Visualizzazione Creativa e meditazione.‏

La “visualizzazione creativa” e’ una tecnica relativamente recente usata a fini terapeutici o per migliorare se’ stessi. Ad esempio, una persona timida puo’ immaginare, in stato di rilassamento profondo, di non avere difficolta’ ad approcciare il prossimo; dopo un buon numero di ripetizioni teoria vuole che la sua mente si “auto-condizioni” ad agire automaticamente davvero in quel modo, liberando cosi’ la persona dalla timidezza.
Ma come spesso accade, le “scoperte moderne” non inventano nulla, semplicemente riscoprono cio’ che gia’ esisteva appioppandogli un nuovo nome.
Tecniche simili alla visualizzazione creativa esistono da sempre, sia in occidente che in oriente. Anche la preghiera (nella quale ci si concentra su una icona, fisica o immaginata) e la meditazione ne sono esempi: la “visualizzazione creativa” e’ usata dalle religioni, dalla spiritualita’ e nelle pratiche di magia (intesa in senso lato) da millenni.

I punti fondamentali sono sempre gli stessi:
– costanza e ripetitivita’ (la mente ha bisogno di ripetizioni per scambiare le visualizzazioni per realta’ e comportarsi percio’ di conseguenza);
– rilassamento profondo (spesso indotto anche dalla ripetitivita’ delle parole/mantra);
– fiducia (nel risultato);
– precisione della visualizzazione, intesa nel senso ampio del termine: immagini, suoni, sensazioni (piu’ cio’ che si visualizza e’ preciso, piu’ la mente deve essere concentrata su di esso; piu’ e’ concentrata, piu’ rapido sara’ l’apprendimento).

Apparentemente e’ dunque il metodo a contare, piu’ dello “oggetto visualizzato”. Pero’ il metodo si appoggia alla mente, ed e’ attraverso la mente che tutto si materializza. Un tempo dicevo che perfino Dio ha bisogno della chimica di questo mondo per apparirci; dunque c’e’ poi tanta differenza tra metodo e oggetto?

Dove si puo’ arrivare tramite queste tecniche? Beh, difficile dirlo. Il Buddha divenne illuminato riuscendo cosi’ a sfuggire al ciclo di morte-rinascita (che per l’induismo era negativo, perche’ la vita e la morte sono cariche di sofferenza); oggi magari i piu’ si limitano a usarle per migliorare se’ stessi, anche se c’e’ chi sostiene che sia possibile liberarsi da malattie o ottenere vantaggi materiali apparentemente venuti dal nulla…

buddha

Legge Orsi sulla caccia: petizione on-line

Cari blogger, sono rientrato da poco da un weekend “fuori-porta” per cui non ho avuto ancora modo di raccogliere gli inviti di alcuni di voi di visitare il proprio blog; lo farò certamente nei prossimi giorni.

Stasera voglio solo dare voce a questa petizione che mi è stata segnalata da Demetrablu.

Devo dire che venire a conoscenza di questo disegno di legge mi ha deluso molto, perché al di là delle proprie convinzioni politiche, il governo in carica, e in particolare l’onorevole Martini, avevano in precenza fatto cose positive a favore dei nostri amici animali. Ma… si sa, la forza degli interessi di “portafoglio” (leggi: favori alle lobby della caccia e dei produttori di armi) spesso superano purtroppo quelli di singoli elementi volenterosi che cercano di migliorare davvero qualcosa nel nostro paese.

Per questo vi invito a considerare il seguente appello.

L’articolo 38 prevede la cancellazione degli attuali limiti massimi della stagione venatoria e dunque permetterà, se approvato, l’estensione della caccia anche oltre i già lunghi 5 mesi attuali, con l’ennesima strage di animali selvatici. Cosa che danneggerebbe l’intero ecosistema. L’emendamento all’articolo 38 è stato approvato in Senato e deve tornare alla Camera prima della definitiva approvazione che avverrà venerdì prossimo, il 5 febbraio. Partecipa alla petizione per dire No al disegno di legge Orsi qui:
http://www.wwf.it/client/ricerca.aspx?root=23203&content=1

 

L’importanza della reazione

Questo post prende lo spunto dall’intervento di Sherwood (ilritornodelre) nel commento #12 al post precedente.
Sherwood, come immagino tante persone che hanno letto o leggeranno quel post (infatti nel momento in cui rileggo questo scritto prima di pubblicarlo gia’ altri hanno indicato aspetti simili), obietta che ci sono situazioni nelle quali “vedere il famoso bicchiere mezzo pieno” e’ oggettivamente difficile e porta un paio di esempi evidenti: il dramma di Haiti e chi perde il lavoro in una eta’ gia’ avanzata e dunque estremamente problematica per il re-impiego. A questi mi sento di aggiungere tutte le persone malate senza speranza e che soffrono molto.
Apparentemente sembra utopistico “vedere positivo” in situazioni come queste, anzi potrebbe addirittura suonare offensivo…

Voglio raccontarvi una storia, anche se certamente molti di voi gia’ la conoscono. Alla fine degli anni ’40 (non importa la precisione di date, nomi, luoghi, non fatemi andare a scartabellare ;-)) i cinesi invasero il Tibet, il cui pacifico popolo non impugnava le armi ormai da tempo. Oltre alle devastazioni ed alle vittime dell’invasione (alcuni tibetani furono perfino costretti a uccidere i propri famigliari), ci fu, e c’e’ ancora, un tentativo di… “ricondizionamento” della popolazione locale attraverso metodi a dir poco cruenti, come vere e proprie deportazioni di massa. Il Dalai Lama e molti altri Lama, che non erano mai usciti da quella regione, furono costretti a fuggire.
Oggi i buddisti tibetani all’estero, oltre ad aver istituito un “governo in esilio” nel nord dell’India, si sono sparsi per il mondo portando ovunque la loro preziosa parola di pace e liberazione dalla sofferenza. Questo fatto e’ stato di incalcolabile importanza per il mondo che, in precedenza, aveva solo notizie frammentarie di questa plurimillenaria saggezza.
Lama Yesce (mi pare sia stato lui, se sbaglio spero di esser perdonato :-P) parlando dell’esilio imposto dai cinesi ebbe una volta a dire che “i cinesi ci hanno “invitato” a portare la nostra parola nel mondo” 😉

Non abbiamo il potere di cambiare certi drammatici avvenimenti, ma abbiamo almeno quello di scegliere come possiamo reagire ad essi, anche se forse, piu’ di “scelta del momento”, si tratta di una lunga preparazione, di uno “stile di vita appreso”.

Una delle mie piu’ grandi paure riguarda la morte. Non tanto pero’ la paura del decesso in se’, quanto quella del terrore nel quale probabilmente sprofonderei nel momento di avvicinarmi ad essa. E’ insomma… la paura della paura.
Lo so, lo so, per molti puo’ sembrare consolatorio lasciare questo mondo sereni anziche’ in preda alla disperazione profonda, ma chi ha visto il terrore negli occhi di una persona morente, per una qualunque causa, credo abbia la mia stessa percezione che cosi’ non sia.

Proprio oggi ricorre il giorno della memoria. Pensiamo sia forse inutile o puramente consolatoria la testimonianza di persone che riuscirono a mantenere la loro serenita’ perfino nei lager? Pensiamo che sia offensivo ricordarli o ispirarci a loro per quanto possibile perfino nel nostro “piccolo”, che a volte purtroppo tanto piccolo non e’?
Non credo. Anche se, e’ chiaro, aspirare a qualcosa non significa possederlo gia’ e forse nemmeno arrivarci mai.

araba fenice

Il bicchiere mezzo pieno

“La mente è padrona di se stessa,
da sola può fare del paradiso l’inferno,
dell’inferno il paradiso”.

John Milton, 1667


Tanto e’ stato scritto sulle potenzialita’ e sui limiti della mente. In molte tradizioni spirituali, non solo orientali, la mente e’ il concetto fondamentale degli insegnamenti, tutto parte da essa, sofferenza e beatitudine. Ma se e’ facile pensarla cosi’ quando si sta bene, allorche’ si sta male o si passa un momento di particolare difficolta’, diventa maledettamente difficile.
Tu sei li’ che non sai che pesci prendere e arriva qualcuno che ti da una pacca sulla spalla e ti dice di “pensare positivo”, di “rompere gli schemi”, che “e’ inutile preoccuparsi”… La prima reazione solitamente e’ mandarlo perlomeno a quel paese, non e’ cosi’? 🙂 “Facile per un sano parlare ad un ammalato”, dice qualcuno.

Che il bicchiere possa essere visto come mezzo pieno anziche’ mezzo vuoto e’ cosa nota. Tuttavia ha qualcosa di consolatorio che in fondo spesso non piace. Il bicchiere e’ comunque a meta’, inutile girarci attorno, giocare con le parole.

Tuttavia nessuno contesta il fatto che il bicchiere sia a meta’. Cio’ che viene verificato, piu’ che “contestato”, e’ l’estrema importanza della carica emotiva che il dato di fatto riveste per chi ne fa esperienza. In teoria ogni cosa non ha carica emotiva di suo, nemmeno le cose che consideriamo piu’ terribili e temibili. Le cose, gli avvenimenti, accadono, e basta. E’ come le viviamo a fare la differenza.
Questo aspetto non e’ solo teorico: se una persona sta male in continuazione per cio’ che gli accade, stara’ sempre peggio, perche’ la disperazione e la paura aggiungeranno un “carico” terribile al peso della sofferenza che sta vivendo. Non solo, ma la disperazione e la paura vissuta si radicheranno nel profondo del proprio inconscio, cosi’ che la volta successiva bastera’ poco per sprofondare nella stessa disperazione e nella stessa paura. L’evento scatenante potra’ essere sempre piu’ piccolo, a volte cosi’ piccolo da non capire come sia stato possibile cadere in un tale stato di emotivita’.

Inoltre, sofferenza, preoccupazione, paura, stress, hanno un impatto anche sul fisico andando ad incidere sulle difese immunitarie e sulle capacita’ di ripresa, sia psichiche che fisiche. Qualcuno, anche tra i ricercatori medici “classici” (niente teorie “new age” dunque), sospetta che possano avere un ruolo anche importante sullo sviluppo di diverse malattie.
Senza contare che gli stessi fattori portano a scarsita’ di concentrazione, a carenza di attenzione, a diminuita capacita’ reattiva, cosi’ da aumentare i rischi di incidenti o da creare difficolta’ lavorative o relazionali.

Questa non e’ una fantomatica teoria New Age, e’ esperienza diretta che probabilmente ognuno di noi ha, a suo livello, fatto.

Vedere il bicchiere mezzo pieno, anziche’ mezzo vuoto, e’ comunque di fondamentale importanza.

bicchiere

Ci riprovo: il blog cambia rotta :-D

Sì, lo so, lo so: ci ho già provato tempo fa (Il blog cambia rotta…) per poi più o meno tenerlo simile 😀 però è pur vero che il blog nel corso del tempo è mutato spontaneamente di suo, credo sia inevitabile, tanto vale perciò cercare di direzionarne il cambiamento. Ciò che vorrei fare non è comunque stravolgerlo: parte dei post che ho messo recentemente mi piacciono ancora, quindi continuerò a metterli, ma saranno inframmezzati da altri che vorrei essere più vicini alle mie riflessioni personali.

Quel che è successo è che recentemente alcuni avvenimenti mi hanno spinto a riprendere in mano tematiche che avevo un po’ abbandonato, ma che credo essere essenziali. Sono tematiche che hanno a che fare principalmente con la spiritualità e con la libertà della paura, che, guardate, sono temi che in realtà sono spesso fortemente collegati.

Idealmente saranno post brevi ma più frequenti, tuttavia… lasciamoli sgorgare spontanei e vediamo semplicemente dove portano 🙂

Pronti a partire? 😛

Julius in borsa

Ritorno a casa – racconto

Era tanto tempo che Klaus non tornava nella casa che fu della sua infanzia. L’effetto non poteva che essere strano… indefinibile quasi. Regnava il silenzio, dentro e fuori di lui, come se fosse necessario creare le condizioni affinché i ricordi riaffiorassero.
Fin dalla scalinata di marmo bianco, già ingiallito ai suoi tempi, una ridda di silenziosi pensieri fatti da immagini e intuizioni più che da parole, presero il sopravvento. Quanto gli sembravano più piccole quelle scale, quell’androne, rispetto a come in tutti quegli anni aveva ricordato! Si vedeva quando da bambino scendeva gli scalini a tre a tre, a quattro a quattro, perfino saltando rampe intere, servendosi del corrimano per darsi lo slancio. Ricordò quando, con orrore, vide un grosso topo di fogna che, non si sa come, era arrivato quasi all’ultimo piano, dove lui abitava con la famiglia.
Arrivò in cima, ma prima di andare alla porta scrutò il panorama dalla finestra del pianerottolo. Quanti piccioni feriti o troppo piccoli per volare erano entrati da lì! Quanti ne avevano curato, per poi lasciarli andare! Qualcuno di loro era diventato perfino amico di famiglia e, una volta liberato, tornava di tanto in tanto, come per gratitudine. Dalla stessa finestra una volta si poteva vedere una colonia di pipistrelli volare in lontananza, nei pressi di un vicino monte. Uscivano al calar delle tenebre, erano così numerosi da sembrare una nuvola nera. Uno di loro era anche entrato in casa una volta, che lotta per cercare di farlo uscire!
In basso c’era la terrazza appartenente al primo piano e, più sotto, il giardino antistante l’ingresso del palazzo, dove, ricordò, erano sepolti diversi animali che aveva avuto da bambino.
Un attimo dopo si decise e si trovò nel vasto ingresso dell’appartamento. A suo tempo era stato un unico salone, diviso da un semplice tendone verde. Riconobbe la spaccatura sul pavimento; andava da un lato all’altro della sala e si era sempre chiesto da cosa potesse essere stato provocato. Diede un’occhiata allo studio austero del padre, ad altre camere ad esso collegate. Poi attraversò un breve corridoio e si ritrovò nella grande camera che aveva a lungo condiviso con i fratelli. Un altro corridoio, stavolta più lungo. Altre camere. Il bagno dove il padre aveva a suo tempo tirato il collo ad una gallina comprata solo poco tempo prima… con risultati disastrosi: ci aveva messo un tempo interminabile e, da fuori, nonostante la porta chiusa, si sentiva il povero animale strillare disperato.
Poi la cucina, dove, sua madre raccontava, lui era venuto al mondo… ma chissà se era vero o se lei si confondeva con qualcuno dei suoi fratelli, più vecchi di lui.
C’era una porta finestra, un terazzino e delle scale di ferro che portavano al terrazzo. Le salì e si guardò attorno. Di nuovo lo ricordava molto più grande, ma era bambino allora.
Entrò nella soffitta. Era sempre stata usata come magazzino e, per scelta dei volatili che avevano utilizzato una piccola finestrella lasciata sempre aperta, come piccionaia. C’era ancora una grande confusione lì dentro!
Fu allora che gli venne in mente quello che non sapeva se trattarsi di ricordo o sogno: c’era un passaggio segreto in quella piccola soffitta, un passaggio che riportava alla cucina, ma… anche da altre parti, da qualche altra parte, non ricordava dove…
Nel corso degli anni aveva sognato quel passaggio innumerevoli volte, e ogni volta portava in un posto diverso. L’ultima volta fu nel tetro piano di un palazzo, apparentemente un ospedale, dove aveva visitato la madre morente, lì ricoverata.
Quel passaggio era stato così ricorrente nel suo mondo dei sogni, da fargli venire il dubbio che si trattasse di ricordi di un’infanzia lontana, piuttosto che di sogni.
Si guardò attorno, attentamente. Spostò alcuni scatoloni che erano davanti a dove gli pareva esserci il passaggio segreto. Ma trovò solo il muro.
Iniziò a tastare con attenzione la parete. Improvvisamente la sua mano non toccò più nulla… attraversò letteralmente il muro!
Con cautela ma decisione, Klaus attraversò la parete…

“Mark, ce l’hai stavolta vero?!”
“Non lo so, Barbara… si vede di nuovo quell’ombra che attraversa la stanza… ma forse è solo un gioco di luci…”
“Ma non è possibile! Sempre lo stesso percorso, in continuazione! E poi quel suono di passi, e la temperatura che si abbassa di colpo!”
“… non so che dirti, le immagini non sono chiare…”

Era tempo che Klaus non tornava a visitare la sua casa, dove aveva abitato un tempo…

scalinata

Rapporti medico-paziente, anche questo a volte è talk-crossing

Ero d’accordo con Glencoe per aderire ad una sua iniziativa che parla di talkcrossing, ovvero la falsicazione dell’informazione. L’argomento è molto interessante, per cui vi invito a visitare il suo blog (http://etadellainnocenza.splinder.com/) nel quale, oltre al suo contributo, sta inserendo quello dei blogger invitati a partecipare.
Io avevo in mente un breve racconto, ma in questo periodo ho un po’ la testa altrove per cui non riesco a concentrarmi granché. Insomma… non l’ho scritto. Il punto è pure che… a volte la realtà supera – tristemente – l’immaginazione. Anche scoprire questo mi ha scaricato.
Il racconto avrebbe parlato di una persona sana che, informata dal proprio medico del proprio presunto stato di malattia… erroneamente (c’è stato uno scambio di cartelle mediche tra lui e un’altra persona), crede di essere malato e finisce in una spirale di dolore, depressione e falsi sintomi, finendo in pratica per lasciarsi morire… prima di venire cercato per essere avvisato dello scambio di cartelle.
In questo periodo però mi sta capitando di avere a che fare con l’ambiente medico e, pur non volendo generalizzare, quel che vedo mi… lascia davvero perplesso (ovviamente sto usando un eufemismo): medici che, usando il paziente come intermediario, si sconfessano e insultano l’un l’altro, apparentemente (voglio essere buono inserendo questa parola) più preoccupati della propria immagine professionale che della salute della persona che hanno davanti. Come può questo non sconcertare?
Già – e qui veniamo al tema della “falsificazione dell’informazione” – trovo avvilente che il medico ometta o sia superficiale nelle sue informazioni, dando per scontato che il paziente sappia, oppure – e non so cosa sia peggio – che il paziente debba, secondo loro, limitarsi a seguire le “istruzioni” che gli vengono date, senza ulteriori spiegazioni. Spesso – e questo in teoria vale in ogni campo, ma in quello medico diventa estremamente importante – basta una frase “buttata lì con superficialità”, o una spiegazione omessa, per lasciare libero e pericoloso spazio all’interpretazione del paziente, che ovviamente può benissimo essere ignorante dell’argomento o, magari perché spaventato, portato a vedere sciagure dove ci sono semplici ostacoli, o ancora, al contrario, propendere subito per la spiegazione che più lo rassicura (lasciando perdere accertamenti forse preziosi).
Ecco, senza voler pensare alla volontarietà nel danneggiare o sfruttare il paziente per propri scopi (e comunque anche queste ipotesi volano, il che è tutto dire), trovo che anche l’omissione o superficialità dell’informazione sia “falsificazione” dell’informazione stessa, e, potenzialmente, altrettanto, se non più, pericolosa.
La malasanità inizia dal rapporto medico-paziente.
Come scritto in precedenza, non voglio generalizzare, so che esistono medici molto coscienziosi in termini di umana e corretta trasmissione dell’informazione verso i loro pazienti, ma credo che ne esistano tanti altri che dovrebbero riconsiderare il loro modo di porsi verso persone che, già per il solo fatto di essersi rivolte a loro, dovrebbero essere trattate con rispetto e cautela.

medical symbols

200.000 visite

Un po’ a sorpresa mi sono accorto che il mio blog ha ormai superato le 200.000 visite  😮 Naturalmente sapevo che questo numero era in avvicinamento, ma negli ultimi giorni avevo un po’ perso di vista il contatore. Quando raggiunsi le 100.000 visite, nel marzo 2009, ne approfittai per mettere un post dal titolo Quando vinci, festeggia!  😀 ma oggi, a differenza di allora, non la percepisco piu’ come una “vittoria”, piuttosto guardo questo nuovo, rotondo numero con… affetto, pensando che certamente di queste 200.000 visite una parte sono state di persone a me care, passate magari per vedere e capire come stavo, o anche solo per curiosita’; un’altra parte e’ stata di chi, scoprendo il blog, l’ha apprezzato ed e’ tornato a leggerlo con una certa frequenza, come avesse assunto per la sua vita una qualche importanza; altre ancora sono state persone che magari sono passate solo saltuariamente o per un breve periodo, forse una sola volta, ma magari ne hanno comunque tratto qualcosa di importante per la loro vita. Certamente c’e’ anche chi ha solo letto, non scrivendo mai: qualcuna di queste persone ogni tanto si e’ fatta viva, con un commento singolo o anche via e-mail… mi ha sempre fatto particolarmente piacere conoscerle  🙂
Ricordo anche quelli che hanno provato a… turbare la quiete del blog 😛 Presto o tardi
figure come queste capitano nei “luoghi frequentati”, inutile prendersela, anche perche’, guardate, qualcosa di positivo – se si evita di prenderla male e fare muro-contro-muro – di solito la lasciano anche loro.
E ci sono certamente stati anche tanti che il blog non l’hanno apprezzato e, dicendosi “ma che e’ sta roba?”, non ci sono piu’ tornati. In fondo ne hanno fatto parte anche loro, pure se solo per un istante 😉

 

In piu’, questi due anni e quattro mesi iniziano ormai ad essere anche un pezzo della mia storia personale  🙂
Me ne sono capitate di cose in questo lasso di tempo!  😉 Certo, molti di questi avvenimenti, e degli stati d’animo che conseguentemente vivevo, non sono stati scritti in “chiaro”, ma io li riconosco ugualmente nei post pubblicati e… anche questo mi fa tenerezza oggi
🙂
Questo tempo e’ stato un po’ lo specchio degli anni dal 2002 in poi, nei quali la mia vita e’ cambiata drasticamente, anno dopo anno, rivoltata come un calzino. Non solo in senso negativo, eh! Ogni evento e’ importante per la vita, al di la’ della positivita’ o, purtroppo, negativita’ che reca. Ogni evento e’ vita.

A volte mi e’ parso di aver iniziato a vivere solo nel nuovo millennio, anche se so che in fondo non e’ cosi’: la vita precedente e’ stata parimenti importante, solo ha avuto meno eventi di enorme peso da tenere – volente o nolente – a mente.
Voglio abbracciare chiunque passi di qua e legga queste righe, ma anche tutti coloro – e sono tanti – che ormai non lo fanno piu’, anche quelli che magari sono passati una sola volta: non credendo che la virtualita’ sia estranea alla realta’, ognuno di voi, ogni vostro passaggio, e’ stato un pezzo di vita. Della mia vita, quanto della vostra. Ed ha inciso in entrambe, per quanto piccola possa sembrarci adesso ognuna di queste singole incisioni.
Un abbraccio di cuore a ognuno di voi!
🙂

 

200000

Cogliere l’attimo – Le virtù del guerriero

LE VIRTU’ DEL GUERRIERO
di Paulo Coelho


GuerrieroUn Guerriero della Luce ha bisogno di pazienza e di rapidità al tempo stesso. I due maggiori errori sono: agire anzitempo, o lasciare che l’opportunità si allontani.
Per evitare questo, il Guerriero affronta ogni situazione che si presenta come se fosse unica, e non applica formule, ricette, od opinioni altrui. Solo lui dovrà rispondere delle proprie azioni, ed è consapevole di questa responsabilità.
Il califfo Moauiyat domandò a Omr Ben Al Aas quale fosse il segreto della sua grande abilità politica: «Non ho mai affrontato una questione senza aver prima studiato la ritirata; d’altro canto, non ho mai affrontato qualcosa e immediatamente dopo desiderato di allontanarmene di corsa», fu la risposta.

 



Commento di Wolfghost: Il “cogliere l’attimo”, l’arte di non rimandare, è da sempre uno degli argomenti a me cari e che ho proposto più spesso. Ciò che puntualmente succede è che qualcuno, sentendosi ingiustamente toccare, salta su dicendo che è giusto riflettere e non ci si può muovere prima di essere pronti. Ed è vero che “il momento giusto”, “l’attimo da cogliere”, non capitano necessariamente ai primi istanti. Certo, possono esserci dei treni che non ripassano e che bisogna assolutamente prendere al volo non appena si presentano. Ma in genere “cogliere l’attimo” non significa buttarsi allo sbaraglio, agire con incoscienza, vuol dire solo rendersi conto che il momento dell’azione è arrivato e che attendere ancora è controproducente, se non fatale, per l’obiettivo che stiamo perseguendo.
In genere si dice che il modo migliore sia valutare pro’ e contro, ma ciò non può continuare all’infinito poiché i pro’ e contro evidenti non sono difficili da vedere, e gli altri… evidentemente non sono poi così importanti da riuscire a far muovere i piatti della bilancia. Pro’ e contro ci saranno sempre, è rarissimo trovare una scelta che non comporti un po’ degli uni e un po’ degli altri. Quindi è meglio “staccare razionalmente”, cercare di non pensarci, e aspettare di “sentire” qual è la decisione migliore. Non c’è nulla di magico in questo: il nostro inconscio elabora tutte le informazioni che abbiamo ad esso fornito, e, quando è pronto, ci restituisce la soluzione sotto forma di intuizione, di forte sensazione.
Poi l’importante sarà muoversi e non ricadere, al ritorno della mente razionale, nel dubbio, bloccandosi nuovamente.
Certo, esiste la paura di sbagliare, del risultato, ma a parte che in genere l’errore più grosso, quello di cui maggiormente dovremmo aver paura, è l’immobilità, dovremmo pensare che nella vita non esiste decisione sicura, e comunque, nella maggior parte dei casi, esiste la possibilità del ritorno o di un nuovo cambio di rotta. Per cui una decisione, perfino sbagliata, è quasi sempre migliore del rimanere nell’indecisione.
Senza contare l’enorme fonte di stress intrinseca nell’indecisione stessa.

C’è un altro punto affrontato da Coelho, anche di questo ho parlato più volte: ascoltare tutti per avere la possibilità di vedere strade che magari non abbiamo scorto da soli, ma… poi decidere in autonomia, con la propria testa.

lupo osservatore

Lascialo cadere – l’opportunismo

– LASCIALO CADERE –

vaso porcellanaUn ricco mercante si recò un giorno dal Buddha.
“Dimmi che cosa devo fare per ottenere la liberazione” gli domandò offrendogli un vaso d’argento.
Il Buddha gli rispose: “Lascialo cadere”.
L’uomo lasciò cadere a terra il vaso.
Poiché il Buddha si era fatto silenzioso, il visitatore gli ripeté la domanda e, questa volta, gli offrì un piatto d’oro.
“Che cosa devo fare per raggiungere la salvezza?”
“Lascialo cadere” gli rispose l’Illuminato.
Il mercante lasciò cadere a terra il piatto.
Poi, visto che non gli veniva data altra indicazione, si decise a ripetere la richiesta, porgendo il dono più prezioso che aveva: un diamante.
Il Buddha gli rispose: “Lascialo cadere”.
Il visitatore pensò di essere stato preso in giro.
Indignato, si alzò di scatto per andarsene.
Fatto qualche passo, si voltò a dare un ultimo sguardo al Buddha.
E questi gli disse: “Lascialo cadere”.
All’improvviso il mercante capì.



Commento di Wolfghost: Il mercante capi’ che la conoscenza, la liberazione, non possono essere acquistate; esse possono solo essere acquisite attraverso la presa di consapevolezza, che arrivi da parole, intuizioni o esperienze. Il discorso puo’ essere pero’ esteso ai rapporti con il prossimo, alla salute, alla vita in generale. D’altronde la spiritualita’ non dovrebbe essere percepita come qualcosa di separato dalla nostra esistenza, ma piuttosto come sua componente indissolubile.
Fin da piccoli ci viene insegnata una mentalita’ mercantilistica: per avere qualcosa dobbiamo dare, per avere affetto dobbiamo essere buoni, per avere rispetto dobbiamo essere generosi; cosi’ nel tempo ci facciamo idee quali “nessuno fa niente per niente”, se qualcuno ci fa una cortesia significhera’ che sta cercando di ottenere qualcosa. Ma potremmo arrivare a pensare che anche un “dono” della vita nasconda qualcosa, che prima o poi la vita stessa ci chiedera’ di “pagare”, e questa aspettativa potrebbe minarci la gioia e il godimento per il dono ricevuto. Quante persone ho conosciuto che non sapevano accettare i doni altrui o quelli della vita, cosi’ convinte che qualunque cosa andasse “guadagnato” con il sudore della propria fronte! E quanti, dall’altra parte (ma poi sono sempre gli stessi, a ben vedere), cercano di ottenere dando a piene mani, spesso per venire accusati di “voler comprare il prossimo”. Ammettiamolo: quanti di noi sentono o hanno sentito almeno una volta un senso di irritazione, di ingiustizia, perche’ comportandosi amorevolmente o generosamente non ottenevano altrettanto (a parer loro) dalla vita e dal prossimo? Invece di essere felici e soddisfatti per il fatto stesso di fare del bene, si sentono avvelenati per non averne ottenuto indietro almeno altrettanto.
I nostri nonni (e forse genitori, per i meno giovani) appendevano targhe in legno nelle loro case che dicevano “Fai il bene… e poi scordalo”; che volevano dire? Proprio questo: non e’ vero bene se ci si aspetta un “ritorno”.
E questo vale in tutto: amore, rispetto, fortuna, salute, conoscenza (intesa in senso spirituale). Chi si butta nella spiritualita’ per darsi un tono da santone, non cerca davvero la spiritualita’, e chi lo incontra non trovera’ saggezza nei suoi occhi.
Nel dare stesso e’ insita la soddisfazione e la gioia. Che poi, agendo in tale modo, generalmente si ottenga anche, dovremmo considerarlo solo “effetto collaterale”, e non obiettivo.


fai il bene