Qual è il gregge peggiore?

Da che mondo è mondo si è sempre sentito parlare di “gregge” sebbene non sempre in termini negativi, basti pensare al buon pastore che cura il suo gregge, ma oggi il termine gregge ha assunto una connotazione negativa, perfino i pubblicitari cavalcano l’onda dello “essere sé stessi distinguendosi dalla massa”.

Peccato che l’essere sé stessi non dovrebbe dipendere da cosa fa, o da come è, la maggioranza delle persone: se uno è sé stesso lo è indipendentemente dagli altri, in alcune cose il suo modo di essere sarà in accordo con quello della maggioranza, in altri aspetti sarà diverso. E’ normale che sia così. D’altronde cos’è la “maggioranza” se non una media? E una media viene fuori da tutto: si calcola tenendo conto degli estremi e da tutto ciò che sta in mezzo. Non può non esistere una maggioranza, non sarebbe possibile. Nel momento in cui una minoranza diventa prevalente diviene maggioranza. Quindi chi per definizione si oppone alla maggioranza dovrebbe costantemente cambiare sé stesso man mano che la maggioranza cambia (il che avviene costantemente nel passare degli anni). E’ una assurdità. Non è in cerca di sé stesso, vuole solo distinguersi dagli altri, vuoi per darsi un tono di superiorità (non perché sia davvero superiore ma perché “non è come gli altri”, e tanto gli basta), vuoi per giustificare e, soprattutto, autogiustificare i propri comportamenti, scelte, paure. Faccio qualcosa che mi piace fare oppure non la faccio perché ho paura di farla. Invece di ammettere semplicemente che le cose stanno così, primo passo per capire se si sto andando su una strada giusta e costruttiva, cerco la giustificazione nel fatto che “non sono una pecora che fa parte del gregge”.
Chi cerca sé stesso non decide in base agli altri, li ascolta, certo, ma poi decide con la propria testa. Se decide di fare sempre cosa la maggioranza fa oppure di non fare sempre cosa la maggioranza fa, è condiziato da essa allo stesso modo. Forse nel secondo caso perfino di più, perché voler essere sempre “contro” è stancante.

Non c’è peggior gregge di quello che identifica, spesso artificialmente, un gregge dal quale distinguersi così da giustificare e autogiustificare le proprie scelte, spesso dettate dalla paura, o darsi egocentricamente un tono di superiorità.

C.G. Jung e la spiritualità necessaria

Dopo 15-20 anni dalla prima lettura, ho da un po’ finito la rilettura del libro di Carl Gustav Jung “Ricordi, sogni, riflessioni” . E’ un bellissimo libro, una autobiografia più emozionale e psicologica che storica del grande psichiatra svizzero. Avevo deciso di soprassedere, ovvero di non pubblicare un post su questo libro poiché tratta di così tanti argomenti che sarebbe improponibile farne un riassunto in un post. Tuttavia vi posso scrivere dell’aspetto che, più di ogni altro, mi ha colpito in questa rilettura e che, molto probabilmente, non è affatto il medesimo di quelli che fecero lo stesso vent’anni fa’. D’altronde nella vita si cambia, non c’è dubbio, e sarebbe molto strano se in un libro del genere un giovane di venticinque anni trovasse interesse nelle stesse cose che colpiscono un uomo di quarantesette. Ho deciso di scriverne anche perché mi è già capitato di citare questo aspetto commentando post in diversi blog amici; credo dunque che potrebbe essere interesse di molte persone. L’avviso che voglio dare è che è già passato qualche tempo dal termine di tale rilettura e non citerò dunque Jung, non mi ricorderei le sue parole, di nuovo sarebbe impossibile ricordarsene dopo un libro del genere; il mio sarà piuttosto un mio personalissimo riassunto o, ancora più esattamente, il riassunto di cosa di esso è diventato “mio”, proprio dopo lunga riflessione.

Jung fu un discepolo, per così dire, di Sigmund Freud. Freud fu suo amico e mentore, ma il rapporto andò via via deteriorandosi a causa della divergenza di visioni che i due avevano della vita, della sessualità, della spiritualità. In estrema sintesi, Jung, pur riconoscendone la genialità, arrivò a non sopportare più la chiusura mentale di Freud che metteva al centro delle problematiche della psicologia umana la sessualità facendo derivare da essa, o per meglio dire da problematiche ad essa legate, tutto, anche la spiritualità, di fatto negandola. Jung invece sentiva che nell’animo umano c’era qualcosa che inevitabilmente verso la spitiualità lo spingeva, qualcosa di innato, di archetipo, che non poteva essere zittito per sempre senza causare quel senso di non-appartenenza, di vuoto interiore, che molti di noi conoscono e che solitamente attribuiscono, cercando di darsene spiegazione razionale, ad altre cause. Via via poi che queste altre cause vengono risolte – se vengono risolte – un’altra causa, un altro capro espiatorio, viene trovato. E così via, senza risolvere mai definitivamente nulla e con anzi un crescente senso di frustrazione che aumenta sempre più l’angoscia del vivere.

Secondo Jung, la spiritualità è una componente indissolubile dell’uomo ed è proprio la sua negazione a gettarlo nello sconforto, nella disperazione. Addirittura pare di capire che per lui poco importava se l’oggetto della spiritualità fosse reale o meno, vero o falso: non seguirlo voleva comunque dire condannarsi ad una vita infelice.

Oggi viviamo in un periodo storico illuminista-materialista dove la spiritualità viene vista come superstizione dai più. Eppure proprio la scienza ci dice ed ammette che per moltissimi aspetti, dal microcosmo al macrocosmo, sappiamo di non sapere. Scoperte del secolo scorso, come la meccanica quantistica, ci dicono che nulla è come noi la vediamo, ma abbiamo preferito relegare queste ed altre scoperte in un ambito puramente scientifico, astratto dalla nostra vita che è rimasta materialista. Ci è stato insegnato qualcosa che ogni volta che tentiamo di credere ci dice “No, non è possibile, ti stai mentendo” per cui molti di noi non riescono più a ricollegarsi alla loro parte spirituale.

Eppure, a pensarci bene, Jung aveva ragione: che sia vera o falsa, quella corrente spirituale ci farebbe vivere meglio. Ci darebbe senso, eliminerebbe paure altrimenti inaffrontabili. Ci renderebbe più agevole affrontare i problemi e i drammi. Cosa cambia, in fondo, “dopo”?

Credo che la spiritualità sia effettivamente un archetipo, qualcosa che è in noi. Qualcosa che, dopo centinaia di migliaia di anni di riti e miti, non si può eliminare con un colpo di spugna come la scienza materialista vorrebbe. Che questo archetipo porti in sé una verità o sia solo il frutto di una favola raccontata da millenni, esso ci chiama e non vuole restare inascoltato. Per questo il non seguirlo, per Jung, ci crea un tormento inestinguibile.

Liberi dall’ansia: costanza nella pratica

Qualche giorno fa ho ricevuto una e-mail da una persona che chiedeva suggerimenti per calmare gli stati ansiosi dei quali e’ spesso vittima, soprattutto a riguardo del futuro.
Siccome l’argomento e’ interessante e credo che tocchi molti di noi, voglio riproporre la mia risposta anche qua, solo un poco rielaborata. Ringrazio S. per la fiducia dimostratami e per avermi dato l’occasione di riflettere ancora una volta sull’argomento.

scaredOggigiorno per affrontare ansia e paure esistono molti possibili metodi alternativi e/o complementari. Si puo’ cercare aiuto in persone esterne, come psicologi, consuelor, terapeuti di diverse discipline, sia singolarmente che in gruppo, cercando magari sostegno anche dagli altri partecipanti.
Si puo’ scegliere una strada piu’ autodidatta, c’è ormai facile accessibilita’ a tanta informazione senza necessità di spendere una fortuna: libri, siti internet, CD e DVD. Sull’argomento ho letto molto in passato, libri come “Libertà dalla Paura”, che hanno fatto epoca nel loro tempo. Oggi ce ne sono tanti altri, altrettanto validi. Basta andare in una libreria e farsi “guidare dall’istinto”.
Attualmente
, come penso si sara’ accorto chi segue il mio blog da tempo, tendo ad essere affascinato dalla filosofia e dalle pratiche del buddhismo tibetano. Scorrendo il blog si possono trovare le “recensioni” di diversi testi che ho letto ed apprezzato.

Una cosa e’ certa: la libertà dalla paura è un percorso lungo, un percorso forse senza fine, ma che, per chi è ansioso, vale la pena di intraprendere con serietà e determinazione, soprattutto quando paure ed ansie finiscono per minare la serenita’ della vita. La vita e’ fragile e caduca, lo sappiamo tutti, prima o poi arrivera’ il momento in cui ognuno di noi dovra’ affrontare qualcosa che non avrebbe mai voluto affrontare… ma non riuscire a godersi i giorni che passano, le persone e tutte le cose belle che abbiamo intorno a noi perche’ anche quando stiamo bene siamo preoccupati dal futuro, e’ un vero peccato. Un collega una volta mi disse: “io so solo che alla morte ci si arriva vivi” (nel senso che e’ bene arrivarci avendo vissuto davvero, apprezzando cio’ che abbiamo avuto la fortuna di poter esperire).

Il problema a mio avviso non e’ essere ansiosi, dire “e’ cosi’, non so come ci sono arrivato ma e’ chiaro che sono una persona ansiosa e non posso farci nulla” e’ una brutta autolimitazione di cui bisogna disfarsi. Il passato e’ passato, cambiare si puo’, ma… occorre mettersi in testa che esistono si’ tante ricette, ma nessuna, se e’ seria, e’ facile: puo’ essere semplice da essere spiegata, ma deve necessariamente ricevere grande applicazione. E’ troppo facile entusiasmarsi per un libro, una seduta, la direttiva di un esperto, bisogna assolutamente dargli seguito. La strada puo’ essere indicata ma poi ognuno deve percorrerla con le proprie gambe. Ci vuole tempo, applicazione, pazienza. Non bisogna lasciarsi abbattere da eventuali inciampi, e’ fondamentale insistere.
Guardate, io mi sono imbattuto in tante e tante strade… la cosa curiosa è che adesso ho imparato che paradossalmente piu’ della strada conta la costanza nel seguirla.
Bisogna portarla nella vita di tutti i giorni, altrimenti non serve a nulla.

Siamo troppo pigri, vogliamo soluzioni facili, la pappa pronta. Questo e’ il vero problema. Partiamo con le migliori intenzioni, per poi perderci per un niente.

gatto spaventato