Biocentrismo – Robert Lanza

Qualche tempo addietro lessi che un tale Robert Lanza, americano di origini italiane, sposava una teoria molto particolare: il Biocentrismo, teoria che sostiene che la coscienza non è un prodotto casuale, un sottoprodotto dell’universo, ma che anzi è proprio il contrario, è l’universo intero ad essere prodotto della coscienza. In poché parole, l’Universo esiste solo perché ci siamo noi ad osservarlo. E uno dei corollari è che, con ogni probabilità, la coscienza non svanisce affatto con la morte del corpo fisico.

Poiché Robert Lanza non è uno scrittore “New Age”, ma un biologo ricercatore americano di origini italiane inserito tra gli scienziati più importanti al mondo, attesi con una certa trepidazione l’uscita in Italia del suo libro, cosa avvenuta finalmente un mesetto fa’.

Secondo Lanza, e non solo, il Biocentrismo, pur essendo tutto da dimostrare – come d’altronde qualunque altra “teoria del tutto” che cerchi di unificare meccanica quantistica e relatività di Einstein (teorie di per sé funzionanti rispettivamente nel micro e nel macrocosmo ma apparentemente inconciliabili tra di loro), è la spiegazione più ragionevole all’esistenza dell’universo e alle tante stranezze che lo abitano.

Due aspetti hanno dell’incredibile quando si parla di fisica quantistica. Il primo è che le particelle di cui ogni cosa è fatta, noi inclusi, esistono solo se vengono osservate, altrimenti restano in uno stato di… “probabilità”, ovvero si può solo dire che probabilità hanno di esistere in un derminato posto (o tempo) ma, fino a quando non vengono osservate, possono di fatto essere ovunque. Attenzione, non si sta dicendo che siamo noi a non sapere dove è quella particella finché non la troviamo: è proprio la particella a non esistere fino a quando non viene osservata!

Il secondo aspetto è la “non-località”, ovvero il fatto che le particelle sono legate tra di loro indipendentemente da tempo e spazio. Cosa vuol dire? Che se due particelle hanno “caratteristiche” legate tra di loro e poi vengono separate e poste a distanze teoricamente perfino infinite tra di loro, cambiando una cambia istantaneamente anche l’altra, alla faccia della velocità della luce che dovrebbe essere insuperabile!

So che non è facile capire, sono concetti strani, ed è ancora più difficile cercare di spiegarli, di darne anche solo una idea, in poche righe. Sappiate comunque che non sono solo teorie: ci sono esperimenti empirici reali che hanno dimostrato che le cose stanno proprio così.

L’universo è un ambiente davvero strano, il cui vero funzionamento è probabilmente insondabile per noi. Il fatto è che, secondo Lanza, noi siamo creature biologiche, legate – o che così sentono di essere – a tempo e spazio, e incapaci di percepire l’universo per come davvero è, ovvero senzo un tempo e uno spazio assoluto. Noi abbiamo “inventato” il tempo per indicare il cambiamento di stato di ciò che abbiamo attorno, come l’invecchiamento biologico, ed abbiamo inventato lo spazio per utilità, per capirci quando diciamo “il negozio X è a 4 chilometri da qui”. Ma fuori dai limiti ristrettissimi delle nostre percezioni, le cose sono molto diverse: un tempo assoluto non esiste, e non esiste parimenti nemmeno uno spazio.

Se non volete comprare il libro di Lanza, che comunque è sì sorprendente ma anche scorrevole e quasi mai troppo tecnico, vi invito a leggere questo questo breve ma interessante articolo:“La morte non esiste”! Alla scoperta del Biocentrismo del dott. Lanza

Solo un’avvertenza. Il biocentrismo è comunque solo una teoria che peraltro si discosta dalla “teoria standard” che finora viene insegnata “a scuola”. Il libro ha suscitato tra i fisici interesse da un lato, ma anche forti opposizioni.

Personalmente mi piacerebbe pensare che un domani si saprà che Lanza (in foto) e colleghi biocentristi ci hanno azzeccato. Ma è solo una speranza… per ora 🙂

Disquisizioni sulla sopravvivenza della coscienza dopo la morte

Ogni tanto ricevo e-mail o commenti da persone che non sono abituali lettori (o perlomeno commentatori) del mio blog e capita che, probabilmente proprio per questo, mi danno modo di fare il punto, il riassunto, su quanto scritto nel corso di post precedenti aventi il medesimo argomento o argomenti simili. E’ il caso di “TED BRAUN” (che ringrazio) che ha commentato il post dello scorso aprile “La sopravvivenza della coscienza di sé dopo la morte“. Segue il suo commento e la mia lunga risposta (leggetela quando andate a dormire, potrà servirvi da sonnifero :-D).

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TED BRAUN:

La coscienza è la consapevolezza di essere e di esistere. A questa consapevolezza si aggiungano la stratificazione delle esperienze vissute e i ricordi ad essa legati. Siamo, oltre che organismi viventi, un miscuglio di razionalità e istintività atavica, legata probabilmente a ciò che eravamo migliaia di anni fa, ovvero molto più simili agli animali: poca razionalità, molta istintività. Detto questo, cosa succede agli animali in generale dopo l’esistenza terrena? Continueranno ad essere ciò che erano in vita? Un gatto continuerà a giocare con il gomitolo o con il topo? Il cane continuerà a rincorrere una palla o un bastone per riportarlo al padrone morto prima di lui? Insomma qual è lo scopo della sopravvivenza della coscienza? Non potrebbe essere il nostro desiderio inconscio di perpetuare la memoria di noi stessi? Sappiamo di persone risvegliatesi da lunghissimi intervalli di coma. Non ricordavano nulla se non l’ultimo evento vissuto, ammesso che al risveglio non vi siano stati riscontrati danni cerebrali. Dove era la loro coscienza in quel momento durante i mesi o gli anni vissuti in coma? Perché non hanno ricordi? La coscienza può prendersi pause, andare in letargo? E per quanto riguarda le persone nate cerebrolese o con gravissime malformazioni che non consentono loro di rendersi conto del loro stato di esistenza? Mi domando che tipo di sopravvivenza avrebbe la loro coscienza post morte. Che tipo di esperienza si porterebbero attraverso il tunnel? Come molti sono attratto da questi quesiti, gli stessi che l’uomo, non appena ha preso coscienza della propria esistenza, ha attribuito la propria sopravvivenza post morte al sole, al fulmine, agli dei e infine a Dio. La vera domanda è: perché vogliamo disperatamente sopravvivere alla morte fisica?

 

wolfghost:

Buongiorno Ted, grazie per il tuo (ottimo) commento. In effetti le tue domande me le sono poste anche io in passato, credo che chiunque si sia seriamente interrogato su questo argomento se le sia poste. Pare che nel corso degli anni l’uomo identifichi tutto l’universo con il suo Io, così da rendergli incomprensibile, e terrifico, il fatto che un giorno… l’universo continuerà tranquillamente ad esistere anche senza di lui 🙂 Questo per rispondere alla tua ultima domanda. Riguardo alle altre, in millenni di disquisizioni e ricerche, sia esteriori che interiori, ovviamente si è già postulato ogni possibilità che potesse essere postulata. Ognuno ha espresso le sue convinzioni, e ognuno ha trovato il modo di annullare quelle degli altri.
Così, per venire alle tue parole, e guarda che rispondo così come dimostrazione di quanto scritto sopra, più che come personale credo, in molti – e tra loro anche ricercatori illustri, come Rupert Sheldrake – sostengono che il cervello in realtà non è la sede della coscienza ma piuttosto un recettore di essa, una specie di apparato radioricevente che permette la connessione tra materia e coscienza. Sarebbero addiritture state individuate le cellule che, nel cervello, avrebbero questa specifica funzione.
Questa ipotesi, se verificata, risponderebbe a tutte le tue domande e dubbi. Il cervello, essendo limitato, riuscirebbe a “trasdurre” solo una piccola quantità di informazione dalla coscienza e a memorizzarla. Il cervello di ognuno ha capacità diverse. Così un animale avrebbe meno capacità di “ricezione” di un essere umano. Lo stesso per le persone nate cerebrolese. Ciò non vuol dire che la coscienza per loro sia diversa o inferiore, ma solo che il loro cervello riesce ad “importarne” e memorizzarne meno. Quando un cane muore smette di essere un cane, così come quando un uomo muore smette di essere un uomo. Entrambi sono coscienza, così come in realtà erano già prima, solo che non ne avevano consapevolezza.
Il cervello delle persone in stato di coma, potrebbe non essere in grado di funzionare come organo recettore; per questo al risveglio non ci sono informazioni nuove. Il cervello di chi invece è “ripescato” in stato di premorte, è ancora vigile, anzi addirittura ultimamente pare che degli anestesisti americani abbiano dimostrato che il cervello ha un’attività cosciente ancora per almeno trenta secondi dopo che il cuore ha smesso di battere, questo per molti ha significato spiegare le “visioni di premorte”, in realtà non ha dimostrato un bel niente, così come gli esperimenti di Sam Parnia dell’articolo di questo post. Ecco perché le persone in stato di premorte potrebbero aver “visto” qualcosa che chi è in stato di coma non ha visto. Senza contare che c’è comunque una separazione tra ciò che il nostro subconscio vede e ciò che viene riportato dalla mente cosciente. Pensa al semplice stato di sogno. Non è forse vero che solitamente ricordiamo pochissimi sogni o addirittura nessuno? Eppure sappiamo che sognamo in continuazione durante il sonno, ce lo dicono gli esperti.
Persino nelle religioni più antiche non pare non esserci uniformità di interpretazione. Per l’induismo Vedanta infatti, una coscienza individuale non esiste, esiste solo una unica Coscienza di cui tutto è fatto, anche la materia. L’errore è identificarci con la coscienza individuale (il nostro Io) che però è illusoria, una accozzaglia di ricordi che cerchiamo di mettere in linea per definire un Io. Per loro perciò chiedersi se sopravvive l’Io, la coscienza individuale, alla morte, è inutile: se l’Io non esiste, cos’è che dovrebbe sopravvivere? 😉
Il buddhismo tibetano invece perla chiaramente di sopravvivenza di una coscienza individuale, così tanto da aver scritto addirittura dei trattati, come il libro tibetano dei morti, con le indicazioni su come affrontare il “passaggio” nel migliore dei modi.
Entrambe comunque sembrano più vicine alle scoperte della scienza moderna (l’energia forma tutto, materia inclusa, ed è una sola anche se si “condensa” in manifestazioni individualizzate – cioé corpi e oggetti) di quanto lo sia il nostro Cristianesimo. Almeno quello odierno, presumibilmente molto diverso da quello di duemila anni fa.
Allo stesso modo, ti garantisco, anche ognuna delle ipotesi pro-esistenza dopo la morte, viene smontata dagli “illuministi” con spiegazioni scientifiche o pseudo-scientifiche (a volte più improbabili delle ipotesi metafisiche, a dire il vero).
Insomma, l’idea di cercare qualcosa che ci convinca che non tutta finisce con la morte, per paura di scomparire nel nulla, così da far nascere correnti spirituali e religioni, è la prima che ovviamente viene in mente attraverso la logica. Ma non sempre la prima spiegazione logica è anche quella giusta. La storia lo ha insegnato tante volte.
In conclusione, non ho la risposta.
Ti lascio con un aneddoto. Una volta andai nel centro di buddhismo tibetano più grande d’Italia e uno dei più grandi in Europa, a Pomaia, provincia di Pisa. Sperando di avere una risposta definitiva, chiesi ad uno dei lama residenti di… darmi una prova dell’esistenza della sopravvivenza della coscienza dopo la morte. La sua risposta allora non mi convinse, anzi mi deluse, e credo non potesse essere altrimenti, in quegli anni ero il classico esempio di “illuminista occidentale” pure io. Dopo molti anni però capì che era l’unica risposta sensata che egli potesse darmi. Quella risposta fu “medita, sentirai, saprai, che è così”.
Al momento nessuno può dirci se c’è davvero qualcosa che comprenda la sopravvivenza della nostra coscienza “dopo” o se tutto per noi finirà, possiamo solo seguire le parole del lama e… percepire qual è la verità, qualunque essa sia, senza aver paura del responso. Qualunque essa sia. Troveremo così la nostra verità, una verità che non potrà essere scalfita da parole esterne.

L’anima nell’Advaita Vedanta

Il commento al post di Mister Loto “L’età dell’anima” mi ha dato modo di riepilogare le mie personalissime credenze che riguardano questo argomento.

Dovete sapere che sto leggendo assieme a Lady Wolf (poverina, ho coinvolto anche lei in queste amene letture :-D) un libro di Ramesh S. Balsekar, scomparso nel 2009 all’età di 92 anni, che trovo molto interessante: si tratta di “La verità definitiva – un’esposizione organica dell’advaita vedanta”.

Ora, quando troviamo un libro interessante è perché in genere ci rispecchiamo in esso o in parte di esso, e infatti ho ritrovato in questo libro diverse delle credenze, forse sarebbe meglio dire ipotesi, che ho via via accumulato nel passare degli anni e del “filosofeggiare” sugli argomenti del senso della vita e della morte.

Non abbiamo ancora finito il libro, anche perché non è proprio un libretto leggero e scorrevole, ed è possibile che integrerò questo post con una sorta di recensione più avanti (ma potrei anche ritenere quanto scritto qua sufficiente); intanto colgo l’occasione di intavolare il discorso riguardante le nostre credenze in fatto di anima riportando qua, opportunamente riarrangiato e ampliato, il mio commento sul post citato in precedenza.

Se non vi addormentate o se proprio non avete altro da fare… buona lettura! 😛

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Vi dirò… nel corso della mia vita credo di aver cambiato più volte idea su questi argomenti, così non prendete per “fisso” quel che scriverò, poiché può essere che “domani” la penserò diversamente.

Premetto che un tempo pensavo che l’anima pur non avendo una fine avesse avuto un inizio probabilmente molte vite lontano nel tempo, così da avere a volte la sensazione di “sapere già” gran parte di ciò di cui si fa esperienza in questa vita e da spiegare, proprio grazie alla “datazione” dell’anima, le notevoli differenze tra una persona e l’altra nonostante vissuti magari simili. Non avete mai la sensazione di “saperne” più di quanto, in base a questa unica vita, vi aspettereste di sapere?

Tuttavia già da qualche anno questa convinzione è venuta un po’ a vacillare. Mi sono accorto infatti che esperienze singole di grande impatto, ma anche apparentemente non così serie ma ripetute nel tempo, possono condizionare lo sviluppo di un bambino o un ragazzo al punto da far successivamente differire la sua psicologia e le sue convinzioni rispetto a coetanei, o perfino fratelli, immersi in contesti sociali simili. La sensazione di “sapere” non fa, a rigore, differenza: basta poco, essere un po’ più introversi e riflessivi ad esempio, per prendere una piega molto diversa rispetto ad altre persone. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, la nostra mente apprende e si evolve: non dobbiamo sottovalutare quanto abbiamo appreso, soprattutto inconsciamente, nel corso di anni e anni.

Quindi, diciamo, in questa fase iniziai ad interrogarmi sull’esistenza o meno dell’anima.

Lo sviluppo odierno è più vicino invece a certe credenze dell’induismo (vedi advaita vedanta) o del primo buddhismo: la nostra anima potrebbe essere identificata con la coscienza personale, che, secondo tali credenze, sarebbe “solo” una manifestazione di quella universale. In altre parole, noi non solo non saremmo il nostro corpo, ma non saremmo nemmeno il nostro “io” e neppure la nostra anima come abitualmente la intendiamo 😀 Corpo, mente e coscienza individuale non sarebbero altro che “manifestazioni” della coscienza universale e, in quanto tali, non esisterebbero: sarebbero solo “solidificazioni” destinate a sciogliersi come sale nel mare o, più precisamente, come onde nell’oceano.

Questo ovviamente spiegherebbe molte cose. Spiegherebbe perché la nostra coscienza saprebbe più di quanto ci aspetteremmo di sapere dalla personale esperienza in questa vita (in realtà “pesca” dalla coscienza universale, che poi è… lei stessa :p un po’ come la storia della Trinità). Spiegherebbe perché a volte ci sentiamo quasi degli estranei a noi stessi, come ospiti di un corpo e perfino di un io. Spiegherebbe infine perché non riusciamo a “risolvere” la nostra sofferenza disidentificandoci dal nostro corpo, in particolare se non riusciamo a disidentificarci anche dal nostro io: così facendo, infatti, invece di risolvere la frattura tra “noi” e il “tutto”, la ampliamo ancora di più aumentando ancora di più l’identificazione con un io che non esiste, tra l’altro a scapito di un corpo che, poverino, viene trattato dall’io come fosse un contenitore da buttare una volta usato, con tutta la somatizzazione che ciò comporta. Pensateci un attimo: spesso ci diciamo “Io non sono questo corpo, sono di più”, ma quasi mai ci riferiamo anche al pensiero razionale che dal corpo, dal cervello, è prodotto. Ciò che abbiamo imparato nella nostra vita ci ha portato a costruire una “persona psicologica” con la quale ci siamo via via identificati: siamo forti in questo o quello, siamo fragili in quell’altro, abbiamo questa e quella caratteristica… Ma tutte queste sono “cose” prodotte dal nostro pensiero razionale, sono “oggetti” al pari delle parti del nostro corpo o di ciò che ne è “fuori”. Quando diciamo “io non sono il mio corpo”, di solito crediamo di dire “sono il mio pensiero, che è di più”, ma il pensiero è prodotto dal cervello, non possiamo separarlo dal corpo. Non è questo pensiero l’anima, altrimenti morirebbe con il nostro corpo. Non siete d’accordo?

Insomma, non esisterebbe il corpo, l’io e nemmeno l’anima intesa come coscienza individuale. Esisterebbe però una coscienza, se preferite un’anima, universale, una coscienza alla quale a rigore… non ritorneremo, perché non ce ne siamo mai staccati veramente. L’abbiamo semplicemente dimenticata identificandoci con la coscienza individuale, con l’io.

La domanda successiva a questo punto solitamente è: che fine facciamo alla nostra morte? Scompariamo in questa Coscienza Universale? Se perdiamo la percezione di noi stessi non sembra comunque una cosa molto positiva…

Ebbene la risposta di queste filosofie è semplice: niente si perde… perché non c’è mai stato :p Se fossimo capaci di liberarci dalla percezione del nostro io illusorio, non temeremmo più di perderlo: perché temere di perdere qualcosa che avremmo riconosciuto non esistere?

Due parole ancora sul termine “non esistere”. Secondo l’Advaita Vedanta, il Buddhismo ed altre filosofie soprattutto orientali, “non esistere” non significa “non esserci”, questa è una interpretazione occidentale, una distorsione del vero significato. Significa “esserci considerandosi distinti, entità a sé stanti che vivono e muoiono, che nascono dal nulla e muoiono nel nulla”, credere di essere separati dal “resto”, con una vita “separata”. Come un’onda che si rammaricasse della sua breve vita in attesa di scomparire nel mare… che lei stessa è. Questa è l’illusione: identificarsi con l’onda piuttosto che riconoscere di essere una parte del mare.

La sopravvivenza della coscienza di sé dopo la morte

Al momento di scrivere il titolo di questo post avevo pensato di mettere il sottotitolo “Quando si capisce che tra scettici e credenti non ci può essere incontro”… capirete il perché 🙂

Qualche tempo fa’ lessi un interessante articolo riguardante gli esperimenti che Sam Parnia, primario di Terapia Intensiva allo Stony Brook University Hospital di New York (quindi non stiamo parlando di un hippy new age :-D), stava conducendo per capire se la coscienza continuava dopo la morte. Il suo interesse nacque dall’osservazione del noto fenomeno chiamato “Near Death Experience”, ovvero dal fatto che una percentuale compresa tra il 10 e il 20% dei pazienti che, in seguito ad attacco cardiaco o altra causa di morte imminente, vengono salvati all’ultimo istante – o tecnicamente perfino dopo l’ultimo istante, cioé quando ne è stata decretata la morte clinica – riportano di aver continuato ad essere coscienti, con visioni o altre forme di percezione (suoni, odori, …), quando in teoria, secondo la scienza, il loro cervello era troppo compromesso per permettere tale stato di coscienza.

I fenomeni NDE, conosciuti in particolare per la visione del famoso tunnel con una luce e un calore meravigliosi e rassicuranti al termine dello stesso, spesso con parenti o altre entità che accolgono e accompagnano in quella che sembra essere l’inizio di una nuova esistenza, sono conosciuti e discussi ormai da decenni (in realtà da migliaia di anni, ma limitiamoci all’epoca moderna) e le teorie che dovrebbero spiegarle sono varie e molto controverse: i credenti parlano, ovviamente, di testimonianze di una vita dopo la morte, gli scettici di fenomeni legati ad allucinazioni del cervello dovute ad essenza di ossigeno o al rilascio di particolari sostanze da parte del corpo umano aventi lo scopo di… addolcire la pillola. Da entrambi i lati ci sono state repliche e contro-repliche tendenti a smontare le teorie contrarie.

Sam Parnia si imbatté, nel suo lavoro, in questi racconti dei suoi pazienti e, incuriosito, iniziò a cercare una spiegazione scientifica. Prima di tutto verificò che la percentuale dei casi non era trascurabile, ovvero non si trattava di casi isolati, e che non riguardavano tutti i pazienti “riportati in vita”, cosa importante poiché escludeva potenzialmente le cause biologiche quale l’assenza di ossigeno (leggi: tutti avrebbero dovuto avere la stessa esperienza, e non solo una bassa – ma sensibile – percentuale di essi).

Tuttavia l’ipotesi allucinazione restava in carica ma non sembrava spiegare tutti i casi. Infatti alcuni pazienti riportavano in maniera dettagliata cosa accadeva attorno a loro – o addirittura in altre stanze o luoghi – in quei momenti di “pre-morte”, di solito da prospettive diverse, come guardassero dall’alto della stanza o – ancora più strano – da un luogo non precisato, ovvero da tutti i luoghi contemporaneamente, come fossero liberi da vincoli spaziali.

Anche per questi casi comunque gli scettici avevano una loro spiegazione: il cervello non era stato completamente “spento” in quei momenti, almeno non in tutti, ed aveva recepito qualche parola o altra sensazione che gli aveva permesso di ricostruire a livello inconscio una visione di cosa stesse succedendo. O addirittura era successo lo stesso ascoltando pezzi di racconto o frasi concitate di medici, infermieri e famigliari, dopo essersi risvegliato…

Per smentire l’ipotesi allucinazione o ricostruzione mentale, Sam Parnia ebbe l’idea di installare alcuni pannelli con disegni in punti della camera non visibili dal letto del paziente, in modo da verificare poi se esso fosse stato in grado di vederli in modo… diverso, ovvero fuori dal proprio corpo. Al momento, da quel che so, le sue dichiarazioni sono che tali pannelli non sono stati visti, ma che eppure diversi casi di testimonianze troppo dettagliate per essere allucinazioni o ricostruzioni mentali sono stati riportati. Già qua, sia gli scettici che i credenti hanno cantato vittoria (in un momento così travagliato come quello del trapasso, non è poi così strano che l’attenzione cosciente non si rivolga a dei disegni su alcuni pannelli di controllo piuttosto che a ben altri avvenimenti come lo strazio dei parenti o la concitazione di medici e infermieri).

E’ da poco uscito un nuovo libro di Sam Parnia – non credo ancora tradotto in italiano – intitolato Erasing Death (cancellare la morte). Questo libro non si occupa però di cosa c’è dopo o se un dopo c’è, ma affronta solo il tema del momento della morte da un rigoroso punto di vista scientifico. Sostanzialmente Sam Parnia ha verificato che molte cellule del corpo umano continuano a vivere anche parecchie ore dopo che è stata dichiarata la morte clinica del paziente e questo permette, con tecniche di raffreddamento particolari, tese a ridurre al minimo il rischio di danni fisici e cerebrali, di riportare in vita il paziente molto più avanti di quanto ritenuto dalla scienza fino a poco tempo fa’. Non a caso i pronto soccorso americani hanno già oggi circa il doppio di percentuale di successo di rianimazione di pazienti colti da infarto rispetto agli omologhi tedeschi o inglesi, e Sam Parnia “semplicemente” cerca con questo libro di dare indicazioni su come salvare ancora più vite umane, senza addentrarsi in “terreni minati”.

Secondo lui la morte non è un processo istantaneo come a lungo si è creduto, ma un processo che dura diverse ore. E quando è possibile riportare in vita il corpo di chi era dichiarato morto, la coscienza… ritorna anch’essa.

Su questo punto si accentra la nuova diatriba tra scettici e credenti. Basta fare un giretto per siti e forum per trovare punti di vista sorprendentemente opposti: gli scettici enfaticamente dicono “Finalmente Parnia ha dimostrato che le NDE sono semplicemente dovute al fatto che le cellule cerebrali non sono ancora morte!”, i credenti “… che la coscienza non si estingue con la morte: essa è ancora viva e, eventualmente, rientra nel corpo se questo viene riportato in vita”.

Sam Parnia, per ovvi motivi, si mantiene cauto riportando solo i dati raccolti riguardanti l’effettivo momento della morte, evitando conclusioni sul fatto che un “dopo” esista o meno. L’unica dichiarazione a cui si è lasciato andare è: «Cosa succede quando il cuore smette di battere? Esternamente è come se la mente, ciò che chiamiamo io o anima, svanisse. Però è lì. Quanto a lungo continui, non lo so. Ma so che, almeno per qualche ora, il periodo di tempo che impieghiamo per riportare indietro una persona, la coscienza di sé continua a esistere».

Nonostante Sam Parnia abbia finito per ricevere critiche da una parte e dall’altra, credo che il suo operato sia – almeno fino a questo momento – un fulgido esempio di come si dovrebbe muovere ed esprimere uno scienziato: senza preclusioni né proclami. Senza esprimere conclusioni a cui non è giunto. Lui sa fin dove è arrivato e cosa può dimostrare. Non afferma, ne nega, ciò che resta fuori dalla sua portata. Anche se magari una sua idea ce l’ha.

P.S. (e O.T.): colgo l’occasione per fare gli auguroni a Julius che in questo periodo compie 5 anni! 😛 Eccolo qua, il ciccionetto, che se la dormiva ieri sera sulla mensola sopra il calorifero 😉

Beyond the Scole Experiment, domande e risposte

Continuando a cercare aggiornamenti sul tema del post precedente, ovvero sugli esperimenti del “Gruppo di Scole”, ho trovato che esiste un gruppo, a grandi linee

formato dagli stessi componenti del precedente, che ha ripreso il lavoro, è il “Gruppo di Norfolk” che ha creato anche una pagina facebook che si chiama “Beyond The Scole Experiment” e che trovate qua: https://www.facebook.com/beyondthescoleexperiment?ref=stream

Nella pagina trovate descritta la nuova procedura di sperimentazione che, secondo i componenti del gruppo, è stata suggerita dai “contatti” delle altre dimensioni. Si tratta di fotografie scattate ad un cristallo sotteso ad una luce con una determinata angolatura,

nella quali compaiono volti umani e non umani.

Dovreste trovarne qualche esempio nel corso del post. Dico “dovreste” perché non so se, essendo linkate a facebook, riuscirete a vederle senza essere ad esso connessi.

Ahimé, io non sono un gran fan di facebook, così ho fatto parecchio casino per riuscire a porre qualche semplice domanda, ma alla fine ci sono riuscito ottenendo le risposte di Grant Solomon, co-autore del libro del post precedente.

Nel seguito trovate la versione inglese e la mia traduzione in italiano.

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Wolfghost

Hi there! 🙂 I read your book in Italian language (the title is “Le prove scientifiche della vita dopo la morte”) and saw the relevant documentary of “the afterlife investigations” series. I also published a post on your job: http://www.wolfghost.com/2013/04/07/le-prove-scientifiche-della-vita-dopo-la-morte-il-gruppo-di-scole/ … Unfortunately it is in Italian 😉

I discovered you were continuing your job in another group only after the post publishing; I was really happy for that!

I have some questions for you:

1) Also in the new “Norfolk group” there are some people acting as mediums, right? Have you ever obtained any result without any medium?

2) Why do spirits or other-dimension entities find often easier to show images through crystals, mirrors, films, radio or video equipment rather than, let’s say, explicitely?

3) What do you think about “orbs” phenomena? Do you think at least some of the orbs can be tied to spirits or “entities”? I ask this because Orbs are the only phenomena we (my wife and I) got up to now (not through photo images but through infrared cameras).

4) In the end of your book, it was written that the sudden stop of Scole experiments avoided you to state definitely if the achieved phenomenas were due to afterlife’s spirits or rather to medium extraordinary mind capacities. Have you achieved any further results to solve this dilemma?

5 – and last) Does anyone know if there is any group in Italy following similar experiments?

Thank you for your attention and for all your important job!

Francesco

Beyond The Scole Experiment

Hi Francesco,

Thanks for your comments.

My name is Grant Solomon, co-author of the book, ‘The Scole Experiment: Scientific Evidence for Life After Death’ which you refer to (i.e. the Italian language version) in your comments.

I will try to answer your questions.

1) All the phenomena that occurred during The Sco

le Experiment appeared to require the presence of two mediums, a married couple, Alan Bennett and Diana Bennett. They are the two mediums who are now carrying on the new work in The Norfolk Experiment. Alan and Diana were ‘inspired’ to set up the Crystal Photographic Experiments in 2005 and we reported on their early results, with new images, in the updated 2006 version of our book. So, the ‘Norfolk Group’ is four people: Alan and Diana Bennett plus the two authors of The Scole Experiment book, Jane Solomon and Grant Solomon. Lots of people who are experienced in physical mediumship say that to have one or more mediums seems to be required for phenomena to occur. Many also say that it is possible to develop the skills/talents of mediumship by practice so that people who start experiments then become mediums.

2) The aim of physical paranormal phenomena experiments is to show everybody that something has happened. To provide physical evidence requires crystal, mirrors, films and the other things you mention. There are plenty of examples of ‘mental’ mediums who provide evidence that ‘communicators’ are communicating but that is a different thing.

3) Orbs are an interesting phenomenon reported by many people but it may be better to ask people with more knowledge than our group.

4) There was a lot of material in the book, ‘The Scole Experiment’, and also in the scholarly ‘Scole Report’ – written by the scientists who attended Scole sessions – in which many of the the ‘communicators’ tried to provide evidence that they had once lived a life on Earth, died, and found themselves in ‘another place’ or ‘realm of existence’. It is for readers to decide how good that evidence in the book and in the report is. A very interesting part of the Scole experiments for our new Norfolk Group is that many of the communicators said they had not had a life on Earth. They are alive now, in another dimension or realm of existence. The Norfolk Experiment is in part concerned with opening up communication channels for these communicators as well as those who say they once lived a life on Earth. Some readers may decide that the evidence shows that both your suggestions (and more) are involved. In other words, the experimental results seem to indicate that the mediums have extraordinary mind capacities (that all of us may have if we can tap into them) AND that communicators who are experiencing an ‘afterlife’ are producing the phenomena AND that communicators who are in ‘other realms’ of time and space are producing the phenomena. Some readers may find it interesting to remember that, during The Scole Experiment, there were a number of examples where the ‘afterlife’ team seemed to be working WITH the ‘other realms’ team to produce the phenomena.

5) Perhaps readers of this Facebook Page could contact you in regard to other groups in Italy?

You may like to view the crystal photographic experiment image we’re going to upload today, 13 April 2013, and some of the other images previously uploaded, to see if you agree that some of the communicators appear to of ‘non-human’ appearance.

Hope that helps and kind regards,

Grant Solomon

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Traduzione

Wolfghost

Ciao a tutti! 🙂 Ho letto il vostro libro in lingua italiana (il titolo è “Le prove scientifiche della vita dopo la morte”) e visto il relativo documentario della serie “The afterlife investigations”. Ho anche pubblicato un post sul vostro lavoro: http://www.wolfghost.com/2013/04/07/le-prove-scientifiche-della-vita-dopo-la-morte-il-gruppo-di-scole/ … Sfortunatamente è in italiano 😉

Ho scoperto che stavate continuando il vostro lavoro in un altro gruppo solo dopo aver pubblicato il post; sono stato davvero contento per questo!

Ho alcune domande per voi:

1) Anche nel “Gruppo di Norfolk” ci sono alcune persone che agiscono da medium, vero? Avete mai ottenuto risultati senza alcun medium?

2) Perché gli spiriti o le entità di altre dimensioni trovano che sia spesso più facile mostrare immagini attraverso cristalli, specchi, filmati, trasmissioni radiofoniche o televisive piuttosto che, diciamo, esplicitamente?

3) Cosa pensate a proposito del fenomeno ORBS? Pensate che almeno alcuni degli orbs possono essere legati a spiriti o “entità”? Chiedo questo perché gli orbs sono i soli fenomeni che abbiamo (io e mia moglie) ottenuto fino adesso (non attraverso fotografie ma con videocamere a infrarossi).

4) In chiusura del vostro libro, è scritto che l’improvviso stop degli esperimenti di Scole vi hanno impedito di dire definitivamente se i fenomeni ottenuti erano dovuti a spiriti dell’aldilà o piuttosto a capacità mentali straordinarie dei medium. Avete ottenuto qualche altro risultato per risolvere questo dubbio?

5 – e ultimo) Qualcuno sa se c’è qualche gruppo in Italia che segue esperimenti similari?

Grazie per la vostra attenzione e per il vostro importante lavoro!

Beyond The Scole Experiment

Ciao Francesco,

Grazie per i tuoi commenti.

Mi chiamo Grant Solomon, coautore del libro, “The Scole Experiment: Scientific Evidence for Life After Death” al quale ti riferisci (nella versione italiana) nel tuo commento.

Cercherò di rispondere alle tue domande.

1) Tutti i fenomeni accaduti durante l’esperimento di Scole sembrarono richiedere la presenza di due medium, una coppia sposata, Alan Bennett e Diana Bennett. Sono due medium che adesso stanno portando avanti il lavoro nel nuovo Esperimento di Norfolk. Alan e Diana sono stati “ispirati” a preparare gli esperimenti fotografici con i cristalli nel 2005 e noi abbiamo riportato i loro primi risultati, con nuove immagini, nella versione aggiornata del 2006 del nostro libro. Quindi il “Gruppo di Norfolk” è fatto di quattro persone: Alan e Diana Bennett più i due autori del libro “The Scole Experiment”, Jane Solomon e Grant Solomon. Molta gente che ha esperienza in di medianità fisica dice che avere uno o più medium sembra essere necessario affinché i fenomeni si presentino. Molti anche dicono che è possibile sviluppare le conoscenze e i talenti da medium attraverso la pratica così che gente che inizia a sperimentare diventa poi medium.

2) Lo scopo degli esperimenti dei fenomeni paranormali fisici è di dimostrare a tutti che qualcosa è accaduto. Per fornire evidenza fisica sono richiesti cristalli, specchi, filmati e ogni altra cosa che hai menzionato. Ci sono un sacco di esempi di medium “mentali” che danno evidenza che i “comunicatori” stanno comunicando, ma questa è una cosa differente.

3) Gli Orbs sono un fenomeno interessante riportato da tanta gente ma è meglio chiedere a gente che ha più conoscenze di noi.

4) C’è un sacco di material nel libro, “The Scole Experiment”, e anche nel documento “Scole Report” – scritto da scienziati che parteciparono alle sessioni di Scole – in cui molti dei “comunicatori” cercarono di dare evidenza di aver vissuto una vita sulla terra, di essere morti, e di essersi ritrovati in un “altro posto” o “regni di esistenza”. Sta ai lettori decidere quanto buona sia l’evidenza riportata nel libro e nel report. Una parte molto interessante degli esperimenti di Scole per il nostro nuovo Gruppo di Norfolk è che molti dei comunicatori dicono di non aver avuto una esistenza sulla terra. Essi vivono adesso, in un’altra dimensione o regno di esistenza. L’esperimento di Norfolk in parte riguarda l’apertura di canali di comunicazione per questi comunicatori così come per quelli che dicono che una volta vivevano sulla Terra. Alcuni lettori possono decidere che l’evidenza mostra che tutti i tuoi suggerimenti (e ancora di più) sono coinvolti. In altre parole, i risultati sperimentali sembrano indicare che i medium hanno straordinarie capacità mentali (che tutti noi magari avremmo se noi sapessimo usarle) E che i comunicatori che stanno vivendo in un’aldilà stanno producendo fenomeni E che comunicatori che sono in “altri regni” di tempo e spazio stanno producendo fenomeni. Alcuni lettori possono trovare interessante che, durante l’esperimento di Scole, c’è stato un buon numero di esempi dove il “team dell’aldilà” sembravano collaborare CON i “team di altri regni” allo scopo di produrre i fenomeni.

5) Forse qualche lettore di questa pagina facebook puoò contattarti a riguardo di altri gruppi in Italia…

Ti potrebbe interessare guardare l’immagine dell’esperimento fotografico sul cristallo che abbiamo intenzione di caricare oggi, 13 Aprile 2013, e alcune delle altre immagini precedentemente caricate, per vedere se sei d’accordo che alcuni dei comunicatori appaiono avere apparenza “non umana”.

Spero che queste risposte aiutino, cordiali saluti,

Grant Solomon

 

Le prove scientifiche della vita dopo la morte – Il gruppo di Scole

Con questo titolo impegnativo inizia il libro-documentario di Grant e Jane Solomon sul lavoro del gruppo di Scole: persone, tra cui due medium, che si sono date appuntamento due volte la settimana per cinque anni nella cittadina inglese di Scole con lo scopo di provare, davanti a testimoni e scienziati, che la nostra coscienza sopravvive alla morte fisica. Il lavoro venne svolto prevalentemente nella cantina, adattata a prova di luce, di una di queste persone, ma non solo lì, anche a casa di ospiti scettici che volevano evitare il più possibile il rischio di frodi.

I medium contattavano, o meglio venivano contattati, da un gruppo di entità di altre dimensioni – non solo “trapassati” – che avevano anche essi l’obiettivo di dimostrare agli esseri umani ancora incarnati che la morte fisica è solo un passaggio. Anche tra di esse c’erano alcuni scienziati, persone che da vive erano state tali e che, in qualche modo, avevano conservato la curiosità, le conoscenze e lo spirito per tentare di aiutare gli esperti dello… “aldiquà”, chiamiamolo così, ad ottenere prove che non potessero essere messe in dubbio perfino dallo scettico più incallito.

Le prove furono le “solite” testimonianze di defunti ai loro cari – cose che solo loro avrebbero potuto sapere – ma anche apporti (ovvero oggetti fisici apparsi – e rimasti – nella stanza durante le sedute), “voci dirette” (che non arrivano dai medium ma da punti della stanza dove non ci sono persone), luci”intelligenti” fluttuanti per la sala (intelligenti perché “rispondevano” a ciò che veniva loro chiesto), immagini e frasi impresse su pellicole fotografiche sigillate, immagini apparse su video, registrazioni audio… e probabilmente dimentico qualcosa 🙂

Esiste anche un film documentario su questi avvenimenti che includo in chiusura di questo post. Sfortunatamente è in inglese, però è un inglese molto “pulito”: se ne masticate anche solo un poco dovreste riuscire a comprenderlo.

Devo dire che il lavoro svolto da questo gruppo e le prove da esso portate sono molto convincenti, anche se, va da sé, un conto è leggerne il libro-testimonianza o vedere il film ad esso dedicato (che riporta tra l’altro anche l’incontro tra il gruppo di Scole e un noto medium italiano – Marcello Bacci – che usava soprattutto la metafonia diretta, ovvero l’ascolto di voci di defunti provenienti da una vecchia radio) un altro deve essere stato presenziare ai loro esperimenti. E’ sempre molto difficile credere, magari cambiando le proprie convinzioni, ad argomenti delicati e di fondamentale importanza come questo solo grazie a racconti di terzi.

Personalmente l’unica cosa che ho ottenuto è la visione di qualche cosiddetto “orbs” tramite l’uso di telecamere ad infrarossi. Gli “orbs” sono luci statiche che compaiono sulle foto di camere digitali – ovviamente in punti dove non dovrebbero esserci – ma anche luci, seguite o meno da scie, che passano davanti a telecamere agli infrarossi in uno stato di oscurità più o meno spinta. Ovviamente l’interpretazione di cosa siano davvero gli Orbs cambia da persona a persona e da esperto ad esperto. Gli scettici le bollano come riflessi o pulviscolo, o addirittura come malfunzionamenti della circuiteria delle telecamere. Io non posso dire cosa siano, ma escludo che siano sempre riflessi o pulviscolo, poiché a volte si muovono sullo schermo con moto irregolare, cambiando spesso direzione, in un modo che esclude polvere e riflessi nelle condizioni in cui le ho osservate. Sul possibile malfunzionamento, bé, mi domando se sia possibile che tutti coloro a cui accadono di vedere cose come queste abbiano problemi con le loro apparecchiature 🙂 Ma chissà… Tuttavia, ripeto, mi guardo bene dal gridare “all’entità” per questo, è troppo poco, ed altro non ho ottenuto, anche se, a dire il vero, ho provato troppo raramente e non faccio attualmente testo. Se siete interessati a saperne di più sugli orbs, anche l’amica di blog Demetrablu ne ha parlato nel suo blog qualche tempo fa, ecco il suo articolo: Orbs a casa mia. Tra l’altro, se leggete tra i commenti, troverete che ero piuttosto scettico, pur lasciando – sempre – la “porta aperta”.

Tornando e concludendo sul gruppo di Scole, ciò che mi ha lasciato perplesso è stato il modo – frettoloso – con cui si conclusero, mi pare nel ’99, gli esperimenti. Ufficialmente furono le entità delle altre dimensioni a chiederlo perché, a loro dire (a mezzo medium), un’altra entità – dal futuro – aveva trovato il modo di inserirsi nella “porta” tra le dimensioni che era stata aperta, e ciò poteva essere molto pericoloso. Di fatto, tutto venne bruscamente interrotto. Una persona scettica potrebbe pensare che… forse le attività erano ormai così di dominio pubblico da richiamare attenzioni così alte da rischiare che qualcosa che non doveva essere visto venisse scoperto. Peccato, perché fino a quel punto il lavoro prometteva davvero bene…

Al di là di credere o meno, di essere o meno interessati, una cosa mi lascia perplesso: le presunte prove sono davvero tante e piuttosto difficili da smontare; come mai l’eco di questi esperimenti è stato così basso? Come mai quasi nessuno ne ha parlato? Sono cose che comunque avrebbero per lo meno meritato ben’altra attenzione, invece sono passate in sordina. E non è la prima volta che capita. Davvero la maggior parte della gente non è interessata e preferisce guardare “Il Grande Fratello” (con tutto il rispetto per chi lo guarda, eh!)? Forse si ha timore di passare per sciocchi creduloni anche solo a parlarne? O forse ci sono interessi a che tutto questo passi il più possibile inosservato?

Vi lascio al film. Per chi è interessato e vuole sfidare l’inglese… buona visione! 🙂

Noi e l’infinito, l’universo, la vita, la morte

The Big Snow è arrivata anche qua: auto sepolta e strada impraticabile, per cui ho lavorato da casa per quanto ho potuto 🙂 Abbiamo cercato di replicare la passeggiata nel bosco innevato fatta a dicembre, ma… la neve era troppo alta e il povero Tomino, che è vigoroso ma pur sempre un tappetto :-P, in certi punti sprofondava e non riusciva ad andare avanti, così lo dovevamo prendere in braccio, allora abbiamo deciso di accorciare la passeggiata 🙂

L’amica Fulvia1953 (blog http://cieloterrafuocoacqua.iobloggo.com/) mi ha chiesto in uno dei commenti al post precedente di andare a vedermi i filmati con le conferenze di Vittorio Marchi e di darle un mio parere. Così ho fatto. Il titolo di questo post riflette il nome di una di queste conferenze.

Come ho anticipato a Fulvia sul suo blog, non ho trovato grandi novità su quanto già avevo avuto modo di incontrare in precedenza. Se vedete uno dei miei post recenti (A ruota libera, del 30 novembre scorso), ci ritroverete buona parte di queste riflessioni.

Il punto fondamentale è che tutto è energia, questo ormai è vero anche per la scienza, e l’energia, che tutto forma e tutto permea, è ciò che da sempre viene chiamato “Dio” (o in altri modi a seconda della cultura di appartenenza). La materia, incluso il nostro corpo, non è altro che “energia condensata”, ed è energia pure il pensiero. L’energia è contemporaneamente Una, dato che è un continuum senza interruzione, e miliardi di miliardi di particelle quando queste si presentano nel loro aspetto “condensato”. Quando moriamo, quando qualunque animale, vegetale o oggetto, si disgrega, finisce, la sua energia torna nella forma “libera”, non addensata, da cui è partita e non si è mai staccata veramente. Marchi fa l’esempio del pezzetto di ghiaccio (ma anche dell’onda) nel mare che è contemporaneamente individuale ma anche facente parte integrante del mare tutto. Quando il ghiaccio si scioglie torna ad essere indifferenziato nel mare.

Fino a qua niente di nuovo sotto il sole, quanto detto da Marchi si ritrova sia nelle antiche scritture esoteriche, nelle varie religioni – seppure a volte mediato da influenze culturali, e perfino dalla moderna scienza.

Il punto fondamentale però è… che fine fa la nostra consapevolezza? Ovvero, quando moriamo, va bene che la nostra energia torna ad essere indifferenziata con quella universale, ma… di noi come individualità che ne è? Perché se può sembrare consolante – nemmeno tanto a volte 😀 – che la nostra energia non va persa, ben altro sarebbe sapere che “noi” restiamo ancora noi, che non tutto ciò che siamo stati e che abbiamo fatto in vita, va perso. Diciamocelo, siamo un po’ egoisti anche in questo: se non saremo più coscienti di esserci, non ci interessa molto sapere che la nostra energia ci sarà ancora 🙂

Qui Marchi innesta però un’altra scoperta scientifica recente, ovvero che ogni particella “sa” in qualche modo cosa fanno tutte le altre miliardi di miliardi di particelle dell’Universo (in realtà non è proprio questo ciò che la meccanica quantistica ha dimostrato, ma per astrazione ci si può arrivare). Quindi non è strano, ma anzi ragionevole, supporre che la nostra consapevolezza è contemporaneamente “noi” ma anche tutto, cosa di cui non siamo coscienti a causa della limitatezza dei nostri cinque sensi. L’unico modo per rendercene conto è attraverso quella che chiama “tecnologia della mente” (o “interna”, adesso non ricordo le esatte parole), cosa che immagino si leghi ai concetti di meditazione delle antiche pratiche esoteriche, che vengono anche richiamate allorché Marchi fa finta di domandarsi “come facevano gli antichi, ad esempio i profeti, a sapere già certi concetti che la scienza ha scoperto solo millenni dopo?”.

Quindi, secondo Marchi, quando moriamo continuamo ad avere la limitata consapevolezza del “noi” che eravamo, ma contemporaneamente acquisiamo la consapevolezza del tutto. Di Dio insomma. Anche di questo si trovano già tracce nelle antiche scritture, ma è interessante come a questo punto, come presunta prova, Marchi tira in ballo la N.D.E., la Near Death Experience, ovvero l’esperienza di pre-morte. Secondo lui il famoso tunnel con in fondo la “luce” rappresenta – no… non “rappresenta”, “è” – il passaggio della nostra energia e consapevolezza dal limitato contenitore corporeo all’esterno, al tutto. E’ questo ciò che vediamo e percepiamo in quel momento. Testimonianze ne sarebbero le visioni da fuori del corpo che chi le ha vissute dice non essere localizzate: si sa cosa si vede, ma non da dove, poiché è come vederla da ogni luogo. Queste visioni tra l’altro sarebbero la prova che smentirebbero alcune teorie medico-scientifiche (sostenute dal famigerato CICAP) che sostengono che le visioni di premorte sarebbero legate a sostanze – le endorfine – che il cervello rilascia al momento della morte allo scopo di “addolcire” la fine: la sensazione di benessere sarebbe ad esse legata, e così anche la “allucinazione” del tunnel. Questa teoria però non spiega come sia possibile che chi torna (non tutti, ovviamente, si parla sempre di piccoli numeri) sia in grado di riferire cosa è successo non solo attorno al suo corpo ma anche in altri luoghi.

Insomma, Marchi non mi ha personalmente aggiunto molto di nuovo, ma ha costruito dei legami, dei richiami, che – ci si creda oppure no – finiscono per costituire una “teoria globale” quantomeno interessante.

Mi chiedete se personalmente ci credo? Trovo che sia una spiegazione affascinante, ma ritengo che chi non ci passa, chi non fa eseprienza di una NDE o di un qualche altro clamoroso avvenimento del genere (come una “illuminazione”), se era scettico rimarrà scettico. Perché le teorie, molto più in questo campo che in altri, da sole non bastano. Lo stesso Marchi infatti fa capire che lui ha anche vissuto, è stato testimone, di eventi di questo tipo (che non cita, non almeno in questi video). Per questo per lui e per persone come lui è facile credere, “sentire” come vera, questa comunque affascinante teoria 🙂