Vivere qui e ora

E’ passato perfino un po’ più tempo del solito: la piattaforma ha avuto qualche problema infatti e, come avrà notato chi ha provato a “venirmi a trovare”, è stata fuori servizio un paio di giorni. Comunque rieccomi 🙂

Riparto da un post del Gennaio del 2008, periodo che fu molto prolifico per il mio blog 😉 L’originale lo trovate qua, assieme a tutti i commenti dell’epoca: Vivere qui e ora

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“Vivere qui e ora” è uno dei passaggi esoterici più antichi e più difficili da comprendere in tutta la sua profondità, forse proprio perché apparentemente estremamente banale.

orologio Come ho già scritto spesso, noi siamo il nostro passato, e il nostro presente determina il nostro futuro, soprattutto in una società basata sul tempo come quella in cui viviamo.
Come è possibile allora non pensare al passato e non agire in prospettiva futura? Sembra una utopia, non è vero?

Faccio un esempio: se tu vuoi comprare una casa, dovrai per forza fare un’azione di pianificazione, ovvero una proiezione nel futuro. Altrimenti farai un disastro. Così devi agire per tante cose, alcune complesse, altre banali; perfino per fissare un semplice appuntamento devi pianificare pensando al futuro. Addirittura perfino per decidere l’ora a cui puntare la sveglia! 😀

Qualunque nostra decisione odierna, poi, siamo in grado di prenderla grazie alla nostra esperienza, pratica o teorica che sia. Ovvero grazie al nostro passato. Bisogna liberarci dei condizionamenti passati, è vero, ma altra cosa è ricordare consapevolmente: nel passato possono esserci infatti preziose risorse, esempi di vita che possono aiutarci a prendere una importante decisione nel nostro presente.

E allora come fanno tanti maestri spirituali a sostenere che si deve (e si possa) vivere nel presente? 😮

La verità, per me, è che “vivere nel qui e ora” non significa necessariamente non pensare a passato e futuro, ma essere “semplicemente” consapevoli di starlo facendo. Essere sempre consapevoli.

meditazione Se tu siedi e non pensi a nulla, stai meditando. Se tu siedi e ti “perdi” nella musica che ascolti, stai meditando. Se tu siedi e ti perdi nel lavoro che stai compiendo, stai vivendo nel qui e ora. Se ti siedi (ma puoi anche stare in piedi, eh! ;-)) e ti perdi nella pianificazione di un evento futuro, ad esempio l’acquisto della casa… stai meditando, sei nel “qui e ora”, perfino se stai pensando al futuro.

“La consapevolezza del momento presente” è “vivere qua e ora”, perfino se il momento presente è ricordo necessario del passato o proiezione indispensabile nel futuro.

“La vita è quella cosa che ci accade mentre siamo impegnati a fare altri progetti”, scriveva Anthony De Mello. Sembra in contrasto con quanto ho appena affermato, non è vero? Ma poni l’attenzione sulla parolina “altri”, “altri progetti”… se il progetto è indispensabile al proseguo della vita, allora esso stesso ne fa’ parte, per questo ho scritto “ricordo necessario” o “proiezione indispensabile”; non è un “altro” progetto. Fa parte del progetto stesso della tua vita.

“Altro progetto” è quando, non essendo consapevole di cosa stai combinando… non combini nulla, né nulla porti a termine, poiché permetti alla tua mente di saltare di palo in frasca, di non avere un minimo di concentrazione, di essere preda di qualunque foglia che cada nel giro di 100 metri o, peggio, del continuo frullare della tua testa.

Se stai camminando per strada e hai il dubbio che una persona che ti ha appena incrociato forse ti ha salutato (ma chissà chi diavolo era)… allora forse non stai vivendo nel presente. Certamente non ne sei consapevole.

goccia

Come affrontare la preoccupazione – seconda e ultima parte

Bene, mi aspettavo di pubblicare prima la conclusione dell’argomento, ma il tempo e gli eventi, si sa, sono tiranni. E allora… Comunque meglio tardi che mai, no? 🙂

Come affrontare la preoccupazione – da “Dominare la mente”, di Barry Long

La preoccupazione nasce dall’interesse personale. Non vi è nulla di sbagliato in questo. Senza di esso saremmo inutili per chiunque e per qualsiasi cosa, e moriremmo. Ma la preoccupazione è un falso egoismo poiché non contiene nessuna intenzione di agire.

Il vero interesse personale si risolve in azione, al di là che l’azione sia positiva o negativa. Il falso egoismo no. La preoccupazione non contiene mai la volontà di agire, perché non ha mai un obiettivo autentico. E’ un autoinganno inconscio, deliberato, un movimento senza scopo, tutto all’interno della testa.

Anche in questo caso dovete fare attenzione ai trucchi della mente. La mente preoccupata, ansiosa, cercherà di farvi credere che sta esaminando una serie di possibili azioni. Ma non è così. Dovreste già essere in grado di sapere che nell’attimo in cui programmate una linea di condotta autentica, per riprendere una posizione, dovete smettere di preoccuparvi.

L’azione programmata richiede uno scopo. Richiede un pensiero lineare e coerente di comprensione dei fatti che conduce all’azione. Voi siete troppo impegnati a collegare i fatti per preoccuparvi; e in seguito, troppo impegnati a tradurli in azione. Rifiutate le impressioni. Sono false; sono il primo passo verso l’ansia. E poiché sono false, non resisteranno al vostro esame cosciente.

Il vostro test è il seguente: “Intendo veramente agire in base alla sequenza di pensieri che sto seguendo?”. Se la risposta è no, rinunciate. Siate onesti, siate forti.

Se avete disperato bisogno di denaro e decidete di svaligiare una banca, non vi preoccuperete mentre siete decisi ad agire. Forse sarete nervosi; ma nervosismo non è preoccupazione. Una volta presa la decisione, vi occuperete solo dei fatti che a vostro giudizio produranno un colpo sicuro. Tuttavia, se pensate di svaligiare una banca sapendo che non avete alcuna intenzione di farlo, la vostra mente si rifiuterà di lavorare in modo efficiente per voi. Non farà che trastullarsi con le impressioni: inutili e irrealizzabili sogni a occhi aperti o fantasie. Questo è il rovescio apparentemente innocuo della terribile medaglia della preoccupazione.

Osservate come, nell’ansia, l’autoinganno dà alla mente una contorsione maliziosa. Invece di pensare in modo lineare, corre attorno a una linea di pensiero circolare, finendo per ritornare sempre al punto di partenza: sulla perdita, l’impotenza o il dolore, e mai su ciò che può essere fatto nel momento presente.

Osservate come la preoccupazione cessa di esistere se solo riuscite a sostenere la prima immagine. Avvertirete ancora la perdita o la sofferenza come un senso di pesantezza, come una nube nera di sottofondo, ma non ve ne darete pensiero: davvero una strana sensazione per l’uomo o la donna abituati a restare svegli a causa delle preoccupazioni.

Naturalmente, non è facile fermare e tenere quieta la mente in questo modo, mentre le emozioni sono disturbate. Questo stato non lo si raggiunge impegnandosi un paio di volte a meditare sull’ansia. Nasce dalla pratica costante di ogni esercizio illustrato in questo libro, dalla dedizione al vostro scopo.

Se non riuscite a smettere di pensare nei momenti migliori, di sicuro troverete difficile farlo nei momenti peggiori.

[…]

Situazione: avete un problema. Ci avete pensato e ripensato senza approdare a nulla.

Provate a sostenere il pensiero principale; quello che continua a ricorrere. E su di esso fissate la vostra attenzione.

Adesso chiedetevi:

Quante volte ho già pensato a questa cosa?

Poi riesaminate i fatti.

Qual è la situazione?

Cercate di capire se potete intraprendere un’azione.

Intendo veramente agire?

Se c’è qualcosa che potete fare…

Fatelo subito.

Se non c’è nulla da fare…

Perché continuo a pensarci?

Se vi sono diverse possibilità, quindi incertezza e confusione…

Che cosa voglio?

Se non lo sapete, sostenete la sensazione del volere qualcosa. E’ una sensazione che si trova da qualche parte nel vostro corpo. Per il momento non vi è altro da fare.

Abbandonate il pensiero.

Aumentate il tempo che dedicate ogni giorno alla meditazione.

I momenti di profonda preoccupazione, quando la mente è disperata, sono quelli in cui dovete utilizzare tutto ciò che avete appreso finora.

Avete la sensazione che la meditazione non vi aiuti. Non riuscite a fermare i pensieri. Allora ricordate questo:

A ogni tentativo, guadagno in consapevolezza.

E ricordate:

C’è la preoccupazione.

E c’è il vostro corpo.

Non sono la stessa cosa.

Io non sono la preoccupazione.

Come affrontare la preoccupazione

Come ben sa chi segue il mio blog, uno dei temi a me cari è la paura, esattamente come affrontarla e tentare di sconfiggerla. Parlo spesso di questo argomento perché io stesso sono frequentemente vittima della paura, in particolare della paura della paura.Posso dire che sono decenni che cerco la “strada giusta”. Dunque quando parlo a voi parlo anche e soprattutto a me stesso.

La preoccupazione è precorritrice della paura: curate la preoccupazione e nel 90% dei casi curate anche la paura. Ecco perché ho deciso di pubblicare un estratto interessante dal libro “Dominare la mente”, di Barry Long. Probabilmente mi servirà più di un post (un paio direi), ma… se mi seguirete e, come tutte le cose, se proverete a mettere in pratica quanto Long scrive… avrete fatto un passo avanti sulla strada della libertà dalla preoccupazione e, dunque, dalla paura.

Come affrontare la preoccupazione – da “Dominare la mente”, di Barry Long

Quando siete preoccupati e non riuscite a smettere, significa che la mente vi sta dominando. Ma nessuno si preoccupa di continuo. La preoccupazione arriva a ondate. Quindi, quando siete in questo stato d’animo, sedetevi come al solito, fate qualche respiro profondo e osservate quel che accade. Cercate di isolare la prima immagine che arriva; e sostenetela il più a lungo possibile. Poi, dopo esservi persi nel pensiero e aver riacquistato la padronanza, procedete a ritroso, se ci riuscite. Dovrete lavorare più duramente per rimanere consci o presenti. Le onde che portano i pensieri ansiosi saranno molto forti. Probabilmente dovrete faticare non poco mentre la mente si ribella; vuole smettere di essere consapevole e ritornare indisturbata alla sua preoccupazione. A questo punto però, dovreste essere in grado di restare separati dai pensieri e tornare a essere presenti, anche se ben presto finirete con l’identificarvi di nuovo con la preoccupazione.

La cosa importante è ricordare di separarsi. C’è la preoccupazione, ovvero i pensieri, poi ci siete voi, l’osservatore. Non siete la stessa cosa.

Ciò che conta è il numero di volte in cui, in ogni minuto, ora o giorno, ricordate di separarvi; non per quanto tempo ritenete di aver sostenuto ciascuna separazione.

Non fatevi scoraggiare. E’ difficile. Ma, perseverando, anche se avete l’impressione di fallire spesso, voi vincete… guadagnando in consapevolezza.

La preoccupazione si accompagna sempre a un senso di sconfitta. Se associata alla previsione di una perdita o di una sconfitta, diventa paura. La perdita sembrerà molto personale, ma se osservata da vicino la si può far rientrare in una di queste categorie: perdita di potere, posizione, prestigio, averi, permanenza (salute) o di una persona. Perdere una di queste cose equivale a perdere parte di sé e fa male.

L’apparente entità della perdita è irrilevante. Per alcune persone la perdita del loro buon nome ha più importanza della morte del loro figlio. I valori cambiano a seconda dell’individuo. Una cosa che non cambia è la sensazione di perdita e il peso del dolore che ne consegue.

Poiché la meditazione scava nel vostro intimo, renderà più intensa la vostra capacità di soffrire. Ma sarà una sofferenza che non dipende da “io” e “mio”. Questa sofferenza – è veramente un profondissimo anelito per quanto non può essere espresso a parole – è ciò che di meraviglioso vi è nell’uomo e nella donna e  il suo albeggiare è un risveglio.

La meditazione rimuove lentamente la sensazione che perdete qualcosa, di conseguenza, alla fine vi libera da tutte le preoccupazioni. E trasforma la persistente sofferenza in amore.

Lasciate che vi rammenti in che modo la meditazione fa tutto questo. Elimina ciò che di falso vi è in voi, consentendovi di vedere consciamente la falsità. Quando vedete consciamente il falso che c’è in voi, lo eliminate. Sotto la falsità – sotto la spazzatura – c’è il vostro vero essere. E nel vostro vero essere c’è quel meraviglioso sentimento cui tutti, senza eccezione, anelano e con il quale sembrano aver perso il contatto: l’amore.

La preoccupazione è falsa. Ma sentirvelo dire o riconoscerla, e non essere in grado di fermarla, per voi non è sufficiente. Dovete sentirne la sofferenza, E dovete riconoscerne la falsità in voi stessi: mentre siete preoccupati e non dopo. Con il senno di poi tutti sanno che l’ansia è stupida, ma poi si preoccupano di nuovo. Non importa fino a che punto siete convinti che l’ansia sia falsa e che riconosciate che lo sia, continuerete a preoccuparvi. Come a qualsiasi altra cosa falsa, la preoccupazione può essere superata solo comprendendola nel momento in cui è attiva, quando si agita in voi.

Per comprendere qualsiasi cosa, la dovete osservare in azione, esaminarla e, se possibile, entrarci; esserci quando nasce.

Se meditate regolarmente, e con serietà, vi ritroverete a separarvi in modo naturale. Nel pieno della preoccupazione vi saranno strani interludi silenziosi. Questa separazione è un segno inequivocabile di progresso. [continua…]

P.S. (e O.T.): voglio fare un piccolo favore ad un blogger pubblicando l’indirizzo del suo blog; è molto diverso dal mio: parla di giochi 🙂 Ma… la vita, per fortuna, comprende anche il gioco, no? Non dimentichiamolo 🙂 E allora…

http://ilblogdeigiochi.wordpress.com/

Il controllo della mente

Bene, direi che il tempo corre e che la mia latitanza è stata fin troppo lunga 🙂

Stasera, mentre facevo yoga, mi sono soffermato su quanto la mia mente sia stata labile in questi ultimi anni. Un tempo sapevo fermare i miei pensieri, seppure per il lasso di tempo di una breve meditazione, ora non ci riesco più, forse non lo ritengo più così importante di come lo ritenevo un tempo, eppure non è così, e lo so.

Noi pensiamo che la meditazione sia una azione fine a sé stessa, con un inizio e una fine, con dei vantaggi, certo, ma pur sempre una azione fine a sé stessa. Per i buddisti la meditazione, il controllo della mente – anche per pochi minuti – è solo l’inizio di un processo che dovrebbe permettere di controllare, di cogliere, il cambiamento degli stati mentali e, se è il caso, bloccarli. E non solo durante la meditazione, ma anche in tutti gli altri momenti della vita. La meditazione è… un esercizio, un mezzo per capire come funziona la mente e controllarla il più possibile.

Non vi è errore in questo, non è una cosa che impedisce di vivere la propria vita, di vivere le emozioni, cosa che in fondo è ciò che teme l’uomo occidentale di queste pratiche, ma è qualcosa che permette di discernere le emozioni stesse, rifiutandole se sbagliate, lasciandole fluire in piena libertà se giuste. Questo è meraviglioso. Può voler dire, ad esempio, controllare la paura eppure… servirsene ugualmente. Se una persona ha paura, direte, può essere giusto che ce l’abbia, perché la paura può essere un campanello d’allarme capace anche di salvare la vita. Ma una volta che si sia colta la causa della paura, e che si sia consapevoli della reazione da avere, la paura diventa inutile, bloccante, un germe capace di uccidere ogni azione difensiva. La paura, all’inizio alleata, può diventare facilmente una nemica. Ecco, il controllo della mente può controllarla, prendendo atto della causa che la provoca e sopprimendola quando non serve più. Ovvero, generalmente, pochi minuti dopo che è sorta.

La paura è solo uno dei tantissimi esempi che si potrebbero portare, non avere il controllo della propria mente è forse la cosa più deleteria e con maggiori conseguenze che possiamo fare a noi stessi; ma saperlo razionalmente non basta, sappiamo tutti che quando la paura si è trasformata in panico riprendere in mano la situazione è quasi impossibile. Ecco perché esistono pratiche come la meditazione: esse, se accompagnate dalla consapevolezza, dal sapere a cosa servono, permettono a poco a poco di controllare il proprio stato mentale, di capire come funziona, le sue variazioni, e di riprenderne le redini in mano.

Non serve meditare 24 ore al giorno, per noi non sarebbe possibile. Serve capire come funziona la mente, cogliere i segni di una variazione dello stato mentale che sta per sorgere, e, se è il caso, fermarla.

Buon ferragosto a tutti 🙂

La mente che corre, elogio alla lentezza

Una storiella zen racconta di un uomo su un cavallo: il cavallo galoppa veloce, e pare che l’uomo debba andare in qualche posto importante. Un tale, lungo la strada, gli grida: “Dove stai andando?” e il cavaliere risponde: “Non so! Chiedi al cavallo!”.

Ho citato questa storiella zen altre due volte sul mio blog ma… che vi devo dire? E’ davvero azzeccata! 😉 Io funziono spesso così: la mia mente tende a prendere sempre più velocità e io a perderne sempre più il controllo 😦

Poi un giorno mi accorgo di essere spesso stressato, irascibile, di fare di un sassolino una montagna, di ammalarmi con più facilità. Mi accorgo di commettere errori stupidi, ingenuità, di rischiare incidenti perfino. Così, improvvisamente, capisco di non avere più il controllo della mia mente, di non riuscire a fermarla: salta di palo in frasca, se la prende per nulla, ragiona su tutto con una continuità ossessiva…

E’ il momento di rallentare, di rispolverare vecchie arti, come la meditazione, la pacata lettura di un libro o l’ascolto di qualche brano di musica rilassante. E… la lentezza. Sì, la lentezza. Perché è inutile, ad esempio, uscire per andare a fare una bella passeggiata e compierla poi con passo accelerato. Non serve a nulla.Vi siete accorti che molti di noi “corrono” anche quando non hanno nulla di importante da fare?

Volete mettere passeggiare con “leggerezza”, osservando il verde e gli animali attorno a noi, respirando in profondità l’aria fresca… Quanti colori, quante cose belle si notano che non si avevano notato prima! 🙂

Difficile poi sarà mantenere lo stato raggiunto a lungo, presi come siamo dalle incombenze lavorative o quotidiane. Forse no, non saremo in grado di essere sempre così, pacati e tranquilli, di avere sempre il controllo del nostro pensiero, ma… almeno sapremo di avere un porto nel quale riposarci e ritemprarci, dove ricaricare le pile ogni volta che lo vogliamo 🙂

Lo Zen e il tiro con l’arco

Mentre continuamo la lettura di Alpeh, l’ultimo libro di Coelho, ahimé molto deludente 😦 , voglio parlarvi del super-classico Lo Zen e il tiro con l’arco, di Eugen Herrigel, la cui prima edizione è datata addirittura 1948; 1975 invece la prima italiana 🙂

E’ divertente anche il motivo per cui l’avevo comprato. Ero in uno di quei negozi di libri usati o a prezzi scontati per restituire un libro che il destinatario aveva già. Al suo posto ne scelsi un altro ma avanzavano pochi euro… così tornai a girare tra gli scaffali e trovai questo super-classico! 😀

Il libro è stato scritto a metà del secolo scorso da un docente di filosofia europeo al suo rientro in patria dopo aver insegnato per qualche anno in Giappone.

Oggi, visto che le nostre librerie hanno ormai la sezione “filosofie orientali” :-D, questo libro passerebbe inosservato, anzi in Italia non giungerebbe proprio, ma all’epoca in cui fu scritto ebbe il merito di portare gli europei a conoscenza dello Zen e della filosofia buddhista (o taoista) in generale.

Per buona parte il libro è abbastanza anonimo: il professore si limita a spiegare il lentissimo tirocinio con il maestro di arco, tirocinio che ricorda un po’ quello subito dal protagonista del primo “The karate kid” (“metti la cera, togli la cera”, ricordate? ;-)). Un insegnamento apparentemente incomprensibile, dove per lungo, lungo tempo, non viene nemmeno usato l’arco ma si curano solo la postura e il respiro.

La lettura arriva così, un po’ stucchevole, fino a tre quarti del libro, per poi divenire illuminante e svelare anche il perché di quell’apparentemente inutile prima parte: l’insegnamento, così come per quello avvenuto in “The karate kid”, non era affatto inutile, ma propedeutico e indispensabile. Al punto che, forse, per il vero obiettivo dell’arte del tiro con l’arco, così come per tante altre arti giapponesi legate allo zen (la spada, l’arte di disporre i fiori) l’arco nemmeno sarebbe indispensabile 😮

Quello che queste arti vogliono insegnare è in realtà la “fusione” tra mente e corpo, tra l’esecutore e il suo obiettivo, al punto che, alla fine, dice il protagonista, non si distingue più il tiratore dall’arco, e nemmeno dal bersaglio. E’ insomma una scusa per entrare in uno stato attivo di totale meditazione, e lo scopo ultimo è la liberazione dalla sofferenza e dalla paura… chi l’avrebbe mai detto? 😉

Credo che sia più utile che vi riporti a questo punto le parole del libro, piuttosto che aggiungerne di mie…

“[…] Come il principiante, il maestro di spada è senza paura, ma a differenza di questi diventa ogni giorno meno accessibile a ciò che spaventa. In lunghi anni d’ininterrotta meditazione ha appreso che vita e morte sono in fondo la stessa cosa e appartengono al medesimo piano del destino. Così non sa più che siano l’angoscia della vita e il timore della morte. Egli vive – e questo è caratteristico dello Zen – volentieri nel mondo, ma è pronto ad abbandonarlo senza lasciarsi turbare dal pensiero della morte. Non a caso lo spirito del samurai ha scelto a purissimo simbolo il delicato fiore del ciliegio. Come nel raggio del sole mattutino un petalo di ciliegio si stacca e scende a terra luminoso e sereno, così l’uomo impavido deve potersi staccare dall’esistenza silenziosamente e senza turbamento.

Vivere senza il timore della morte non significa che in tutte le ore buone si sostenga di non tremare di fronte alla morte e si sia sicuri di superare la prova. Chi domina la vita e la morte, piuttosto, è libero da ogni genere di timore, al punto che non può più nemmeno capire che cosa sia provare paura. Chi non conosce per propria esperienza la forza che dà una seria e costante meditazione non può immaginare ciò che essa rende capaci di superare. Il perfetto maestro rivela a ogni passo, non a parole ma col comportamento, l’assenza della paura; glielo si legge in viso e se ne è colpiti. Una simile imperturbabilità, che naturalmente solo pochi raggiungono, è dunque già di per sé segno di maestria. Per illustrare anche questo con una testimonianza, riporterò letteralmente un brano del Hagakure, che risale alla metà del XVII secolo.

<<Yagyu Tajima-no-kami era un grande maestro nel combattimento con la spada e insegnava tale arte allo Shogun di quel tempo, Tokugawa Jyemitsu. Una delle guardie del corpo dello Shogun venne un giorno da Tajima-no-kami e lo pregò di insegnargli a tirare di spada. Il maestro disse: “Per quel che io vedo, siete voi stessi un maestro di spada. Prima che iniziamo una relazione da maestro a allievo, ditemi, per favore, a che scuola appartenete”.

<<La guardia del corpo rispose: “A mia vergogna devo confessarvi che non ho mai appreso quest’arte”.

<<“Volete farvi beffe di me? Io sono il maestro del venerabile Shogun e so che il mio occhio non m’inganna”.

<<“Mi duole di recare offesa al vostro onore, ma non ne ho veramente alcuna conoscenza”. Questa negazione recisa rese pensieroso il maestro, che finalmente disse: “Se voi lo dite, sarà così. Ma sicuramente siete maestro in qualche campo, anche se non riesco a vedere bene in quale”.

<<“Sì, se voi insistite, voglio raccontarvi quanto segue. Vi è una cosa in cui posso pretendere di considerarmi maestro. Quando ero ancora ragazzo mi venne l’idea che come samurai non dovevo in nessuna circostanza temere la morte, e da allora – mi sono sempre battuto con l’idea della morte, e alla fine questo pensiero ha cessato di preoccuparmi. E’ forse questo che intendete?”.

<<“Proprio questo,” esclamò Tajima-no-kami “è proprio questo che intendo. Sono lieto che il mio giudizio non mi abbia ingannato. Poiché l’essere liberato dal pensiero della morte è ugualmente il segreto ultimo dell’arte della spada. Ho insegnato a centinaia di allievi, per condurli a questa meta, ma finora nessuno di essi ha raggiunto il sommo grado nell’arte della spada. Quanto a voi non avete più bisogno di alcun esercizio tecnico, siete già maestro”>>.

Non siamo indistruttibili

La mia vita, come quella della maggior parte di noi, ha avuto alti e bassi. Anzi in questi ultimi anni non posso lamentarmi, grazie in particolare ad una importante decisione che ebbi il coraggio di prendere ed all’incontro con quella che oggi e’ la mia amatissima moglie  🙂 Tuttavia la percezione della caducita’ della vita, di noi tutti, di ogni cosa che c’e’ al mondo, e’ sempre piu’ presente in me.
Impermanenza la chiamano i buddisti.
E’ una percezione che piu’ o meno ho avuto da sempre, fin da bambino, ma certo quando fai un po’ di strada e inizi a imbatterti nei tuoi lutti – alcuni forse inaspettati e imprevedibili, e per questo ancora piu’ dolorosi – o quando fai caso a quante persone sono cadute e stanno cadendo attorno a te anche in eta’ nelle quali si dovrebbe solo essere spensierati… diventa piu’ difficile eludere.
C’e’ chi riesce – almeno apparentemente – a non pensarci, rifuggendo da ogni discorso sull’argomento, arroccandosi nella propria torre fatta di voluta inconsapevolezza… E se funziona, be’… ben venga per loro, e non lo dico con ironia. Personalmente pero’ e’ una strada che non riesco piu’ a seguire, sempre che l’abbia mai fatto. Al massimo riesco ad avere brevi periodi di “ingenuo ottimismo”, dove mi capita di pensare ad una lunga e serena vita per me, i miei cari, i miei animalotti tutti; poi basta una nuova notizia (e come sfuggire alle notizie nell’era della comunicazione?), un nuovo malanno proprio o altrui, perche’ spettri fin troppo reali tornino a manifestarsi in tutta la loro concretezza.

Non siamo indistruttibili, non esiste cosa o persona al mondo che non ce lo ricordi. Ed allora l’unica strada appare quella di una accettazione il piu’ serena possibile. Non una accettazione di facciata, ma reale, fatta di sana consapevolezza del proprio ineluttabile destino. Per questo, in particolare in questi ultimi anni, come ben sapete voi (ormai pochi :-P) lettori del mio blog, mi sono avvicinato al buddhismo tibetano: per trovare in esso conforto ma, soprattutto, la forza per operare il miracolo (perche’ lo e’ di fatto) della serena accettazione.
A dirla tutta, non sono affatto convinto della storia della reincarnazione, del Nirvana e cosi’ via, anche se forse sono un poco piu’ possibilista, ma ho una piccola apertura, una sensazione, che per arrivare alla serena accettazione la credenza in esse non sia indispensabile. Lo stesso Dalai Lama una volta disse, a proposito della necessita’ di non fuggire dalla realta', che se un domani la scienza dimostrasse scientificamente che la reincarnazione non esiste, non avrebbe senso rimanere arroccati su posizioni che sarebbero a quel punto anacronistiche, eppure cio’ non decreterebbe la fine del Buddhismo, essendo il suo fine la liberazione dalla sofferenza, piu’ che la rinascita in un supposto eden.
Al momento una cosa mi pare ragionevolmente verosimile: ogni dolore, ogni sofferenza, e’ enormemente acuita dalla sua componente psichica. Mentre per i dolori fisici la scienza ha fatto grandi progressi, per preoccupazione, paura e angoscia, poco ha potuto e puo’ fare. Per molte persone sapere di dover morire significa morire due volte. Tuttavia, a chi ha avuto modo di sondare i propri stati d’animo osservandoli attentamente, appare indubbio che essi siano di natura esclusivamente mentale e, dunque, potenzialmente controllabili.
Dopo aver avuto un approccio – ancora troppo superficiale, sia chiaro – con il buddhismo e le tecniche di meditazione, e’ mia sensazione che tutti questi disagi psichici possano essere eliminati. Anzi piu’ che una sensazione la mia e’ una convinzione. Certamente non e’ affatto facile. Certamente non e’ una cosa che si possa inventare sul momento, anche se la reazione a eventi inaspettati e devastanti e’ sempre individuale e a volte sorprendente, permettendo di trovare una forza e una tranquillita’ che non si immaginava di possedere. Per questo i buddhisti dicono che bene sarebbe prendere confidenza per tempo con i metodi di controllo della propria mente, metodi che passano con la presa di coscienza di come essa funziona. Perche’ altrimenti certi passaggi potranno difficilmente essere tenuti sotto controllo. E se morire si deve tutti, morire due volte sarebbe un peccato.
 
Come chiusura del post ho scelto una vecchia canzone di tal Robert Tepper, “No easy way out” (non e’ facile uscirne fuori), che in uno dei film della saga di “Rocky” cantava appunto “Non siamo indistruttibili, e’ bene che lo capisci bene; penso sia incredibile come si lasci tutto nelle mani del caso”. Incidentalmente, le immagini sono una dedica a Sylvester Stallone, mito degli anni ’80, ma anche quelle in fondo servono perche’ segno del tempo e della condizione umana che inesorabilmente passa: oggi anche uno che, a chi e’ cresciuto con i suoi film, sembrava allora intramontabile, fa un po’ di tenerezza…

Un altro monito in fondo della caducita’ della vita e di ogni cosa.