L’ultima sfida – prime quattro parti

Ebbene sì, finalmente ho scritto la parte conclusiva del racconto 😀 Nelle mie intenzioni iniziali il racconto avrebbe dovuto durare di più, ma siccome mi dispiace lasciare le cose appese e conoscendo lo scarso tempo che ho a disposizione, durerà ancora un altro paio di “capitoli” appena.

Prima però, per chi non gli avesse letti, ecco qui le prime quattro parti del racconto…

guerriero
I.
Raymond perdeva vistosamente sangue dal braccio sinistro, sembrava ormai incapace di muoverlo. Le sua urla, di rabbia più che di dolore, erano impressionanti, già da sole incutevano terrore nei nemici che osavano affrontarlo. Ogni colpo di spada inferto con il possente braccio destro e lo slancio del corpo, era una minaccia mortale per chi gli si parava di fronte. Raymond era un mito, un eroe, il trascinatore impavido del suo popolo. Però stavolta non aveva più la protezione del suo scudo, essendo incapace di reggerlo con il braccio sinistro, e questo dava coraggio ai numerosi guerrieri barbari che si spingevano verso di lui. Raymond cercò con lo sguardo Sade, suo amico di infanzia, purtroppo non altrettanto capace con le armi. Il suo viso, più che la sua voce, chiedeva aiuto, i nemici erano troppi perfino per lui. Ma Sade non c’era o, per essere più precisi, non era visibile: preso dal panico per l’evidenza dell’impari rapporto di forze, si era nascosto all’interno di un folto cespuglio, tremando come una delle sue foglie.
Un altro colpo di spada, altre urla, altro sangue avversario che veniva sparso, Raymond combatteva con la forza di dieci leoni. Ma infine una lama nemica squarciò il suo volto, aprendogli la guancia sinistra e stordendolo, più per lo stupore che per il dolore. Un istante di sbandamento che gli fu fatale: la spada di un altro avversario gli si conficcò in pieno addome. Raymond e il barbaro restarono immobili, quasi increduli, l’uno di essere sul punto di essere sconfitto, cosa che lo feriva più del pensiero di essere sulla sponda dell’aldilà, l’altro di aver realmente colpito “l’invincibile”. Poi il barbaro ritrasse la lama e in un silenzio irreale poiché compagni ed avversari si erano fermati, anch’essi increduli, Raymond, ormai sfigurato da sangue e ferite, fece due passi indietro e poi caddé rovinosamente sulla schiena.
Un urlo si levò dai barbari, mentre i compagni di Raymond si sentirono improvvisamente deboli e indifesi.

Era ormai l’alba quando Sade trovò il coraggio di lasciare il cespuglio che gli aveva dato riparo. Da lì aveva aveva assistito al massacro dell’armata di cui faceva parte. I suoi compagni d’armi, tra cui molti amici, erano caduti uno dopo l’altro sotto i suoi occhi. La testa di Raymond era stata mozzata per essere portata in patria dai barbari come prova della loro vittoria. Il resto del cadavere era a non più di venti metri dal cespuglio in cui era rimasto nascosto Sade.
Lungi dal sentire rimorso per la sua vigliaccheria, Sade non riusciva a pensare ad altro che alla giustificazione che avrebbe potuto portare in patria, a spiegazione del fatto di essere rimasto non solo l’unico sopravvissuto, ma di essere anche completamente illeso.


II.
Nell’interno dell’appartamento regnava un silenzio irreale. Victor e il resto del commando si trovavano in pieno centro, a pochi passi dal palazzo reale, fulcro del governo degli invasori. La tensione tra gli uomini era palpabile.

Il viaggio fino lì era stato pieno di insidie, un tentativo disperato, un azzardo a cui quasi nessuno aveva dato la benché minima speranza. Victor però aveva pianificato tutto nei minimi dettagli, così come nel decennio precedente aveva imparato a fare in tempo di pace. Partendo da zero aveva portato la sua piccola azienda ad un successo e una espansione senza precedenti, divenendo leader carismatico di un nuovo modo, pulito, di fare economia, ed arrivando nonostante la sua giovane età ad essere una sorta di sovrano non riconosciuto, la cui parola veniva presa in considerazione molto più di quella del governo e dei suoi politici.
A Victor non piaceva la politica, se ne era sempre tenuto alla larga. La trovava troppo lenta, farraginosa, quasi astratta. Lui, che aveva sempre lavorato per il benessere suo e degli altri, preferiva operare sul campo, a contatto quasi fisico con le persone, dove era possibile vedere e toccare risultati concreti e tangibili in un tempo ragionevole. Per questo era entrato facilmente nelle grazie dei lavoratori prima e dell’intero popolo poi. Si sentiva ripagato di percepire che, iniziata l’irresistibile ascesa della sua azienda e delle sue attività, non avevano affatto smesso di vederlo come uno di loro, al contrario: era l’esempio eclatante di come le cose, per tutti, possano cambiare. E poi il suo stile di vita era molto lontano dagli eccessi che allontanavano le classi agiate dal popolo. In fondo lui stesso era spesso infastidito di essere al centro dell’attenzione.

Pacifista convinto, era entrato in crisi quando alle voci di presunti massacri si erano sostituite le prove sicure di sterminio e genocidio compiute dal popolo degli invasori. Quando una cosa diventa troppo grande diviene difficile nasconderla, soprattutto nel secolo dei mass-media e di Internet, e le immagini avevano iniziato presto a sfuggire al controllo del regime nemico. In più era ormai chiaro che truppe e armamenti si stavano avvicinando sempre più al confine, e forse tra di esse si celavano anche armi non convenzionali.
All’evidenza che il dialogo era ormai usato dal regime solo per prendere tempo e preparare l’attacco, Victor aveva rotto gli indugi e aveva cercato di risvegliare il proprio popolo prima che fosse tardi. L’alleanza con i popoli vicini, minacciati anch’essi dall’invasore, fu il segno evidente che la politica non-interventista aveva ormai fatto il suo tempo.
Il nemico, capendolo, attaccò per primo.

L’organizzazione militare dell’invasore, che da anni si preparava a quel momento, era pari solo alla sua aggressività e brutalità; i popoli alleati, inizialmente fiduciosi, erano stati travolti dalla furia del nemico e terrore e morte stavano arrivando ovunque.
Victor, in tempo di guerra come in tempo di pace, si era distinto fin dall’ingresso nell’esercito, in breve convincendo chiunque delle sue capacità. Resosi conto che l’alleanza stava perdendo la guerra e la civiltà correva il rischio di ricadere nella barbarie, aveva lanciato l’idea di una incursione isolata, mirata al cuore del regime. I comandanti politici e militari avevano acconsentito, qualcuno per disperazione, perché capiva che, per quanto fosse una mossa disperata, non c’erano più molte alternative, altri perché da tempo invidiavano Victor e l’amore che il popolo nutriva per lui e vedevano adesso la possibilità di sbarazzarsene grazie a quella missione suicida.

Victor lanciò un’occhiata veloce al di là della finestra: il tramonto era ormai arrivato… la missione sarebbe iniziata in pochi minuti. Trasse un profondo respiro e, voltatosi, lanciò un’occhiata d’intesa ai suoi uomini.


III.
Una serie di esplosioni scosse la periferia sud della città. La sorpresa degli stati maggiori del regime fu grande: convinti di avere ormai la vittoria in tasca non si aspettavano un attacco, il risultato fu che l’esercito si mosse in maniera scomposta e disordinata verso i luoghi delle esplosioni, mentre il drappello degli uomini di Victor si dirigeva velocemente verso il palazzo presidenziale, in direzione opposta.
La tattica diversiva funzionò solo in parte: la Guardia del Regime, un reparto speciale dell’esercito, era rimasto a difesa del palazzo. Lo scontro a fuoco fermò il drappello di Victor che non riuscì ad entrare.
Ma Victor non era con loro. Conoscendo perfettamente il palazzo presidenziale, avendolo studiato nei minimi dettagli, aveva trovato la via per entrare approfittando della confusione dovuta alle esplosioni e all’attacco dei suoi uomini.
Arrivato alla camera del dittatore entrò, preparandosi allo scontro, ma trovò solo un vecchio, evidentemente molto malato, coricato sul suo letto. Il suo sguardo non era di paura, era piuttosto carico di odio.
“Uccidimi, mi toglierai solo da un’inutile agonia. Tanto il mio popolo non si fermerà. Per troppo tempo avete approfittato di noi, delle nostre terre, dei nostri beni. I nostri figli morivano di fame e voi vivevate nella ricchezza, avevate abbastanza cibo da sfamare il doppio del mondo intero. Ci servivano medicine, ci vendevate solo armi. Quante migliaia, milioni di persone morte avrebbero potute essere salvate!”.
Victor ascoltava, sapeva di avere davanti un uomo che, per quanto debole e malato, aveva dato terribili ordini di morte e distruzione, ma… sapeva anche che quanto raccontava era vero. Per anni lui stesso si era battuto affinché le cose cambiassero.
“Niente giustifica la crudeltà, nemmeno l’indifferenza”, disse infine e puntò la rivoltella.

Era passata solo un’ora e venti minuti dall’attacco quando Victor e i suoi uomini si ritrovarono.
“Allora capo, è andato tutto come previsto?”.
Victor guardò l’interlocutore per alcuni secondi che parvero interminabili, poi gli passò una micro-fotocamera.
“Qui c’è tutto: le loro postazioni, i loro piani, le località delle riserve e delle armi. Non sarà difficile rovesciare le sorti della guerra ora”.
“E… lui, è morto?”
“Non c’era” tagliò corto Victor “Devono averlo trasferito quando è iniziato l’attacco. Ma poco importa: quanto trovato basterà”.


IV.
“E muoviti, buono a nulla!” disse con tono spazientito Zoe al marito mentre lui rientrava con il grosso secchio per l’acqua appena riempito al pozzo.
“Ma chi me l’ha fatto fare…” aggiunse sottovoce ma non troppo, in modo che lui potesse sentirla.
Sade, come sempre, preferì rimanere in silenzio, ma la pressione di quelle frasi lo fece innervosire al punto da sbattere inavvertitamente il ginocchio contro lo stipite della porta. Lui lanciò un urlo di dolore, lei scoppiò a ridere.
“ahahah e poi dici che non è vero! Povero Raymond, ci credo che…”
“Zitta!”. Sade la fulminò con lo sguardo, conscio della gente del paese che, passando per la strada antistante la casa, si godeva la scena.
“Uh… perché, sennò che fai?” rispose Zoe in tono di scherno.
Sade di nuovo non rispose, limitandosi ad affrettarsi a rientrare in casa in modo da togliersi dall’imbarazzante sguardo dei vicini. Posò in terra il pesante secchio e abbracciò i suoi figli, William e Gertrude. Il calore di quell’abbraccio gli ridiede il piacere di essere a casa.
Quella sera, prima di addormentarsi, ripensò al suo matrimonio, a come era stato felice di avere Zoe, la donna più bella del paese, alla grande festa… la contentezza e i complimenti degli amici, Raymond tra tutti… Perfino lui non aveva mai nascosto l’attrazione per Zoe ma, da vero amico, era stato felice quando lei, non senza stupore generale, aveva deciso di sposare Sade.
Se avesse potuto vederlo adesso… ah, probabilmente il suo disprezzo sarebbe aumentato ancora di più. Sade non aveva mai superato la vergogna del suo gesto di viltà nella battaglia di sei anni prima. Aveva ripreso a vivere una vita normale, cercando di trovarvi rifugio, cercando spiegazioni plausibili alla paura di quei momenti: la moglie incinta che l’aspettava a casa, l’inutilità di un sacrificio che non avrebbe certo cambiato le sorti della guerra e nemmeno quelle del suo amico… sarebbe stato solo un caduto in più. Ma di fatto, da quel giorno, era andato sedendosi sempre di più, sotto il peso di un rimorso che cercava da allora di rimuovere.

Victor guardava la costruzione da vicino, progetto del palazzo in mano. Quell’edificio, distrutto nei bombardamenti della guerra terminata due anni prima e vecchia sede della sua Società, doveva essere l’emblema della ricostruzione, non solo in senso fisico ma anche in quello morale: avrebbe dovuto segnare il ritorno a una economia e una società più solidali. Per questo aveva deciso di farne il più moderno centro ospedaliero e di ricerca medica della nazione, finanziandone il progetto praticamente per intero. Non gli interessava il fatto che ciò avrebbe intaccato notevolmente il suo patrimonio, aveva visto troppa sofferenza in guerra, sognava un futuro in cui l’umanità fosse liberata dal male, anche se ben sapeva che in fondo quello era un sogno irrealizzabile, ma… meglio scalare 100 metri di una montagna alta venti volte di più, che non scalarla per nulla!
Il sindaco dovette tirarlo per la manica perché si decidesse alla foto di rito per l’inaugurazione del primo reparto accessibile dell’ospedale. Victor in realtà era un po’ infastidito da tutti quelli che considerava inutili riti, ma ben sapeva che tenere un buon rapporto con sindaco e autorità era fondamentale per avere in breve tempo tutti i permessi che servivano per la costruzione.
Indossò perciò il miglior sorriso di circostanza e, abbracciato il rubicondo sindaco, si prestò alle cure dei fotografi.

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L’ultima sfida – IV

pasto medioevo“E muoviti, buono a nulla!” disse con tono spazientito Zoe al marito mentre lui rientrava con il grosso secchio per l’acqua appena riempito al pozzo.
“Ma chi me l’ha fatto fare…” aggiunse sottovoce ma non troppo, in modo che lui potesse sentirla.
Sade, come sempre, preferì rimanere in silenzio, ma la pressione di quelle frasi lo fece innervosire al punto da sbattere inavvertitamente il ginocchio contro lo stipite della porta. Lui lanciò un urlo di dolore, lei scoppiò a ridere.
“ahahah e poi dici che non è vero! Povero Raymond, ci credo che…”
“Zitta!”. Sade la fulminò con lo sguardo, conscio della gente del paese che, passando per la strada antistante la casa, si godeva la scena.
“Uh… perché, sennò che fai?” rispose Zoe in tono di scherno.
Sade di nuovo non rispose, limitandosi ad affrettarsi a rientrare in casa in modo da togliersi dall’imbarazzante sguardo dei vicini. Posò in terra il pesante secchio e abbracciò i suoi figli, William e Gertude. Il calore di quell’abbraccio gli ridiede il piacere di essere a casa.
Quella sera, prima di addormentarsi, ripensò al suo matrimonio, a come era stato felice di avere Zoe, la donna più bella del paese, alla grande festa… la contentezza e i complimenti degli amici, Raymond tra tutti… Perfino lui non aveva mai nascosto l’attrazione per Zoe ma, da vero amico, era stato felice quando lei, non senza stupore generale, aveva deciso di sposare Sade.
Se avesse potuto vederlo adesso… ah, probabilmente il suo disprezzo sarebbe aumentato ancora di più. Sade non aveva mai superato la vergogna del suo gesto di viltà nella battaglia di sei anni prima. Aveva ripreso a vivere una vita normale, cercando di trovarvi rifugio, cercando spiegazioni plausibili alla paura di quei momenti: la moglie incinta che l’aspettava a casa, l’inutilità di un sacrificio che non avrebbe certo cambiato le sorti della guerra e nemmeno quelle del suo amico… sarebbe stato solo un caduto in più. Ma di fatto, da quel giorno, era andato sedendosi sempre di più, sotto il peso di un rimorso che cercava da allora di rimuovere.


Victor guardava la costruzione da vicino, progetto del palazzo in mano. Quell’edificio, distrutto nei bombardamenti della guerra terminata due anni prima e vecchia sede della sua Società, doveva essere l’emblema della ricostruzione, non solo in senso fisico ma anche in quello morale: avrebbe dovuto segnare il ritorno a una economia e una società più solidali. Per questo aveva deciso di farne il più moderno centro ospedaliero e di ricerca medica della nazione, finanziandone il progetto praticamente per intero. Non gli interessava il fatto che ciò avrebbe intaccato notevolmente il suo patrimonio, aveva visto troppa sofferenza in guerra, sognava un futuro in cui l’umanità fosse liberata dal male, anche se ben sapeva che in fondo quello era un sogno irrealizzabile, ma… meglio scalare 100 metri di una montagna alta venti volte di più, che non scalarla per nulla!
Il sindaco dovette tirarlo per la manica perché si decidesse alla foto di rito per l’inaugurazione del primo reparto accessibile dell’ospedale. Victor in realtà era un po’ infastidito da tutti quelli che considerava inutili riti, ma ben sapeva che tenere un buon rapporto con sindaco e autorità era fondamentale per avere in breve tempo tutti i permessi che servivano per la costruzione.
Indossò perciò il miglior sorriso di circostanza e, abbracciato il rubicondo sindaco, si prestò alle cure dei fotografi.

[continua]
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L’ultima sfida – III

contingenteUna serie di esplosioni scosse la periferia sud della città. La sorpresa degli stati maggiori del regime fu grande: convinti di avere ormai la vittoria in tasca non si aspettavano un attacco, il risultato fu che l’esercito si mosse in maniera scomposta e disordinata verso i luoghi delle esplosioni, mentre il drappello degli uomini di Victor si dirigeva velocemente verso il palazzo presidenziale, in direzione opposta.
La tattica diversiva funzionò solo in parte: la Guardia del Regime, un reparto speciale dell’esercito, era rimasto a difesa del palazzo. Lo scontro a fuoco fermò il drappello di Victor che non riuscì ad entrare.
Ma Victor non era con loro. Conoscendo perfettamente il palazzo presidenziale, avendolo studiato nei minimi dettagli, aveva trovato la via per entrare approfittando della confusione dovuta alle esplosioni e all’attacco dei suoi uomini.
Arrivato alla camera del dittatore entrò, preparandosi allo scontro, ma trovò solo un vecchio, evidentemente molto malato, coricato sul suo letto. Il suo sguardo non era di paura, era piuttosto carico di odio.
“Uccidimi, mi toglierai solo da un’inutile agonia. Tanto il mio popolo non si fermerà. Per troppo tempo avete approfittato di noi, delle nostre terre, dei nostri beni. I nostri figli morivano di fame e voi vivevate nella ricchezza, avevate abbastanza cibo da sfamare il doppio del mondo intero. Ci servivano medicine, ci vendevate solo armi. Quante migliaia, milioni di persone morte avrebbero potute essere salvate!”.
Victor ascoltava, sapeva di avere davanti un uomo che, per quanto debole e malato, aveva dato terribili ordini di morte e distruzione, ma… sapeva anche che quanto raccontava era vero. Per anni lui stesso si era battuto affinché le cose cambiassero.
“Niente giustifica la crudeltà, nemmeno l’indifferenza”, disse infine e puntò la rivoltella.

Era passata solo un’ora e venti minuti dall’attacco quando Victor e i suoi uomini si ritrovarono.
“Allora capo, è andato tutto come previsto?”.
Victor guardò l’interlocutore per alcuni secondi che parvero interminabili, poi gli passò una micro-fotocamera.
“Qui c’è tutto: le loro postazioni, i loro piani, le località delle riserve e delle armi. Non sarà difficile rovesciare le sorti della guerra ora”.
“E… lui, è morto?”
“Non c’era” tagliò corto Victor “Devono averlo trasferito quando è iniziato l’attacco. Ma poco importa: quanto trovato basterà”.

[continua]

L’ultima sfida – II

soldatiNell’interno dell’appartamento regnava un silenzio irreale. Victor e il resto del commando si trovavano in pieno centro, a pochi passi dal palazzo reale, fulcro del governo degli invasori. La tensione tra gli uomini era palpabile.

Il viaggio fino lì era stato pieno di insidie, un tentativo disperato, un azzardo a cui quasi nessuno aveva dato la benché minima speranza. Victor però aveva pianificato tutto nei minimi dettagli, così come nel decennio precedente aveva imparato a fare in tempo di pace. Partendo da zero aveva portato la sua piccola azienda ad un successo e una espansione senza precedenti, divenendo leader carismatico di un nuovo modo, pulito, di fare economia, ed arrivando nonostante la sua giovane età ad essere una sorta di sovrano non riconosciuto, la cui parola veniva presa in considerazione molto più di quella del governo e dei suoi politici.
A Victor non piaceva la politica, se ne era sempre tenuto alla larga. La trovava troppo lenta, farraginosa, quasi astratta. Lui, che aveva sempre lavorato per il benessere suo e degli altri, preferiva operare sul campo, a contatto quasi fisico con le persone, dove era possibile vedere e toccare risultati concreti e tangibili in un tempo ragionevole. Per questo era entrato facilmente nelle grazie dei lavoratori prima e dell’intero popolo poi. Si sentiva ripagato di percepire che, iniziata l’irresistibile ascesa della sua azienda e delle sue attività, non avevano affatto smesso di vederlo come uno di loro, al contrario: era l’esempio eclatante di come le cose, per tutti, possano cambiare. E poi il suo stile di vita era molto lontano dagli eccessi che allontanavano le classi agiate dal popolo. In fondo lui stesso era spesso infastidito di essere al centro dell’attenzione.

Pacifista convinto, era entrato in crisi quando alle voci di presunti massacri si erano sostituite le prove sicure di sterminio e genocidio compiute dal popolo degli invasori. Quando una cosa diventa troppo grande diviene difficile nasconderla, soprattutto nel secolo dei mass-media e di Internet, e le immagini avevano iniziato presto a sfuggire al controllo del regime nemico. In più era ormai chiaro che truppe e armamenti si stavano avvicinando sempre più al confine, e forse tra di esse si celavano anche armi non convenzionali.
All’evidenza che il dialogo era ormai usato dal regime solo per prendere tempo e preparare l’attacco, Victor aveva rotto gli indugi e aveva cercato di risvegliare il proprio popolo prima che fosse tardi. L’alleanza con i popoli vicini, minacciati anch’essi dall’invasore, fu il segno evidente che la politica non-interventista aveva ormai fatto il suo tempo.
Il nemico, capendolo, attaccò per primo.

L’organizzazione militare dell’invasore, che da anni si preparava a quel momento, era pari solo alla sua aggressività e brutalità; i popoli alleati, inizialmente fiduciosi, erano stati travolti dalla furia del nemico e terrore e morte stavano arrivando ovunque.
Victor, in tempo di guerra come in tempo di pace, si era distinto fin dall’ingresso nell’esercito, in breve convincendo chiunque delle sue capacità. Resosi conto che l’alleanza stava perdendo la guerra e la civiltà correva il rischio di ricadere nella barbarie, aveva lanciato l’idea di una incursione isolata, mirata al cuore del regime. I comandanti politici e militari avevano acconsentito, qualcuno per disperazione, perché capiva che, per quanto fosse una mossa disperata, non c’erano più molte alternative, altri perché da tempo invidiavano Victor e l’amore che il popolo nutriva per lui e vedevano adesso la possibilità di sbarazzarsene grazie a quella missione suicida.

Victor lanciò un’occhiata veloce al di là della finestra: il tramonto era ormai arrivato… la missione sarebbe iniziata in pochi minuti. Trasse un profondo respiro e, voltatosi, lanciò un’occhiata d’intesa ai suoi uomini.

L’ultima sfida – racconto

guerrieroRaymond perdeva vistosamente sangue dal braccio sinistro, sembrava ormai incapace di muoverlo. Le sua urla, di rabbia più che di dolore, erano impressionanti, già da sole incutevano terrore nei nemici che osavano affrontarlo. Ogni colpo di spada inferto con il possente braccio destro e lo slancio del corpo, era una minaccia mortale per chi gli si parava di fronte. Raymond era un mito, un eroe, il trascinatore impavido del suo popolo. Però stavolta non aveva più la protezione del suo scudo, essendo incapace di reggerlo con il braccio sinistro, e questo dava coraggio ai numerosi guerrieri barbari che si spingevano verso di lui. Raymond cercò con lo sguardo Sade, suo amico di infanzia, purtroppo non altrettanto capace con le armi. Il suo viso, più che la sua voce, chiedeva aiuto, i nemici erano troppi perfino per lui. Ma Sade non c’era o, per essere più precisi, non era visibile: preso dal panico per l’evidenza dell’impari rapporto di forze, si era nascosto all’interno di un folto cespuglio, tremando come una delle sue foglie.
Un altro colpo di spada, altre urla, altro sangue avversario che veniva sparso, Raymond combatteva con la forza di dieci leoni. Ma infine una lama nemica squarciò il suo volto, aprendogli la guancia sinistra e stordendolo, più per lo stupore che per il dolore. Un istante di sbandamento che gli fu fatale: la spada di un altro avversario gli si conficcò in pieno addome. Raymond e il barbaro restarono immobili, quasi increduli, l’uno di essere sul punto di essere sconfitto, cosa che lo feriva più del pensiero di essere sulla sponda dell’aldilà, l’altro di aver realmente colpito “l’invincibile”. Poi il barbaro ritrasse la lama e in un silenzio irreale poiché compagni ed avversari si erano fermati, anch’essi increduli, Raymond, ormai sfigurato da sangue e ferite, fece due passi indietro e poi caddé rovinosamente sulla schiena.
Un urlo si levò dai barbari, mentre i compagni di Raymond si sentirono improvvisamente deboli e indifesi.

Era ormai l’alba quando Sade trovò il coraggio di lasciare il cespuglio che gli aveva dato riparo. Da lì aveva aveva assistito al massacro dell’armata di cui faceva parte. I suoi compagni d’armi, tra cui molti amici, erano caduti uno dopo l’altro sotto i suoi occhi. La testa di Raymond era stata mozzata per essere portata in patria dai barbari come prova della loro vittoria. Il resto del cadavere era a non più di venti metri dal cespuglio in cui era rimasto nascosto Sade.
Lungi dal sentire rimorso per la sua vigliaccheria, Sade non riusciva a pensare ad altro che alla giustificazione che avrebbe potuto portare in patria, a spiegazione del fatto di essere rimasto non solo l’unico sopravvissuto, ma di essere anche completamente illeso.
[continua]

Ritorno a casa – racconto

Era tanto tempo che Klaus non tornava nella casa che fu della sua infanzia. L’effetto non poteva che essere strano… indefinibile quasi. Regnava il silenzio, dentro e fuori di lui, come se fosse necessario creare le condizioni affinché i ricordi riaffiorassero.
Fin dalla scalinata di marmo bianco, già ingiallito ai suoi tempi, una ridda di silenziosi pensieri fatti da immagini e intuizioni più che da parole, presero il sopravvento. Quanto gli sembravano più piccole quelle scale, quell’androne, rispetto a come in tutti quegli anni aveva ricordato! Si vedeva quando da bambino scendeva gli scalini a tre a tre, a quattro a quattro, perfino saltando rampe intere, servendosi del corrimano per darsi lo slancio. Ricordò quando, con orrore, vide un grosso topo di fogna che, non si sa come, era arrivato quasi all’ultimo piano, dove lui abitava con la famiglia.
Arrivò in cima, ma prima di andare alla porta scrutò il panorama dalla finestra del pianerottolo. Quanti piccioni feriti o troppo piccoli per volare erano entrati da lì! Quanti ne avevano curato, per poi lasciarli andare! Qualcuno di loro era diventato perfino amico di famiglia e, una volta liberato, tornava di tanto in tanto, come per gratitudine. Dalla stessa finestra una volta si poteva vedere una colonia di pipistrelli volare in lontananza, nei pressi di un vicino monte. Uscivano al calar delle tenebre, erano così numerosi da sembrare una nuvola nera. Uno di loro era anche entrato in casa una volta, che lotta per cercare di farlo uscire!
In basso c’era la terrazza appartenente al primo piano e, più sotto, il giardino antistante l’ingresso del palazzo, dove, ricordò, erano sepolti diversi animali che aveva avuto da bambino.
Un attimo dopo si decise e si trovò nel vasto ingresso dell’appartamento. A suo tempo era stato un unico salone, diviso da un semplice tendone verde. Riconobbe la spaccatura sul pavimento; andava da un lato all’altro della sala e si era sempre chiesto da cosa potesse essere stato provocato. Diede un’occhiata allo studio austero del padre, ad altre camere ad esso collegate. Poi attraversò un breve corridoio e si ritrovò nella grande camera che aveva a lungo condiviso con i fratelli. Un altro corridoio, stavolta più lungo. Altre camere. Il bagno dove il padre aveva a suo tempo tirato il collo ad una gallina comprata solo poco tempo prima… con risultati disastrosi: ci aveva messo un tempo interminabile e, da fuori, nonostante la porta chiusa, si sentiva il povero animale strillare disperato.
Poi la cucina, dove, sua madre raccontava, lui era venuto al mondo… ma chissà se era vero o se lei si confondeva con qualcuno dei suoi fratelli, più vecchi di lui.
C’era una porta finestra, un terazzino e delle scale di ferro che portavano al terrazzo. Le salì e si guardò attorno. Di nuovo lo ricordava molto più grande, ma era bambino allora.
Entrò nella soffitta. Era sempre stata usata come magazzino e, per scelta dei volatili che avevano utilizzato una piccola finestrella lasciata sempre aperta, come piccionaia. C’era ancora una grande confusione lì dentro!
Fu allora che gli venne in mente quello che non sapeva se trattarsi di ricordo o sogno: c’era un passaggio segreto in quella piccola soffitta, un passaggio che riportava alla cucina, ma… anche da altre parti, da qualche altra parte, non ricordava dove…
Nel corso degli anni aveva sognato quel passaggio innumerevoli volte, e ogni volta portava in un posto diverso. L’ultima volta fu nel tetro piano di un palazzo, apparentemente un ospedale, dove aveva visitato la madre morente, lì ricoverata.
Quel passaggio era stato così ricorrente nel suo mondo dei sogni, da fargli venire il dubbio che si trattasse di ricordi di un’infanzia lontana, piuttosto che di sogni.
Si guardò attorno, attentamente. Spostò alcuni scatoloni che erano davanti a dove gli pareva esserci il passaggio segreto. Ma trovò solo il muro.
Iniziò a tastare con attenzione la parete. Improvvisamente la sua mano non toccò più nulla… attraversò letteralmente il muro!
Con cautela ma decisione, Klaus attraversò la parete…

“Mark, ce l’hai stavolta vero?!”
“Non lo so, Barbara… si vede di nuovo quell’ombra che attraversa la stanza… ma forse è solo un gioco di luci…”
“Ma non è possibile! Sempre lo stesso percorso, in continuazione! E poi quel suono di passi, e la temperatura che si abbassa di colpo!”
“… non so che dirti, le immagini non sono chiare…”

Era tempo che Klaus non tornava a visitare la sua casa, dove aveva abitato un tempo…

scalinata

Un mondo perfetto – racconto

famigliaUn’altra produttiva e soddisfacente giornata di lavoro era alle spalle. Walter aveva chiuso ben tre contratti, ricevuto i complimenti dei suoi superiori e promesse di nuove gratifiche, se ancora ne avesse avuto bisogno.
Salì sulla sua Mercedes decapottabile ultimo modello e si diresse verso casa. Nella solita scarsità di traffico era sempre agevole e piacevole guidare; la sua mente poteva correre liberamente a tutti i bei ricordi della sua vita, ad esempio a quando aveva incontrato quella splendida donna che sarebbe poi diventata sua moglie: era una limpida giornata di Primavera, lui stava passeggiando con un amico nel parco quando, per caso o curiosità, i suoi occhi si posarono su un gruppo di ragazze che stavano giocando a pallavolo… e la vide. Un attimo dopo Walter guardò l’amico e gli disse “Quella donna deve essere mia!”. Sei mesi dopo, come da promessa, la sposò.
Arrivato a casa, i suoi due pargoli Frank e Anna gli corserò incontro abbracciandolo con gioia, subito seguiti dalla moglie Claire. Brown invece, uno splendido pastore tedesco, lo aveva accolto festosamente già nello splendido giardino antistante la sua villetta.
Come al solito Walter scoprì che la moglie stava preparando esattamente cosa lui desiderava per cena, era davvero fantastica quella donna! A volte Walter si chiedeva se fosse dotata di poteri paranormali…
Si sedette nel lussuoso salotto e accese la TV al plasma da 74” che campeggiava sulla parete di fronte al divano. Solite notizie, quelle che ormai ascoltava tutti i giorni: nuovi successi nel campo di scienza e medicina, manifestazioni culturali e sportive perfettamente riuscite, impegno comune di politici di opposte fazioni per migliorare la qualità della vita… niente di nuovo.
Finita la cena, squisita come sempre, i bambini furono contenti di andare a dormire e lui si ritirò in camera con sua moglie. Non era per la dolcezza di lei, né perché sembrava uscita da una rivista patinata per quanto era bella, che ogni notte era sensuale e ricca come la prima, ma piuttosto per… una sana e gioiosa abitudine. Facevano a lungo l’amore e poi si addormentavano abbracciati e felici lasciandosi trasportare in bellissimi e sereni sogni.

La mattina dopo Walter si svegliò dolcemente, proprio un attimo prima che la sveglia suonasse. La spense e si alzò, sempre pieno di energia e di voglia di vivere.
Improvvisamente, mentre si dirigeva verso il bagno, la vista di Walter si oscurò senza che lui potesse avere il tempo di rendersene conto. Fu un attimo, dal nero si passò al blu, un blu uniforme… poi le lettere iniziarono a scorrere: a problem has been detected and windows has been shut down to prevent damage (“è stato trovato un errore e windows è stato spento per prevenire danni”).

Poi comparvero le istruzioni di rinizializzazione.

Che fastidio! Ogni tanto capitava: quegli esseri che avevano creato il suo mondo, gli esseri umani, ormai estinti da centinaia di anni, erano stati imprecisi e ogni tanto il sistema andava in stallo e si rinizializzava!
Niente di grave, intendiamoci, si trattava di pochi minuti, ma certo riniziare tutto da capo era fastidioso. Per fortuna anche la memoria di Walter, programma del ventiduesimo secolo, veniva cancellata, quindi lui non si ricordava mai di aver già vissuto quella vita.

Era una splendida giornata di Primavera e Walter, un ragazzo di 22 anni, rimase affascinato mentre vedeva Claire, una giovane donna, giocare a pallavolo nell’apposita area del parco assieme alle sue amiche…

bluescreenp.s.: buon 2010 a tutti!! 😛

L’invincibile – Racconto

ArmandoLa serata si stava per concludere. Armando era soddisfatto: aveva riscosso il solito successo con le ragazze e visto il rispetto negli occhi dei ragazzi. D’altronde era molto conosciuto, non solo in quella discoteca, ma in tutti i locali che frequentava e nel quartiere dove abitava. Certamente per aspetto atletico e per modi di fare, era uno che non passava inosservato: era brillante, e sapeva di esserlo. Poco importava se qualcuno ne parlasse come del classico bullo di quartiere, era sicuramente solo invidia.
Quella sera però era successo qualcosa di diverso. Chiara, una ragazza bella e semplice, l’aveva colpito profondamente. Strano per un tipo abituato a valutare solo la “carrozzeria” di chi aveva davanti. Ma quegli occhi l’avevano ammaliato e quella timidezza aveva forse fatto presa su un istinto di protezione fino a quel momento sconosciuto. Ne era turbato, come se sentisse che grazie a quell’incontro, tutta la sua vita sarebbe cambiata in breve tempo…

Chiara non stava più nella pelle. Tornando verso casa in auto, le amiche l’avevano presa bonariamente in giro tutto il tempo, con un pizzico di invidia forse, ma anche con sincera contentezza per una persona che sapevano essere bella e brava, ma davvero troppo timida, una timidezza che le aveva sempre portato poca fortuna in amore… fino a quel momento.
Lei di contro, arrossendo, si schermiva cercando di cambiare discorso o di sminuire la cosa…
“Ma dai! Sarò solo una delle tante! Domani non si ricorderà nemmeno più chi sono!”
“Smettila! Ma non hai visto come ti guardava?”

Quella notte Chiara non chiuse occhio, sognando, sì… ma ad occhi aperti. Proprio lei, che si era sempre sentita una Cenerentola…

Armando, ormai sbronzo dopo il terzo Negroni, si diresse verso la Mercedes del padre.
“Dai Arma’, ti accompagno io, e’ meglio!” – disse Lorenzo, il suo amico
più vicino.
“Ma va’… che quella con il toppino bianco ti ha messo gli occhi addosso! Non fartela scappare!” replicò lui appoggiandosi con la schiena all’auto, l’aspetto poco lucido.
“Armando… guarda che stai barcollando, sei sicuro? Per me non è un problema eh! Quella viene sempre qua, l’ho già vista altre volte…”
“Senti… non rompere, ok? Per chi mi hai preso? Non sono brillo, ci vuole altro!".

Chiara si era alzata da poco. Era molto stanca per la notte insonne… ma era stato così bello sognare!
Aveva appena finito di fare colazione e si stava cambiando per andare all’università, quando il cellulare squillò. Era la sua amica del cuore, quella che conosceva Lorenzo e che in pratica aveva permesso l’incontro con Armando, la voce era greve…
“Chiara… Armando è in ospedale… un incidente…”

Chiara non ebbe nemmeno il coraggio di chiedere le sue condizioni, chiese solo dove fosse ricoverato e corse a trovarlo.
Non le fu facile entrare, solo i parenti potevano, ma Lorenzo convinse la madre di Armando e il dottore a lasciarla passare, argomentando che a lui avrebbe certamente fatto piacere.

Armando giaceva immobile sul letto, intubato. In pratica solo il viso spuntava da una specie di scatola protettiva con cui era stato coperto per evitare il contatto del corpo con indumenti o lenzuola. Il suo bel viso era adesso una maschera di sangue, filo da sutura e bruciature.
Chiara non riuscì a reprimere un sussulto e il gesto di portarsi le mani in viso… Si voltò verso Lorenzo, con lo sguardo spaventato e interrogativo.
Lorenzo abbassò gli occhi… e Chiara capì.

L’unico gesto vitale di Armando concessole al posto di un sogno che avrebbe potuto durare una vita, e durò solo una notte, furono i suoi occhi. Occhi che dicevano “Perdonami. Mi dispiace…”.



Questo mio racconto fa’ seguito all’invito di moser56 a richiamare l’attenzione sul problema della guida in stato di ebbrezza (e non solo). Nel suo post catena (lettera aperta), moser56 invita chiunque abbia un blog a dedicare un post su tale argomento, ognuno a proprio modo.
Questo racconto è il mio contributo.

No alcool

Rosabelle, credi… – Parte I: Biografia romanzata

“Sono stanco di combattere… Immagino cosa sta per succedermi…” disse Erik a Theo, il fratello che lo stava vegliando sul letto d’ospedale. Ormai sentiva le forze abbandonarlo.
Girò la testa verso sinistra e iniziò a ricordare…

Ricordò sua madre mentre, quando era ancora bambino, gli parlava della bella Budapest, città da cui venivano ma che avevano lasciato quando lui aveva due anni per trasferirsi in America, in cerca di una vita migliore.
Ma non era andata proprio così e a soli 8 anni Erik aiutava la famiglia, numerosa, vendendo giornali e lucidando scarpe. Le sue passioni però erano l’atletica e gli esercizi acrobatici, ai quali si dedicava non appena poteva. Era diventato così bravo che già a nove anni riusciva a tirare su qualche soldo eseguendo evoluzioni acrobatiche al trapezio e autoproclamandosi “Erik, il principe dell’aria!”.

Un sorriso nacque spontaneo sul viso di Erik… ma chissà se erano visibili al fratello… si sentiva così debole…

Ricordò quando a 12 anni scappò di casa e, prendendo il treno, arrivò fino a Kansas City. Gli stava già stretta la vita nel Wisconsin! Tornò in famiglia solo un anno dopo, anche perché questa si era nel frattempo trasferita nella grande New York City.
Purtroppo la situazione economica non era cambiata molto, lui continuava a fare diversi lavori umili per riuscire a sopravvivere.
Erik e uno dei suoi fratelli, proprio Theo, iniziarono a nutrire curiosità ed interesse per gli spettacoli di magia e… questo cambiò la sua vita in un modo che non avrebbe potuto immaginare.
A soli 17 anni, lui e Theo iniziarono a tenere spettacoli di magia essi stessi. Arrivavano a fare fino a 20 spettacoli al giorno!
Poi, un giorno, Erik conobbe una giovane cantante diciottenne, Beatrice, e… la vita gli sorrise: si sposarono quando lui aveva solo 20 anni. Lei divenne la sua collaboratrice, mentre il fratello Theo intraprendeva una carriera solista.
Erik e Bess, così lui chiamava Beatrice, restarono assieme in fedeltà tutta la vita. Lei si occupava di ogni cosa, in modo che lui potesse dedicarsi esclusivamente a ciò che più lo interessava: l’illusionismo!
Assieme si unirono ad un circo: lui teneva spettacoli di magia, lei cantava e ballava. La specialità di Erik era la capacità di liberarsi da ogni tipo di manette, arrivò in breve a offrire 100 dollari, all’epoca una cifra enorme, a chiunque avesse dimostrato di avere manette dalle quali lui non sarebbe riuscito a liberarsi. Ma… vinceva sempre!
In breve passò dalle manette a fughe sempre più complesse, come le camicie di forza, iniziando a girare tutto lo stato con i suoi spettacoli. Ma poi, non contento, decise di tentare la fortuna a Londra, seppure con pochi dollari in tasca.
Sfidò nientemeno che Scotland Yard in una spettacolare fuga che lo rese celebre: si liberò dalle manette della polizia londinese legato ed appeso ad una gru, davanti a tutti.
Ovunque andasse in Europa, sfidava la polizia locale e… vinceva. Sembrava non ci fosse modo di fermarlo: era capace di liberarsi perfino legato sott’acqua!
Tornò in America da star e lì continuò a… scappare: camicie di forza, prigioni celebri e ritenute sicure, perfino bidoni del latte pieni di acqua e chiusi ermeticamente. Il suo spettacolo più celebre però consisteva nel restare sospeso a testa in giù in una cassa di vetro e acciaio piena d’acqua e chiusa a chiave. Si chiamava “la cella della tortura cinese”.

Poi Erik ricordò la morte della madre, a cui era profondamente legato. Ricordò come questo accese ancora di più il suo interesse per la vita dopo la morte; come si interessò di spiritismo, nella speranza di poter essere messo in contatto con la madre defunta o, perlomeno, di sapere con certezza che non era svanita per sempre.

Ricordò le immense delusioni quando, proprio sfruttando le proprie abilità di illusionista, riusciva a smascherare medium che gli promettevano prove di quanto andava cercando. Aveva promesso un premio di 10.000 dollari a chi sarebbe riuscito a dargli quella prova ma… non nessuno ci riuscì. O almeno questa era la conclusione cui era arrivato, seppure non sempre era riuscito a spiegare proprio tutto ciò che vedeva.
Deluso, in una conferenza pubblica dichiarò che non aveva nulla contro le religioni, ma che lo spiritismo… era falso: in più di trent’anni nessuno era stato capace di dimostrarsi un medium vero. Non poteva più crederci.

Ricordò con dolore come questa posizione lo portò alla rottura con un suo grande amico, al quale era stato legato proprio dagli albori della sua ricerca spiritista: Sir Arthur Conan Doyle, autore di Sherlock Holmes e profondo credente nello spiritismo. Doyle si era messo in testa che i successi di Erik fossero dovuti all’aiuto di “qualcuno” che dall’aldilà lo sosteneva. Ma questo era per lui una credenza ormai inaccettabile. In breve iniziarono ad attaccarsi pubblicamente e la loro amicizia finì.

Erik sentiva che la vita lo stava abbandonando… la sua mente lo portò ai fatti recenti, a quello sciocco incidente che gli era capitato poco tempo prima: per dimostrare che grazie ai suoi addominali era capace di resistere a pugni nello stomaco, permise ad uno studente universitario – e pugile dilettante – di colpirlo. Ma lo studente subdolamente lo distrasse al fine di coglierlo impreparato, con gli addominali rilassati, e lo colpì con violenza più volte. Erikh si accasciò al suolo ma non accettò di interrompere gli spettacoli che aveva in programma, nemmeno dietro esplicito suggerimento del suo medico.
Dopo il ricovero parlarono di peritonite, forse causata – o perlomeno aggravata – dai pugni ricevuti. A quel tempo non esistevano i moderni antibiotici e la peritonite era quasi sempre mortale. Lui aveva resistito più del previsto, ed era pronto per un secondo intervento che forse avrebbe potuto salvargli la vita… ma adesso quella vita gli stava sfuggendo.

“Sono stanco di combattere… Immagino cosa sta per succedermi…” furono le sue ultime parole.

Erik Weiss, in arte Harry Houdini, il più grande illusionista della storia, morì quel pomeriggio, all’età di 52 anni, al Detroit’s Grace Hospital, stanza 401.
Erano le 13:26 del 31 Ottobre 1926: il giorno di Halloween.


[ fine prima parte ]


http://video.google.com/googleplayer.swf?docid=-6074481647946629884&hl=it&fs=true

nota: la storia si ispira alle reali note biografiche del grande Houdini, cercando, per quanto possibile, di rimanere ed esse fedele.

 

Eternity – Racconto

L’annuncio era stato dato con grande e comprensibile clamore: l’elisir di lunga vita, quello che tutti avevano sempre sognato, sembrava funzionare. I pazienti miglioravano e guarivano, anche quelli con malattie in fase terminale; l’età si arrestava e, nelle persone anziane, sembrava anzi andare a ritroso riportando allo splendore degli anni migliori. Non parevano esserci controindicazioni, anche i più scettici sembravano non avere appigli stavolta. Il dottor Lincoln Gold, prima emerito sconosciuto, era ormai diventato il Salvatore, il Genio, colui che aveva cambiato per sempre il corso della storia cancellando la morte.
Presto anche i più reticenti si convinsero che forse per una volta sarebbe stato meglio non appellarsi al rispetto delle leggi della natura, in fondo sull’altro piatto della bilancia c’era qualcosa che pesava enormemente di più: l’eternità.

Nel giro di pochi anni tutto cambiò.
Ci si rese conto che la procreazione non era più un lusso sostenibile, bisognava arrestare la crescita demografica e, essendo i decessi ridotti al lumicino, alle sole morti violente, non restava che la sterilizzazione di massa che, per democrazia, venne applicata a tutti, senza risparmiare re, santi, presidenti.
Peccato… niente più bambini, ma per l’eternità non era questo un piccolo prezzo da pagare?

Aumentò in breve tempo il tasso dei suicidi, come se, in fondo, precedentemente la morte avesse ricoperto anche un ruolo consolatorio, dando la sotterranea idea, a chi era in difficoltà, che in ogni caso una fine ci sarebbe stata, a tutto, anche ai drammi ed ai dolori dell’anima. Cosa questa che adesso non succedeva più. Non in maniera naturale almeno. E molti impazzivano, al pensiero di restare prigionieri in eterno in una vita dalla quale non riuscivano ad emendarsi.

Ma i più semplicemente non ci pensavano, continuavano come sempre, o forse peggio, con in più l’idea che “ci sarà sempre tempo per…”.
Non avevano più lo stesso peso le sconfitte o i soprusi, prima o poi la ruota sarebbe necessariamente girata. Caspita… nell’eternità tutto deve succedere, prima o poi…

Un giorno, molti decenni più tardi, una notizia fece il giro del mondo: c’era un morto, e non era qualcuno deceduto in maniera violenta. Non era stato ucciso. Non c’era stato alcun incidente. Semplicemente il suo cuore sembrava essersi spento.
Ma in pochi diedero peso alla notizia. Faceva più scalpore il decimillesimo goal festeggiato da Del Piero nel corso della sua partita numero 12.453.
Ma pochi mesi dopo, un altro morto. Identiche circostanze. E poi un altro ancora. E un altro, stavolta a pochi giorni di distanza. E le domande e le preoccupazioni si fecero serie…

Correva il 168° giorno dell’anno numero 223 dopo la grande invenzione del dottor Gold. L’ultimo uomo stava ormai per morire, e con esso l’umanità.
Carl, così si chiamava, non era nemmeno disperato, sapevo ormai da molto tempo che sarebbe venuto anche il suo momento. Certo, pensare ad un mondo senza esseri umani, pensare di essere l’ultimo, rendeva quei momenti ancora più strani, indefinibili…
Ad un certo punto, Carl si rese conto che qualcuno lo stava osservando ed alzò gli occhi…

“Io… la conosco… ho già visto il suo volto… Sì! Lei è Gold! Il dottor Gold! Ed è vivo! Ma che è successo dottore? Perché stiamo morendo tutti?”
“Gold… che buffo nome…” disse il dottore parlando con calma, con voce profonda.
“Sai perché scelsi di chiamarmi così: Gold (Oro)? Te lo spiegherò, se avrai la cortesia di resistere ancora 5 minuti, prima di… morire”.
Carl guardava incredulo, forse non afferrando nemmeno pienamente le parole di Gold.
“Da quando siete arrivati sulla terra, pochi milioni di anni fa’, siete sempre stati una spina nel mio fianco. Vi mietevo a migliaia, a milioni, ma non vi estinguevate mai. Ho eliminato animali molto più forti, come i dinosauri, ma voi… no! Con la vostra arroganza, con il credervi protetti dal vostro ridicolo Dio, siete sempre sopravvissuti! A nulla sono servite la peggiori carestie, le epidemie più virulente… Tante specie ho fatto estinguere, a volte curiosamente con il vostro aiuto. Mi sono anche ritrovato a sperare che faceste da soli, osservando le vostre bellissime guerre! Ahahah Ma… niente, non c’era niente da fare! Incredibile… Non ci riuscivate nemmeno da voi! Non sapevo più cosa inventarmi! Ma ormai era diventata una questione di principio, una sfida tra il vostro Dio e me… la Morte. Capisci?”
Pronunciando queste parole, la Morte si tolse la perfetta maschera che ne ricopriva la testa scoprendo il suo vero volto, ovvero un bianco teschio ormai levigato da milioni di anni…
“Ho capito che potevo farcela solo quando ho notato i risibili tentativi di spodestare il vostro Creatore, volendo divenire Dio voi stessi, comandando la Natura, le stagioni, il corso della vita… Volevate l’Eternità, la Pietra Filosofale, l’Oro alchemico… ahahah Ed eccomi! Gold! Ahahah Che facile che è stato! Bastava cavalcare il vostro desiderio di onnipotenza! Se solo l’avessi capito prima… ci saremmo risparmiati migliaia e migliaia d’anni di ridicola presunzione!
Ma, per fortuna, non è mai troppo tardi…”

La Morte tirò fuori dal mantello la sua falce e si accinse all’ultimo fendente…

morte