L’anima nell’Advaita Vedanta

Il commento al post di Mister Loto “L’età dell’anima” mi ha dato modo di riepilogare le mie personalissime credenze che riguardano questo argomento.

Dovete sapere che sto leggendo assieme a Lady Wolf (poverina, ho coinvolto anche lei in queste amene letture :-D) un libro di Ramesh S. Balsekar, scomparso nel 2009 all’età di 92 anni, che trovo molto interessante: si tratta di “La verità definitiva – un’esposizione organica dell’advaita vedanta”.

Ora, quando troviamo un libro interessante è perché in genere ci rispecchiamo in esso o in parte di esso, e infatti ho ritrovato in questo libro diverse delle credenze, forse sarebbe meglio dire ipotesi, che ho via via accumulato nel passare degli anni e del “filosofeggiare” sugli argomenti del senso della vita e della morte.

Non abbiamo ancora finito il libro, anche perché non è proprio un libretto leggero e scorrevole, ed è possibile che integrerò questo post con una sorta di recensione più avanti (ma potrei anche ritenere quanto scritto qua sufficiente); intanto colgo l’occasione di intavolare il discorso riguardante le nostre credenze in fatto di anima riportando qua, opportunamente riarrangiato e ampliato, il mio commento sul post citato in precedenza.

Se non vi addormentate o se proprio non avete altro da fare… buona lettura! 😛

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Vi dirò… nel corso della mia vita credo di aver cambiato più volte idea su questi argomenti, così non prendete per “fisso” quel che scriverò, poiché può essere che “domani” la penserò diversamente.

Premetto che un tempo pensavo che l’anima pur non avendo una fine avesse avuto un inizio probabilmente molte vite lontano nel tempo, così da avere a volte la sensazione di “sapere già” gran parte di ciò di cui si fa esperienza in questa vita e da spiegare, proprio grazie alla “datazione” dell’anima, le notevoli differenze tra una persona e l’altra nonostante vissuti magari simili. Non avete mai la sensazione di “saperne” più di quanto, in base a questa unica vita, vi aspettereste di sapere?

Tuttavia già da qualche anno questa convinzione è venuta un po’ a vacillare. Mi sono accorto infatti che esperienze singole di grande impatto, ma anche apparentemente non così serie ma ripetute nel tempo, possono condizionare lo sviluppo di un bambino o un ragazzo al punto da far successivamente differire la sua psicologia e le sue convinzioni rispetto a coetanei, o perfino fratelli, immersi in contesti sociali simili. La sensazione di “sapere” non fa, a rigore, differenza: basta poco, essere un po’ più introversi e riflessivi ad esempio, per prendere una piega molto diversa rispetto ad altre persone. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, la nostra mente apprende e si evolve: non dobbiamo sottovalutare quanto abbiamo appreso, soprattutto inconsciamente, nel corso di anni e anni.

Quindi, diciamo, in questa fase iniziai ad interrogarmi sull’esistenza o meno dell’anima.

Lo sviluppo odierno è più vicino invece a certe credenze dell’induismo (vedi advaita vedanta) o del primo buddhismo: la nostra anima potrebbe essere identificata con la coscienza personale, che, secondo tali credenze, sarebbe “solo” una manifestazione di quella universale. In altre parole, noi non solo non saremmo il nostro corpo, ma non saremmo nemmeno il nostro “io” e neppure la nostra anima come abitualmente la intendiamo 😀 Corpo, mente e coscienza individuale non sarebbero altro che “manifestazioni” della coscienza universale e, in quanto tali, non esisterebbero: sarebbero solo “solidificazioni” destinate a sciogliersi come sale nel mare o, più precisamente, come onde nell’oceano.

Questo ovviamente spiegherebbe molte cose. Spiegherebbe perché la nostra coscienza saprebbe più di quanto ci aspetteremmo di sapere dalla personale esperienza in questa vita (in realtà “pesca” dalla coscienza universale, che poi è… lei stessa :p un po’ come la storia della Trinità). Spiegherebbe perché a volte ci sentiamo quasi degli estranei a noi stessi, come ospiti di un corpo e perfino di un io. Spiegherebbe infine perché non riusciamo a “risolvere” la nostra sofferenza disidentificandoci dal nostro corpo, in particolare se non riusciamo a disidentificarci anche dal nostro io: così facendo, infatti, invece di risolvere la frattura tra “noi” e il “tutto”, la ampliamo ancora di più aumentando ancora di più l’identificazione con un io che non esiste, tra l’altro a scapito di un corpo che, poverino, viene trattato dall’io come fosse un contenitore da buttare una volta usato, con tutta la somatizzazione che ciò comporta. Pensateci un attimo: spesso ci diciamo “Io non sono questo corpo, sono di più”, ma quasi mai ci riferiamo anche al pensiero razionale che dal corpo, dal cervello, è prodotto. Ciò che abbiamo imparato nella nostra vita ci ha portato a costruire una “persona psicologica” con la quale ci siamo via via identificati: siamo forti in questo o quello, siamo fragili in quell’altro, abbiamo questa e quella caratteristica… Ma tutte queste sono “cose” prodotte dal nostro pensiero razionale, sono “oggetti” al pari delle parti del nostro corpo o di ciò che ne è “fuori”. Quando diciamo “io non sono il mio corpo”, di solito crediamo di dire “sono il mio pensiero, che è di più”, ma il pensiero è prodotto dal cervello, non possiamo separarlo dal corpo. Non è questo pensiero l’anima, altrimenti morirebbe con il nostro corpo. Non siete d’accordo?

Insomma, non esisterebbe il corpo, l’io e nemmeno l’anima intesa come coscienza individuale. Esisterebbe però una coscienza, se preferite un’anima, universale, una coscienza alla quale a rigore… non ritorneremo, perché non ce ne siamo mai staccati veramente. L’abbiamo semplicemente dimenticata identificandoci con la coscienza individuale, con l’io.

La domanda successiva a questo punto solitamente è: che fine facciamo alla nostra morte? Scompariamo in questa Coscienza Universale? Se perdiamo la percezione di noi stessi non sembra comunque una cosa molto positiva…

Ebbene la risposta di queste filosofie è semplice: niente si perde… perché non c’è mai stato :p Se fossimo capaci di liberarci dalla percezione del nostro io illusorio, non temeremmo più di perderlo: perché temere di perdere qualcosa che avremmo riconosciuto non esistere?

Due parole ancora sul termine “non esistere”. Secondo l’Advaita Vedanta, il Buddhismo ed altre filosofie soprattutto orientali, “non esistere” non significa “non esserci”, questa è una interpretazione occidentale, una distorsione del vero significato. Significa “esserci considerandosi distinti, entità a sé stanti che vivono e muoiono, che nascono dal nulla e muoiono nel nulla”, credere di essere separati dal “resto”, con una vita “separata”. Come un’onda che si rammaricasse della sua breve vita in attesa di scomparire nel mare… che lei stessa è. Questa è l’illusione: identificarsi con l’onda piuttosto che riconoscere di essere una parte del mare.

Auguroni alla decana Sissi! :-D

Bene, bene 🙂 In questo periodo la nostra Sissi è arrivata all’importante traguardo di 10 anni tondi tondi, che fanno, in scala umana, circa 57 dei nostri! 😀

La mamma di Sissi, Pippi, è la gatta di una mia amica, ed è tigrata come lei, anche se un po’ più piccola (non è difficile, Sissi pesa almeno 12 chili ed è proprio di stazza grossa; Julius, che ne pesa 3 o 4 di meno, sembra più ciccione di lei poiché dotato di una notevole pancetta che Sissi non ha :-D).

E’ l’unico altro animale in casa mia ad aver conosciuto mia madre, infatti la addottai nel lontano 2003 per tenere compagnia a lei quando suo marito, mio padre, morì. Visse con lei fino alla sua morte, per tre anni. Adesso è con me, Lady Wolf (mia moglie), Tom (il cane), Julius e Numa (gli altri gatti della famiglia).

A volte mi chiedo se si ricorda ancora di mia madre… io penso di sì, ma chissà…

Nel 2008 Sissi mi seguì quando traslocai dalla casa dove avevano vissuto i miei genitori in un mini appartamento dove aveva solo una porta-finestra con vista all’esterno. Passava lì tutto il giorno o quasi 🙂 Siccome viaggiavo parecchio all’epoca, decisi di prenderle un gattino per tenerle compagnia, Julius. Bé… non fecero mai amicizia e ancora adesso a volte se le suonano di gusto 😛

Nel 2009 Sissi e Julius conobbero Tom che, seguendo la sua padroncina che poi divenne mia moglie, iniziò a farci visita sempre più spesso, fino a traslocare con noi definitivamente nel Gennaio del 2010.

Non vi nascondo che la prima visita di Tom mi preoccupò parecchio, lui era abituato ai gatti, ma Sissi e Julius non erano abituati ai cani 😀 Addirittura iniziai ad informarmi sugli alberghi della zona nel caso di… guai 😉 Invece andò tutto bene: Sissi restò indifferente, Julius, pur soffrendo di insonnia (nel senso che non chiudeva occhio per guardare Tom) ed arrivando ad essere piuttosto stravolto, non diede comunque problemi 🙂

Infine, a maggio 201o, si aggiunse anche Numa, Numetta per gli amici, una gattina proveniente da un gattile di Genova 🙂

Numa è molto socievole e simpatica e, incredibilmente – anche se ci ha messo anni – è recentemente riuscita ad “interagire” con Sissi che in precedenza è sempre stata sulle sue con tutti gli altri animali. E’ davvero sorprendente vedere ‘sta gattona di oltre dodici chili cercare di lanciarsi all’inseguimento di una gattina sguizzante come Numa 😀

Ecco qua il trio gattesco al completo, da sinistra a destra: Sissi, Julius e Numetta.

Insomma, posso dire a buona ragione che Sissi ha visto una parte importante della mia vita… quante cose potrebbe raccontarvi! 😀 Comunque… buon decimo compleanno, miciona! 😉

Ancora una volta – miniracconto

La riunione alla ARG Research & Development Company si stava accalorando.

Tom si era preparato per bene, aveva costruito una linea difensiva basata su principi di civiltà e rispetto per la vita, in ogni sua forma. Era convinto che sarebbe riuscito a convincere il management e le autorità convenute che l’esperimento doveva andare avanti inalterato o, al massimo, con la minor interferenza possibile. Adesso però si sentiva all’angolo, iniziava a temere che tutto ciò su cui lui e i suoi collaboratori avevano lavorato potesse essere spazzato via. Ancora una volta.

“Un lavoro del genere richiede tempi estremamente lunghi per essere valutato”, argomentò Tom, “siamo solo a metà del percorso, forse anche meno. Fare tabula rasa adesso vorrebbe dire perdere tutti i passi avanti compiuti finora. Vorrebbe dire ripartire da zero, senza alcuna garanzia di poter ottenere in futuro risultati migliori. E poi non è solo una questione di lavoro, finanziamenti e risultati. Stiamo parlando di esseri vivi, esseri che sentono, soffrono, che sono consapevoli, come noi. O forse non proprio come noi, ma a modo loro sì.”

“Andiamo Tom!”, replicò il responsabile dei rapporti con l’Autorità, “Smettiamola con queste sciocchezze animaliste non degne di uno scienziato come lei! Qui si sta parlando di fare il futuro, avendo la possibilità al contempo di capire il passato, il nostro passato. Si tratta di avere materiale genetico di grande importanza per preservare sì una specie, ma la nostra! E se per questo dobbiamo ripartire da zero, allora questa è la strada che dobbiamo seguire! Queste creature sono di quanto più dissimile e inutile potevamo ottenere, è ormai evidente che continuando ad insistere su di loro perderemo solo tempo e denaro! Quando si capisce che si è imboccato un vicolo cieco, bisogna avere il coraggio di tornare indietro!”

“Idiota!”, pensò Tom, “Questo imbecille è solo preoccupato di perdere i finanziamenti pubblici! Non capisce che sta combinando!”

“Signori, vi prego di non dimenticare i passi avanti che abbiamo ottenuto con queste creature e che sono evidenti. Già la volta precedente avevamo ottenuto discreti risultati. Alcune specie cacciavano in branchi, dimostrando una buona intelligenza di gruppo. Risolvevano problemi di vario genere, anche se di relativa semplicità. Dimostravano una discreta socialità e buona emotività, difendendo i propri simili, in special modo i nuovi nati. Sono convinto che già in quel caso ci siamo arresi troppo presto. Abbiamo cancellato innumerevoli miliardi di esseri che già presentavano un certo grado di evoluzione. Non posso dimenticarlo, e non voglio ripetere lo stesso abominio in nome di una scienza senz’anima. E poi, come ho detto, è passato troppo poco tempo per una valutazione sensata.”

“Tom”, intervenne il presidente dell’Autorità in persona, “da quanto tempo ci conosciamo? Come sai, ho sempre rispettato il tuo buon cuore, il modo con cui ti battevi per difendere i più indifesi, ma… non stiamo parlando di nostri simili e nemmeno di entità a noi vicine. E’ vero, questa specie sembra più evoluta di quelle precedenti, te ne rendo atto e merito. Ma… non vedi come si azzuffano per ogni cosa? Come sono distruttivi ed autodistruttivi? Alcune tra le specie precedenti se non altro rispettavano i loro simili. Anche se apparentemente erano meno evolute, la loro socialità, il loro rispetto erano maggiori. Se proprio lo devo dire… mi erano anche più simpatici. Questa nuova specie si è evoluta molto in fretta da un punto di vista della logica e delle capacità intellettuali, il loro progresso tecnologico, seppure rozzo e primitivo, è stato sbalorditivo per i tempi in cui è stato messo in atto, ma… è evidente che come socialità e capacità di interazione non ci siamo, Tom, lo devi ammettere. A volte penso che se non ci pensiamo noi, ci penseranno da soli ad autodistruggersi.”

Tom comprese di avere perso. In fondo sapeva che il Presidente aveva ragione. Ma lui aveva imparato ad amare quelle creature che avevano creato. Le amava proprio per la loro varietà, per la loro imprevedibilità. Anche se a volte non ne capiva la crudeltà, non solo verso le altre specie, ma perfino verso i loro stessi simili. Era chiaro che non stavano mettendo in pericolo solo loro stessi, ma l’intero pianeta che abitavano, una tale insensatezza era difficilmente difendibile. Questo aspetto non era previsto. Non era scritto nel DNA, o, se lo era, doveva essergli sfuggito.

“Capisco…”, il tono della sua voce, il suo sguardo basso, davano ad intendere che si era arreso. “Forse possiamo fare di meglio. Datemi solo un po’ di tempo per capire dove abbiamo sbagliato, in modo da poter ricominciare, speriamo, per l’ultima volta.”

“Bene, sono contento che abbia capito, Tom. Le diamo ancora un po’ di tempo per preparare il nuovo materiale genetico”, concluse il Presidente, “poi il pianeta sarà colpito per provocare la distruzione controllata della specie dominante esistente, come abbiamo fatto l’altra volta. Ho visto a lungo l’evoluzione di questa specie, onestamente ad un certo punto mi ero anche illuso che l’esito stavolta sarebbe stato diverso. Sono scaltri e già con una certa evoluzione tecnologica… suppongo che l’impatto dovrà essere un po’ più forte di quello che servì per l’eliminazione dei dinosauri. L’umanità cercherà di sopravvivere fino alla fine.”