Mentre continuamo la lettura di Alpeh, l’ultimo libro di Coelho, ahimé molto deludente 😦 , voglio parlarvi del super-classico Lo Zen e il tiro con l’arco, di Eugen Herrigel, la cui prima edizione è datata addirittura 1948; 1975 invece la prima italiana 🙂
E’ divertente anche il motivo per cui l’avevo comprato. Ero in uno di quei negozi di libri usati o a prezzi scontati per restituire un libro che il destinatario aveva già. Al suo posto ne scelsi un altro ma avanzavano pochi euro… così tornai a girare tra gli scaffali e trovai questo super-classico! 😀
Il libro è stato scritto a metà del secolo scorso da un docente di filosofia europeo al suo rientro in patria dopo aver insegnato per qualche anno in Giappone.
Oggi, visto che le nostre librerie hanno ormai la sezione “filosofie orientali” :-D, questo libro passerebbe inosservato, anzi in Italia non giungerebbe proprio, ma all’epoca in cui fu scritto ebbe il merito di portare gli europei a conoscenza dello Zen e della filosofia buddhista (o taoista) in generale.
Per buona parte il libro è abbastanza anonimo: il professore si limita a spiegare il lentissimo tirocinio con il maestro di arco, tirocinio che ricorda un po’ quello subito dal protagonista del primo “The karate kid” (“metti la cera, togli la cera”, ricordate? ;-)). Un insegnamento apparentemente incomprensibile, dove per lungo, lungo tempo, non viene nemmeno usato l’arco ma si curano solo la postura e il respiro.
La lettura arriva così, un po’ stucchevole, fino a tre quarti del libro, per poi divenire illuminante e svelare anche il perché di quell’apparentemente inutile prima parte: l’insegnamento, così come per quello avvenuto in “The karate kid”, non era affatto inutile, ma propedeutico e indispensabile. Al punto che, forse, per il vero obiettivo dell’arte del tiro con l’arco, così come per tante altre arti giapponesi legate allo zen (la spada, l’arte di disporre i fiori) l’arco nemmeno sarebbe indispensabile 😮
Quello che queste arti vogliono insegnare è in realtà la “fusione” tra mente e corpo, tra l’esecutore e il suo obiettivo, al punto che, alla fine, dice il protagonista, non si distingue più il tiratore dall’arco, e nemmeno dal bersaglio. E’ insomma una scusa per entrare in uno stato attivo di totale meditazione, e lo scopo ultimo è la liberazione dalla sofferenza e dalla paura… chi l’avrebbe mai detto? 😉
Credo che sia più utile che vi riporti a questo punto le parole del libro, piuttosto che aggiungerne di mie…
“[…] Come il principiante, il maestro di spada è senza paura, ma a differenza di questi diventa ogni giorno meno accessibile a ciò che spaventa. In lunghi anni d’ininterrotta meditazione ha appreso che vita e morte sono in fondo la stessa cosa e appartengono al medesimo piano del destino. Così non sa più che siano l’angoscia della vita e il timore della morte. Egli vive – e questo è caratteristico dello Zen – volentieri nel mondo, ma è pronto ad abbandonarlo senza lasciarsi turbare dal pensiero della morte. Non a caso lo spirito del samurai ha scelto a purissimo simbolo il delicato fiore del ciliegio. Come nel raggio del sole mattutino un petalo di ciliegio si stacca e scende a terra luminoso e sereno, così l’uomo impavido deve potersi staccare dall’esistenza silenziosamente e senza turbamento.
Vivere senza il timore della morte non significa che in tutte le ore buone si sostenga di non tremare di fronte alla morte e si sia sicuri di superare la prova. Chi domina la vita e la morte, piuttosto, è libero da ogni genere di timore, al punto che non può più nemmeno capire che cosa sia provare paura. Chi non conosce per propria esperienza la forza che dà una seria e costante meditazione non può immaginare ciò che essa rende capaci di superare. Il perfetto maestro rivela a ogni passo, non a parole ma col comportamento, l’assenza della paura; glielo si legge in viso e se ne è colpiti. Una simile imperturbabilità, che naturalmente solo pochi raggiungono, è dunque già di per sé segno di maestria. Per illustrare anche questo con una testimonianza, riporterò letteralmente un brano del Hagakure, che risale alla metà del XVII secolo.
<<Yagyu Tajima-no-kami era un grande maestro nel combattimento con la spada e insegnava tale arte allo Shogun di quel tempo, Tokugawa Jyemitsu. Una delle guardie del corpo dello Shogun venne un giorno da Tajima-no-kami e lo pregò di insegnargli a tirare di spada. Il maestro disse: “Per quel che io vedo, siete voi stessi un maestro di spada. Prima che iniziamo una relazione da maestro a allievo, ditemi, per favore, a che scuola appartenete”.
<<La guardia del corpo rispose: “A mia vergogna devo confessarvi che non ho mai appreso quest’arte”.
<<“Volete farvi beffe di me? Io sono il maestro del venerabile Shogun e so che il mio occhio non m’inganna”.
<<“Mi duole di recare offesa al vostro onore, ma non ne ho veramente alcuna conoscenza”. Questa negazione recisa rese pensieroso il maestro, che finalmente disse: “Se voi lo dite, sarà così. Ma sicuramente siete maestro in qualche campo, anche se non riesco a vedere bene in quale”.
<<“Sì, se voi insistite, voglio raccontarvi quanto segue. Vi è una cosa in cui posso pretendere di considerarmi maestro. Quando ero ancora ragazzo mi venne l’idea che come samurai non dovevo in nessuna circostanza temere la morte, e da allora – mi sono sempre battuto con l’idea della morte, e alla fine questo pensiero ha cessato di preoccuparmi. E’ forse questo che intendete?”.
<<“Proprio questo,” esclamò Tajima-no-kami “è proprio questo che intendo. Sono lieto che il mio giudizio non mi abbia ingannato. Poiché l’essere liberato dal pensiero della morte è ugualmente il segreto ultimo dell’arte della spada. Ho insegnato a centinaia di allievi, per condurli a questa meta, ma finora nessuno di essi ha raggiunto il sommo grado nell’arte della spada. Quanto a voi non avete più bisogno di alcun esercizio tecnico, siete già maestro”>>.





E’ inutile saper risolvere problemi logici quando l’emotività ci gioca un brutto tiro e andiamo nel pallone: qualunque sia il Q.I. non saremo in grado di risolvere granché. Non a caso libri e teorie come “l’intelligenza emotiva” di Daniel Goleman, hanno avuto grande successo in un recente passato: un elevato Q.I., a fronte di una scarsa capacità di controllo emotivo, non serve a nulla o quasi.
Winfrid Georg Sebald è nato nel 1944, ha lasciato la Germania a venticinque anni non potendo più tollerare quel silenzio con il quale la generazione dei padri continuava a nascondere i crimini e le sofferenze provocate dal nazismo e da una guerra devastante, incapaci di confrontarsi con un passato.
Il libro del buio di Tahar Ben Jelloun, racconta la prigionia di alcuni partecipanti al golpe fallito del 10 luglio 1971 in Marocco. I golpisti vengono rinchiusi nella spaventosa prigione di Tazmamart, dove le celle somigliano a delle tombe, scavate come sono nel terreno e dove non arriva mai la luce. E in effetti la condizione che accomuna i prigionieri è proprio quella di morti viventi, senza voce, né diritti, e in un luogo senza tempo e senza memoria, rimarranno rinchiusi, quei quattro che riusciranno a sopravvivere, per ben diciotto anni, esattamente in una specie di buco lungo tre metri e alto circa un metro e mezzo, dove non era possibile nemmeno stare in piedi.
PREFAZIONE del libro “I figli non crescono più”, di Paolo Crepet
L’esistenza non è una corsa di cento metri, ma una maratona meravigliosa e per arrivare alla fine occorre merito, non furbizia; voglia di essere disponibili a meravigliarsi, non infruttuose ricette alchemiche: “un uomo libero agisce sempre in buona fede e non ricorre all’astuzia”, diceva Spinoza.