Il bisogno di essere speciali

La prima notizia è che… ci sono ancora! 😀 Ho saltato completamente un mese, non era mai successo 😦 Che dire? Prima o poi finirò anche io come i tanti, i tantissimi, che via via nel tempo hanno chiuso i battenti dei loro blog. Certamente vedere la moria blogghistica iniziata ormai parecchi anni fa e che continua a non fermarsi, non è molto stimolante. Ormai è un po’ scrivere nel deserto, penso che il blog sia ancora vivo solo perché ogni tanto mi capita di ritrovarci qualche immagine, qualche discorso del mio passato che mi dispiacerebbe perdere.

A proposito di passato, questo post risale all’Aprile 2008. L’ho ovviamente riletto prima di riproporlo e a grandi linee… mi ritrovo d’accordo con me stesso 😀 Salvo che forse oggi ci metterei un po’ di filosofia orientale perché ci starebbe proprio bene 😛

Qui trovate il post (poco leggibile in verità, perché avendo il blog con sfondo nero all’epoca, usavo spesso caratteri chiari che qua non si vedono quasi) e i commenti dell’epoca: Il bisogno di essere speciali


ReTutti, dentro di noi, ci sentiamo o vorremmo essere un po’ speciali. E’ come se ci fosse un bisogno di identificazione, di dimostrazione del proprio presunto valore, da ricavare dal confronto con chi ci sta attorno.
Probabilmente cio’ non e’ innato nell’uomo, e’ l’impostazione della nostra societa’ che genera questo “bisogno di superiorita’”. Fin da bambini ci viene inculcato che dobbiamo eccellere, essere i migliori, altrimenti potremmo non essere amati da quelle che in quel momento sono le persone per noi vitali: i nostri genitori. Questo e’ un processo che spesso non si riesce davvero a “lasciarsi alle spalle”, nemmeno quando ragazzini non lo si e’ piu’. Anzi, puo’ divenire qualcosa che col tempo si autoalimenta, distorcendosi e degenerando sempre piu’. Qualcosa che in molti si portano dietro tutta la vita, celandola di volta in volta dietro le maschere da superuomo (o superdonna) o, al contrario, con quelle da persona incompresa e non accettata.

ReginaSe in una certa misura questo bisogno puo’ essere in qualche modo umano e accettabile, i suoi eccessi generano “mostri”: in alcuni sfocia nella volonta’ di prevaricazione sull’altro, talvolta in una vera e propria violenza – psichica o fisica che sia; in altri, nel non riuscire ad accettare una seppur dignitosa esistenza poiche’ si sente sempre di “meritare di piu’”, di dover dimostrare di piu’, riducendosi in un perenne stato di infelicità.
Cosi’ la vita scorre via, tra dimostrazioni di forza e di potere, di ricerca di qualcuno o qualcosa che ci dimostri che valiamo quanto crediamo di DOVER valere.

Sara’ che forse col tempo le aspettative e le mire cambiano, che si impara ad essere piu’ autoreferenziali piuttosto che dipendenti dai giudizi altrui. Mi pare oggi evidente che molta della vita che viene “persa” lungo il tragitto in tentativi di autoaffermazione, potrebbe essere goduta attraverso aspettative diverse, piu’ autentiche, piu’ ritagliate sui nostri reali bisogni e aspirazioni. Nostri, non imposti dall’esterno.

Ci rendiamo conto che spesso perfino “sapersi godere la vita” diviene un “must”? Paradossalmente ci si sforza letteralmente di divertirsi, in un modo o nell’altro. Quante volte sento qualcuno rimproverare qualcun altro perche’ “non si sa godere la vita”! Peccato che spesso chi rimprovera e’ proprio colui che piu’ degli altri ha un aspetto tutt’altro che gaudente: spesso e’ contrito, teso nella necessita’ auto-creata di “dover vivere ad ogni costo”.

Il punto e’ proprio in quella parola: “vivere”… Ma qual e’ il metro di misura? Vivere secondo chi? Secondo quali parametri? Chi ha detto che dovremmo essere tutti dei Patrick De Gayardon, dei Casanova, degli Onassis, degli Einstein, piuttosto che persone chi si sanno godere il momento magari anche davanti ad un buon film e un bicchiere di vino?

La semplicita’ non e’ banalizzazione, non e’ rinuncia ai propri sogni e desideri. E’ casomai ripudio di quei sogni e desideri che nostri non sono. Di quelle aspirazioni che non servono veramente a noi; servono, a ben vedere, solo a sentirci al pari o superiori agli altri, ad essere accettati ed ammirati dai componenti della societa’ attraverso quei parametri che la societa’ stessa ha costruito e imposto, esplicitamente o sommersamente – attraverso il richiamo anticonformista alla rottura delle regole (ipocrita, perche’ falso: e’ sempre la societa’ stessa che detta sia le regole che… le regole per trasgredire alle regole).

Non si smette mai di imparare, e’ vero. Chi crede di poter smettere e’ egocentrico e illuso. Ma dopo un po’ inizia a fare capolino il sospetto che al mondo esistano soltanto “cose puntuali” da imparare, non segreti che portano a panacee capaci di trasformarci tutti in superuomini.

Che ne dite di lasciare i desideri di presunta superiorita’, quando non di onnipotenza, agli altri? 😉

gatto e procione

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L’interpretazione dei sogni

Gli uomini da sempre sono affascinati dai sogni, a volte essi sono così verosimili o al contrario così strampalati da far quasi inevitabilmente sorgere la domanda sul loro significato. Stuoli di filosofi, esoteristi e psicologi si impegnano da sempre a trovare il modo di interpretarli. Il problema è che nonostante si cerchi in ogni modo di catalogarli essi sono molto personali e dunque di significato il più delle volte soggettivo. Lo stesso Jung, nonostante cercasse egli stesso catalogazioni di base allo scopo di favorire l’interpretazione dei sogni, ammoniva che, allo stesso modo dell’analisi di una persona, così un sogno non può essere interpretato in maniera del tutto oggettiva. Jung aveva intuito che determinati simboli erano atavici, innati, nell’umanità, e lo spiegava con l’idea che un determinato oggetto o azione avesse suscitato per generazioni e generazioni una stessa determinata sensazione da divenire parte di un “inconscio collettivo” a cui tutti attingiamo. Eppure nemmeno l’archetipo può essere valido sempre e per tutti. Jung faceva l’esempio della campana a suono lento, da secoli usata per indicare una cerimonia funebre: sognarla, in linea di massima, non può che avere un significato sinistro. In linea di massima, appunto. Perché una determinata persona può avere nel proprio inconscio qualche lontano ricordo, legato al suono di una campana, capace invece di evocare sensazioni diverse, perfino di felicità, con una forza evocativa tale da scalzare il significato archetipo che di solito ha.

A mio avviso molti sogni non hanno un significato particolare, nascono in gran parte per semplice rielaborazione delle esperienze vissute nel corso della giornata o del periodo, quando non da rumori e suoni che ascoltiamo, in maniera inconscia, durante il sonno. Quand’ero ragazzo, nelle prime ore di un mattino, un pacco di asciugamani che era accatastato su un armadio assieme ad altri (i miei genitori erano entrambi parrucchieri) iniziò a scivolare lentamente su un altro pacco fino a cadere a terra. Nella brevità di quei momenti la mia mente addormentata elaborò il sogno di una slavina che si stava staccando da una montagna. Vero è che ogni sogno non è mai del tutto privo di significato, perfino quelli più semplici contengono particolari che per il solo fatto di comparire nei nostri sogni, e quindi essere nel nostro inconscio, qualche importanza la hanno.

Molti altri sogni hanno invece significati psicologici profondi ma spesso di difficile comprensione. Psicologia vuole che il motivo sia che la nostra parte conscia cerchi di evitarli, di cancellarli, perché ha timore di cosa è sommerso nella parte inconscia dalla nostra psiche: potremmo avere segreti terribili nascosti là dentro e non vogliamo conoscerli. Così l’inconscio tende a mascherarli per riuscire a passare la censura imposta dalla parte conscia. Io però ho come l’idea che il motivo possa anche essere più semplice: i sogni nascono dalla parte più arcaica e meno razionale di noi, una parte non controllata, non soggetta al ragionamento e alle regole della realtà. Una parte che, insomma, la vede come vuole e non come logica gli detta. Ad ogni modo, al di là di come nascono, questi sogni ci possono dire molto. Forse non nascono per questo, per darci suggerimenti, ma possono farlo. L’elaborazione è comunque difficile perché, come scritto all’inizio, nascono su basi assolutamente soggettive. Un simbolo che per noi vuol dire “nero”, per un altro potrebbe voler dire “bianco”, e poco importa che simboli archetipi possano voler dire la stessa cosa per il 90 per cento di noi: potremmo far parte del restante 10 per cento e prendere un palo clamoroso nel voler seguire l’interpretazione standard.

Un esempio classico sono le persone che appaiono nei nostri sogni. Spesso l’inconscio utilizza simboli che richiamano un particolare significato per usarne la forza; una persona che è stata per noi un simbolo di autorità, come un padre, può rappresentare la parte autoritaria di noi stessi. Non è nostro padre che vuole parlarci, ma una delle sfaccettature della nostra stessa personalità.

Ricordo di aver letto un facile esercizio che dovrebbe aiutare a farci capire il significato di un determinato simbolo o persona di un nostro sogno. Ci si mette tranquilli, in una sorta di autoipnosi per intenderci, ma nulla di particolarmente strano: semplicemente tranquilli. Dopo di che si immagina di essere seduti su una sedia e avere di fronte a noi l’oggetto del nostro sogno seduto su un’altra sedia. A questo punto gli si iniziano a porre domande: “chi sei?”, “cosa rappresenti?”, “cosa volevi dirmi?”. E così via.

E non dimentichiamoci che non sono solo le immagini che contano, ma ancora di più le emozioni che in noi provocano. Lo stesso “film” che in una persona evoca una sensazione sgradevole, in un’altra può provocare sensazioni positive. E’ evidente che anche l’interpretazione cambia.

Nella mia libreria c’è un libro vecchiotto che si intitola “Sogni che diventano realtà”. Di cosa parla potete immaginarlo. Sì, esistono poi sogni particolarmente strani, che apparentemente predicono qualcosa che avverrà, sembrano mettere in contatto con qualcuno che sta dall’altra parte o sembrano essere capaci di portarci in un’altra dimensione. Di solito questi sono sogni particolari, “lucidi”, dove sentiamo di avere la nostra consapevolezza sveglia, in grado, in qualche modo, di controllare perfino ciò che stiamo facendo nel sogno. Il sogno sembra reale, vivido, tangibile, al punto di lasciarci al risveglio la quasi certezza che non poteva essere solo un sogno. E’ davvero così?

In uno dei pochi sogni lucidi che ricordi, mi svegliai, mi misi seduto, mi infilai le ciabatte, mi alzai, andai alla porta della camera… esattamente come facevo normalmente ogni mattina. Poi afferrai con la mano la maniglia della stessa per aprirla, percependone perfettamente il metallo al contatto con la pelle della mano. E qui ricordo che qualcosa iniziò ad apparirmi inusuale. Infatti in quel periodo, vivendo da solo, non ero solito chiudere la porta della camera: come mai era chiusa? Comunque aprì la porta e iniziai a camminare lungo il corridoio, solo che… c’erano quadri appesi alle pareti, e io non avevo quadri in casa mia! A questo punto mi svegliai. C’era una realtà in quel sogno? O era semplicemente un sogno così vivido da sembrarmi realtà?

Solo successivamente mi capitò di leggere resoconti di “viaggiatori fuori dal corpo” secondo i quali i viaggi astrali portano in dimensioni parallele alla nostra e ad essa anche simili, eppure sempre almeno leggermente diverse. Così si spiegherebbero le stranezze che si incontrano in questi presunti viaggi astrali. Realtà? O spiegazioni fantasiose per dare realtà a qualcosa che non la ha?

In realtà certi sogni raccontano di fatti accaduti in un tempo che deve ancora venire, o che sta accadendo in un altro luogo, con una accuratezza tale da far pensare che almeno questa piccola percentuale di sogni si fondi realmente su percezioni paranormali. E in fondo potrebbe non essere così strano.

C’è una teoria, di due noti ricercatori britannici, che sostiene che nel cervello esistono delle particolari cellule (“microtubuli” all’interno dei neuroni) con capacità quantistiche. In sostanza queste cellule funzionerebbero come recettori di energie che esistono fuori dal corpo “traducendole” poi in qualcosa che può essere elaborato dal cervello fisico. E’ un po’ la stessa teoria che ci dice che davvero l’anima esiste indipendentemente dal corpo e il cervello funziona come una radio ricevente avente lo scopo di portare l’anima all’interno della realtà materiale. La maggioranza degli scienziati al momento restano in disaccordo, ma d’altronde ogni grande scoperta nasce sempre scardinando le “certezze” che l’uomo si è faticosamente costruito in precedenza. Non è così? 🙂

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Incubo notturno, Henry Fuseli

Nota: colgo l’occasione per salutare Wendy, la nostra pesciolotta che ci ha lasciato dopo 4 anni di vita nel nostro acquario. Apparentemente non aveva malanni particolari, con noi è stata (o è stato, in realtà non abbiamo mai capito se fosse maschio o femmina) fin dagli albori del nostro acquario, arrivata assieme ad altri pesci che ancora ci sono (in particolari i piccolini da fondo) e altri che non ci sono più, ma era già grande quando l’abbiamo presa, poteva avere già qualche anno, quindi può essere che avesse raggiunto la sua aspettativa di vita. Resta, tra gli altri, Jack, l’altro Trichogaster, con cui peraltro Wendy non è mai andata d’accordo: sono stati quattro anni di lotte e inseguimenti! 😐

Ciao Wendy, fai buon viaggio!

 

Il disagio esistenziale

Nel dicembre 2007 scrivevo il seguente post, qua potete trovare quello originale con tutti i commenti dell’epoca: Il disagio esistenziale

Come tutti, anche la mia vita ha avuto e avrà passaggi, alcuni facili e graditi, altri difficili e drammatici. La stabilità è un sogno, può esistere solo per periodi limitati di tempo, ma tutto cambia prima o poi e ciò che arriva non possiamo fare a meno di evitarlo, l’unica cosa che possiamo fare è decidere come affrontare questi cambiamenti, questi drammi. Ma ora vi lascio al post… 🙂

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Riporto come nuovo post un mio commento, dato che mi pare possa essere di interesse generale…

E. Munch - DisperazioneIl “disagio esistenziale” è una sensazione che purtroppo capita frequentemente nella vita di molte persone. Di solito è un “periodo”, un “passaggio” tra due fasi di vita, come quella che porta alla maturità attraverso la dolorosa presa di coscienza che certi sogni e desideri dell’adolescenza non sono stati realizzati, forse perché oggettivamente sproporzionati, forse per circostanze avverse. Non puo’ percio’ che essere un passaggio doloroso.

Il “disagio” non è affatto cosa semplice, soprattutto fino a quando non se ne comprendono le cause. Spesso lo si esprime con parole e frasi “più dense”, come “disperazione”, “angoscia”, “depressione”. Queste parole danno l’idea della profondità che quel disagio puo’ assumere.

Preferisco comunque usare la parola “disagio” perché essa è una parola più costruttiva, indicando uno stato nel quale non ci si trova a proprio agio, uno stato dal quale percio’ si vorrebbe uscire. Invece, molta gente – per quanto assurdo possa sembrare – sta’ bene nella sua disperazione perché, anche se fa’ male, la conosce bene, ne viene “confortata” dall’abitudinarietà al punto di rifiutare qualunque aiuto, seppure “fingendo”, talvolta, di richiederlo. Inoltre per molte persone essa è confortante perché fa’ sentire “importanti”, da’ diritto a potersi lamentare, seppure nella sofferenza che essa comporta.

E. Munch - LIl disagio di cui parlo è un disagio esistenziale che nasce dal fatto di non aver avere avuto quella vita soddisfacente che si pensava di meritare, se non altro come diritto acquisito per il fatto di essere vivi. L’aspirazione alla felicità, i propri sogni, hanno fatto i conti con una realtà che li ha frustrati, e cio’ ha determinato il disagio di vivere in una vita che non si sente “propria”. Questo, unito alla consapevolezza di avere solo la vita che sta’ scorrendo via, rende il passo verso la disperazione breve.

Vorrei che chi è in crisi, analizzasse la propria vita, dicendo poi se avverte un senso di “stagnazione”, di “inutilità”, di “incompiutezza”… Se è così, allora ho buone probabilità che cio’ che sostengo valga anche per lui. E, se è così, vorrei che riflettesse sul significato della parola “stagnazione”.

La stagnazione è assenza di movimento che genera mancanza di ricambio. La nostra anima, il nostro cuore, marciscono giorno dopo giorno, perché inermi, atrofizzati; la mente non li aiuta perché, lei per prima, non vede via di uscita essendosi fissata sul raggiungimento di un obiettivo ormai morto da tempo.

Il passo da fare è più semplice di quel che si crede: smettere di riflettere sulle cause di quella disperazione – tanto è evidente che si è entrati, coi pensieri, in un circolo chiuso, girando attorno sempre agli stessi concetti senza mai arrivare ad una via di uscita – e… vivere! Buttarsi a capofitto nella vita! Non importa nemmeno cosa si fa’ all’inizio, basta… “fare”. Poi si aggiusterà il tiro strada facendo, ma è necessario rompere quello schema mentale di chiusura che imprigiona.

Rompi quello schema, sorprenditi, non darti tempo di ragionare, fai qualcosa che forse hai sempre voluto fare ma non hai mai fatto, oppure tieni semplicemente gli occhi aperti e, il primo manifesto o volantino che ti capita sottomano e che pubblicizza una qualunque novità, attività o corso, non pensare subito “non mi interessa”, “non fa’ per me”: senti semplicemente se ti “piace”, e se è così… buttati! 😉

Decidi che entro una settimana farai qualcosa, qualunque cosa, e… falla! Non essere preoccupato dal pensiero che magari dopo un po’ non ti piacerà più; vuol dire che cambierai.

Il cambiamento, spesso, è il sale della vita più dell’ottimismo 😉

Movimento = fine della stagnazione. Ma è necessario agire!

 

“Per cambiare la propria vita:

1. Iniziare immediatamente.

2. Farlo vistosamente.

3. Nessun cedimento.”

 

William James (1842-1910) – psicologo e filosofo americano

volo

Ispirazione

Il seguente post è stato pubblicato da me la prima volta il 27 ottobre 2007, trovate il link originale con le risposte date allora qua: Ispirazione

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“Qcorpiuando sei ispirato da alcuni grandi propositi, da qualche progetto straordinario, tutti i tuoi pensieri rompono le loro catene. La tua mente trascende le limitazioni, la tua consapevolezza si espande in ogni direzione, e scopri te stesso in un nuovo, grande e magnifico mondo. Forze sopite, facolta’ e talenti prendono vita, e scopri te stesso essere una persona di gran lunga piu’ grande di quanto tu abbia mai sognato essere.” – Patanjali, Filosofo indiano – Yoga-Sutras

Chi non ha mai provato, almeno una volta nel corso della sua vita, l’esaltante stato d’animo descritto da Patanjali? Solitamente e’ stato un evento, un incontro, qualcosa che si e’ parato fortuitamente sul nostro cammino a donarcelo. O almeno cosi’ pensiamo. Di solito ci danniamo per qualcosa che non abbiamo o che che abbiamo perso. Qualcosa che abbiamo desiderato cosi’ tanto da pensare che senza di esso la nostra vita non e’, o non sarebbe piu’ stata, degna di essere vissuta.

Eppure, se ci riflettiamo, la magia accade nella nostra mente. E’ la nostra mente. Perfino quando quel qualcosa che funge da ispirazione non e’ attorno a noi, o non e’ stata raggiunta, la nostra mente la ricrea dentro di noi; puo’ essere immagine, suono, sensazione… Il gatto e la lunapuo’ essere qualcosa che non si riesce a definire, ma quel qualcosa e’ come se fosse sempre li’, presente, a spronarci. Siamo noi, nel momento in cui abbiamo deciso di farci coinvolgere da quel sogno, da quella musa ispiratrice, chiunque o qualunque cosa essa fosse, che abbiamo acceso la forza incontenibile della ispirazione. Noi in quel momento abbiamo visto qualcosa che di solito non notiamo e raccogliamo. Noi non ne siamo di solito coscienti, ma il nostro stato d’animo, la nostra determinazione, la nostra voglia di sognare, il coraggio di affrontare le nostre paure, lo spirito di reazione nelle avversita’ e nel rompere gli schemi negativi che ci affliggono, contribuiscono enormemente al fatto che quel qualcosa di straordinario avvenga.

Ogni sogno che tramuta in realta’, parte sempre da noi e dalla nostra mente. Ogni ispirazione nasce prima di tutto dall’anima che la esperisce.

Coltivate i vostri sogni, lottate contro la vostra inerzia, i vostri blocchi, la paura di risultare forse ridicoli. Agite perche’ quei sogni possano divenire realta’. Forse non avverra’, e rimarranno solo bellissimi sogni, ma se non lo fate, la possibilita’ che si realizzino sara’ davvero minima.

Voi siete la vostra prima ispirazione…

Warming Up for the Night“Aspettiamo tutti questi anni per trovare qualcuno che ci comprenda, pensai tra me, qualcuno che ci accetti come siamo, qualcuno con un potere magico che sappia trasformare le pietre in luce solare, che ci porti felicità nonostante le controversie, che possa far fronte ai nostri draghi notturni, che ci possa mutare nelle anime che scegliamo di essere.
Soltanto ieri ho scoperto che quel magico Qualcuno è la faccia che vediamo nello specchio: siamo noi, e le nostre maschere casalinghe.
Dopo tutti questi anni, c’incontriamo finalmente…
Pensate un po’.”
Richard Bach, “Via dal Nido.”

Sogni e sicurezze

Ho in mente di tornare ai brevi racconti (non che ne abbia scritti tanti in passato, solo qualcuno che potete trovare nella lista dei "Titoli argomenti" sotto "Racconti"), tuttavia oggi non ho il tempo necessario 😦

Cosi', voglio raccontarvi invece un episodio di vita che capito' a Richard Bach, il famoso scrittore americano autore di diversi bestseller, tra gli altri il famosissimo "Il gabbiano Jonathan Livingston" 🙂
Vado a memoria; Richard, se mai passasse di qua :-D, correggera' sicuramente eventuali errori 😛

Dovete sapere che Bach lavorava per una granze azienda aerospaziale statunitense ma aveva da sempre il desiderio di divenire scrittore. Dopo innumerevoli ripensamenti decise ad un certo punto di seguire il suo sogno e, nonostante lo scetticismo – e probabilmente una certa ironia – dei suoi colleghi che lo esortavano a restare in quella grande azienda piuttosto che buttarsi in qualcosa dall'esito piu' che incerto, si licenzio'.
Tutti sappiamo che i fatti gli diedero ragione: il tempo dedicato interamente alla sua passione, la scrittura, porto' buoni frutti e lui divenne uno scrittore di successo.

Anni dopo, trovandosi per caso nella zona dove sorgeva la struttura dell'azienda per cui aveva lavorato, decise di fare un salto a trovare i suoi ex colleghi, convinto che avrebbe fatto loro piacere rivederlo 🙂
Grande fu la sua sorpresa nel trovare il posto deserto, il cancello chiuso da catena e lucchetto: il posto era stato dismesso, i dipendenti licenziati.

Non sempre va cosi', e certamente pochi di noi sono come Richard Bach. Tuttavia questo breve racconto dimostra, come tanti altri di cui probabilmente anche voi potreste portare esempi, che a volte sacrificare i propri sogni in nome di una presunta sicurezza non e' una scelta saggia.

Amo citare, per l'equilibrio che dimostra, un aforisma del compianto pilota di formula uno Ayrton Senna:
Se una persona non ha più sogni, non ha più alcuna ragione di vivere. Sognare è necessario, anche se nel sogno va intravista la realtà.
Per me è uno dei principi fondamentali.

Tom al fresco nel laghetto

Nell'immagine, il sogno di Tom (in basso a sinistra): essere a spasso in mezzo alla Natura 😉

Il tempo della resa – Perseveranza ed accettazione

PERSEVERARE NON SIGNIFICA INSISTERE
di Paulo Coelho

i-chingDice l’I Ching, il libro cinese delle mutazioni umane: “La perseveranza è favorevole”. Ma la perseveranza non ha niente a che vedere con l’insistenza.
Ci sono epoche nelle nostre vite in cui i combattimenti si prolungano oltre il necessario, esaurendo le forze e indebolendo l’entusiasmo. In questi momenti, vale la pena di riflettere: una guerra prolungata finisce per distruggere anche il paese vittorioso. Niente di meglio, allora, che una tregua, prima che la nostra energia si esaurisca al punto da non consentirci più di recuperarla. Perseveriamo nella nostra volontà, ma aspettiamo un’occasione più favorevole per riprendere la lotta.
Perché un uomo d’onore riprende sempre la lotta, ma mai per ostinazione, bensì perché ha percepito il cambiamento nel tempo.



Commento di Wolfghost: potra' sembrare strano quello che mi appresto a dire, ma perfino uno come me, che ha sempre esortato a non arrendersi, a lottare anche quando il risultato e' incerto nonostante i nostri sforzi, crede che esista anche un giusto tempo per la resa.
A volte e', come dice Coelho, solo un temporaneo periodo di recupero in attesa di ripartire, o un cambiamento di strada che pero' porta, sul lungo termine, allo stesso fine. Vogliamo arrivare da qualche parte, ma troviamo che la strada che stiamo percorrendo e' piena di ostacoli che si rivelano, per quanto facciamo, insormontabili. Non ha piu' senso continuare a sbatterci contro. Meglio fare una bella inversione e tornare, almeno per un tratto, indietro. Non e' una vera resa, si torna indietro solo fin dove un bivio puo' permetterci di provare un'altra strada, e se anche quella si rivela interrotta, un'altra ancora, e cosi' via. E' come se arrivassimo davanti ad una porta con un mazzo di chiavi. La prima chiave che proviamo non funziona, non sarebbe stupido continuare ad insistere con quella piuttosto che provare le altre?
Poi ci sono le rese definitive, anche quelle purtroppo esistono. Si puo' trattare di un sogno che si rivela davvero irrealizzabile, che si e' trasformato in una illusione. Continuare ad inseguirlo vorrebbe dire spendere energie, tempo, serenita'.
Serenita', gia'… a volte penso che la serenita' sia il vero scopo della vita. Arrivare a quello stato di consapevolezza ed accettazione che ci permette di veleggiare tranquilli per i mari della nostra vita qualunque sia la tempesta che ci investe. E, al limite, entrare con la stessa serenita' nel porto che ci attende alla fine del viaggio.
E' la vita stessa ad essere cosi'. Non siamo immortali, dovremo abbandonarla prima o poi questa amata vita, e quella sensazione di "va bene, e' ora…" mi pare sempre piu' un'enorme conquista piuttosto che una maledizione o un atto di debolezza. Fa anch'essa parte di quello spirito di accettazione che contribuisce, al pari della determinazione – che non deve mai divenire cieca testardaggine – alla serenita'. Alla serenita' fino alla fine.
Credo che noi abbiamo sempre chiara la percezione di quando davvero la risalita non e' piu' possibile, che si tratti di un amore impossibile, un sogno che e' divenuto una chimera, un futuro che non potra' essere come lo volevamo. Li' e solo li', il tempo della resa non solo e' accettabile… ma addirittura auspicabile.

mano aperta

L’umorismo nell’arte del vivere – da un post di Donnaflora1968

Spesso ho scritto sull'importanza dell'ironia e, ancor di piu', dell'autoironia, e anche sull'impatto positivo che hanno sulla qualita' della nostra vita cose come il sorriso o il pensiero positivo. Tuttavia, se non erro (inizio ad essere qua da troppo tempo :-D), non avevo mai dedicato un post all'umorismo e all'impatto che ha nella vita, per cui, quando me lo sono ritrovato bello e pronto, mi sono detto "be', questo lo devo postare anche da me!" ;-).

Per chi non lo conoscesse, consiglio vivamente il blog di Donnaflora "ricomincio a vivere", e' davvero ricco e spazia dalle storie di personaggi storici e opere, alle segnalazioni di canzoni e musiche, per finire con saggi personali e di "terze parti" (ovvero tratti da articoli) 🙂
Diciamo che il suo blog ha, soggettivamente e non oggettivamente, un solo difetto: e' cosi' prolifico che, per il mio modo di essere presente sul web, finisco per perdermi certamente qualcosa di buono 😐 Ma d'altronde se pubblicasse con i miei ritmi… finirebbe probabilmente per addormentarsi! 😀

E adesso il post sull'umorismo… 😉


L'umorismo nell'arte del vivere

bimbo

Gli angeli volano alto… perché si prendono alla leggera!

L’umorismo insegna a non identificarsi con un’idea stereotipata di sé, ma a riconoscere la propria identità più complessa, a cogliere le proprie contraddizioni e a sorridere di sé. E’ un’arte quella di imparare a vivere dosando nelle giuste proporzioni serietà e umorismo. La vita è una cosa seria, certo chi lo negherebbe mai, eppure maestri di tutti i tempi e di tutte le tradizioni accennano spesso, con un sorriso che sembra celare molto più di quanto esprime, al fatto che la vita è un gioco.
E anche il gioco è una cosa seria, provate a chiederlo ai bambini! Solo un paradosso può spiegare in profondità la natura di un esperienza così ricca come quella della vita, di cui siamo protagonisti e spettatori, per invitarci a trovare il giusto equilibrio.
E maestri di vita si rivelano questa volta i bambini che vivono pienamente un loro gioco, che siano nel ruolo delle “guardie”, che siano nel ruolo dei “ladri”, che facciano il “medico” o il “paziente”, in cui l’importante non è essere da una parte o dall’altra, l’importante è giocare a fondo la propria parte, recitarla bene, immedesimandovici con passione, senza però mai dimenticare che quello è solo il ruolo che si sta momentaneamente giocando, la propria vera identità e un’altra.
E’ lo stesso invito posto da grandi psicologi e filosofi. Il dottor Roberto Assagioli ha sempre posto una grande enfasi , nell’ambito del percorso di crescita personale, sul metodo della sdrammatizzazione e dell’umorismo.
“Molte persone, ha scritto, sono solite prendere la vita, le situazioni, le persone, con eccessiva serietà; esse tendono a prendere tutto in tragico. Per liberarsi dovrebbero coltivare un atteggiamento, più sciolto, più sereno, più impersonale.
Si tratta di apprendere a vedere dall’alto la commedia umana, senza troppo parteciparvi emotivamente; di considerare la vita del mondo come una rappresentazione teatrale in cui ognuno recita la propria parte. Questa va recitata nel miglior modo, ma senza identificarsi del tutto col personaggio che si impersona”.
La nostra vera identità non va ricercata nell’ "abito” che portiamo e neppure nell’intestazione del biglietto da visita o nell’entità del conto in banca, perché le cose veramente importanti della vita, della nostra vita personale, riguardano ben altro, riguardano affetti, emozioni, talenti più o meno sviluppati, valori e ideali, sogni e speranze. Queste sono le cose reali, le cose veramente importanti nella vita, l’ascolto e il rispetto delle quali determinano anche il grado di salute fisica e psichica, e questo è quello che forse già sappiamo ma che molto spesso dimentichiamo, soffrendo in modo esagerato per cose che sono poi facilmente ridimensionabili di fronte alle grandi questioni dell’esistenza. Ed è qui che l’umorismo si rivela a sua volta grande maestro perché aiuta a ridare giuste proporzioni ai diversi aspetti della realtà.
Il filosofo Hermann Keyserling aveva affermato, a questo proposito: “Osservando e vivendo la vita in modo ampio ed elevato si vede che essa ha dei lati seri, duri, dolorosi, ma anche degli aspetti lieti, lievi, luminosi e anche degli aspetti comici, buffi. Questi costituiscono il giusto contrappeso ed equilibramento di quelli. L’arte di vivere consiste nell’alternare opportunamente i diversi elementi e atteggiamenti; e il farlo è in nostro potere più di quanto si creda”. Troppa serietà denota anche troppa rigidità, incapacità di percepire il mondo nei suoi molteplici aspetti, nei diversi punti di vista, tra i quali ce ne sarà sempre uno che permetterà di sorridere. Per saper sorridere di se stessi occorre una grande apertura mentale e fiducia in se stessi, per non perdere la propria identità anche se per un momento si perde la propria dignità; per trovare la sfumatura umoristica anche nella tragedia occorre una grande fiducia nella vita che non è mai veramente “contro di noi” anche quando gli eventi sembrano dimostrare il contrario.
C’è sempre una possibilità di vedere le cose anche in un altro modo, e a volte è anche l’assurdità di questo tentativo che fa sorridere, che fa ridere. E la realtà diventa allora più sopportabile, anche solo per il benefico effetto della risata.
Saper ridere può essere segno di grande maturità, ma bisogna fare una distinzione.
Vi è una differenza radicale tra comicità, nel senso di derisione, e umorismo.
La prima è antagonistica, aggressiva, spesso crudele; invece il secondo è pervaso di indulgenza, di bontà, di comprensione. Consiste nel veder dall’alto, nella loro vera luce e nelle loro giuste proporzioni le debolezze umane.
E il vero umorista sorride soprattutto di se stesso.

(da " Essere" M. Danon)

gatto e scimmia