L’ultima sfida – sesta (e ultima) parte

manoscritto“Se leggi queste parole, William, il mio momento è arrivato. So di essere stato quello che comunemente viene chiamato un “uomo di successo”, ma personalmente non mi è mai importato più di tanto. Il mio obiettivo eravate voi, erano le persone, era poter lasciare un mondo migliore di quando sono arrivato. E se oggi c’è anche solo una persona in più contenta di essere al mondo… bé, allora ci sono riuscito.
Devi sapere che la mia vita non è stata sempre così: molti anni fa, quand’ero solo un ragazzo, vivevo di stenti e poco, davvero poco, ci mancò che mi lasciassi andare.
Come sai, i miei genitori se ne sono andati presto, non avevano soldi ed io non avevo lo straccio di un lavoro. Abitavo in un tugurio di pochi metri quadrati e per lavarmi dovevo usare un lavandino. Mi strafogavo così tanto di cibo come forma di compensazione da aver superato abbondantemente i cento chili e la mia salute ne risentiva sempre più. Difficile crederci per chi mi ha conosciuto dopo, vero?
Per questo voglio che tu abbia le seguenti parole, sono quelle che cambiarono il corso della mia vita…

“Qualunque difficoltà voi possiate incontrare, figli miei, ricordate che è vero che finché c’è vita c’è speranza. Finché c’è vita le cose possono cambiare. Noi possiamo cambiare, noi stessi e le cose che ci stanno attorno.
Ognuno di noi è come un lume: potrebbe essere di guida per sé stessi e per gli altri, ma se è spento, nessuno lo nota. Un lume spento non è di alcuna utilità, anzi è un’occasione sprecata, un vero peccato. Se invece è acceso, nonostante le difficoltà, anzi a dispetto delle difficoltà poiché una luce è più evidente quanto più sono forti le tenebre, ogni cosa attorno ad esso si illumina e gli altri potranno vederlo e desiderare di accendere il proprio lume a loro volta. Una luce, anche se fioca,
nel buio può essere scorta a distanze notevoli. Può essere la differenza tra trovarsi e perdersi, tra felicità e disperazione, tra vivere e morire.
Non è importante che ognuno di noi si trasformi in un faro capace di illuminare il mare per centinaia di chilometri, basta che tenga accesa la propria umile candela: qualcuno ne trarrà luce e calore e, forse, a sua volta tenterà di fare altrettanto per qualcun altro. E così via.
Questo è sufficiente. Non importa se talvolta può apparire che non si stia riuscendo a cambiare le cose e che la propria vita sembri non avere riuscita, bisogna avere fiducia nel fatto che ciò che si esprime, che siano fatti o solo idee, non va perso. E i fatti e le idee buone sono come quei lumi di cui parlavo prima: può sembrare che uno solo non serva a granché, ma tanti divengono un faro capace di cacciare le tenebre della disperazione.”

Da quando lessi queste parole, caro figlio, non ho più smesso di tenere accesa la candela della mia speranza e del mio desiderio di cambiare le cose e la mia vita. Questo, solo questo, è stato il mio segreto. Tali parole, William, appartengono ad un manoscritto vecchio di secoli che mi fu regalato da una zingara in cambio di una povera elemosina, il massimo che potevo donare in quel periodo. Sono di un autore ignoto di cui nemmeno conosco il nome ma al quale io, e tutti quelli che attraverso di me hanno tratto vantaggio, dobbiamo il massimo della riconoscenza. Chissà che persona fantastica deve essere stata.
Ora le dono a te, con l’augurio di lasciare alla tua morte qualche sorriso in più e qualche lacrima in meno tra le persone che incroceranno il tuo cammino.
Questa è la mia ultima sfida, ed è anche l’ultima sfida che l’anonimo autore tramanda da secoli.
Una sfida che ora lasciamo a te ed a tutti coloro nel mondo che, in qualche modo, hanno ricevuto o riceveranno questo stesso messaggio.
Papà.”

candela

L’ultima sfida – quinta (e penultima) parte

“Come passa in fretta il tempo, vero papà? Sembra ieri che portavi me e Gertrude a giocare in riva al torrente al di là del bosco…”. Così William si rivolgeva a Sade, ormai sul letto di morte. Lo rattristava vedere suo padre in quelle condizioni dopo una vita già difficile, ricca di “domani andrà meglio” che non erano mai arrivati.
Zoe se n’era andata da tempo, alla fine aveva ceduto alla corte di un ricco dignitario locale, lasciandoli dalla sera alla mattina. Ma perfino in quel caso Sade se n’era fatto una ragione: “Vostra madre non è mai stata per una vita semplice, ora sarà in un ambiente che certamente gli darà la prosperità che cercava”. In fondo anche loro erano stanchi di una madre poco presente e dei continui litigi che provocava.
William e Gertrude avevano trovato un lavoro dignitoso, non si arricchivano, certo, ma a loro in fondo quella vita semplice non dispiaceva. Gertrude si era anche sposata, ma sfortunatamente il marito era morto in una delle tante battaglie che insanguinavano quel periodo storico. Però aveva un figlio che adorava, che aveva dato lei una ragione di vita.
William era un bel giovane, ma la sua introversione lo aveva portato ad un certo isolamento. Aveva avuto storie anche importanti, ma poi il richiamo alla propria interiorità l’aveva sempre fatto scappare. E a lui, in fondo, stava bene così. Gli dispiaceva molto che Gertrude non potesse essere lì, sfortunatamente le condizioni del padre si erano aggravate improvvisamente mentre lei era in viaggio, difficilmente sarebbe rientrata in tempo.
“Figliolo, mi sei sempre stato vicino, anche quando tua madre e gli altri mi consideravano un poco di buono, un rifiuto della società, tu e tua sorella siete stati coloro che hanno dato un senso alla mia vita… Prima di andarmene vorrei lasciare un messaggio a te ed a tua sorella, vuoi scriverlo per me?”


Alla cerimonia funebre di Victor partecipò un numero enorme di persone, tutti gli volevano bene, aveva costruito un mondo nuovo, una società dove le parole emarginazione e povertà non esistevano più. Era diventato una sorta di profeta dell’ultimo millennio e adesso la sua morte, seppure annunciata, aveva lasciato molti in uno stato di profonda prostrazione. Ma così è la vita, e Victor lo sapeva bene.
Quando suonarono alla porta, Erik, il figlio maggiore di Victor, si aspettò l’ennesimo telegramma di condoglianza. Invece, a sorpresa, si ritrovò di fronte l’avvocato del padre.
“Caro Erik, è difficile essere qui oggi, ma c’è un plico che tuo padre voleva ti fosse consegnato il giorno stesso che lui non ci fosse stato più…”.
Erik prese il plico e ringraziò l’avvocato. Poi, più tardi, quando tutti si ritirarono nelle loro stanze, aprì il plico riconoscendo immediatamente e con profonda commozione la calligrafia del padre…

[continua]

mani

L’ultima sfida – prime quattro parti

Ebbene sì, finalmente ho scritto la parte conclusiva del racconto 😀 Nelle mie intenzioni iniziali il racconto avrebbe dovuto durare di più, ma siccome mi dispiace lasciare le cose appese e conoscendo lo scarso tempo che ho a disposizione, durerà ancora un altro paio di “capitoli” appena.

Prima però, per chi non gli avesse letti, ecco qui le prime quattro parti del racconto…

guerriero
I.
Raymond perdeva vistosamente sangue dal braccio sinistro, sembrava ormai incapace di muoverlo. Le sua urla, di rabbia più che di dolore, erano impressionanti, già da sole incutevano terrore nei nemici che osavano affrontarlo. Ogni colpo di spada inferto con il possente braccio destro e lo slancio del corpo, era una minaccia mortale per chi gli si parava di fronte. Raymond era un mito, un eroe, il trascinatore impavido del suo popolo. Però stavolta non aveva più la protezione del suo scudo, essendo incapace di reggerlo con il braccio sinistro, e questo dava coraggio ai numerosi guerrieri barbari che si spingevano verso di lui. Raymond cercò con lo sguardo Sade, suo amico di infanzia, purtroppo non altrettanto capace con le armi. Il suo viso, più che la sua voce, chiedeva aiuto, i nemici erano troppi perfino per lui. Ma Sade non c’era o, per essere più precisi, non era visibile: preso dal panico per l’evidenza dell’impari rapporto di forze, si era nascosto all’interno di un folto cespuglio, tremando come una delle sue foglie.
Un altro colpo di spada, altre urla, altro sangue avversario che veniva sparso, Raymond combatteva con la forza di dieci leoni. Ma infine una lama nemica squarciò il suo volto, aprendogli la guancia sinistra e stordendolo, più per lo stupore che per il dolore. Un istante di sbandamento che gli fu fatale: la spada di un altro avversario gli si conficcò in pieno addome. Raymond e il barbaro restarono immobili, quasi increduli, l’uno di essere sul punto di essere sconfitto, cosa che lo feriva più del pensiero di essere sulla sponda dell’aldilà, l’altro di aver realmente colpito “l’invincibile”. Poi il barbaro ritrasse la lama e in un silenzio irreale poiché compagni ed avversari si erano fermati, anch’essi increduli, Raymond, ormai sfigurato da sangue e ferite, fece due passi indietro e poi caddé rovinosamente sulla schiena.
Un urlo si levò dai barbari, mentre i compagni di Raymond si sentirono improvvisamente deboli e indifesi.

Era ormai l’alba quando Sade trovò il coraggio di lasciare il cespuglio che gli aveva dato riparo. Da lì aveva aveva assistito al massacro dell’armata di cui faceva parte. I suoi compagni d’armi, tra cui molti amici, erano caduti uno dopo l’altro sotto i suoi occhi. La testa di Raymond era stata mozzata per essere portata in patria dai barbari come prova della loro vittoria. Il resto del cadavere era a non più di venti metri dal cespuglio in cui era rimasto nascosto Sade.
Lungi dal sentire rimorso per la sua vigliaccheria, Sade non riusciva a pensare ad altro che alla giustificazione che avrebbe potuto portare in patria, a spiegazione del fatto di essere rimasto non solo l’unico sopravvissuto, ma di essere anche completamente illeso.


II.
Nell’interno dell’appartamento regnava un silenzio irreale. Victor e il resto del commando si trovavano in pieno centro, a pochi passi dal palazzo reale, fulcro del governo degli invasori. La tensione tra gli uomini era palpabile.

Il viaggio fino lì era stato pieno di insidie, un tentativo disperato, un azzardo a cui quasi nessuno aveva dato la benché minima speranza. Victor però aveva pianificato tutto nei minimi dettagli, così come nel decennio precedente aveva imparato a fare in tempo di pace. Partendo da zero aveva portato la sua piccola azienda ad un successo e una espansione senza precedenti, divenendo leader carismatico di un nuovo modo, pulito, di fare economia, ed arrivando nonostante la sua giovane età ad essere una sorta di sovrano non riconosciuto, la cui parola veniva presa in considerazione molto più di quella del governo e dei suoi politici.
A Victor non piaceva la politica, se ne era sempre tenuto alla larga. La trovava troppo lenta, farraginosa, quasi astratta. Lui, che aveva sempre lavorato per il benessere suo e degli altri, preferiva operare sul campo, a contatto quasi fisico con le persone, dove era possibile vedere e toccare risultati concreti e tangibili in un tempo ragionevole. Per questo era entrato facilmente nelle grazie dei lavoratori prima e dell’intero popolo poi. Si sentiva ripagato di percepire che, iniziata l’irresistibile ascesa della sua azienda e delle sue attività, non avevano affatto smesso di vederlo come uno di loro, al contrario: era l’esempio eclatante di come le cose, per tutti, possano cambiare. E poi il suo stile di vita era molto lontano dagli eccessi che allontanavano le classi agiate dal popolo. In fondo lui stesso era spesso infastidito di essere al centro dell’attenzione.

Pacifista convinto, era entrato in crisi quando alle voci di presunti massacri si erano sostituite le prove sicure di sterminio e genocidio compiute dal popolo degli invasori. Quando una cosa diventa troppo grande diviene difficile nasconderla, soprattutto nel secolo dei mass-media e di Internet, e le immagini avevano iniziato presto a sfuggire al controllo del regime nemico. In più era ormai chiaro che truppe e armamenti si stavano avvicinando sempre più al confine, e forse tra di esse si celavano anche armi non convenzionali.
All’evidenza che il dialogo era ormai usato dal regime solo per prendere tempo e preparare l’attacco, Victor aveva rotto gli indugi e aveva cercato di risvegliare il proprio popolo prima che fosse tardi. L’alleanza con i popoli vicini, minacciati anch’essi dall’invasore, fu il segno evidente che la politica non-interventista aveva ormai fatto il suo tempo.
Il nemico, capendolo, attaccò per primo.

L’organizzazione militare dell’invasore, che da anni si preparava a quel momento, era pari solo alla sua aggressività e brutalità; i popoli alleati, inizialmente fiduciosi, erano stati travolti dalla furia del nemico e terrore e morte stavano arrivando ovunque.
Victor, in tempo di guerra come in tempo di pace, si era distinto fin dall’ingresso nell’esercito, in breve convincendo chiunque delle sue capacità. Resosi conto che l’alleanza stava perdendo la guerra e la civiltà correva il rischio di ricadere nella barbarie, aveva lanciato l’idea di una incursione isolata, mirata al cuore del regime. I comandanti politici e militari avevano acconsentito, qualcuno per disperazione, perché capiva che, per quanto fosse una mossa disperata, non c’erano più molte alternative, altri perché da tempo invidiavano Victor e l’amore che il popolo nutriva per lui e vedevano adesso la possibilità di sbarazzarsene grazie a quella missione suicida.

Victor lanciò un’occhiata veloce al di là della finestra: il tramonto era ormai arrivato… la missione sarebbe iniziata in pochi minuti. Trasse un profondo respiro e, voltatosi, lanciò un’occhiata d’intesa ai suoi uomini.


III.
Una serie di esplosioni scosse la periferia sud della città. La sorpresa degli stati maggiori del regime fu grande: convinti di avere ormai la vittoria in tasca non si aspettavano un attacco, il risultato fu che l’esercito si mosse in maniera scomposta e disordinata verso i luoghi delle esplosioni, mentre il drappello degli uomini di Victor si dirigeva velocemente verso il palazzo presidenziale, in direzione opposta.
La tattica diversiva funzionò solo in parte: la Guardia del Regime, un reparto speciale dell’esercito, era rimasto a difesa del palazzo. Lo scontro a fuoco fermò il drappello di Victor che non riuscì ad entrare.
Ma Victor non era con loro. Conoscendo perfettamente il palazzo presidenziale, avendolo studiato nei minimi dettagli, aveva trovato la via per entrare approfittando della confusione dovuta alle esplosioni e all’attacco dei suoi uomini.
Arrivato alla camera del dittatore entrò, preparandosi allo scontro, ma trovò solo un vecchio, evidentemente molto malato, coricato sul suo letto. Il suo sguardo non era di paura, era piuttosto carico di odio.
“Uccidimi, mi toglierai solo da un’inutile agonia. Tanto il mio popolo non si fermerà. Per troppo tempo avete approfittato di noi, delle nostre terre, dei nostri beni. I nostri figli morivano di fame e voi vivevate nella ricchezza, avevate abbastanza cibo da sfamare il doppio del mondo intero. Ci servivano medicine, ci vendevate solo armi. Quante migliaia, milioni di persone morte avrebbero potute essere salvate!”.
Victor ascoltava, sapeva di avere davanti un uomo che, per quanto debole e malato, aveva dato terribili ordini di morte e distruzione, ma… sapeva anche che quanto raccontava era vero. Per anni lui stesso si era battuto affinché le cose cambiassero.
“Niente giustifica la crudeltà, nemmeno l’indifferenza”, disse infine e puntò la rivoltella.

Era passata solo un’ora e venti minuti dall’attacco quando Victor e i suoi uomini si ritrovarono.
“Allora capo, è andato tutto come previsto?”.
Victor guardò l’interlocutore per alcuni secondi che parvero interminabili, poi gli passò una micro-fotocamera.
“Qui c’è tutto: le loro postazioni, i loro piani, le località delle riserve e delle armi. Non sarà difficile rovesciare le sorti della guerra ora”.
“E… lui, è morto?”
“Non c’era” tagliò corto Victor “Devono averlo trasferito quando è iniziato l’attacco. Ma poco importa: quanto trovato basterà”.


IV.
“E muoviti, buono a nulla!” disse con tono spazientito Zoe al marito mentre lui rientrava con il grosso secchio per l’acqua appena riempito al pozzo.
“Ma chi me l’ha fatto fare…” aggiunse sottovoce ma non troppo, in modo che lui potesse sentirla.
Sade, come sempre, preferì rimanere in silenzio, ma la pressione di quelle frasi lo fece innervosire al punto da sbattere inavvertitamente il ginocchio contro lo stipite della porta. Lui lanciò un urlo di dolore, lei scoppiò a ridere.
“ahahah e poi dici che non è vero! Povero Raymond, ci credo che…”
“Zitta!”. Sade la fulminò con lo sguardo, conscio della gente del paese che, passando per la strada antistante la casa, si godeva la scena.
“Uh… perché, sennò che fai?” rispose Zoe in tono di scherno.
Sade di nuovo non rispose, limitandosi ad affrettarsi a rientrare in casa in modo da togliersi dall’imbarazzante sguardo dei vicini. Posò in terra il pesante secchio e abbracciò i suoi figli, William e Gertrude. Il calore di quell’abbraccio gli ridiede il piacere di essere a casa.
Quella sera, prima di addormentarsi, ripensò al suo matrimonio, a come era stato felice di avere Zoe, la donna più bella del paese, alla grande festa… la contentezza e i complimenti degli amici, Raymond tra tutti… Perfino lui non aveva mai nascosto l’attrazione per Zoe ma, da vero amico, era stato felice quando lei, non senza stupore generale, aveva deciso di sposare Sade.
Se avesse potuto vederlo adesso… ah, probabilmente il suo disprezzo sarebbe aumentato ancora di più. Sade non aveva mai superato la vergogna del suo gesto di viltà nella battaglia di sei anni prima. Aveva ripreso a vivere una vita normale, cercando di trovarvi rifugio, cercando spiegazioni plausibili alla paura di quei momenti: la moglie incinta che l’aspettava a casa, l’inutilità di un sacrificio che non avrebbe certo cambiato le sorti della guerra e nemmeno quelle del suo amico… sarebbe stato solo un caduto in più. Ma di fatto, da quel giorno, era andato sedendosi sempre di più, sotto il peso di un rimorso che cercava da allora di rimuovere.

Victor guardava la costruzione da vicino, progetto del palazzo in mano. Quell’edificio, distrutto nei bombardamenti della guerra terminata due anni prima e vecchia sede della sua Società, doveva essere l’emblema della ricostruzione, non solo in senso fisico ma anche in quello morale: avrebbe dovuto segnare il ritorno a una economia e una società più solidali. Per questo aveva deciso di farne il più moderno centro ospedaliero e di ricerca medica della nazione, finanziandone il progetto praticamente per intero. Non gli interessava il fatto che ciò avrebbe intaccato notevolmente il suo patrimonio, aveva visto troppa sofferenza in guerra, sognava un futuro in cui l’umanità fosse liberata dal male, anche se ben sapeva che in fondo quello era un sogno irrealizzabile, ma… meglio scalare 100 metri di una montagna alta venti volte di più, che non scalarla per nulla!
Il sindaco dovette tirarlo per la manica perché si decidesse alla foto di rito per l’inaugurazione del primo reparto accessibile dell’ospedale. Victor in realtà era un po’ infastidito da tutti quelli che considerava inutili riti, ma ben sapeva che tenere un buon rapporto con sindaco e autorità era fondamentale per avere in breve tempo tutti i permessi che servivano per la costruzione.
Indossò perciò il miglior sorriso di circostanza e, abbracciato il rubicondo sindaco, si prestò alle cure dei fotografi.

grattacielo

L’ultima sfida – IV

pasto medioevo“E muoviti, buono a nulla!” disse con tono spazientito Zoe al marito mentre lui rientrava con il grosso secchio per l’acqua appena riempito al pozzo.
“Ma chi me l’ha fatto fare…” aggiunse sottovoce ma non troppo, in modo che lui potesse sentirla.
Sade, come sempre, preferì rimanere in silenzio, ma la pressione di quelle frasi lo fece innervosire al punto da sbattere inavvertitamente il ginocchio contro lo stipite della porta. Lui lanciò un urlo di dolore, lei scoppiò a ridere.
“ahahah e poi dici che non è vero! Povero Raymond, ci credo che…”
“Zitta!”. Sade la fulminò con lo sguardo, conscio della gente del paese che, passando per la strada antistante la casa, si godeva la scena.
“Uh… perché, sennò che fai?” rispose Zoe in tono di scherno.
Sade di nuovo non rispose, limitandosi ad affrettarsi a rientrare in casa in modo da togliersi dall’imbarazzante sguardo dei vicini. Posò in terra il pesante secchio e abbracciò i suoi figli, William e Gertude. Il calore di quell’abbraccio gli ridiede il piacere di essere a casa.
Quella sera, prima di addormentarsi, ripensò al suo matrimonio, a come era stato felice di avere Zoe, la donna più bella del paese, alla grande festa… la contentezza e i complimenti degli amici, Raymond tra tutti… Perfino lui non aveva mai nascosto l’attrazione per Zoe ma, da vero amico, era stato felice quando lei, non senza stupore generale, aveva deciso di sposare Sade.
Se avesse potuto vederlo adesso… ah, probabilmente il suo disprezzo sarebbe aumentato ancora di più. Sade non aveva mai superato la vergogna del suo gesto di viltà nella battaglia di sei anni prima. Aveva ripreso a vivere una vita normale, cercando di trovarvi rifugio, cercando spiegazioni plausibili alla paura di quei momenti: la moglie incinta che l’aspettava a casa, l’inutilità di un sacrificio che non avrebbe certo cambiato le sorti della guerra e nemmeno quelle del suo amico… sarebbe stato solo un caduto in più. Ma di fatto, da quel giorno, era andato sedendosi sempre di più, sotto il peso di un rimorso che cercava da allora di rimuovere.


Victor guardava la costruzione da vicino, progetto del palazzo in mano. Quell’edificio, distrutto nei bombardamenti della guerra terminata due anni prima e vecchia sede della sua Società, doveva essere l’emblema della ricostruzione, non solo in senso fisico ma anche in quello morale: avrebbe dovuto segnare il ritorno a una economia e una società più solidali. Per questo aveva deciso di farne il più moderno centro ospedaliero e di ricerca medica della nazione, finanziandone il progetto praticamente per intero. Non gli interessava il fatto che ciò avrebbe intaccato notevolmente il suo patrimonio, aveva visto troppa sofferenza in guerra, sognava un futuro in cui l’umanità fosse liberata dal male, anche se ben sapeva che in fondo quello era un sogno irrealizzabile, ma… meglio scalare 100 metri di una montagna alta venti volte di più, che non scalarla per nulla!
Il sindaco dovette tirarlo per la manica perché si decidesse alla foto di rito per l’inaugurazione del primo reparto accessibile dell’ospedale. Victor in realtà era un po’ infastidito da tutti quelli che considerava inutili riti, ma ben sapeva che tenere un buon rapporto con sindaco e autorità era fondamentale per avere in breve tempo tutti i permessi che servivano per la costruzione.
Indossò perciò il miglior sorriso di circostanza e, abbracciato il rubicondo sindaco, si prestò alle cure dei fotografi.

[continua]
grattacielo

L’ultima sfida – III

contingenteUna serie di esplosioni scosse la periferia sud della città. La sorpresa degli stati maggiori del regime fu grande: convinti di avere ormai la vittoria in tasca non si aspettavano un attacco, il risultato fu che l’esercito si mosse in maniera scomposta e disordinata verso i luoghi delle esplosioni, mentre il drappello degli uomini di Victor si dirigeva velocemente verso il palazzo presidenziale, in direzione opposta.
La tattica diversiva funzionò solo in parte: la Guardia del Regime, un reparto speciale dell’esercito, era rimasto a difesa del palazzo. Lo scontro a fuoco fermò il drappello di Victor che non riuscì ad entrare.
Ma Victor non era con loro. Conoscendo perfettamente il palazzo presidenziale, avendolo studiato nei minimi dettagli, aveva trovato la via per entrare approfittando della confusione dovuta alle esplosioni e all’attacco dei suoi uomini.
Arrivato alla camera del dittatore entrò, preparandosi allo scontro, ma trovò solo un vecchio, evidentemente molto malato, coricato sul suo letto. Il suo sguardo non era di paura, era piuttosto carico di odio.
“Uccidimi, mi toglierai solo da un’inutile agonia. Tanto il mio popolo non si fermerà. Per troppo tempo avete approfittato di noi, delle nostre terre, dei nostri beni. I nostri figli morivano di fame e voi vivevate nella ricchezza, avevate abbastanza cibo da sfamare il doppio del mondo intero. Ci servivano medicine, ci vendevate solo armi. Quante migliaia, milioni di persone morte avrebbero potute essere salvate!”.
Victor ascoltava, sapeva di avere davanti un uomo che, per quanto debole e malato, aveva dato terribili ordini di morte e distruzione, ma… sapeva anche che quanto raccontava era vero. Per anni lui stesso si era battuto affinché le cose cambiassero.
“Niente giustifica la crudeltà, nemmeno l’indifferenza”, disse infine e puntò la rivoltella.

Era passata solo un’ora e venti minuti dall’attacco quando Victor e i suoi uomini si ritrovarono.
“Allora capo, è andato tutto come previsto?”.
Victor guardò l’interlocutore per alcuni secondi che parvero interminabili, poi gli passò una micro-fotocamera.
“Qui c’è tutto: le loro postazioni, i loro piani, le località delle riserve e delle armi. Non sarà difficile rovesciare le sorti della guerra ora”.
“E… lui, è morto?”
“Non c’era” tagliò corto Victor “Devono averlo trasferito quando è iniziato l’attacco. Ma poco importa: quanto trovato basterà”.

[continua]

L’ultima sfida – II

soldatiNell’interno dell’appartamento regnava un silenzio irreale. Victor e il resto del commando si trovavano in pieno centro, a pochi passi dal palazzo reale, fulcro del governo degli invasori. La tensione tra gli uomini era palpabile.

Il viaggio fino lì era stato pieno di insidie, un tentativo disperato, un azzardo a cui quasi nessuno aveva dato la benché minima speranza. Victor però aveva pianificato tutto nei minimi dettagli, così come nel decennio precedente aveva imparato a fare in tempo di pace. Partendo da zero aveva portato la sua piccola azienda ad un successo e una espansione senza precedenti, divenendo leader carismatico di un nuovo modo, pulito, di fare economia, ed arrivando nonostante la sua giovane età ad essere una sorta di sovrano non riconosciuto, la cui parola veniva presa in considerazione molto più di quella del governo e dei suoi politici.
A Victor non piaceva la politica, se ne era sempre tenuto alla larga. La trovava troppo lenta, farraginosa, quasi astratta. Lui, che aveva sempre lavorato per il benessere suo e degli altri, preferiva operare sul campo, a contatto quasi fisico con le persone, dove era possibile vedere e toccare risultati concreti e tangibili in un tempo ragionevole. Per questo era entrato facilmente nelle grazie dei lavoratori prima e dell’intero popolo poi. Si sentiva ripagato di percepire che, iniziata l’irresistibile ascesa della sua azienda e delle sue attività, non avevano affatto smesso di vederlo come uno di loro, al contrario: era l’esempio eclatante di come le cose, per tutti, possano cambiare. E poi il suo stile di vita era molto lontano dagli eccessi che allontanavano le classi agiate dal popolo. In fondo lui stesso era spesso infastidito di essere al centro dell’attenzione.

Pacifista convinto, era entrato in crisi quando alle voci di presunti massacri si erano sostituite le prove sicure di sterminio e genocidio compiute dal popolo degli invasori. Quando una cosa diventa troppo grande diviene difficile nasconderla, soprattutto nel secolo dei mass-media e di Internet, e le immagini avevano iniziato presto a sfuggire al controllo del regime nemico. In più era ormai chiaro che truppe e armamenti si stavano avvicinando sempre più al confine, e forse tra di esse si celavano anche armi non convenzionali.
All’evidenza che il dialogo era ormai usato dal regime solo per prendere tempo e preparare l’attacco, Victor aveva rotto gli indugi e aveva cercato di risvegliare il proprio popolo prima che fosse tardi. L’alleanza con i popoli vicini, minacciati anch’essi dall’invasore, fu il segno evidente che la politica non-interventista aveva ormai fatto il suo tempo.
Il nemico, capendolo, attaccò per primo.

L’organizzazione militare dell’invasore, che da anni si preparava a quel momento, era pari solo alla sua aggressività e brutalità; i popoli alleati, inizialmente fiduciosi, erano stati travolti dalla furia del nemico e terrore e morte stavano arrivando ovunque.
Victor, in tempo di guerra come in tempo di pace, si era distinto fin dall’ingresso nell’esercito, in breve convincendo chiunque delle sue capacità. Resosi conto che l’alleanza stava perdendo la guerra e la civiltà correva il rischio di ricadere nella barbarie, aveva lanciato l’idea di una incursione isolata, mirata al cuore del regime. I comandanti politici e militari avevano acconsentito, qualcuno per disperazione, perché capiva che, per quanto fosse una mossa disperata, non c’erano più molte alternative, altri perché da tempo invidiavano Victor e l’amore che il popolo nutriva per lui e vedevano adesso la possibilità di sbarazzarsene grazie a quella missione suicida.

Victor lanciò un’occhiata veloce al di là della finestra: il tramonto era ormai arrivato… la missione sarebbe iniziata in pochi minuti. Trasse un profondo respiro e, voltatosi, lanciò un’occhiata d’intesa ai suoi uomini.

L’ultima sfida – racconto

guerrieroRaymond perdeva vistosamente sangue dal braccio sinistro, sembrava ormai incapace di muoverlo. Le sua urla, di rabbia più che di dolore, erano impressionanti, già da sole incutevano terrore nei nemici che osavano affrontarlo. Ogni colpo di spada inferto con il possente braccio destro e lo slancio del corpo, era una minaccia mortale per chi gli si parava di fronte. Raymond era un mito, un eroe, il trascinatore impavido del suo popolo. Però stavolta non aveva più la protezione del suo scudo, essendo incapace di reggerlo con il braccio sinistro, e questo dava coraggio ai numerosi guerrieri barbari che si spingevano verso di lui. Raymond cercò con lo sguardo Sade, suo amico di infanzia, purtroppo non altrettanto capace con le armi. Il suo viso, più che la sua voce, chiedeva aiuto, i nemici erano troppi perfino per lui. Ma Sade non c’era o, per essere più precisi, non era visibile: preso dal panico per l’evidenza dell’impari rapporto di forze, si era nascosto all’interno di un folto cespuglio, tremando come una delle sue foglie.
Un altro colpo di spada, altre urla, altro sangue avversario che veniva sparso, Raymond combatteva con la forza di dieci leoni. Ma infine una lama nemica squarciò il suo volto, aprendogli la guancia sinistra e stordendolo, più per lo stupore che per il dolore. Un istante di sbandamento che gli fu fatale: la spada di un altro avversario gli si conficcò in pieno addome. Raymond e il barbaro restarono immobili, quasi increduli, l’uno di essere sul punto di essere sconfitto, cosa che lo feriva più del pensiero di essere sulla sponda dell’aldilà, l’altro di aver realmente colpito “l’invincibile”. Poi il barbaro ritrasse la lama e in un silenzio irreale poiché compagni ed avversari si erano fermati, anch’essi increduli, Raymond, ormai sfigurato da sangue e ferite, fece due passi indietro e poi caddé rovinosamente sulla schiena.
Un urlo si levò dai barbari, mentre i compagni di Raymond si sentirono improvvisamente deboli e indifesi.

Era ormai l’alba quando Sade trovò il coraggio di lasciare il cespuglio che gli aveva dato riparo. Da lì aveva aveva assistito al massacro dell’armata di cui faceva parte. I suoi compagni d’armi, tra cui molti amici, erano caduti uno dopo l’altro sotto i suoi occhi. La testa di Raymond era stata mozzata per essere portata in patria dai barbari come prova della loro vittoria. Il resto del cadavere era a non più di venti metri dal cespuglio in cui era rimasto nascosto Sade.
Lungi dal sentire rimorso per la sua vigliaccheria, Sade non riusciva a pensare ad altro che alla giustificazione che avrebbe potuto portare in patria, a spiegazione del fatto di essere rimasto non solo l’unico sopravvissuto, ma di essere anche completamente illeso.
[continua]

Ritorno a casa – racconto

Era tanto tempo che Klaus non tornava nella casa che fu della sua infanzia. L’effetto non poteva che essere strano… indefinibile quasi. Regnava il silenzio, dentro e fuori di lui, come se fosse necessario creare le condizioni affinché i ricordi riaffiorassero.
Fin dalla scalinata di marmo bianco, già ingiallito ai suoi tempi, una ridda di silenziosi pensieri fatti da immagini e intuizioni più che da parole, presero il sopravvento. Quanto gli sembravano più piccole quelle scale, quell’androne, rispetto a come in tutti quegli anni aveva ricordato! Si vedeva quando da bambino scendeva gli scalini a tre a tre, a quattro a quattro, perfino saltando rampe intere, servendosi del corrimano per darsi lo slancio. Ricordò quando, con orrore, vide un grosso topo di fogna che, non si sa come, era arrivato quasi all’ultimo piano, dove lui abitava con la famiglia.
Arrivò in cima, ma prima di andare alla porta scrutò il panorama dalla finestra del pianerottolo. Quanti piccioni feriti o troppo piccoli per volare erano entrati da lì! Quanti ne avevano curato, per poi lasciarli andare! Qualcuno di loro era diventato perfino amico di famiglia e, una volta liberato, tornava di tanto in tanto, come per gratitudine. Dalla stessa finestra una volta si poteva vedere una colonia di pipistrelli volare in lontananza, nei pressi di un vicino monte. Uscivano al calar delle tenebre, erano così numerosi da sembrare una nuvola nera. Uno di loro era anche entrato in casa una volta, che lotta per cercare di farlo uscire!
In basso c’era la terrazza appartenente al primo piano e, più sotto, il giardino antistante l’ingresso del palazzo, dove, ricordò, erano sepolti diversi animali che aveva avuto da bambino.
Un attimo dopo si decise e si trovò nel vasto ingresso dell’appartamento. A suo tempo era stato un unico salone, diviso da un semplice tendone verde. Riconobbe la spaccatura sul pavimento; andava da un lato all’altro della sala e si era sempre chiesto da cosa potesse essere stato provocato. Diede un’occhiata allo studio austero del padre, ad altre camere ad esso collegate. Poi attraversò un breve corridoio e si ritrovò nella grande camera che aveva a lungo condiviso con i fratelli. Un altro corridoio, stavolta più lungo. Altre camere. Il bagno dove il padre aveva a suo tempo tirato il collo ad una gallina comprata solo poco tempo prima… con risultati disastrosi: ci aveva messo un tempo interminabile e, da fuori, nonostante la porta chiusa, si sentiva il povero animale strillare disperato.
Poi la cucina, dove, sua madre raccontava, lui era venuto al mondo… ma chissà se era vero o se lei si confondeva con qualcuno dei suoi fratelli, più vecchi di lui.
C’era una porta finestra, un terazzino e delle scale di ferro che portavano al terrazzo. Le salì e si guardò attorno. Di nuovo lo ricordava molto più grande, ma era bambino allora.
Entrò nella soffitta. Era sempre stata usata come magazzino e, per scelta dei volatili che avevano utilizzato una piccola finestrella lasciata sempre aperta, come piccionaia. C’era ancora una grande confusione lì dentro!
Fu allora che gli venne in mente quello che non sapeva se trattarsi di ricordo o sogno: c’era un passaggio segreto in quella piccola soffitta, un passaggio che riportava alla cucina, ma… anche da altre parti, da qualche altra parte, non ricordava dove…
Nel corso degli anni aveva sognato quel passaggio innumerevoli volte, e ogni volta portava in un posto diverso. L’ultima volta fu nel tetro piano di un palazzo, apparentemente un ospedale, dove aveva visitato la madre morente, lì ricoverata.
Quel passaggio era stato così ricorrente nel suo mondo dei sogni, da fargli venire il dubbio che si trattasse di ricordi di un’infanzia lontana, piuttosto che di sogni.
Si guardò attorno, attentamente. Spostò alcuni scatoloni che erano davanti a dove gli pareva esserci il passaggio segreto. Ma trovò solo il muro.
Iniziò a tastare con attenzione la parete. Improvvisamente la sua mano non toccò più nulla… attraversò letteralmente il muro!
Con cautela ma decisione, Klaus attraversò la parete…

“Mark, ce l’hai stavolta vero?!”
“Non lo so, Barbara… si vede di nuovo quell’ombra che attraversa la stanza… ma forse è solo un gioco di luci…”
“Ma non è possibile! Sempre lo stesso percorso, in continuazione! E poi quel suono di passi, e la temperatura che si abbassa di colpo!”
“… non so che dirti, le immagini non sono chiare…”

Era tempo che Klaus non tornava a visitare la sua casa, dove aveva abitato un tempo…

scalinata

Un mondo perfetto – racconto

famigliaUn’altra produttiva e soddisfacente giornata di lavoro era alle spalle. Walter aveva chiuso ben tre contratti, ricevuto i complimenti dei suoi superiori e promesse di nuove gratifiche, se ancora ne avesse avuto bisogno.
Salì sulla sua Mercedes decapottabile ultimo modello e si diresse verso casa. Nella solita scarsità di traffico era sempre agevole e piacevole guidare; la sua mente poteva correre liberamente a tutti i bei ricordi della sua vita, ad esempio a quando aveva incontrato quella splendida donna che sarebbe poi diventata sua moglie: era una limpida giornata di Primavera, lui stava passeggiando con un amico nel parco quando, per caso o curiosità, i suoi occhi si posarono su un gruppo di ragazze che stavano giocando a pallavolo… e la vide. Un attimo dopo Walter guardò l’amico e gli disse “Quella donna deve essere mia!”. Sei mesi dopo, come da promessa, la sposò.
Arrivato a casa, i suoi due pargoli Frank e Anna gli corserò incontro abbracciandolo con gioia, subito seguiti dalla moglie Claire. Brown invece, uno splendido pastore tedesco, lo aveva accolto festosamente già nello splendido giardino antistante la sua villetta.
Come al solito Walter scoprì che la moglie stava preparando esattamente cosa lui desiderava per cena, era davvero fantastica quella donna! A volte Walter si chiedeva se fosse dotata di poteri paranormali…
Si sedette nel lussuoso salotto e accese la TV al plasma da 74” che campeggiava sulla parete di fronte al divano. Solite notizie, quelle che ormai ascoltava tutti i giorni: nuovi successi nel campo di scienza e medicina, manifestazioni culturali e sportive perfettamente riuscite, impegno comune di politici di opposte fazioni per migliorare la qualità della vita… niente di nuovo.
Finita la cena, squisita come sempre, i bambini furono contenti di andare a dormire e lui si ritirò in camera con sua moglie. Non era per la dolcezza di lei, né perché sembrava uscita da una rivista patinata per quanto era bella, che ogni notte era sensuale e ricca come la prima, ma piuttosto per… una sana e gioiosa abitudine. Facevano a lungo l’amore e poi si addormentavano abbracciati e felici lasciandosi trasportare in bellissimi e sereni sogni.

La mattina dopo Walter si svegliò dolcemente, proprio un attimo prima che la sveglia suonasse. La spense e si alzò, sempre pieno di energia e di voglia di vivere.
Improvvisamente, mentre si dirigeva verso il bagno, la vista di Walter si oscurò senza che lui potesse avere il tempo di rendersene conto. Fu un attimo, dal nero si passò al blu, un blu uniforme… poi le lettere iniziarono a scorrere: a problem has been detected and windows has been shut down to prevent damage (“è stato trovato un errore e windows è stato spento per prevenire danni”).

Poi comparvero le istruzioni di rinizializzazione.

Che fastidio! Ogni tanto capitava: quegli esseri che avevano creato il suo mondo, gli esseri umani, ormai estinti da centinaia di anni, erano stati imprecisi e ogni tanto il sistema andava in stallo e si rinizializzava!
Niente di grave, intendiamoci, si trattava di pochi minuti, ma certo riniziare tutto da capo era fastidioso. Per fortuna anche la memoria di Walter, programma del ventiduesimo secolo, veniva cancellata, quindi lui non si ricordava mai di aver già vissuto quella vita.

Era una splendida giornata di Primavera e Walter, un ragazzo di 22 anni, rimase affascinato mentre vedeva Claire, una giovane donna, giocare a pallavolo nell’apposita area del parco assieme alle sue amiche…

bluescreenp.s.: buon 2010 a tutti!! 😛

La fata dei boschi e il gatto nero – una favola di IrisLuna

Stasera voglio pubblicare una bellissima fiaba raccontata da IrisLuna. A me è piaciuta tanto, e dopo tanti post un po’ tristi è proprio quel che ci vuole 😉

Prima però… un ringraziamento a Firearrow per la modifica del template! 😛 Se adesso trovate le icone per il social-networking (credo si dica così… :-D) e i commenti pop-up assieme a quelli permalink, è merito suo! 😉

Ringraziamenti anche da Julius e Sissi, eccoli qua 😉 Ehm… ragazziiii! Svegliaaaaa!!! Uff… vabbé, ti ringrazio io anche per loro! 😀

30092009648
Nel weekend non ci sarò, ma… lo sapete: risponderò comunque a tutti, presto o tardi 😉

E ora la splendida fiaba di Iris…


La Luna Piena – Una fata dei boschi e un gatto nero
Fiaba raccontata da IrisLuna
Blog:
Frammenti di Luna

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Ogni volta che c’ è la luna piena, come in queste notti, mi torna alla mente una favola che mi raccontavano da piccola. Parla di una fatina dei boschi, un gatto nero, e di una panchina bianca in mezzo al mare...

Le figlie di Aradia amano cantare e passeggiare per i boschi, niente riempie loro il cuore di gioia come pregare per la grande madre, e onorarla ballando sotto la luna piena. Venivano appellate fate, e avevano grandi poteri, che traevano dall’amore stesso che nutrivano per Diana. Ognuna delle fate era dotata di bellissime ali, che permetteva loro di volare perfino sopra le nubi, in modo da non perdere mai di vista la luna, nemmeno nei giorni di pioggia. Un giorno, dal pianto di una ninfa, nacque Iris. Le sue ali erano le più colorate, ma avevano un difetto: non riuscivano a volare. Quelle ali erano troppo deboli, e Iris non poteva seguire le compagne qua e là per il bosco; dovete infatti sapere che le fate non amano muoversi a piedi, ma lo fanno sempre volando molto velocemente, in modo da non farsi vedere da occhio umano. Quindi Iris rimaneva sempre da sola, specialmente sotto la pioggia, mentre le altre fate erano lassà, sopra le nubi, a danzare alla luna piena. Iris altro non poteva fare che camminare. Camminava, e camminava tanto, e così scoprì tante piccole cose del bosco che alle fate sfuggivano, svolazzando qua e là. Scoprì su quale fiore su posava la rugiada più fresca, ad esempio, o dove cadeva la prima foglia in autunno. Ma camminando camminando, Iris iniziò ad uscire dal bosco, ed esplorò zone sempre più lontane.

Un giorno, nelle sue esplorazioni, vide una grande massa d’ acqua, che gli umani chiamavano “mare”. Era incantata dal come riuscisse a rimanere lì, eppure muoversi con quelle sue onde. Ed era incantata da come la luna piena si riflettesse sopra di essa. Così danzò e ballò in onore della Grande Madre, da sola, senza le altre fate. Ma mentre danzava e ballava, qualcuno la stava guardando. Iris sentì il suono di un campanellino, e si accorse della sua presenza. Era un piccolo gatto nero con lo sguardo curioso. Iris rise, il suono di quel campanellino le piaceva. Allora il micio lo agitò apposta per farla ridere di nuovo.
Iris e il Gatto Nero si presentarono, e iniziarono a parlare. E camminarono. Camminarono e parlarono tanto, fino a raggiungere una panchina, una panchina bianca che si trovava proprio in mezzo al mare, in mezzo alle onde. E li si sedettero per riposare un po’. Iris guardò in silenzio il piccolo micio, e iniziò a fargli delle carezze sulla schiena, come piacciono ai gatti. Il micio rimase stupito e chiese “perchè?”, la fata rispose che sapeva leggere nell’ animo, e sentiva che il suo era ferito e che più di ogni altra cosa, più di ogni altra parola, aveva bisogno di affetto. Il piccolo micio rimase sorpreso. Rimasero un po’ li, il micio a farsi coccolare, e la fata a guardare la luna, con l’ espressione triste di chi non può volare. Il micio chiese “Come mai non voli come le tue sorelle… non sei anche tu una fata?” e Iris diventò ancora più triste.
“Vedi le mie ali? Sono troppo deboli per volare. Non hanno forza”. Il piccolo gatto nero allora divenne triste. “Posso fare qualcosa?”.
“No. Nessuno può farci niente”.
La piccola fata dei boschi indicò la luna piena. “E’ che così, sono una fata a metà. Credo che nemmeno la grande madre mi voglia come sua figlia. Non sei una vera fata, se non sai volare”.
“Nemmeno io so volare” obiettò il gatto.
“Tu sei un piccolo gatto nero. Non hai le ali, per questo non sai volare”. Rispose Iris.
“Credi che davvero servano ali per poter volare? Non credi che ci siano altri modi per poterlo fare?”.
Iris non aveva risposta.

Si stava facendo tardi, la luna stava per tramontare, quasi sfiorava il mare. La fata disse frettolosamente addio, volto le spalle, e si diresse verso la sua casa, verso il bosco. Il piccolo gatto nero si sentiva tanto triste. Nessuno era mai stato tanto buono con lui, nessuno gli aveva fatto quelle coccole. E soprattutto, nessuna fata lo aveva mai fatto per lui. O per qualche altro gatto.
Il micio tornò di nuovo a quella panchina in mezzo al mare, sperava di incontrare di nuovo quella fata. Lui era sicuro che avrebbe trovato il modo di farla volare, se solo lei gliene avesse data l’ occasione.

E la fata? La fata pensava e ripensava a quella domanda, c’erano altri modi per poter volare? E più ci pensava e più si arrabbiava e diventava triste, perchè non aveva, non aveva una risposta. E camminò in lungo e in largo per il bosco, per chiedere consiglio. Ma nessuno aveva una soluzione.
E venne di nuovo la notte. E Iris guardava la luna piena, seduta su un ramo dell’ albero più vecchio del bosco, la Grande Quercia. Iris guardava la luna, ma invece di danzare e ballare come le sorelle, sospirava.
“Piccola fata, perchè sospiri ? Cosa ti affligge?”.
“Grande Quercia, io ho ali troppo deboli per volare. Esiste un altro modo per poterlo fare?”
“Piccola fata, ti rende così triste non poter volare?”
“Si, molto.”
“E cosa c’ è che ti rallegra?”
“Non lo so. Niente mi rallegra, Grande Quercia.”
“Chiudi gli occhi, fatti cullare dal soffio del vento. E cattura un pensiero felice”.
Iris chiuse gli occhi. Le tornò alla mente il piccolo micio nero, il tintinnare del campannellino, la lunga passeggiata, le mille parole. Sorrise. E poi sospirò nuovamente.
“Piccola Fata, guarda le tue ali”

Il micio miagolava triste seduto sulla panchina. Faceva freddo e tremava, ma aspettava. Aspettava che la sua fata tornasse, e agitava il campanellino, perchè così, seguendo quel suono, l’avrebbe trovato più in fretta.
E la fata arrivò. Volando stavolta! Il micio era felice, e fece tante fusa alla sua fatina. Iris prese il micio fra le sue braccia e lo strinse forte.
“Grazie, ho dovuto aspettare di incontrare te, perchè le mia ali potesso finalmente farmi volare. Perchè se c’è una cosa che ti da forza, che ti fa volare veramente in alto, sopra le nuvole, è l’ amore.”
Il micio disse alla fatina “Rimani sempre con me”.
Da allora rimasero sempre insieme.

Nelle notti di luna piena, non meravigliatevi se, guardando in alto, vedete una fatina e… sentite miagolare!

Il gatto e la luna