Zen: La gran testa – l’arroganza

Un uomo ogni mattina si specchiava. Un giorno, guardando nello specchio capovolto, non si vide più. Pensò allora di aver perduto testa e collo e, in preda al panico, si mise a cercarli.

Un amico gli disse: “Perché cerchi la tua testa? E’ così grande che vedo solo quella!”

L’uomo allora si convinse che la sua testa fosse più grande di quella degli altri. Gliene derivò un orgoglio smisurato, e si rimise a cercarla.

E’ una storia assai interessante. Perder la testa significa perdere le proprie illusioni. Ma l’orgoglio di possedere una gran testa è segno di egoismo e di stoltezza.

da “La Tazza e il Bastone – Storie Zen”

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Commento di Wolfghost: personalmente avrei scritto “arroganza” più che “egoismo”. Devo dire che purtroppo spesso ho avuto ed ho a che fare con persone che credono di sapere tutto, che sono convinte che la verità sia sempre nelle loro mani, che l’unico modo corretto di vivere sia il loro. Persone che ritengono di… avere una grande testa, insomma, proprio come il nostro amico del racconto. Probabilmente, proprio come scritto nel racconto stesso, ciò è spesso dovuto al fatto che le persone si gonfiano dei complimenti altrui, perdendo di vista la realtà delle cose. Ovvero che a volte si ha ragione, a volte torto. Per questo bisogna avere l’umiltà di ascoltare il prossimo e interrogare sé stessi, altrimenti ci si preclude ogni possibilità di crescita: solo con il confronto e la vera condivisione si possono avere punti di vista diversi, che possono farci intravvedere strade nuove e migliori. La stagnazione non può portare a nulla.

Inutile dire che ciò mi da molto fastidio poiché ogni conversazione diventa discussione, ogni parere diverso dalla loro convinzione genera una battaglia. Poiché raramente si tratta di cose di fondamentale importanza, lascio perdere; si tratta infatti di persone con le quali un dialogo è impossibile, si finisce solo per accondiscendere per quieto vivere. Allora meglio non intavolare nulla e tenere le proprie idee per sé. E credo che farò sempre più spesso così.

Come la rupe massiccia

non si scuote per il vento,

così pure non vacillano

i saggi in mezzo a biasimi e lodi

(Buddha)

 

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Orgoglio in risposta a delusioni d’amore :-)

Ieri, mentre ognuno dei due curava il proprio blog, io e mia moglie abbiamo riascoltato alla radio con piacere un vecchio brano di Vasco Rossi, scoprendo che piaceva ad entrambi 🙂 Questo post segue semplicemente i pensieri, o meglio i ricordi, che tale canzone ha fatto riafforare in me di un tempo ormai andato…

Nel 1998 il Blasco nazionale lancia il brano “Io no”, primo singolo del suo “Canzoni per me”. Il brano ebbe un buon successo e non e’ difficile capirne il motivo, assieme all’orecchiabilita’ ed alla grinta del pezzo, e’ il tema che tratta a coinvolgere molte persone che in esso si ritrovano o… vorrebbero farlo 😉

Il brano infatti parla di un uomo che dopo essere stato “preso in giro per ore” decide che “non aspettera’ piu'”, condendo la decisione con una sana rabbia…

Il tema trattato non e’ certo inusuale per il mondo della musica, ad esempio qualche anno dopo (2005) e’ il turno di Madonna a lanciare “Hung up”, canzone nella quale si parla di una donna che resta “appesa” (da cui il titolo) in attesa della decisione di un lui che tarda ad arrivare. Ad un certo punto anche questa lei ha un motto di orgoglio ed esclama:

“Non posso continuare ad aspettarti
so che stai ancora esitando
non piangere per me
perchè troverò la mia strada
ti sveglierai un giorno
ma sarà troppo tardi”

(per i curiosi, qui l’intero testo: http://www.testimania.com/testitradotti/2325.html)

Canzoni banali se vogliamo, ma che proprio perche’ trattano un tema comune e possono essere facilmente assunti come “inno” da chi ne ha bisogno, hanno avuto grande successo.

In realta’ ho scritto spesso che la prima persona con cui dovremmo prendercela quando qualcuno ci tratta come zerbini ad oltranza siamo noi stessi, perche’ gli altri, almeno in democrazia, ci fanno solo cosa noi permettiamo loro di fare.

E poi onestamente non credo molto al “te ne pentirai” in questi casi: credere che l’altro presto o tardi si renda conto di cosa ha perso, e’ di solito un illusorio tentativo di mostrare un briciolo di orgoglio… che all’altro di solito non fa’ ne’ caldo ne’ freddo ed anzi a volte “toglie le castagne dal fuoco”, ovvero da loro modo di non dover nemmeno faticare a trovare una scusa per defilarsi 🙂

La vita e’ fatta di distacchi che fanno crescere: quelli che hanno azzeccato alla prima il parter di vita sono davvero rari, e in fondo e’ normale, ognuno di noi cresce e si trasforma, io stesso non sono quello che ero a, poniamo, 18 anni, e non credo che avrei scelto allora la stessa persona che ho poi scelto in “eta’ matura” (anche se puo’ succedere, eh!).

Quindi, quando succede di essere mollati o… sopportati (che in amore e’ altrettanto terribile), si dovrebbe capire che cosi’ e’ la vita, che in fondo e’ meglio andare oltre perche’ nessun rapporto cosi’ sbilanciato puo’ essere “quello della vita”, ed anzi probabilmente sta togliendo spazio e tempo a qualcosa di buono che forse e’ li’ dietro l’angolo. E infine riconoscere che in ogni caso ci ha insegnato qualcosa, qualcosa che potra’ esserci utile in futuro o che comunque, essendo vita, e’ stato lo stesso importante vivere 🙂

… resta il fatto che per chi ha bisogno di un cavallo di battaglia per stimolare il proprio orgoglio e tirarsi dalle pastoie di un rapporto “scorretto”, queste ed altre canzoni vanno piu’ che bene, eh! 😛

Te’ nel deserto – Un racconto di Bettarm37

Te’ nel Deserto
by bettarm37
Blog: casida della rosa

vista su casa-Mi chiedi se ho amato: sì.
E’ una storia singolare e dolorosa, e, pur essendo ormai vecchio, oso a malapena smuovere le ceneri del ricordo.-

Il suo viso era asciugato dagli anni e segnato dal sole, lo sguardo lontano; versai altro tè per non distoglierlo dai suoi pensieri.
Prese la tazza e la portò alle labbra, piegando lievemente la testa: assaporava ricordi che le sue rughe sembravano descrivere, come pagine da leggere.

-Raccontami di quest’amore, se puoi.-

Annuì con un cenno del capo e io mi acciambellai fra i cuscini che coprivano i tappeti.

-Te lo racconterò, fratello, affinché la sua storia sopravviva al tempo ora che il mio sta per concludersi.-

In silenzio attesi, mentre quell’uomo, di cui non conoscevo nemmeno il nome, raccoglieva le parole.

-Lei era bellissima. Luna Lucente era il suo nome: Aijiaruc.
Aveva capelli neri, lunghi e luminosi come fili di seta, gli occhi ambrati, profondi e un corpo possente e pieno come di donna guerriero.
E questo era: un guerriero.
Era la figlia del re Caidu.
Il padre la voleva sposa, ma lei, incapace di amare e affascinata dal sangue delle battaglie e dal furore della lotta, non volle piegarsi al suo rango di figlia di re.
Strinse un patto con lui: sarebbe stata solo di colui che l’avrebbe battuta nella lotta.
Solo un uomo capace di schiacciare la sua schiena sulla terra l’avrebbe avuta; in caso contrario sarebbe rimasta libera e avrebbe preteso in dono cento cavalli.
La sua bellezza era nota e in tanti provarono a vincerla, senza riuscirvi.
Possedeva più di diecimila cavalli quando arrivai io.-

Affascinato dalla storia e percependo dolore nella sua voce bassa, non feci domande
e attesi il seguito del racconto.
Notai che nulla tradiva il suo tormento se non i silenzi e il viso segnato che sembrava muoversi in accordo con le parole.

-Anch’io ero figlio di re- riprese – di bell’aspetto e allenato all’arte della guerra e della lotta.
Nessuno nelle mie terre avrebbe potuto battermi tanto agili e sapienti erano i miei movimenti.
Andai dal re suo padre portando mille cavalli, sicuro di me e certo del risultato: sarebbe stato un gioco battere una donna guerriero.
Ma tutto cambiò quando, al cospetto del re Caidu, la vidi.
In abiti succinti da battaglia, notai solo le sue gambe di donna e i suoi occhi.
Mentre parlavo, sentivo il suo sguardo e lo cercavo.
Anche il re si accorse di noi, e in seguito seppi che in segreto aveva pregato la figlia di lasciarsi superare, di perdere per divenire mia sposa.
Lei non aveva accettato: orgogliosa, si sarebbe battuta.
Non avrebbe mai potuto amare un uomo a cui aveva permesso di vincere.
Mancavano solo due giorni a quello decisivo e cercai d’incontrarla.
La prima volta fu di notte.
La luna illuminava l’erba arsa che circondava il palazzo e Aijiaruc, alta, possente e aggraziata, che si dedicava al kata.
Sembrava danzare sotto i suoi raggi, lei, Luna lucente, che scalza ruotava concentrata, lieve in movimenti potenti, tornando leggera al punto di partenza, perfetta e bellissima.
Fu la prima volta che sentii il suono della sua voce, negli urli perfetti che come ellissi accompagnavano le posizioni e morivano lentamente nel silenzio.
Quando mi vide s’inchinò da guerriera, ma avvicinandomi sentii il suo respiro di donna.
Lo sguardo preoccupato, non disse nulla e si allontanò.

Cercai ancora d’incontrarla, la sera prima del nostro combattimento.
Tornai dove l’avevo vista la prima volta e il trovarla fu una conferma: mi aspettava.
Questa volta non si allontanò subito e rimanemmo in silenzio.
Il mio sguardo era sicuro: l’avrei avuta; il suo sofferente e impaurito.
Senza sfiorarci, sapevo che mi amava come io amavo lei.
Cercai di rassicurarla, sicuro della mia arte, guardandola come uomo che già possiede la sua donna.
Lei tremava, sorpresa dalla fragilità scoperta ma consapevole della sua forza.
Si allontanò, il capo chino per qualche passo e poi di nuovo dritto, lo sguardo in avanti, fiera nel suo Destino.-

-Non poteva rinunciare alla sfida?- trovai il coraggio di chiedere.

-Un’altra donna sì, ma non Aijiaruc.
Era figlia di re, era libera, era guerriera.
Quale donna oserebbe vestirsi da uomo e combattere in battaglia? Conosci bene le nostre tradizioni, fratello, e nessuna donna arriverebbe nemmeno a desiderare un Destino simile.
Niente l’avrebbe addomesticata: la volontà del padre e i costumi del tempo non avevano valore per lei. E nemmeno l’amore, una volta sancito un patto:
Luna Lucente era un guerriero, nel cuore e nella mente.
Non avrebbe potuto, anche volendo, cambiare il suo Destino: poteva solo farlo scorrere fino al suo compimento.-

-Cosa accadde il giorno del combattimento?- chiesi.

-La vidi arrivare, alta, bellissima, le gambe muscolose ma affusolate, le braccia lungo i fianchi, i capelli legati a lasciare scoperto il viso.
Gli occhi erano fissi, senza vita e determinati.
Tutti attendevano, in silenzio, senza parteggiare: quella sfida era diversa dalle precedenti.
Iniziammo.
Nel suo inchino percepii la sua ricerca di quella concentrazione che solo l’unità fra mente e cuore può dare.
Prima di attaccarmi, respirò profondamente e fece un insolito passo indietro, come un leone che si piega, tre zampe avanti ed una dietro, a raccogliere le energie prima di afferrare la preda.
E proprio come una leonessa combatté.
Ci allontanavamo e ci avvicinavamo, girando in un cerchio immaginario; io cercavo i suoi occhi, lei sfuggiva i miei.
Era agile e la sua concentrazione riusciva a sfiancare la mia forza, superiore alla sua.
Combattemmo a lungo: nessuno dei due sembrava avere la meglio su l’altro.
Smise di evitare i miei occhi e il suo sguardo si trasformò in supplica: m’implorava di vincerla.
Lottò ancora più ferocemente, il dolore nella voce, negli urli che per
guerrierafetti accompagnavano le rapide mosse; quando mi spinse con le spalle a terra, mi accompagnarono le sue lacrime: aveva vinto.
In pochi minuti avevo perso l’unica donna che avrei amato e la mia dignità di figlio di re: non sarei potuto tornare al mio palazzo. Battuto per la prima volta e da una donna, avevo disonorato la mia famiglia.
Avevo perso tutto.
Nello sconcerto generale e contro ogni convenzione, mi tese la mano per aiutarmi.
Non lo fece per umiliarmi, come in molti pensarono, ma per darci l’occasione di sfiorarci, almeno una volta.
Poi c’inchinammo, uno di fronte all’altra, nel saluto finale. Piangeva.
Ci guardammo per l’ultima volta, si girò e s’allontanò, sciogliendosi i capelli.-

-E cosa accadde, poi?- chiesi, commosso.

-Seppi solo che non volle più altre sfide e che accompagnò suo padre nelle guerre che seguirono.
Lottava come un falco e così morì: combattendo.
Quanto a me, seguii il mio Destino divenendo ciò che vedi: un vecchio Maestro senza fissa dimora.-

Si portò la tazza alle labbra per l’ultimo sorso di tè; poi la posò sul vassoio.
Io osservavo in silenzio, ancora pensieroso per la triste storia che avevo ascoltato.
Si alzò e mi appoggiò la mano sulla spalla, stringendola.

-E’ tempo di andare, fratello.
Vai, e racconta di Luna lucente. Fai che viva, che il nostro amore viva, anche dopo di me.-

E si allontanò, con passo sicuro e dignitoso, diretto chissà dove.

 


Affido il commento allo scambio che ho avuto con Betta – sicuro che lei non ne abbia a male (la sua delucidazione era un pvt) – proprio per dimostrare come un racconto, a seconda dell’angolazione con cui lo si guarda, può assumere significati diversi e molto distanti. Non c’è un punto di vista “giusto” e uno “sbagliato”, ma solo la personale sensazione che il racconto evoca a seconda della propria esperienza e del proprio “sentire”.

Wolf: “molto bello questo racconto. Una storia che forse oggi rivive in chi si batte nella carriera a discapito della vita sentimentale, e, in ogni tempo, a chi non fa dell’amore il suo primo ideale e non è capace di trovare un compromesso. Ma l’impressione, in questa storia, è prima di tutto di cieco orgoglio, che può rovinare una vita… anzi due.”

Betta: “E’ un racconto molto “orientale”, ambientato nel 1280 (Aijiaruc è davvero esistita)e non è un caso che io parli di Destino, non volendo dire karma.
Non è orgoglio, ma rispetto delle proprie nature, assoluta reciprocità, che nel loro caso mancava, e accettazione non rassegnata degli eventi. E’ impregnato di un punto di vista che è un po’ lontano dal nostro, occidentale.
Ha un senso se inserito nel contesto storico e religioso di allora e in oriente (Cadau era un re tartaro).
Quanto alle tue considerazioni mi trovi d’accordo.
Bello vedere come quando si scrive le cose assumino tanti significati a seconda di chi legge…”

… e io sono assolutamente d’accordo 🙂

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Orgoglio e Dignità

Nessuno monterà
sopra di noi
se prima non avremo
piegato la schiena.

 (Martin Luther King)

 

Qual è la differenza tra orgoglio e dignità? Leggiamo il De Mauro…

Orgoglio: eccessiva considerazione di sé, che porta a ritenersi superiori agli altri;

Dignità: condizione di onorabilità e di nobiltà morale che deriva all’uomo dalle sue qualità intrinseche o da meriti particolari; il rispetto che per tale condizione si ha di sé e si esige dagli altri.

In realtà entrambi i termini hanno anche altre definizioni, tuttavia queste sono quelle che trovo più calzanti per ciò che voglio esprimere; dalla comprensione profonda di questa differenza dipende spesso la qualità della nostra vita.

boxeQuante volte, per orgoglio, non siamo stati capaci di accettare una verità che aveva l’unico difetto di mettere in risalto la nostra umana imperfezione, il nostro poter essere in qualche campo meno efficaci, meno bravi di qualcun altro? Ci siamo sentiti offesi perché, in fondo, non eravamo i migliori. E con questo abbiamo dato il via libera alla discesa nella meschinità, nella ripicca, in una caduta di stile nella quale nemmeno noi stessi ci riconosciamo, affondando, forse per sempre, qualcosa che poteva essere salvato.
A volte bastano 5 minuti di “follia” per rovinare un lavoro di anni.

Noi non possiamo sempre essere i migliori, non possiamo sempre essere infallibili. Accettare di poter sbagliare, di ricevere critiche, il fatto che qualcuno può essere stato più in gamba di noi, forse perché solo più pronto o più determinato, forse perché oggettivamente migliore, oppure – perché no – magari solo più fortunato, è una cosa che dobbiamo imparare a saper fare.

schiavaAltra cosa è la Dignità. Non avere dignità è concedere agli altri il lasciapassare affinché ci calpestino, perché – per usare le parole di Luther King – ci montino sulla schiena, facendo di noi ciò che vogliono, riducendoci a loro schiavi, alle dipendenze delle loro parole e azioni, alle quali sappiamo solo lamentarci ma non sottrarci, nemmeno potendo.

Dignità è ricordare a noi stessi che siamo uomini liberi, capaci di scegliere e di accettare le scelte degli altri, scelte delle quali – entrambi – dovremo accettare le conseguenze.

Una delle prime regole che ho imparato nel corso della mia vita è “Gli altri ci fanno cosa noi concediamo loro di farci”. Inutile lamentarci poi se siamo stati noi stessi a consegnarci nelle mani dei nostri carcerieri.

Leone