa, certo… con un pizzico di buon senso e accortezza, naturalmente! 😉

parapendio

Affrontare con serenita’ l’ultimo viaggio – gli Hospice

Nell’ultimo post abbiamo parlato di persone che se ne vanno. C’e’ chi mi ha ringraziato per aver affrontato l’argomento, dato che, in genere, si cerca di rimuovere la morte dalla nostra vita quotidiana, eppure essa c’e’ e, anzi, e’ inevitabile per ognuno di noi. In realta’ io penso a questo tema fin da bambino 😀 Festeggio non piu’ ogni singolo compleanno, ma ormai anche ogni singolo mese perche’ lo considero un dono che altri, purtroppo, non sono giunti ad avere. C’e’ chi lo riterra’ un comportamento esagerato, ma io penso invece che sia un prendere coscienza di qualcosa che c’e’, esiste, e la cui consapevolezza possa servire non gia’ ad averne terrore, ma al contrario a vivere pienamente cio’ che ci e’ concesso vivere, dando il giusto peso a tutto cio’ che ci accade, perche’, di fronte alla morte, tutto e’ davvero piccola cosa. Tutto, salvo l’amore e la serenita’.
Come scrissi in occasione del post su mia madre (
Un po’ di Wolf… 2006: mia madre, qui invece quello dedicato a mio padre: Un po’ di Wolf… 2003: Era mio padre), ho imparato che tutto se ne va presto o tardi. Pensiamo di solito che il fisico ci lasci prima della mente, ma non e’ sempre cosi’, e in fondo puo’ anche essere una fortuna. Quando arriviamo in fondo non abbiamo piu’ nulla, non portiamo piu’ nulla con noi, niente denaro, tanto meno salute, nemmeno la posizione che ci siamo costruiti. L’unica cosa che conta e’ lo stato d’animo con cui a quel viaggio ci avviciniamo.
Ho visto persone avvicinarsi alla morte con una angoscia, una disperazione tali, che il solo pensarci mi spaventa piu’ del dolore e della morte stessa. Ma so anche di persone che ci sono arrivate con il desiderio – incredibile a pensarci – di imparare anche nell’ultimo periodo della loro vita, di ritrovare la serenita’, la pace, di andarsene con un sorriso, lasciando chi vegliava su di loro in uno stato di rassegnazione si’, ma rassegnazione serena. Forse perfino di stupore. Uno stato che li accompagna poi per tutta la vita. Cosi’ per come succede a chi resta segnato, per sempre, dalla visione di una persona cara che se ne va con il terrore negli occhi.
Per questo ho voluto dar spazio all’articolo di un’amica, che ha preferito restare anonima, in cui vengono presentati gli “Hospice”, strutture… no, ambienti, dove il malato viene accompagnato per mano, sostenuto fino alla fine. Un ambiente dove, di nuovo incredibile, sono a volte i malati ad insegnare qualcosa di importante a chi li accompagna, piuttosto che il contrario. Testimonianza palese di quanta serenita’ abbiano ricevuto.
Non tutti arrivano a tanto, certamente. Ma anche un solo passo che nella direzione della serenita’ venga compiuto, e’ un grande, enorme successo.

Per amor di verita’, personalmente non ho mai visitato un hospice. Esso fu proposto a mia madre, ma poi non ci fu il tempo materiale di operare il suo trasferimento. Mia madre, come mio padre, se ne ando’ in casa sua. Di solito i malati preferiscono cosi’, andarsene in casa propria, tra mura amiche che conoscono bene, ma a volte cio’ non e’ possibile, o comunque problematico, sia per le cure che il malato necessita, sia per la difficolta’ oggettiva di una continua assistenza da parte dei famigliari che magari hanno l’esigenza di dover continuare a lavorare e non possono permettersi qualcuno che sia sempre accanto al malato.

Credo che il mio sogno piu’ grande sia lavorare affinche’, un giorno, quando il tempo verra’, possa avvicinarmi all’ultimo viaggio serenamente, senza quel terrore, quello sgomento, che troppe volte ho visto nelle persone care e che, sono convinto, e’ peggiore della morte stessa.
Sono convinto che chi abbatte la paura della morte, abbatte il timore della vita e di ogni sua sorpresa.
Qualcuno ha detto “Ricordati che per una buona vita ci sono solo due cose di cui ricordarsi. La prima e’  non preoccuparsi delle piccole cose. La seconda e’ che [di fronte alla morte] esistono solo piccole cose”.


Avete mai sentito parlare di Hospice?
L’Hospice è una struttura sanitaria residenziale per malati terminali. E’ un luogo d’accoglienza e ricovero temporaneo dove il paziente viene accompagnato nelle ultime fasi della sua vita con un appropriato sostegno medico, psicologico e spirituale affinché le viva con dignità nel modo meno traumatico e doloroso possibile.
Intesa come una sorta di prolungamento e integrazione della propria dimora, l’Hospice include pure il sostegno psicologico e sociale delle persone che sono particolarmente legate al paziente (partner, familiari, amici), per cui si può parlare dell’Hospice come di un approccio sanitario olistico che vada oltre all’aspetto puramente medico della cura, intesa non tanto come finalizzata alla guarigione fisica, non più possibile ma letteralmente al ‘”prendersi cura’” della persona nel suo insieme.
L’Hospice è struttura che dona dignità a coloro che si trovano nelle condizioni di non poter ambire più alla qualità della vita. L’Hospice, di fatto, rappresenta una famiglia allargata, un luogo in cui si riscoprono sentimenti che si pensavano irritrovabili nel vivere un dolore forte: serenità, dolcezza, amore, comprensione e tranquillità. Un luogo in cui si accompagnano i propri cari accuditi nel migliore dei modi. Un luogo in cui i pazienti sono rispettati proprio in qualità di persone e non nominati in base al loro numero di letto e/o di stanza.
La capacità del personale tutto è quella di donare la serenità indispensabile a chi vive questi momenti drammatici, la loro paura è attenuata ed i pazienti riescono a vivere momenti di serenità che in altre strutture, persino nelle loro stesse case, non potrebbero vivere. Un luogo in cui ci si sente protetti sempre e in cui tutti gli operatori, nessuno escluso, sono persone disponibili e con il sorriso sulle labbra.
Spesso, infatti, con i malati terminali si riscontrano problematicità che la famiglia non riesce a risolvere. In strutture di questo tipo, tutti i confort sono a portata di mano, i desideri dei pazienti esauditi, nel limite entro cui è consentito dallo stato di salute di ognuno. Il cibo… appetitoso e gustoso e non quello solito per cui le persone malate sono veramente invogliate a mangiare. I pazienti possono ricevere la visita anche dei loro animaletti per ricreare il calore famigliare a tutto tondo. Tutte le culture sono rispettate.
In un Hospice si parla di cure palliative: esse affermano la vita e considerano la morte come un evento naturale; non accelerano né ritardano la morte; provvedono al sollievo del dolore e degli altri sintomi; integrano gli aspetti psicologici, sociali e spirituali dell’assistenza; offrono un sistema di supporto per aiutare la famiglia durante la malattia del paziente e durante il lutto.
L’ Hospice è composto da un numero molto ristretto di stanze singole dotate di una poltrona-letto che permette la presenza continuativa di un familiare o di un amico che desideri soggiornare con il paziente, cui è garantito anche il ristoro giornaliero, da condividere con il proprio parente e/o amico.
Le camere sono spaziose, di solito munite di televisore, radio, connessione per il computer, un piccolo frigorifero, dotate di servizi igienici che rispondono alle esigenze di persone non autosufficienti. Ogni paziente può portare nella propria stanza gli oggetti personali che ritiene più utili. In alcuni Hospice c’è la cucina anche all’interno della camera.
Ritengo che tali strutture dovrebbero essere maggiormente diffuse sul territorio nazionale, dovrebbero avere il massimo della publicizzazione poiché indispensabili a pazienti e famigliari.
Nessuno vorrebbe sentir parlare di malattie che non possono avere soluzione (tali argomenti vengono bellamente evitati), ma poi, quando inevitabilmente capita la situazione di emergenza, nessuno sa a chi rivolgersi.
Ecco qui un elenco di Hospice presenti sul territorio nazionale
http://www.fedcp.org/hospice_italia/index.htm

mani e farfalla

Riverente tace anche il silenzio – Una poesia di Raggioluminoso

Era un po’ che non pubblicavo “materiale” di altri blogger, ancor di più le loro poesie. Stasera voglio tornare a questa, che per me è una bella abitudine perché permette di far conoscere blogger che si ritengono validi, con una bella ma soprattutto toccante poesia dell’amica Raggioluminoso, blog Un dolce pensiero dal cuore.
Molti di voi conoscono Flox, è specializzata in poesie d’amore, ma a volte “invade” altri campi… e lo fa con notevole bravura.
Questa poesia mi lasciò senza parole, mi toccò profondamente, un po’ perché la morte ha iniziato a portarmi via persone care ormai da lungo tempo; un po’ perché ho ben presente che, purtroppo, “quella soglia” arriva prima o poi per tutti, e ogni volta lascia dietro di sé un vuoto assoluto, incolmabile, eterno.
Ogni giorno c’è qualcuno che scompare, spesso nel dolore e nella disperazione, abbandonando tutto cio’ che è stato ed ha fatto. E c’è chi resta, attonito e sgomento, con la sfida di una vita che deve riprendere, nonostante abbia imparato, una volta di più, che ogni castello, anche il più sfarzoso, un giorno sarà maceria. E’ già maceria.


Riverente tace anche il silenzio

di: Raggioluminoso

blog: Un dolce Pensiero dal cuore

Sento dentro me il tuo lamento
ora che la tua vita sta fluendo
gemono le ossa al cantico della vita.

Non so come lenire la tua paura
su te poggio i miei sguardi
sussurrandoti il bene di cui sono capace.

Vorrei alleviare le tue sofferenze
ormai pesanti quanto il mare
sapendo che nessun rimedio vale.

Intreccio la mia alla tua mano
insieme a te aspetto l’ultimo viaggio
fermare mi dovrò su quella soglia.

[Temo anch’io questa tua partenza]

Al soffocar dei singhiozzi
pronuncio lacrime d’amore

… sei già partita …

tutto l’intorno tace
è la tua luce a parlare.

Dedicata a mia zia con tutto l’amore di cui sono capace
sapendo che ora mi vive nel ricordo.
Flox (Raggioluminoso)

La parzialità della percezione

elefanteUn giorno un re riunì alcuni ciechi e propose loro di toccare un elefante per constatare come fosse fatto.
Alcuni afferrarono la proboscide e dissero: “Abbiamo capito: l’elefante è simile a un timone ricurvo”.
Altri tastarono gli orecchi e dichiararono: “È simile a un grosso ventaglio”.
Quelli che avevano toccato una zanna dissero: “Assomiglia a un pestello”.
Quelli che avevano accarezzato la testa dissero: “Assomiglia a un monticello”.
Quelli che avevano tastato il fianco dichiararono: “È simile a un muro”.
Quelli che avevano toccato una gamba dissero: “È simile a un albero”.
Quelli che avevano preso la coda dissero: “Assomiglia a una corda”.
Ognuno era convinto della propria opinione. E, a poco a poco, la loro discussione divenne una rissa.
Il re si mise a ridere e commentò: “Questi ciechi discutono e altercano. Il corpo dell’elefante è naturalmente unico, e sono solo le differenti percezioni che hanno provocato le loro diverse valutazioni e i loro errori”.
(Buddha)


Commento (non mio): Questa parabola buddhista mette in evidenza la parzialità delle opinioni e delle dottrine umane, che portano a scontri e a guerre. tutti pretendono di aver ragione, di essere in possesso della verità, di aver avuto esperienze inoppugnabili. E, in un certo senso, tutti affermano un brandello della verità. Ma, per poter cogliere l’essenza delle cose, occorre saper prescindere da idee preconcette: occorre trascendere dalla propria mente. Meditare significa cancellare il bagaglio delle esperienze accumulate per rapportarsi direttamente alla realtà.

Commento di Wolfghost: Il nostro pensiero, la nostra visione, è naturalmente condizionata dalle nostre esperienze precedenti, dunque è necessariamente parziale, quasi nessuno conosce così tanto dal poter affermare con certezza di non aver bisogno di confronto. Abbiamo tutti da guadagnare dall’osservazione che meglio sarebbe liberarsi dall’illusione, a volte dall’arroganza, di credersi infallibili, di credere che la nostra idea sia la sola idea valida. E’ un bene per gli altri, che non verranno attaccati con prepotenza, ma è un bene anche per noi, perché, considerando l’esistenza di altre alternative tramite l’ascolto altrui, potremo vedere strade che in precedenza non abbiamo visto. Ascolto è opportunità.

Serenità, visibility e antica saggezza

i-chingUn capo è al suo meglio quando la gente appena si accorge che esiste. Non tanto bene quando la gente gli obbedisce e lo acclama. Peggio quando lo disprezzano. Ma con un buon capo, che parla poco, quando il suo lavoro è compiuto e i suoi scopi realizzati, diranno: “L’abbiamo fatto da soli.”

“La regola celeste, 49.” – Lao-Tzu (604 a.C. – 531 a.C.), filosofo Cinese e fondatore del Taoismo

Certo in un mondo come quello di oggi, dove domina il concetto di visibility, del mettersi in mostra ad ogni costo, di “anche male, purché se ne parli”, sentenze come queste suonano un po’ anacronistiche, non è vero? 😐 D’altronde tutta la nostra società si basa sulla differenza tra “profilo alto” e “profilo basso”, tra stress e pace, vivere per lavorare o lavorare per vivere. Molti di noi diranno “ah, quanto è vero! Quanto siamo stufi di gente che cerca solo di mettersi in mostra! Di un sistema dove l’unico modo per essere sicuri è quello di risultare indispensabili”. Eppure molti di noi, in un modo o nell’altro, nel lavoro piuttosto che negli hobby, mettono nel mettersi in mostra una buona fetta della propria ragione di vita 😐 Si dice che cerchiamo solo di realizzarci, di esprimere noi stessi, ma è davvero così? Davvero agiamo così, cercando di primeggiare nel nostro piccolo, solo per il piacere di farlo, o stiamo in realtà cercando un modo di sentirci importanti, superiori agli altri? 😐 Ed è davvero questo il metodo migliore di vivere? 😐
Forse oggi non è più possibile essere capi nel modo che Lao-Tzu descrive. Non in tutti i settori.
Allora preferisco non esserlo.

In genere ci viene detto che nella vita abbiamo una scelta tra due sole strade: lottare con tutte le nostre forze per arrivare in cima e avere successo, o riunirci all’esercito dei “nessuno”.
Invece esiste una terza via, amico, puoi farti da parte e cominciare ad essere la persona che vuoi essere.
Non sei obbligato a fare il loro gioco: sono gli altri che hanno bisogno di te non tu di loro.

S. Bambaren

serenità

Animali, siete i benvenuti! :-)

Stasera vi propongo un breve ma simpaticissimo post della nostra amica Dupont 😀 (blog Serenade), ma soprattutto… condivisibile 😉 Ho perso il conto delle mie litigate per i modi scortesi con cui alcuni avventori, soprattutto della catena Autogrill, ci hanno messo alla porta per via di Tom 😦 Ovviamente tutti locali entrati nella nostra lista nera: da loro mai più nemmeno un caffé!! 😉
Siete avvisati: chi volesse venire a casa nostra, consideri prima cosa conclude Dupont… va bene anche per noi! 😉


cane sei il benvenuto… ed io, a chi non possiede animali e visita la mia casa, dico che:

1) loro vivono qui, tu no;
2) se non vuoi i loro peli sui tuoi vestiti, stai lontano dal loro divano;
3) mi piacciono più i miei animali della maggior parte delle persone;
4) per te sono animali, per me sono figli pelosi che camminano a gattoni e che parlano chiaramente……
5) quando entri in casa mia, saluta loro come saluti me….perchè dal tuo comportamento capiscono più di quanto tu  possa immaginare … e, soprattutto, non aver paura, perchè non è loro che devi temere 😛

Amori che finiscono

Eccomi tornato da quel di Stoccolma 🙂 Non vi nascondo che in fase di atterraggio in terra scandinava, vedendo la coltre di neve e ghiaccio che ancora c’e’, il mio primo pensiero e’ stato “Ma come si fa a scegliere di vivere qui?” 😀 In realta’ so che ci sono un sacco di buone ragioni, ma… nonostante tutto preferisco ancora la mia buona e vecchia Italia 😉
Dunque, il tema di oggi, che ho ripescato da un vecchio scambio di commenti con un utente che non e’ piu’ su Splinder (almeno che io sappia), sono gli amori che finiscono o, meglio, i “presunti amori” che finiscono. Si’, perche’ ci sono tante persone che sostengono che un vero amore non puo’ finire: se finisce, allora non era amore 😐

Due premesse.
La prima e’ che il rapporto con mia moglie procede benissimo 😀 Mi e’ capitato di scrivere che cio’ che riporto sul mio blog e’ o trasparentemente vero o comunque una “metafora” della mia vita, c’e’ sempre qualcosa di me insomma. Bene, questo credo sia inevitabile, perche’ anche quando riportiamo un brano di qualcun altro, se non altro per il solo fatto di averlo scelto, esso rappresenta comunque qualcosa di noi, a meno di non volerci appositamente burlare del prossimo fingendoci qualcun altro (cosa che non ho mai capito e che secondo me fa perdere piu’ tempo ed energie a chi lo fa che a chi risponde, poiche’ quest’ultimo ha comunque uno spunto di riflessione, mentre il primo sta davvero perdendo il suo tempo). Quindi meglio chiarire che la mia situazione attuale non c’entra, prima che, rientrando a casa, mi ritrovi un mattarello sulla testa 😀 Pero’ ho comunque vissuto cio’ di cui scrivo, anche qui, in passato, e quindi fa comunque parte di me 🙂

Venendo al tema del post, io ritengo normale che un amore possa finire. “Possa finire”, non e’ detto che cosi’ debba andare, naturalmente. Ci sono coppie che si sono amate sinceramente tutta la vita, non dimentichiamolo mai, non diamo retta al luogo comune che ogni amore presto o tardi finisce 😉

Le due considerazioni successive sono:
1) Un amore finito… non era un “falso amore” solo perche’ e’ finito; lo pensiamo solo perche’ ci aiuta a “staccare”, ci… addolcisce la pillola per cosi’ dire  🙂
Dire che “era solo una cotta, una infatuazione”, che “avevamo visto cio’ che non c’era”, e’ un insulto ad un pezzo di vita (e non e’ poco!!) e alle due persone che ne hanno condiviso quel tratto di strada.
La verita’ e’ che anche l’amore piu’ grande puo’ finire (di nuovo: “puo’ “, non e’ detto che lo faccia). Non per questo non era un grande amore.

2) Credere che una “gestione oculata” ed attenta del rapporto e delle esigenze di entrambi, debba necessariamente significare che il rapporto continuera’ per sempre… e’ crearsi una falsa certezza.
Certo, se non lo facciamo il rapporto avra’ molte piu’ probabilita’ di terminare, ma non vi e’ certezza della sua interminabilita’. Nemmeno per le coppie piu’ virtuose.
Perche’? Perche’ ogni coppia e’ composta da due singole unita’ che crescono e si evolvono, e non e’ detto che lo facciano nella medesima direzione. Forzarsi di andare sempre a braccetto non salvera’, in questo caso, il rapporto, perche’ uno dei due (o entrambi) si sentira’ in “prigione” e prima o poi esplodera’.
Ecco perche’ a volte si sentono frasi come “tu non sei quello che avevo conosciuto”… perbacco, certo che e’ cosi’! Nessuno resta immutabile nel tempo 🙂 Si puo’ solo avere l’abilita’, e la fortuna, di cambiare nella medesima direzione 🙂
Ma di nuovo, anche se quell’amore terminasse, non significherebbe che amore non era 😉

cuori

Elogio dell’incoerenza: cambiamento e fissazione

ELOGIO DELL’INCOERENZA
di Paulo Coelho

Non cercare di essere coerente in ogni momento. In definitiva, San Paolo non ha forse detto che “la saggezza del mondo è follia di fronte a Dio?”.
Essere coerente significa aver sempre bisogno di indossare la cravatta abbinata alle calze. Significa essere costretto a mantenere, domani, le stesse opinioni che avevi oggi. E il movimento del mondo, allora, dov’è? Purché tu non pregiudichi nessuno, cambia pure opinione di tanto in tanto, e cadi in contraddizione senza provarne vergogna. Ne hai il diritto. Non importa ciò che gli altri penseranno – perché penseranno qualcosa comunque.
Perciò, rilassati. Lascia che l’Universo si muova intorno a te, e scopri la gioia di essere per te stesso una sorpresa. “Dio sceglie le cose folli del mondo per fare vergognare i saggi”, dice San Paolo.


Commento di Wolfghost: Spesso abbiamo parlato sul mio blog a proposito del cambiamento. Sapete che penso che una delle piu’ grosse menzogne che possiamo raccontare e raccontarci, e’ che le persone non cambiano. In realta’ tutti cambiamo, volenti o nolenti, e quel che possiamo fare e’ solo cercare di indirizzare, il piu’ possibile, il nostro cambiamento nella maniera voluta. Un centro di gravita’ permanente, come lo voleva Battiato, non solo non e’ possibile, ma non e’ nemmeno auspicabile, perche’ la vita e le situazioni che reca sono in continuo mutamento e non voler cambiare significa non poter addattarsi, rimanendo in una predisposizione mentale che forse ha funzionato per un certo periodo, ma che e’ ormai inedaguata per affrontare al meglio le nuove situazioni. Dico spesso che la determinazione, la costanza, rischia di essere cieca testardaggine senza flessibilita’.
Personalmente diffido di chi e’ troppo sicuro delle proprie convinzioni, testardo al punto di non voler ascoltare niente e nessuno. Puo’ essere a modo suo anche una persona affascinante, ma in un mondo ed una vita che cambiano in fretta, mettera’ presto fuori gioco se’ stesso e chi da lui dipende.
A chi gli chiedeva perche’ i suoi pareri cambiavano spesso, alla faccia della coerenza che ci si aspetta da un saggio, Osho (che si puo’ apprezzare o meno, ma era certamente una persona intelligente) rispondeva che ogni persona che gli si presentava davanti era unica a se’ stessa, diversa dalle altre che l’avevano preceduta, dunque era normale che anche le risposte differissero, non e’ vero? 😉
In quanto a me… non credo di aver mai portato cravatta e calze abbinate… o meglio, le calze si’ sono abbinate solitamente, ma solo tra di loro! 😀

cravatta e calze