Prendersi cura della propria mente

Tom e Logan
Logan

Mentre metto alcune foto recenti dei nostri amici a quattro zampe per stemperare un po’ la drammaticità del momento che stiamo vivendo in Italia, volevo scrivere qualcosa a proposito di un argomento che per gli amanti delle filosofie orientali come me è di grande importanza, soprattutto in momenti che sì, sono duri, ma che soprattutto implicano una grandissima pressione esterna dei mass media sulla nostra personalità.

Numa (e Logan)

 

Raramente siamo consapevoli di come la nostra mente sia facilmente influenzabile. Normalmente cio’ non è una cosa brutta, è proprio grazie alla malleabilità della nostra mente che possiamo cambiare e crescere, altrimenti resteremmo sempre fermi, con le nostra fissazioni, i nostri traumi, le nostre abitudini spesso cattive.

 

Jones e la sua ombra

Il succo, il centro, il cuore del Buddhismo in fondo è tutto qua: è grazie all’interdipendenza della nostra mente (ovvero al fatto che non sia intrinseca, ferma, non dipendente da cio’ che la circonda) che possiamo imparare a direzionarla, evolvere e aspirare alla liberazione dalla sofferenza.

 

 

 

Junior

Ma la mente va diretta, altrimenti è come quella famosa storiella zen del contadino e del cavaliere: un contadino, vedendo un cavaliere in groppa al suo cavallo correre a tutta velocità e supponendo stiano andando in qualche luogo di grande importanza, gli chiede “Dove state andando??” e il cavaliere urla di rimando “Non lo so! Chiedi al cavallo!!” 🙂

 

Perseo

Così siamo noi quando lasciamo le redini della nostra mente. A volte si resta sgomenti, fermandosi a rifletterci, di vedere dove la nostra mente sia andata a parare e delle derive pericolose a cui puo’ portare. Bisogna prendersene cura.

 

 

Surya

Fino a quando non si è capaci di controllare con continuità la propria mente, non solo a sprazzi, è meglio assumere la sana abitudine di prendersi qualche pausa, staccando dal turbinio di informazioni a cui siamo sottoposti.

A volte è sufficiente spegnere la TV o cliccare sulla “X” in cima alla pagina web e immergersi, ad esempio, nella natura o in qualunque altra cosa che ispiri serenità.

Sembra una banalità ma è molto importante.

Surya galoppa

Vita e morte sono nella mente – un pensiero di Sogyal Rinpoche

La scoperta più rivoluzionaria del Buddhismo è questa: vita e morte sono nella mente, e in nessun altro luogo. La mente è vista come la base universale di tutte le esperienze, il creatore della felicità e della sofferenza, il costruttore di ciò che chiamiamo vita e di ciò che chiamiamo morte.

da “Riflessioni quotidiane sul vivere e sul morire” di Sogyal Rinpoche


Per il Buddhismo, la vita, come la percepiamo, è una sorta di Matrix, ovvero un’illusione della mente. L’illusione non sta in ciò che materialmente abbiamo attorno – un albero è vero, non è un’illusione – ma in come noi lo percepiamo. L’albero dell’esempio non è una entità separata, è un tutt’uno con ciò che lo circonda, non vi è una vera separazione. Ogni cosa, noi stessi, è una “precipitazione”, una “condensazione” dell’energia universale, qualcosa che la nostra mente separa dal resto, ma tale separazione, come un’onda dell’oceano che è parte dell’oceano stesso, è solo un inganno della percezione.

Al di là di questo, in pratica, la mente è davvero la creatrice di tutto ciò che percepiamo, soprattutto delle nostre emozioni e dei nostri sentimenti. Una volta ebbi una delusione sentimentale. Ricordo che ero in palestra, in stato di frustrazione. Improvvisamente ebbi una sorta di illuminazione, mi guardai attorno e mi dissi “Dov’è la persona che ti sta facendo soffrire? Qua non c’è, perché allora soffri?” e improvvisamente la sofferenza passò. Anni dopo subì un grave lutto. Feci lo stesso esperimento… e funzionò, anche se dopo, poiché non lo trovavo giusto, preferì non continuare. Ma in realtà… cosa è giusto e cosa non lo è? Culturalmente sappiamo che dobbiamo piangere quando subiamo una perdita, che dobbiamo disperarci quando ci dicono che ci resta poco da vivere. Ma tutto ciò è vero o è frutto di condizionamento? Ad ogni modo, è sempre lei, la mente, a decidere quando dobbiamo soffire o dobbiamo disperarci. Giusto o sbagliato che sia. Questa è una delle dimostrazioni che ciò che percepiamo non è il “teritorio”, ma è solo una “mappa” mentale. Una mappa che non è immutabile, ma che anzi è un processo dinamico dovuto all’esperienza ad al condizionamento.

Quando il buddhismo dice che non c’è nascita e non c’è morte, significa che un “me”, separato dal resto, non esiste, è solo frutto della percezione della mente. Il “me” è un’onda dell’oceano, la cui nascita e la cui fine non possono esistere, perché il mare esisteva prima e continuerà ad esistere dopo. Assieme all’onda che, semplicemente, non sarà più un’apparazione manifesta, ma continuerà comunque ad esistere nell’oceano.

Jones e Junior

 

La mente, meraviglia e nemica – un pensiero di Sogyal Rinpoche

Bene, il 2016 ormai è iniziato. Un saluto dai nostri animalotti (manca Sissi… lei non si schioda dal suo divano 😀 ).

Ogni anno buttiamo giù i nostri buoni propositi per l’anno nuovo di cui poi quasi sempre ci dimentichiamo. Se ci prendessimo la briga di andare a leggere quelli degli anni precedenti chissà cosa scopriremmo, non dico sui completati con successo, ma anche solo a riguardo di quelli che abbiamo almeno tentato di portare avanti, diciamo, per un paio di mesi 🙂

Il passo seguente ci ricorda come la mente possa essere il nostro paradiso o il nostro inferno, a seconda di come la usiamo. Ci sono persone che, purtroppo, versano in condizioni gravissime, eppure sono serene; altre che hanno piena salute e uno stato socio-economico invidiabile… eppure moralmente e psicologicamente sono distrutte. Ciò che fa la differenza è sempre la mente.

Da ciò si deduce l’importanza di controllarla. Ma come?

La mente è come un cane, il momento del “cambiamento” è essenziale nel suo controllo. Se il cane vede un nemico, dobbiamo essere immediati nel richiamarlo, un attimo di ritardo e, quando ormai “il sangue gli è andato al cervello”, ogni richiamo è inutile.

Chi li ha provati, sa che anche gli attacchi di panico, ma in generale gli stati emotivi, sono così. Se si riesce a “riportare la mente a casa” immediatamente, li si può evitare, altrimenti non si può che aspettare che facciano il loro doloroso percorso e passino. E poiché il successo genera fiducia nelle proprie possibilità, genera il successo futuro. Tuttavia prima che il controllo diventi un automatismo, ci vogliono innumerevoli successi, e qui sta il difficile: raramente “siamo presenti” a noi stessi, molto più spesso ci facciamo trascinare supinamente dai nostri stati emotivi e perdiamo il controllo.

Il buddhismo dice che non è pensabile riuscire ad affrontare i grandi cambiamenti senza prima aver imparato a gestire quelli piccoli, che nascono nella nostra mente, ed esorta perciò ad essere vigili sui cambiamenti di stato della propria mente, nel riconoscerli prontamente e gestirli finché è possibile.

Quando sarà diventata una sana abitudine, allora saremo pronti a gestire i cambiamenti, anche quelli dolorosi e drammatici che, altrimenti, ci devasterebbero.

Ecco, per quest’anno il mio unico proposito è questo: essere osservatore dei miei stati mentali, riconoscendone i cambiamenti agli albori e, se necessario, intervenendo prontamente per eliminare paura, angoscia, rabbia.

Ovviamente non mi aspetto di riuscirci, non sempre, anzi all’inizio sarà solo una volta ogni tanto, ma è la ripetizione, il non arrendersi, il riprendere il tentativo più e più volte senza lasciarsi abbattere dagli insuccessi, a portare alla riuscita. Soprattutto bisogna sapere che è possibile, eliminando il dubbio che non sia alla nostra portata.

La mente è malleabile, come scritto solo pochi post or sono, ma per cambiarne il funzionamento occorre innumerevole ripetizione.


 

La mente può essere meravigliosa, ma allo stesso tempo anche il nostro peggior nemico. Ci crea un’infinità di problemi. A volte vorrei che fosse come una dentiera, che si può togliere e lasciare tutta la notte sul comodino. Almeno, potremmo avere un po’ di tregua dalle sue noiose e spossanti divagazioni. Siamo così in balia delle mente che perfino quando sentiamo che gli insegnamenti spirituali fanno risuonare una corda dentro di noi, e ci toccano più di ogni altra esperienza, continuamo ugualmente ad esitare, per una sorta di radicata ed inspiegabile diffidenza. Prima o poi, però, dobbiamo smetterla di diffidare; dobbiamo lasciar andare i dubbi e i sospetti, che in teoria dovrebbero proteggerci ma non lo fanno mai, e finiscono col danneggiarci anche più di ciò da cui dovrebbero difenderci.

da “Riflessioni quotidiane sul vivere e sul morire” di Sogyal rinpoche

La malleabilità della mente – un pensiero di Sogyal Rinpoche

I maestri buddhisti di meditazione sanno quanto sia flessibile e malleabile la mente. Se la educhiamo, tutto diventa possibile. Siamo stati perfettamente educati dal samsara per il samsara, siamo stati educati a provare invidia, educati ad afferrare, educati a provare ansia, tristezza, disperazione e avidità; educati a reagire con rabbia a tutto ciò che ci provoca. Siamo così bene educati che queste emozioni negative sorgono spontaneamente, senza nessuno sforzo per suscitarle.

Tutto sta nell’educazione e nella forza dell’abitudine. Se siamo sinceri con noi stessi, sappiamo anche troppo bene che la mente, se la consegnamo alla confusione, diventa una un’oscura maestra di confusione, abile nelle sue intossicazioni, subdola e perversamente docile alle sue schiavitù. Consegnatela, con la meditazione, al compito di liberarsi dall’illusione e scoprirete che, con il tempo, la pazienza, la disciplina e la pratica corretta, incomincerà a sciogliere i propri nodi e a riconoscere la propria beatitudine e chiarezza essenziali.

da “Riflessioni quotidiane sul vivere e sul morire” di Sogyal rinpoche

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Commento di Wolfghost: al di là del richiamo alla meditazione, che possiamo sentire o non sentire, è indubbio che la mente sia estremamente malleabile. Ciò è evidente nei bambini e nei cuccioli in generale: sono come spugne, vedono e imitano tutto ciò che vedono fare, e così imparano. Il problema è che di ciò non siamo normalmente consapevoli. Diamo per scontato che le nostre reazioni, i nostri pensieri, siano indipendenti e incontrollabili, che, per dirla con Sogyal, sorgano spontanei. Eppure essi sono figli dell’abitudine.

L’abitudine non si cambia con un singolo atto di volontà, ma con la costanza e la ripetizione. Non è facile, ma imparare a evitare la rabbia, l’ostilità, la paura, l’angoscia, le disperazione e altre emozioni e sentimenti negativi è senza ombra di dubbio un premio che dovrebbe stimolarci a provarci e a non arrenderci al primo ostacolo.

Perseo e Jones

Pensiero positivo: l’inganno dei ‘non’

Cari (pochi) amici rimasti 🙂 Meno male che ho ancora tanti post da ripescare, perché ancora non vedo all’orizzonte un periodo nel quale potrò tornare a dedicare al blog lo stesso tempo che, ormai tanto tempo fa’ (col metro di misura di Internet), gli dedicavo 😦

Il lavoro è un disastro: tanto sforzo, tanto tempo… ma sensazione di agire tra mura di gomma. Ne sta andando anche della mia salute. Mi chiedo per cosa…

La salute, appunto… non va’ granché. Dovrò iniziare a fare visite approfondite per capire che c’è che non va’. E chi mi conosce sa che non le vivo con tranquillità.

Si salva la mia famigliola, ovvero Lady Wolf e i nostri simpaticissimi animalotti 🙂 Forse, se non ci fossero loro… avrei già “mollato”.

Il post che recupero questa sera è piuttosto “datato”, non solo come periodo (era sempre gennaio 2008), ma anche nella mia percezione. Che intendo dire? Che lo sento un po’ come “scontato”. Tuttavia, sebbene ci siano cose che in molti sappiamo… in pochi le applicchiamo veramente, me compreso. E allora fa bene rinfrescarsi la memoria ogni tanto 🙂 E questa storia de “l’inganno dei non”, è uno di questi concetti: molti di noi sanno che dovrebbero concentrarsi sulle cose belle, anche in momenti di difficoltà, sulle possibilità, sui “posso”, non sui “devo”… ma francamente, quanti di noi lo fanno davvero? Quanti di noi riescono a vedere davvero il bicchiere mezzo pieno anziché mezzo vuoto, anche se sanno perfettamente che meglio sarebbe fare così?

Ecco qui il post, e al seguente link trovate quello originale con i commenti dell’epoca: Pensiero positivo: l’inganno dei ‘non’

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“Pensiero positivo” e’ ormai un concetto trito e ritrito. Innumerevoli sono i libri su di esso, alcuni dal tenore cosi’ ottimistico e superficiale da renderlo poco credibile e da finire per screditarne anche l’effettivo potere.
Il pensiero positivo non compie miracoli, non da’ certezza del risultato; esso e’ “solamente” un mezzo per mettersi nelle migliori condizioni possibili affinche’ cose buone possano capitare nella nostra vita. E non e’ poco.

Uno dei concetti cardine del pensiero positivo e’ quello di evitare di ragionare tramite parole negative, come i “non”.

NONFin da piccoli, siamo stati abituati ad un uso ampio e scriteriato dei “non”: “non devo fare questo”, “non devo dire cosi’”, “non devo essere in tal modo”, “non voglio che accada che…”, “non devo pensare a…” e cosi’ via. Il pensiero positivo suggerisce di sostituire questo modo di ragionare “al negativo” con pensieri rivolti al positivo: “voglio fare”, “posso dire”, “posso essere”, “posso agire in modo che accada”, “penso a…”.
Chiaramente l’oggetto della frase diviene l’opposto di quello della frase al negativo: “Non devo pensare a tizio” [con il quale ho appena rotto…] diventa “posso pensare alla prossima storia che avro’” [anche se il futuro partner non ha ancora un nome o un viso].

 

DEVOPOSSONotate un effetto collaterale: anche i “devo” (pesanti, poiche’ indicano uno stato di costrizione) vengono sostituiti con i “posso” (costruttivi, perche’ indicano uno stato di potere: posso farlo, non sono “obbligato”); cio’ rende immediatamente lo stato emotivo della persona che li esperisce molto piu’ leggero, diminuendone in tal modo l’ansia e la sofferenza. Ma soprattutto leva dallo stato di impantanamento nel quale si trova.

A questo punto, mi piace raccontare una storiella che cito spesso, quella di Goethe e del suo commercialista…

Goethe (Stieler 1828)Si narra che un giorno Goethe fu tradito dal suo commercialista che scappo’ con una grossa somma di denaro. Questo tizio era anche un suo grande amico, o almeno cosi’ il bravo Wolfgang credeva.
Per lui la sensazione di tradimento fu fortissima al punto di divenire una vera ossessione. Arrivo’ a tappezzare la sua casa di bigliettini con scritto “Non devo pensare a xxx”. Inutile dire che ogni volta che ne vedeva uno… pensava a lui e al suo tradimento.
E il suo malessere continuava percio’ inesorabilmente.
Goethe si libero’ della sua ossessione solo quando prese la saggia decisione di riposizionare tutti quei bigliettini… nella spazzatura 😉

La mente inconscia tende naturalmente a cio’ che la fa stare bene, ma va guidata con un po’ di razionalita’, infatti essa non distingue tra immediato e futuro. Se ad esempio il partner ci lascia, tendenzialmente la mente tendera’ ad andare al suo ricordo il piu’ possibile, perche’ cosi’ e’ abituata a fare, perche’ la mancanza di quella “immagine” (intesa in senso ampio, come “ricordo” generico, non solo la “figura visiva”) la fa soffrire. Arrivera’ al punto di elaborare strategie anche complicate per non staccarsi da esso. Compresi i famosi “non”: “non devo pensare a” permette ad essa di continuare a pensarci senza sentirsi colpa, “Non sono debole, non e’ che ci penso volutamente! Non vorrei pensarci, eppure…”.

ScimpanzeAnni fa’ lessi un esperimento condotto su alcune scimmie: ad esse era stato insegnato che, se premevano con un dito un certo tasto, un cibo prelibato compariva. Gli scienziati notarono che quelle scimmie continuavano ad usare prevalentemente quel dito anche quando ormai il cibo non veniva piu’ fornito loro e scoprirono che la rete neuronale che collegava il cervello a quel dito era piu’ spessa delle corrispondenti reti dirette verso le altra dita: il cervello aveva costruito una sorta di autostrada preferenziale nella quale incanalare i pensieri.
Lo stesso facciamo quando adottiamo una certa “abitudine” a lungo: la mente crea dei collegamenti preferenziali verso quella immagine. Ecco perche’, perfino con i “non”, tendiamo sempre all’oggetto della nostra “ossessione”. Disfarsene significa ridurre a poco a poco quell’autostrada mentale, atrofizzandola. E l’unico modo e’ imparare, sforzarsi, a non utilizzarla. Usarla salendo sulla macchina deiautostrada “non”, e’ un inganno: non servira’ assolutamente a nulla se non a perpetrare, ad ispessire ancora di piu’, quell’autostrada. Di fatto, gia’ in passato ho notato che esistono tanti legami tenuti in vita proprio dalla sofferenza: la sofferenza “lega” moltissimo all’oggetto che la crea. Addirittura rapporti ai quali non si teneva granche’, diventano trappole dalle quali non ci si riesce piu’ ad allontanare non appena fa capolino la sofferenza dell’abbandono.

L’unico modo di uscirne e’ pensare ad altro costruttivamente, sostituendo quell’immagine con altre che non la ricordino. Se sono stato mollato, ad esempio, avro’ molti piu’ risultati sognando il prossimo rapporto con una persona splendida, anche se di questa non conosco ancora ne’ il nome ne’ il viso, piuttosto che continuare a pensare a chi mi ha lasciato, seppure in termini negativi. Ma posso anche pensare a tutt’altro, non importa, basta non utilizzare la famosa autostrada.

La mente, sempre per il principio di tendere naturalmente verso cio’ che la fa star bene, appena si accorgera’ che non pensando piu’ all’oggetto della sua ossessione sta’ meglio, ci aiutera’ a proseguire su quella nuova strada, atrofizzando – a questo punto rapidamente – l’autostrada che era stata creata.

“Questo e’ il mio dono. Lascio che la negativita’ scivoli via da me come l’acqua dal dorso di un’anatra. Se non e’ positivo, non lo ascolto nemmeno. Se puoi superare questo, i combattimenti sono facili” – George Foreman

“Ogni giorno, quello che scegli, quello che pensi e quello che fai è cio’ che diventi.” – Eraclito

river

Fine stagione 2013-2014 e Istituto Lama Tzong Khapa

Ho usato un termine un po’ calcistico (“stagione 2013-2014”) per indicare la fine delle vacanze e il prossimo rientro al lavoro 😦 In effetti il vero spartiacque tra due anni, per chi ha un lavoro “classico” con ferie più o meno agostane, è questo anziché le vacanze natalizie… anche perché Lady Wolf, che lavora per un commercialista, sotto Natale di vacanze ne ha davvero poche o nulla.

Colgo allora l’occasione per fare una breve disamina del periodo. Personalmente parlando, abbiamo quasi terminato ferie che sono state caratterizzate dal maltempo più o meno senza soluzione di continuità, si saranno salvati si e no cinque o sei giorni, incluse le giornate di ieri e di oggi. Peccato, perché avendo terminato il trasloco a metà Luglio non avevamo nemmeno goduto dei pochi weekend estivi precedenti e quindi abbiamo praticamente saltato tutti i viaggetti “fuori-porta” che ci piacciono tanto.

Comunque qualcosa abbiamo fatto. Un paio di giorni fa, in particolare, abbiamo fatto un salto all’Istituto Lama Tzong Khapa, in quel di Pomaia, in provincia di Pisa. Si tratta di uno dei principali siti di buddhismo tibetano d’Europa. Ci ero già stato nel 1999, ovvero ormai quindici anni fa, e da parecchio volevo mostrarlo anche a Lady Wolf che ha particolarmente apprezzato. Il posto è immerso nelle colline toscane, è molto silenzioso, e anche chi vi abita o ci va a fare pratica, studiare o meditare, rispetta tale silenzio. Non ci sono insomma schiamazzi o rumori, e si respira un’aria di serenità. Mi è piaciuto molto il commento che dopo una mezz’ora ha fatto Lady Wolf: “… mi sembra che tutto sia rimasto fuori”, dove “tutto” è quanto di negativo aveva accumulato, soprattutto per le difficoltà legate al lavoro, nel corso dell’anno. Ci torneremo sicuramente, stavolta fermandoci anche per un paio di notti, magari seguendo uno dei corsi offerti ai visitatori.

Comunque ci siamo portati a casa alcuni oggettini di arredo, oltre a qualche libro, che mi piacciono molto e che, spero, portino anche un po’ di serenità e fortuna 🙂 Si tratta di due drappi verticali di buona fortuna, con impresso il mantra om mani padme hum, e di una ruota di preghiera, contenente un rotolino di mantra della Grande Compassione, che potete vedere nelle immagini.

Non sono buddhista, tuttavia questa è una delle filosofie alle quali mi sento più vicino, lo definirei più un “metodo” per controllare i propri stati mentali e liberarsi dalla sofferenza, che una filosofia o una religione, anche se certamente ha richiami legati alla tradizione e alla cultura nella quale si è sviluppata che richiamano una vera e propria religione.

Obiettivi per… la stagione 2014-2015? Bé, per Lady Wolf è imperativo trovare un nuovo lavoro. Sappiamo che non sarà facile, ma sono convinto che ce la farà. Anche a me piacerebbe cambiare, aprire un’attività che sia tutta mia, ma essendo il mio un lavoro full time e discretamente retributo, mi rendo conto che il mio “salto” sarebbe più rischioso. Quindi… non lo accantono, diciamo che resterà il classico sogno nel cassetto da tirare fuori al momento opportuno… se tale momento arriverà mai.

Poi, vorrei riuscire a dedicare più spazio proprio alle pratiche di controllo mentale ed emotivo a cui ho accennato sopra. Ci sono poche cose che mi spiazzano… ma quelle lo fanno molto, troppo. E ciò non va bene. Credo davvero che la grande parte della sofferenza delle nostre vite possa essere eliminata. E’ vero infatti che il dolore fisico, se c’è, resta, ma anche in questo caso esso è molto spesso accompagnato da stati di malessere mentale, come angoscia, paura, disperazione, o, in altri casi, rabbia e ira. Eliminate queste ed avrete eliminato la maggior parte della vostra sofferenza.

Per il resto, qua ci troviamo bene… spero che per qualche anno riusciremo ad evitare nuovi traslochi, anche se, lo sappiamo bene, la vita è come il Monopoli: esistono probabilità… ma anche – e tanti – imprevisti 🙂

L’ultimo rifugio e’ dentro di noi

Perche’ cerchi la gloria, l’applauso, il consenso, l’amore degli altri, la sicurezza emotiva, la distinzione? Perche’ ti condanni ad elemosinare un sorriso, un’amicizia, il sesso e la compiacenza di qualcuno, quando esiste una condizione di Essere come quella del sole che vive del proprio splendore? Perche’ ti concedi a prodotti volgari quando l’Oro purissimo splende nel fondo della tua caverna?

Raphael, “La Via del Fuoco”

Volevo oggi pubblicare un post dal titolo “L’ultimo rifugio e’ dentro di noi”, un post che avrebbe parlato di un luogo ove c’e’ sempre silenzio, quiete, pace, nonostante tutto il rumore, il caos, la paura, il dolore e l’angoscia che sono intorno. Non sono particolarmente in forma pero’, percio’ ho lasciato introdurre l’argomento al buon Raphael.

Dico subito che la sentenza di Raphael e’ da interpretare: non intende dire che le cose descritte vanno respinte, bensi’ che non vanno “elemosinate”, cercate ad ogni costo. Se arrivano, bene, altrimenti non bisogna farsene un problema, perche’ il valore di ogni cosa, di tutto, siamo noi a stabilirlo, che ne siamo consapevoli oppure no. Queste cose possono per noi essere tutto, ma possono anche non essere niente.

E’ un po’ lo stesso concetto induista (e buddista) di “maya“, ovvero di illusione che avvolge tutte le cose: non e’ che le cose non esistano, che siano false, esistono eccome ma ognuno di noi le esperisce a modo proprio ed e’ quel personalissimo modo di percepirle, legato allo “Io”, che non esiste, che e’ illusorio. Ogni cosa, di per se’, non ha alcuna connotazione negativa o positiva. Perfino la morte.

Abbiamo casi facili da vedere ed altri che lo sono meno. Ci sono persone che impazziscono perche’ non riescono a vincere una partita, mettiamo, ad un gioco alla Playstation. Arrivano a starci male fisicamente. Non hanno presente quale valore abbia nel computo di una vita la vittoria a quel videogioco, sentono solo che per loro e’ fondamentale, non possono vivere senza. E perche’? Perche’ la loro mente e’ rimasta incastrata nel desiderio, divenuto folle, di vincere quella partita. Se riuscissero solo per un attimo a fermare la loro mente, si renderebbero subito conto di quale follia stanno perseguendo. Ma la mente vive di vita propria e non vuole morire, percio’ elabora una serie di trabocchetti per non lasciarli andare.

E’ meno facile da capire, ma e’ cosi’ per tutto, anche per le cose che comunemente sono ritenute essenziali.

La mente e’ il nostro “Io”, e’ la costruzione mentale che abbiamo fatto e subito nel corso della nostra vita. E’ illusione, non concreta, ma e’ un chiacchiericcio interminabile che impedisce di connettersi alla percezione di pace che e’ in noi. Ecco perche’ molte filosofie esoteriche parlano di “morire a se stessi”. Non siamo noi a dover morire, ma e’ quell’Io che ci imprigiona nell’ignoranza, nella confusione, nella paura.

La realta’ esiste, il nostro corpo esiste, ma la costruzione mentale che abbiamo di essi, che abbiamo di noi stessi, e’ falsa, e’ come un film proiettato su uno schermo bianco: potete trasmettere qualunque genere di film e identificarvi in esso, ma lo schermo resta in ogni caso bianco.

Non sempre riesco a rientrare in quel nucleo di pace e silenzio che e’ dentro di me, ci sono riuscito solo a volte. Momenti in cui stavo molto male fisicamente, moralmente o psicologicamente. E posso testimoniare che quel luogo esiste e non dipende dalla fede, dal credo. Si puo’ anche essere atei: esiste comunque.

Vorrei estendere il tempo nel quale riesco a stare in esso, magari prolungarlo indefinitamente. Forse e’ un sogno, forse avrei dovuto perseguirlo con impegno e costanza molto tempo fa per riuscire a farcela. Ma puo’ anche darsi che anche questi dubbi siano un trucco dell’Io per evitarsi di morire.

Il controllo della mente

Bene, direi che il tempo corre e che la mia latitanza è stata fin troppo lunga 🙂

Stasera, mentre facevo yoga, mi sono soffermato su quanto la mia mente sia stata labile in questi ultimi anni. Un tempo sapevo fermare i miei pensieri, seppure per il lasso di tempo di una breve meditazione, ora non ci riesco più, forse non lo ritengo più così importante di come lo ritenevo un tempo, eppure non è così, e lo so.

Noi pensiamo che la meditazione sia una azione fine a sé stessa, con un inizio e una fine, con dei vantaggi, certo, ma pur sempre una azione fine a sé stessa. Per i buddisti la meditazione, il controllo della mente – anche per pochi minuti – è solo l’inizio di un processo che dovrebbe permettere di controllare, di cogliere, il cambiamento degli stati mentali e, se è il caso, bloccarli. E non solo durante la meditazione, ma anche in tutti gli altri momenti della vita. La meditazione è… un esercizio, un mezzo per capire come funziona la mente e controllarla il più possibile.

Non vi è errore in questo, non è una cosa che impedisce di vivere la propria vita, di vivere le emozioni, cosa che in fondo è ciò che teme l’uomo occidentale di queste pratiche, ma è qualcosa che permette di discernere le emozioni stesse, rifiutandole se sbagliate, lasciandole fluire in piena libertà se giuste. Questo è meraviglioso. Può voler dire, ad esempio, controllare la paura eppure… servirsene ugualmente. Se una persona ha paura, direte, può essere giusto che ce l’abbia, perché la paura può essere un campanello d’allarme capace anche di salvare la vita. Ma una volta che si sia colta la causa della paura, e che si sia consapevoli della reazione da avere, la paura diventa inutile, bloccante, un germe capace di uccidere ogni azione difensiva. La paura, all’inizio alleata, può diventare facilmente una nemica. Ecco, il controllo della mente può controllarla, prendendo atto della causa che la provoca e sopprimendola quando non serve più. Ovvero, generalmente, pochi minuti dopo che è sorta.

La paura è solo uno dei tantissimi esempi che si potrebbero portare, non avere il controllo della propria mente è forse la cosa più deleteria e con maggiori conseguenze che possiamo fare a noi stessi; ma saperlo razionalmente non basta, sappiamo tutti che quando la paura si è trasformata in panico riprendere in mano la situazione è quasi impossibile. Ecco perché esistono pratiche come la meditazione: esse, se accompagnate dalla consapevolezza, dal sapere a cosa servono, permettono a poco a poco di controllare il proprio stato mentale, di capire come funziona, le sue variazioni, e di riprenderne le redini in mano.

Non serve meditare 24 ore al giorno, per noi non sarebbe possibile. Serve capire come funziona la mente, cogliere i segni di una variazione dello stato mentale che sta per sorgere, e, se è il caso, fermarla.

Buon ferragosto a tutti 🙂

 

Folli e savi

Lo so, e’ un argomento sul quale si e’ gia’ scritto tanto: sono davvero folli i folli o sono solo persone che hanno semplicemente una concezione della vita non consona alla societa’ alla quale appartengono?

Tra le persone che conosco vi sono anche dei “folli”. Mi permetto di chiamarli cosi’ qua al fine di intenderci tra di noi, identificandoli con coloro che vengono definiti cosi’ dalla maggior parte dei cittadini o da enti pubblici preposti.

Capita anche a me di pensare a loro come folli, finendo per non prendere piu’ cio’ che dicono come necessariamente vero ma piuttosto come espressione di una mente contorta che non riesce piu’ ad essere fedele alla realta’.

Pero’… pero’ capita che, stando attento alle mie azioni, parole e pensieri, a volte mi accorgo di ricalcare cio’ che questi “folli” fanno, dicono, pensano, anche se per un periodo limitato di tempo. Parentesi di follia, potremmo chiamarla.

Credo che questa sia una cosa che coinvolge molti tra noi, se non tutti. Fate un autoesame di voi stessi, stando attenti a cosa fate e ai vostri pensieri nell’arco della giornata… e poi sappiatemi dire.

E allora… cos’e’ che contraddistingue i “sani” dai “malati”? I savi dai folli? Credo che sostanzialmente si tratti della durata del “pensiero non consono” e del fastidio o danno che esso arreca al prossimo.

Mentre fastidio e danno sono soggettivi, ovvero davvero dipendono dal giudizio di terze persone o della societa’ – giudizio spesso basato non su dati oggettivi ma appunto sul disagio che l’elemento ha modo di arrecare – la durata del “pensiero disturbante” e’ un dato oggettivo e molto importante.

Vedete, il mio parere e’ che la maggior parte dei “folli” siano persone che hanno perso il controllo dei loro pensieri perche’ hanno concesso ad essi troppo tempo per mettere radici, a volte anche agevolati dalla loro situazione di inattivita’ sociale.

Ognuno puo’ pensare qualcosa di strano, ma se non lo “coltiva”, non ci pensa continuamente, magari perche’ ha un lavoro o altre attivita’ o persone che lo distraggono, che lo riportano nella societa’ e nella vita di tutti i giorni, torna poi a pensieri normali e non disturbanti.

Una caratteristica comune che ho trovato nei “folli” e’ in genere proprio questa: hanno avuto troppo tempo per… pensare. E il pensiero e’ un mezzo molto potente: se e’ positivo ci accresce, se e’ negativo e gli lasciamo spazio… ci porta su chine pericolose.

 

La mente vede cio’ che si aspetta di vedere – Il ventilatore

Qualche settimana, in previsione dell’ondata di caldo (a proposito, avete notato che secondo i mass media ogni anno abbiamo l’estate piu’ calda degli ultimi 50 anni? :-P) , mi sono deciso ad acquistare un ventilatore a torre semovente e l’ho piazzato tra la camera e il salottino in modo che potesse coprire entrambe le stanze.

Stamattina, appena sveglio, l’ho visto in movimento ed ho pensato che mia moglie l’avesse acceso per il caldo che aveva percepito in nottata e appena sveglia (lei si sveglia una mezz’oretta prima di me). In effetti stanotte faceva piu’ caldo della giornata precedente.

Cosa c’e’ di strano? Be’, che il ventilatore in realta’ era spento 😐 Ho dato una seconda piu’ attenta occhiata e… non si muoveva! 😀 Evidentemente, proprio grazie al caldo della nottata, ho immaginato che mia moglie l’avesse acceso e… cosi’ l’ho visto, anche se in realta’ era spento! 🙂

Quante volte vediamo qualcosa che nella realta’ non esiste o e’ diversa? Ad esempio un atteggiamento non gradito nei nostri confronti, o una conversazione che crediamo coinvolgerci mentre invece il soggetto e’ qualcun altro?

Ricordo un breve racconto tratto dal folclore tedesco e ripreso tempo fa da Coelho (pubblicato precedentemente qua: http://www.wolfghost.com/2007/12/04/pregiudizio/):

Un uomo, svegliandosi, notò che la sua ascia era scomparsa. Infuriato, credendo che il suo vicino gliel’avesse rubata, passò il resto della giornata a osservarlo.

Notò che l’uomo aveva un comportamento da ladro, camminava furtivamente come un ladro, sussurrava come un ladro che desidera nascondere il proprio furto. Era talmente sicuro del suo sospetto che decise di entrare in casa, cambiarsi d’abito e andare dalla polizia a sporgere denuncia.

Non appena rincasato, però, ritrovò l’ascia: sua moglie, infatti, l’aveva messa in un altro posto. L’uomo uscì di nuovo, osservò ancora una volta il vicino, e vide che camminava, parlava e si comportava come qualunque persona onesta.

La nostra mente crea veramente una sua visione dell’universo, una visione che, se non stiamo attenti, rischia di farci prendere molti pali, rovinare amicizie, perdere occasioni.

I meccanismi automatici sono essenziali nella vita moderna, pensate ad esempio alla guida di un mezzo, che spesso compiamo in maniera automatica, in effetti se dovessimo pensare ad ogni movimento da fare diventerebbe impossibile muoversi. Pero’ conviene “supervisionare” le nostre percezioni il piu’ spesso possibile, almeno in occasioni di particolare importanza. Pesarle ricordandoci che i filtri della nostra mente spesso distorcono la realta’ e possono causarci problemi assolutamente evitabili con un minimo di presenza mentale.