Sbagliare è umano, perseverare…

Bene, con la revisione dei vecchi post del mio blog (allora su Splinder) sono arrivato all’Aprile del 2008. Fu un periodo importantissimo della mia vita, un periodo di grande cambiamento e questo non poteva non riflettersi sui post di quel periodo che, infatti, trovo particolarmente ricchi e che “sento” ancora oggi 🙂

Questo è molto breve. Probabilmente non avevo ancora una connessione Internet funzionante: collegavo il PC ad un cellulare usato come modem e forse non avevo ancora nemmeno un tavolino e una sedia, scrivevo sdraiato sul parquet del mio miniappartamento con Sissi  accanto, la gatta che fu di mia madre e che mi ha sempre seguito nei miei spostamenti 🙂 Ora Sissi ha 14 anni e… ne ha viste di cose succedere!! 😀

Comunque, il post originale con tutti i commenti dell’epoca, lo trovate qua: Sbagliare è umano, perseverare…


giustiziaL’errore di un uomo
non diventa la sua legge,
né lo obbliga
a persistere in esso.

(Thomas Hobbes)


Quant’è vero questo aforisma! Tutti sbagliamo, è davvero umano, farcene una colpa oltremisura ci sottopone ad un’inutile tortura psichica. Ma all’accorgersi di un errore si reagisce in maniera diversa: c’è chi ne prende atto, impara da esso e poi lo lascia andare, e chi percepisce quell’errore come una condanna definitiva, come se sentisse di doverne pagare il fio a vita, o comunque per un tempo troppo lungo. Come se, visto che l’errore è ormai stato commesso, sia ineluttabile, anzi quasi legittimo, rimanere in esso.
Non è così. Chi sbaglia e riconosce l’errore, deve – potendo – porvi rimedio, e se ciò non è possibile, deve comunque uscirne, “lasciandolo andare”. Non farlo significa condannare la propria vita, o porzione di essa, ad una prigione dalla quale, indipendentemente da come ci siamo entrati – con o senza colpa, ci rifiutiamo noi stessi di uscire.

Liberta’ dalle catene mentali – L’elefante e la corda

Questo è un post pubblicato la prima volta nel gennaio del 2008 (qui trovate il post originale con i relativi commenti dell’epoca: Liberta’ dalle catene mentali – L’elefante e la corda). Mi piace pubblicarlo nuovamente perché ogni tanto mi capita di citarlo, infatti trovo che sia un buon esempio di condizionamento mentale che non colpisce solo elefanti e esseri umani, ma tutti gli esseri viventi.

Questa particolarità può anche essere usata a fin di bene, peraltro. Ad esempio, la nostra gatta più giovane, Numa, fuggiva sempre dal giardino di casa. Per un po’ ho titubato a recintare il giardino con le reti, un po’ perché era (ed è stato) un lavoraccio, un po’ perché ogni volta mi dicevo “Non sarà necessario”.

Il punto è che non c’era verso di far capire a Numa che scappare dal giardino era pericoloso per lei stessa: c’era la strada con le auto, seppure con una aiuola di mezzo; c’erano altri gatti che, essendo lì da prima, difendevano il loro territorio. Infatti uno dei gatti di una vicina di giardino, arrivata dopo di noi, è tornato malconcio (molto) da una scorribanda all’esterno. Allora alla fine mi sono deciso e, con l’aiuto di Lady Wolf, ho messo le reti (che nella foto Numa curiosa prima che fossero installate).

Per un paio di volte Numa è riuscita ancora ad evadere, ma poi – trovando i varchi e ponendo ad essi rimedio – non ce l’ha più fatta e in breve si è arresa. Sono abbastanza convinto che ora, perfino essendo meno attenti sulla corretta chiusura delle reti, Numa non scapperebbe più, perché ormai ha “appreso” che da lì non si esce.

Comunque NON farò la prova 😀

E’ bello adesso poter lasciare l’accesso al giardino aperto senza dover stare sempre a controllare se i gatti, Numa in particolare, scappano. Anche per loro, avendo più tempo a disposizione per stare in giardino, è meglio.

E’ quando piove… si guarda malinconicamente la pioggia 😀

———————————

L’ELEFANTE E LA CORDA
di Paulo Coelho

elefante circoEcco il sistema adottato dai domatori del circo per fare in modo che gli elefanti non si ribellino mai. E io sospetto che questo succeda anche con molta gente.

Ancora piccolo, l’elefantino viene legato con una grossa corda a un palo saldamente conficcato nel suolo. Egli tenta di liberarsi più volte, ma non ne ha le forze sufficienti. Dopo un anno, il palo e la corda sono ancora sufficienti per tenere legato l’elefantino. Egli continua nel suo tentativo di liberarsi, senza riuscirci.

A questo punto, l’animale comincia a capire che la corda sarà sempre più forte, e rinuncia ai tentativi. Quando arriva all’età adulta, l’elefante si ricorda ancora che, per molto tempo, ha sprecato invano energia tentando di liberarsi. A questo punto, il domatore potrebbe anche legarlo con un filo sottile a una scopa, comunque l’elefante non cercherebbe più di liberarsi.


Commento di Wolfghost: Come consuetudine, uso un racconto di Coelho per avere uno spunto di riflessione. Ognuno di noi e’ condizionato fin dall’infanzia, anzi soprattutto nell’infanzia, in misura piu’ o meno ampia. Siamo stati abituati a non protestare, ad esempio, a non far valere le nostre ragioni, a sentirci in colpa per le nostre legittime aspirazioni ad ottenere cio’ che sogniamo; diritto datoci – se non altro – per il solo fatto di essere umani. O, al contrario, ci e’ stato fatto credere che solo imponendosi con la “forza”, con le urla e gli strepiti, senza mostrare mai alcuna umana debolezza, si possa ottenere qualcosa nella vita.
Ormai da tanti anni vado ripetendo che il genitore e’ il “mestiere” piu’ difficile del mondo, basta poco per segnare la crescita e la futura vita di un bambino. Lo stesso, anche se forse in minore proporzione, vale per la societa’ in generale, con gli insegnanti nelle scuole, i gruppi di amici, i mass-media e via dicendo…
Un buon “insegnante di vita” deve avere amore ma anche una minima dose di distacco per poter oggettivamente trasmettere i giusti messaggi. Se manca l’amore o le sue dimostrazioni, gli altri verranno trattati in maniera “fredda” e a poco varranno gli insegnamenti a parole, perfino se “tecnicamente” corretti, poiche’ la mancanza d’amore crea danni profondi, difficili da rimediare. Sara’ una mancanza sentita molto a lungo, in qualche modo perfino ricercata allo scopo di superarla, attraverso i meccanismi noti della dipendenza affettiva e della coazione a ripetere. Altresi’, anche la mancanza di quel distacco necessario a mantenersi oggettivi nell’insegnamento, rischiera’ di provocare gravi danni, poiche’ l’invadenza della iper-protettivita’ non permettera’ al bambino di crescere ed evolvere verso la propria indipendenza. In ultimo, quel bambino rischiera’, da adulto, di essere incapace di assumersi veramente la responsabilita’ delle proprie azioni, trovando sempre qualche motivo per rimandare le scelte o qualche capro espiatorio per poter dire “non sono io il responsabile”.
Spezzare quel legame, che come scrive Coelho e’ infine solo nella nostra testa, diventa via via sempre piu’ difficile. Occorre a quel punto prendere consapevolezza delle corde che ci legano internamente, riconoscerle come sbagliate, e scioglierle, con pazienza, attenzione e coraggio, giorno dopo giorno. E poiche’ molte di queste corde agiscono solo a livello inconscio, cio’ diviene un arduo percorso. Un percorso che spesso si accetta di percorrere solo quando si e’ costretti dalle evenienze del caso, talvolta pagando un alto prezzo, che pero’ non pagare significherebbe perdere definitivamente il potere di essere artefici della propria vita, lasciandola cosi’ nelle mani di chi, spesso senza ritegno, la usera’ manipolandola come piu’ gli conviene.

P.S.: la prima foto viene spesso utilizzata nelle battaglie contro lo sfruttamento degli animali nei circhi. Inutile dire che mi associo a tali battaglie, in particolar modo quando tali animali subiscono degli evidenti maltrattamenti al fine di… farli collaborare.

elefanti

Il perdono

L’ultimo post del Novembre 2007 parlava di perdono, un concetto sul quale si è parlato molto, spesso con una certa superficialità. Perdonare non è immediato, né deve esserlo. Ogni emozione e sentimento, se sono presenti in natura, hanno una loro funzione positiva; se proviamo rabbia, ad esempio, è perché qualcuno ci ha calpestato. Se fossimo esseri completamente razionali potremmo perdonarlo da subito evitando però nel contempo di permettergli di continuare a farci del male. Siccome non siamo esseri “soprattutto razionali” ma siamo preda dei nostri stati inconsci molto più di quanto crediamo, l’ira, la rabbia, persino il risentimento, perlomeno per un determinato periodo, ci preservano dal ridare spazio a chi ci ha calpestato quando ancora non siamo pronti a “proteggerci”. Certo, passato quel periodo è bene “andare oltre”, altrimenti risentimento e rancore diventano un fardello inutile e controproducente.

Qui trovate il post originale con tutti i commenti dell’epoca: Il perdono

—————————–

Da sempre si dibatte sull’utilità del perdono. C’è chi sostiene di perdonare quasi istantaneamente, e chi invece dice – quasi con vanto – che mai perdona e mai perdonerebbe.

cellaIo sono convinto che il perdono serva, sempre. Nel migliore dei casi esso ha il potere di liberare due persone da una prigione, ma anche quando non è possibile una riconciliazione (la persona che ci ha fatto del male non c’è più, ad esempio) e perfino se l’altro non ammette di dover essere perdonato o se ne infischia del nostro perdono, esso ne libera sempre almeno una: chi il perdono lo concede. Perché da quel momento sara’ libero da quel sentimento che divora l’anima giorno dopo giorno e che va’ sotto il nome di rancore.

Sì, io credo che si possa perdonare, sempre. Lo hanno fatto i prigionieri dei campi di concentramento, non dite “No, come è possibile perdonare questo? Mai!”: il perdono non è “assoluzione”, non confondetelo con l’annullamento della colpa; se c’è una pena da scontare, essa va’ scontata. Se qualcuno ci danneggia, è giusto prendere contromisure e, se è il caso, allontanarsi od allontanare.
Il perdono non è “subire” e nemmeno necessariamente “tornare indietro”.
Semplicemente… non c’è bisogno di covare risentimento per staccare, quando è necessario farlo.
Pensate ad una tigre: se la vedete scappate, vi mettete in salvo, la rinchiudete dove non possa far male o nuocere ancora. Ma non pensereste che la tigre è “cattiva” o “crudele”, non è vero? Pensereste solo che è pericolosa. Si potrebbe ribattere che la tigre agisce per istinto. Eppure anche l’uomo, nelle sue azioni piu’ immediate, e’ spinto molto piu’ dai suoi moti inconsci e irrazionali – che solitamente affondano le radici in un passato distante – piuttosto che sulla base della fredda logica.
Sì, si puo’ perdonare chiunque. Ma c’è un tempo per il perdono, un tempo che non puo’ essere affrettato, o sarà un perdono a parole, ma falso nei fatti e nel proprio sentire, che è poi cio’ che davvero conta. Non si deve soffocare il motto di ribellione quando si subisce un sopruso, questo non è “perdonare”. Anche l’ira e la rabbia, se ci sono state date, hanno una loro funzione: esse servono a staccare più facilmente da situazioni o da persone dalle quali altrimenti non riusciremmo – a freddo – ad allontanarci, fisicamente o mentalmente che sia. Talvolta la forza della rabbia ha letteralmente salvato vite.
Tuttavia anche l’ira e la rabbia, come il perdono, hanno un loro giusto tempo. Molto tempo fa’ lessi su un libro di Yoga che esistono tre tipi di ira: c’è l’ira d’acqua che, come arriva, subito sparisce; l’ira di sabbia, quella più comune, che arriva e perdura finché il vento non ha compiuto il suo lavoro; e c’è l’ira di pietra, che mai passa, che sarà un eterno macigno nel nostro cuore e nella nostra anima…
Ci vuole solo tempo e comprensione. Non si è “cattivi” o “incapaci” perché ancora non si è riusciti a perdonare. Peggio sarebbe, aver concesso un falso perdono: il risentimento che cova sotto la superficie della coscienza, farebbe presto o tardi capolino, rovinando tutto.
Come perdonare? Il perdono passa da una solo cosa: la comprensione. Comprensione che l’essere umano è fallace, che quasi sempre chi si comporta male con qualcuno, è la prima persona ad avere dei problemi, ad aver avuto insegnanti di vita incapaci che l’hanno portato ad essere così. Esso va’ allontanato, punito, rinchiuso per sempre affinché altre persone non debbano soffrire per colpa sua, forse. Ma puo’ essere perdonato. Quasi sempre non c’è vera “cattiveria d’animo”, ma solo povera ignoranza.
Ricordatevi della tigre…

 

Sissi in gabbia

foto mia: Sissi in “gabbia”

Mi è stato chiesto: dov’è l’errore di una vita non felice?

Questo post è stato pubblicato originariamente il 6 ottobre 2007, qui potete vederlo con tutti i commenti dell’epoca: http://www.wolfghost.com/2007/10/06/mi-e-stato-chiesto-dove-lerrore-di-una-vita-non-felice/

(foto mia: sole sul mar ligure – Cinque Terre)

Sole sul mar ligureNon necessariamente c’è “un errore”, nessun modo di vivere da certezza della felicità.

Quando le cose non vanno come noi vorremmo ne cerchiamo comprensibilmente le cause, fuori di noi o dentro di noi. Ma in realtà una vita non è fatta solo di volontà, non dipende solo da noi, non è del tutto vero che “ognuno è artefice del proprio destino”: c’è una componente casuale che contribuisce a determinare il corso della nostra esistenza.

Quando arriviamo ad un bivio del quale non si scorgono i proseguimenti delle strade dobbiamo operare una scelta. Facciamo del nostro meglio ma non abbiamo la sfera di cristallo e potremmo comunque scegliere una strada che non ci porterà dove vorremmo. Non è una colpa: siamo esseri straordinari ma sempre limitati, possiamo fare solo quel che è nelle nostre possibilità sperando che le nostre azioni portino i frutti desiderati.

E comunque, cosa ci avrebbe atteso sulla strada che non abbiamo scelto non possiamo davvero saperlo: è realmente inutile piangere sul latte versato, oltre che fonte di frustrazione.

Tutto cio’ che possiamo fare è metterci nella migliore condizione possibile affinché i miracoli accadano e… non desistere. Perché pur non avendo certezza, è meglio continuare a sperare e combattere, che arrendersi ed essere così sicuri che cio’ che ci avrebbe reso felici non arriverà mai…

———————

Commento di Wolfghost: Questo post sembra la logica prosecuzione di quello chiamato “Cinque minuti per Napoleone” pubblicato il mese scorso.

Nonostante tutta la nostra buona volontà e la nostra tenacia, dobbiamo accettare il fatto che la vita va da se’ e siamo in grado di influenzarla solo parzialmente. Attendersi che tutto e sempre vada bene, è un atteggiamento irrealistico e fonte di grande frustrazione. Dobbiamo sapere ciò che vogliamo, sapere cosa dovremo intraprendere per ottenerlo ed essere pronti a pagarne il relativo biglietto in termini di “lacrime e sangue”. Ma dobbiamo anche accettare il rischio che, nonostante tutto, potremmo non ottenerlo.

Quando qualcosa non va per il verso giusto dovremmo essere in grado di dirci “va bene, ci abbiamo provato, di più non potevamo fare” ed accettare il responso della vita.

Poi, forse, potremo trovare nuovi obiettivi da perseguire, o almeno essere in grado di apprezzare ciò che abbiamo o abbiamo avuto.

Tecnologia, il presente e il passato

Cosi’ oggi se n’e’ andato Steve Jobs… Una fine annunciata ma non per questo meno sentita, un incontro con la morte che anzi lui e’ riuscito a lungo a rimandare (probabilmente grazie anche ai suoi soldi ma personalmente, in un mondo basato sull’economia, la cosa non mi scandalizza piu' di tanto). Non so voi, ma a me ha fatto una certa impressione vedere il cordoglio che ha suscitato la sua scomparsa in tutto il mondo, al pari e forse piu’ di un capo di stato o una altissima figura religiosa (come puo’ esserlo il papa). Le frasi in sua memoria che piu’ spesso leggo dicono che e’ stato un uomo capace di cambiare il mondo. Cosa che e’ innegabilmente vera. Non credo che Jobs avesse piu’ conoscenza degli altri, ma sicuramente aveva un’altissima determinazione ed una alta considerazione di se’ stesso e delle sue capacita’: a tutti noi vengono idee brillanti, ma pochi, molto pochi, danno ad esse seguito. C’e’ una regola, in cui io credo, che dice che se ad una idea non viene data immediato seguito, magari solo prendendone fisicamente nota, essa torna nel dimenticatoio in pochi minuti. E per sempre. Steve Jobs invece credeva di poter realizzare le sue idee, e aveva la determinazione per farlo.

Comunque questo mi ha fatto venire in mente quanto il mondo sia cambiato negli ultimi decenni. Pensate solo a cellulari e Internet… e’ innegabile che queste invenzioni hanno cambiato il volto della comunicazione e con esso il modo di vivere di milioni di persone in tutto il mondo. Sono certo che anche voi rimanete spesso sorpresi nel pensare che solo qualche decennio fa non esistevano ne’ gli uni ne’ l’altro. Come non esistevano altre cose, anche se credo che cellulari e Internet siano le due invenzioni piu’ rivoluzionarie nella storia recente dell’umanita’. Al pari dell’automobile e dell’elettricita’ del secolo precedente, direi 😉
Detto questo… come si stava prima? Era davvero meglio o peggio? La sera la gente vedeva la TV, o, ancora prima, si leggeva un libro… C’erano i giochi in scatola, o passatempi come le carte. Quando si usciva di casa… si svaniva nel nulla: nessuno poteva rintracciarti con il telefono, fino a quando almeno non fossi rientrato in casa o in ufficio. C’era indubbiamente meno informazione e piu’ ignoranza. Se non sapevi qual’era la capitale dell’Angola era difficile scoprirlo, a meno di non avere un’enciclopedia in casa (cosa che peraltro era piuttosto frequente). Oggi basta un PC, o perfino un cellulare con connessione internet, e conosci vita, morte e miracoli di quasi ogni cosa conosciuta. Puoi perfino rintracciare la via di un minuscolo paesino di campagna di cui altrimenti non avresti mai saputo l'esistenza. C’erano meno agenti dannosi per la salute… ma meno medicinali per le malattie, meno cure. In Italia la vita media a fine ‘800 si aggirava a poco piu’ di 40 anni.
Certamente si viveva (mediamente) meno di fretta, con piu’ calma. Ma chissa’ se piaceva davvero di piu’…
Insomma… non lo so. Ci sono persone come Jobs che hanno cambiato il mondo e gente che gliene rende merito o… colpa, salvo poi usare loro stessi le invenzioni in oggetto.
Personalmente credo che ogni invenzione e’ sempre e’ solo un mezzo, poco importa se reale o virtuale, e come tale non ha valenza positiva o negativa: e’ come lo usiamo a dargli tale valenza. E’ l’intenzione a dargliela. Cosi’, oggi abbiamo piu’ mezzi di ieri… Il problema e’: le nostre teste si sono evolute assieme alla tecnologia? Credo che la risposta non possa essere di massa: ognuno ha il potere e la responsabilita’ di come usa i mezzi che ha a disposizione… piuttosto che incolparli.
Gli inglesi dicono: “A careless worker blames his tools!” (“il lavoratore disattento da la colpa ai suoi attrezzi), e Asimov sosteneva che "La disumanità del computer sta nel fatto che, una volta programmato e messo in funzione, si comporta in maniera perfettamente onesta". Come dire che l'errore sta casomai in chi lo usa 😉

arrabbiato col PC

Fedelta’, saggezza e tentazione

LA RICERCA DEL SAGGIO
di Paulo Coelho

eremita e abateL’abate Abramo venne a sapere che vicino al monastero di Sceta c’era un saggio. Andò a cercarlo e gli domandò: "Se oggi trovassi una bella donna nel tuo letto, riusciresti a pensare che non è una donna?"
"No," rispose l’eremita, "ma riuscirei a controllarmi."
L’abate proseguì: "E se scoprissi delle monete d’oro nel deserto, riusciresti a vedere quest’oro come se fossero pietre?"
"No. Ma riuscirei a controllarmi e a lasciarlo dov’era."
Insistette Abramo: "E se venissero a cercarti due fratelli, uno che ti odia, e l’altro che ti ama, riusciresti a pensare che sono uguali?"
L’eremita disse: "Pur soffrendo, tratterei il fratello che mi ama nella stessa maniera di quello che mi odia."
Quella notte, tornando al monastero di Sceta, Abramo disse ai suoi novizi: "Ora vi spiegherò chi è un saggio. Il saggio è colui che, invece di uccidere le sue passioni, riesce a controllarle."


Commento di Wolfghost: in seguito ad uno scambio con una lettrice del blog, ho deciso di pubblicare questo racconto di Coelho. Si parlava di sensi di colpa, in particolare di quello che si prova verso il proprio partner allorche' ci si scopre a desiderare (non necessariamente in senso fisico) un'altra persona. E' chiaro che quando si scopre di avere o aver avuto un'attrazione per un'altra persona, e' bene porsi qualche domanda sul proprio rapporto: se ha qualcosa che non funziona, se forse non si ama piu' il partner… Tuttavia non e' affatto detto che si riscontrino dei problemi in questo senso. Mi vengono in mente le parole di una canzone di Ligabue, che suonano "gli occhi fanno quel che possono": non sempre un'attrazione per un'altra persona significa che il proprio rapporto non funziona, e comunque e certamente, il fatto di respingere tale tentazione, rende merito a se stessi e al proprio rapporto, lungi dunque dal comportare sensi di colpa.
Perfino Gesu' fu messo in tentazione e tentenno', cosi' come il Buddha storico Shakyamuni (e mi aspetto altre figure religiose…), ma entrambi respinsero la tentazione e questo fu il loro vero virtuosismo. Il mondo non e' teoria, non gli interessano le decisioni prese "sulla carta", esso e' pieno di tentazioni e saremmo sciocchi e (pericolosamente) ingenui se pensassimo che cosi' non fosse.
Il merito percio' non sta nel rifiutare a priori la possibilita' di poter essere messi in tentazione, quanto in quella di resistere alle tentazioni stesse. E cio' e' merito, non colpa.

P.S.: ovviamente le tentazioni non vanno cercate volontariamente, va da se'! 😀

giudice

Il capro espiatorio

Il Capro Espiatorio-William Holman HuntDue capri venivano portati, assieme ad un toro, sul luogo del sacrificio, come parte dei Korbanot ("sacrifici") del Tempio di Gerusalemme. Il sacerdote compiva un’estrazione a sorte tra i due capri. Uno veniva bruciato sull’altare sacrificale assieme al toro. Il secondo diventava il capro espiatorio. Il sacerdote poneva le sue mani sulla testa del capro e confessava i peccati del popolo di Israele. Il capro veniva quindi allontanato nella natura selvaggia, portando con sé i peccati del popolo ebraico, per essere precipitato da una rupe a circa 10 chilometri da Gerusalemme. – Wikipedia

Potrei usare questa raccapricciante "immagine" per parlare, da buon vegetariano, delle povere bestiole che vengono macellate senza pieta’ ogni giorno per finire sulle nostre tavole (be’… tranne che sulla mia e "poche altre"), potrei perfino mettere la voce innocente di qualcuna di queste bestiole, ma… andrei fuori tema, poiche’ stasera voglio parlare del "capro espiatorio" in senso figurato.

Impariamo a porre la responsabilita’ al di fuori di noi molto presto, dando la colpa "agli altri" fin dalla tenera eta’. Sicuramente anche questo e’ un atteggiamento appreso, poiche’ in natura non si vede mai un animale che ne accusa un altro per discolparsi, quindi deve essere una peculiarita’ tutta nostra, culturalmente appresa. Chissa’… forse fin da piccoli riconoscevamo colpe nei nostri genitori che essi non solo rifiutavano di ammettere, ma addirittura attribuivano ad altri.

Perche’ diamo la colpa agli altri? Be’, ovviamente per non assumerci la responsabilita’ delle nostre azioni, per paura di essere rimproverati, sgridati o peggio. Ma continuamo con questo atteggiamento anche quando le conseguenze di assumercene la responsabilita’ sarebbero davvero minime: questo atteggiamento e’ ormai entrato a far parte di noi.

E’ una tragedia per me vedere quante persone hanno letteralmente rovinato la propria vita addossando la responsabilita’ di avvenimenti negativi sugli altri, sul sistema, sul destino, su un Dio crudele.
Certo, a volte il caso gioca una parte rilevante su cio’ che ci accade; a volte, piu’ che "agire", possiamo solamente "reagire". Ma come lo facciamo, se in modo costruttivo o distruttivo, dipende sempre da noi… e sempre fa la differenza, anche quando poi perdiamo.

Leggevo qualche giorno fa, non senza sorpresa e grande ammirazione, dei malati terminali che, aiutati da psicologi che li preparano ed accompagnano nelle vicinanze del loro ultimo viaggio, anche li’, o soprattutto li’, mentre noi pensiamo che la vita finisce, ancora apprendono, ancora crescono. Perfino in punto di morte c’e’ chi ancora costruisce e ha qualcosa di indimenticabile da lasciare a coloro che ha intorno.

La vera sconfitta non e’ perdere o morire, la vera sconfitta e’ credere di non avere una parte, di essere totalmente vittime delle circostanze. E’ la differenza tra una squadra che perde perche’ non si impegna e viene fischiata ingloriosamente dai propri tifosi, ed una che lotta come un leone contro avversari piu’ grandi di lei, ed anche se perde… riceve solo applausi. E quei tifosi, quegli applausi… sono le voci della nostra anima. Perche’ lei "sa", lei "sente", lei e’ l’unica che conosce il nostro vero valore.

Possiamo continuare a prendercela contro qualcuno o qualcosa all’infinito, sprecando cosi’ un’occasione per essere uomini, con dignita’ e destino fieramente nelle nostre mani, o avvelenandoci la vita giorno dopo giorno, nutrendola con rancore, odio, paura, sentendoci inutili, impotenti, inermi, vittime. Perdendo un’altra occasione per crescere.

Il nostro valore, nella vittoria come nella sconfitta, e’ racchiuso soltanto nel nostro cuore. Se sapremo di aver fatto del nostro meglio, di aver combattuto con tutte le nostre forze, moriremo una sola volta, alla fine… ma dopo aver vissuto ogni singolo giorno della nostra vita. Anziche’ essere gia’ morti in ognuno di essi.

Leone