Anche nella nostra testa possiamo perderci

Ho iniziato la stagione autunnale (anche se a rigore ha ancora da iniziare) nel migliore dei modi: mega-influenza che prima mi ha steso la gola (il peggior mal di gola che ricordi :-D) e poi è passato a bronchi e testa. Ovviamente sono andato al lavoro lo stesso, al punto da beccarmi qualche epiteto (peraltro giusto) da “appestato” o “untore” 😀 Spero mi passi presto poiché sabato prossimo è il terzo anniversario di matrimonio e Lady Wolf ha prenotato per il weekend in un hotel di Garda (sul Garda, ovviamente ;-)).

Il titolo del post prende spunto da un’altra riflessione fatta nel famoso viaggio da Merano già citato nel post precedente. Riflettevo sulla vicenda di Julius, disperso per tre giorni e due notti. Lo immaginavo terrorizzato, spaesato, incapace di agire morso com’era dallo spavento. Ne è nata una correlazione spontanea su quando andiamo in tilt nella nostra testa, solitamente a causa di paure e preoccupazioni. Il meccanismo è identico, anche se nel caso di Julius più immediato poiché lui si era perso fisicamente. Ma anche noi ci perdiamo, forse non fisicamente, ma ci perdiamo. Perdiamo la direzione, la “bussola”, finendo per girare in eterno sulla stessa faccenda. Un pensiero ricorrente, a ragione o torto, è insorto a spaventarci e preoccuparci, ma invece di reagire iniziamo a cercare di risolverlo solo cerebralmente finendo per tornare sempre al punto di partenza, allo stesso pensiero, poiché nulla si può risolvere solo con la mente. Ci siamo persi e stiamo girando a vuoto.

A volte, come nel caso di Julius, siamo fortunati e qualcuno ci viene a recuperare, a darci uno scossone, a dirci che “la campana non è ancora suonata”. A volte però non succede oppure non basta: allora solo noi possiamo interrompere questo nefasto circolo vizioso, questo schema mentale ripetitivo. Dobbiamo agire, o se la logica ci dice che ancora non è il momento, distrarci, riuscire a pensare o fare dell’altro. Poi quel pensiero tornerà, ma per allora, forse, saremo pronti per agire.

Quando scoprite che state pensando per l’ennesima volta la stessa cosa, allora vi siete persi nella vostra testa e dovete forzarvi a cambiare strada: se potete, agite, se ancora non è logicamente il momento di agire, allora pensate ad altro, ritornare mille volte sullo stesso punto non è costruttivo e fa perdere solo tempo ed energie.

Forse, se vi accorgete che questo comportamento lo ripercorrete spesso, allora sarà maeglio cambiare… modo di vivere, di pensare, di reagire alle avversità. A volte basta un pizzico di follia. La follia, intesa in senso buono, arricchisce di ironia ed autoironia, stempera la paura, permette di affrontare le sfide con più serenità.

Personalmente sposo la follia, e spero di farlo sempre di più.

Come affrontare la preoccupazione – seconda e ultima parte

Bene, mi aspettavo di pubblicare prima la conclusione dell’argomento, ma il tempo e gli eventi, si sa, sono tiranni. E allora… Comunque meglio tardi che mai, no? 🙂

Come affrontare la preoccupazione – da “Dominare la mente”, di Barry Long

La preoccupazione nasce dall’interesse personale. Non vi è nulla di sbagliato in questo. Senza di esso saremmo inutili per chiunque e per qualsiasi cosa, e moriremmo. Ma la preoccupazione è un falso egoismo poiché non contiene nessuna intenzione di agire.

Il vero interesse personale si risolve in azione, al di là che l’azione sia positiva o negativa. Il falso egoismo no. La preoccupazione non contiene mai la volontà di agire, perché non ha mai un obiettivo autentico. E’ un autoinganno inconscio, deliberato, un movimento senza scopo, tutto all’interno della testa.

Anche in questo caso dovete fare attenzione ai trucchi della mente. La mente preoccupata, ansiosa, cercherà di farvi credere che sta esaminando una serie di possibili azioni. Ma non è così. Dovreste già essere in grado di sapere che nell’attimo in cui programmate una linea di condotta autentica, per riprendere una posizione, dovete smettere di preoccuparvi.

L’azione programmata richiede uno scopo. Richiede un pensiero lineare e coerente di comprensione dei fatti che conduce all’azione. Voi siete troppo impegnati a collegare i fatti per preoccuparvi; e in seguito, troppo impegnati a tradurli in azione. Rifiutate le impressioni. Sono false; sono il primo passo verso l’ansia. E poiché sono false, non resisteranno al vostro esame cosciente.

Il vostro test è il seguente: “Intendo veramente agire in base alla sequenza di pensieri che sto seguendo?”. Se la risposta è no, rinunciate. Siate onesti, siate forti.

Se avete disperato bisogno di denaro e decidete di svaligiare una banca, non vi preoccuperete mentre siete decisi ad agire. Forse sarete nervosi; ma nervosismo non è preoccupazione. Una volta presa la decisione, vi occuperete solo dei fatti che a vostro giudizio produranno un colpo sicuro. Tuttavia, se pensate di svaligiare una banca sapendo che non avete alcuna intenzione di farlo, la vostra mente si rifiuterà di lavorare in modo efficiente per voi. Non farà che trastullarsi con le impressioni: inutili e irrealizzabili sogni a occhi aperti o fantasie. Questo è il rovescio apparentemente innocuo della terribile medaglia della preoccupazione.

Osservate come, nell’ansia, l’autoinganno dà alla mente una contorsione maliziosa. Invece di pensare in modo lineare, corre attorno a una linea di pensiero circolare, finendo per ritornare sempre al punto di partenza: sulla perdita, l’impotenza o il dolore, e mai su ciò che può essere fatto nel momento presente.

Osservate come la preoccupazione cessa di esistere se solo riuscite a sostenere la prima immagine. Avvertirete ancora la perdita o la sofferenza come un senso di pesantezza, come una nube nera di sottofondo, ma non ve ne darete pensiero: davvero una strana sensazione per l’uomo o la donna abituati a restare svegli a causa delle preoccupazioni.

Naturalmente, non è facile fermare e tenere quieta la mente in questo modo, mentre le emozioni sono disturbate. Questo stato non lo si raggiunge impegnandosi un paio di volte a meditare sull’ansia. Nasce dalla pratica costante di ogni esercizio illustrato in questo libro, dalla dedizione al vostro scopo.

Se non riuscite a smettere di pensare nei momenti migliori, di sicuro troverete difficile farlo nei momenti peggiori.

[…]

Situazione: avete un problema. Ci avete pensato e ripensato senza approdare a nulla.

Provate a sostenere il pensiero principale; quello che continua a ricorrere. E su di esso fissate la vostra attenzione.

Adesso chiedetevi:

Quante volte ho già pensato a questa cosa?

Poi riesaminate i fatti.

Qual è la situazione?

Cercate di capire se potete intraprendere un’azione.

Intendo veramente agire?

Se c’è qualcosa che potete fare…

Fatelo subito.

Se non c’è nulla da fare…

Perché continuo a pensarci?

Se vi sono diverse possibilità, quindi incertezza e confusione…

Che cosa voglio?

Se non lo sapete, sostenete la sensazione del volere qualcosa. E’ una sensazione che si trova da qualche parte nel vostro corpo. Per il momento non vi è altro da fare.

Abbandonate il pensiero.

Aumentate il tempo che dedicate ogni giorno alla meditazione.

I momenti di profonda preoccupazione, quando la mente è disperata, sono quelli in cui dovete utilizzare tutto ciò che avete appreso finora.

Avete la sensazione che la meditazione non vi aiuti. Non riuscite a fermare i pensieri. Allora ricordate questo:

A ogni tentativo, guadagno in consapevolezza.

E ricordate:

C’è la preoccupazione.

E c’è il vostro corpo.

Non sono la stessa cosa.

Io non sono la preoccupazione.

Come affrontare la preoccupazione

Come ben sa chi segue il mio blog, uno dei temi a me cari è la paura, esattamente come affrontarla e tentare di sconfiggerla. Parlo spesso di questo argomento perché io stesso sono frequentemente vittima della paura, in particolare della paura della paura.Posso dire che sono decenni che cerco la “strada giusta”. Dunque quando parlo a voi parlo anche e soprattutto a me stesso.

La preoccupazione è precorritrice della paura: curate la preoccupazione e nel 90% dei casi curate anche la paura. Ecco perché ho deciso di pubblicare un estratto interessante dal libro “Dominare la mente”, di Barry Long. Probabilmente mi servirà più di un post (un paio direi), ma… se mi seguirete e, come tutte le cose, se proverete a mettere in pratica quanto Long scrive… avrete fatto un passo avanti sulla strada della libertà dalla preoccupazione e, dunque, dalla paura.

Come affrontare la preoccupazione – da “Dominare la mente”, di Barry Long

Quando siete preoccupati e non riuscite a smettere, significa che la mente vi sta dominando. Ma nessuno si preoccupa di continuo. La preoccupazione arriva a ondate. Quindi, quando siete in questo stato d’animo, sedetevi come al solito, fate qualche respiro profondo e osservate quel che accade. Cercate di isolare la prima immagine che arriva; e sostenetela il più a lungo possibile. Poi, dopo esservi persi nel pensiero e aver riacquistato la padronanza, procedete a ritroso, se ci riuscite. Dovrete lavorare più duramente per rimanere consci o presenti. Le onde che portano i pensieri ansiosi saranno molto forti. Probabilmente dovrete faticare non poco mentre la mente si ribella; vuole smettere di essere consapevole e ritornare indisturbata alla sua preoccupazione. A questo punto però, dovreste essere in grado di restare separati dai pensieri e tornare a essere presenti, anche se ben presto finirete con l’identificarvi di nuovo con la preoccupazione.

La cosa importante è ricordare di separarsi. C’è la preoccupazione, ovvero i pensieri, poi ci siete voi, l’osservatore. Non siete la stessa cosa.

Ciò che conta è il numero di volte in cui, in ogni minuto, ora o giorno, ricordate di separarvi; non per quanto tempo ritenete di aver sostenuto ciascuna separazione.

Non fatevi scoraggiare. E’ difficile. Ma, perseverando, anche se avete l’impressione di fallire spesso, voi vincete… guadagnando in consapevolezza.

La preoccupazione si accompagna sempre a un senso di sconfitta. Se associata alla previsione di una perdita o di una sconfitta, diventa paura. La perdita sembrerà molto personale, ma se osservata da vicino la si può far rientrare in una di queste categorie: perdita di potere, posizione, prestigio, averi, permanenza (salute) o di una persona. Perdere una di queste cose equivale a perdere parte di sé e fa male.

L’apparente entità della perdita è irrilevante. Per alcune persone la perdita del loro buon nome ha più importanza della morte del loro figlio. I valori cambiano a seconda dell’individuo. Una cosa che non cambia è la sensazione di perdita e il peso del dolore che ne consegue.

Poiché la meditazione scava nel vostro intimo, renderà più intensa la vostra capacità di soffrire. Ma sarà una sofferenza che non dipende da “io” e “mio”. Questa sofferenza – è veramente un profondissimo anelito per quanto non può essere espresso a parole – è ciò che di meraviglioso vi è nell’uomo e nella donna e  il suo albeggiare è un risveglio.

La meditazione rimuove lentamente la sensazione che perdete qualcosa, di conseguenza, alla fine vi libera da tutte le preoccupazioni. E trasforma la persistente sofferenza in amore.

Lasciate che vi rammenti in che modo la meditazione fa tutto questo. Elimina ciò che di falso vi è in voi, consentendovi di vedere consciamente la falsità. Quando vedete consciamente il falso che c’è in voi, lo eliminate. Sotto la falsità – sotto la spazzatura – c’è il vostro vero essere. E nel vostro vero essere c’è quel meraviglioso sentimento cui tutti, senza eccezione, anelano e con il quale sembrano aver perso il contatto: l’amore.

La preoccupazione è falsa. Ma sentirvelo dire o riconoscerla, e non essere in grado di fermarla, per voi non è sufficiente. Dovete sentirne la sofferenza, E dovete riconoscerne la falsità in voi stessi: mentre siete preoccupati e non dopo. Con il senno di poi tutti sanno che l’ansia è stupida, ma poi si preoccupano di nuovo. Non importa fino a che punto siete convinti che l’ansia sia falsa e che riconosciate che lo sia, continuerete a preoccuparvi. Come a qualsiasi altra cosa falsa, la preoccupazione può essere superata solo comprendendola nel momento in cui è attiva, quando si agita in voi.

Per comprendere qualsiasi cosa, la dovete osservare in azione, esaminarla e, se possibile, entrarci; esserci quando nasce.

Se meditate regolarmente, e con serietà, vi ritroverete a separarvi in modo naturale. Nel pieno della preoccupazione vi saranno strani interludi silenziosi. Questa separazione è un segno inequivocabile di progresso. [continua…]

P.S. (e O.T.): voglio fare un piccolo favore ad un blogger pubblicando l’indirizzo del suo blog; è molto diverso dal mio: parla di giochi 🙂 Ma… la vita, per fortuna, comprende anche il gioco, no? Non dimentichiamolo 🙂 E allora…

http://ilblogdeigiochi.wordpress.com/

Non siamo indistruttibili

La mia vita, come quella della maggior parte di noi, ha avuto alti e bassi. Anzi in questi ultimi anni non posso lamentarmi, grazie in particolare ad una importante decisione che ebbi il coraggio di prendere ed all’incontro con quella che oggi e’ la mia amatissima moglie  🙂 Tuttavia la percezione della caducita’ della vita, di noi tutti, di ogni cosa che c’e’ al mondo, e’ sempre piu’ presente in me.
Impermanenza la chiamano i buddisti.
E’ una percezione che piu’ o meno ho avuto da sempre, fin da bambino, ma certo quando fai un po’ di strada e inizi a imbatterti nei tuoi lutti – alcuni forse inaspettati e imprevedibili, e per questo ancora piu’ dolorosi – o quando fai caso a quante persone sono cadute e stanno cadendo attorno a te anche in eta’ nelle quali si dovrebbe solo essere spensierati… diventa piu’ difficile eludere.
C’e’ chi riesce – almeno apparentemente – a non pensarci, rifuggendo da ogni discorso sull’argomento, arroccandosi nella propria torre fatta di voluta inconsapevolezza… E se funziona, be’… ben venga per loro, e non lo dico con ironia. Personalmente pero’ e’ una strada che non riesco piu’ a seguire, sempre che l’abbia mai fatto. Al massimo riesco ad avere brevi periodi di “ingenuo ottimismo”, dove mi capita di pensare ad una lunga e serena vita per me, i miei cari, i miei animalotti tutti; poi basta una nuova notizia (e come sfuggire alle notizie nell’era della comunicazione?), un nuovo malanno proprio o altrui, perche’ spettri fin troppo reali tornino a manifestarsi in tutta la loro concretezza.

Non siamo indistruttibili, non esiste cosa o persona al mondo che non ce lo ricordi. Ed allora l’unica strada appare quella di una accettazione il piu’ serena possibile. Non una accettazione di facciata, ma reale, fatta di sana consapevolezza del proprio ineluttabile destino. Per questo, in particolare in questi ultimi anni, come ben sapete voi (ormai pochi :-P) lettori del mio blog, mi sono avvicinato al buddhismo tibetano: per trovare in esso conforto ma, soprattutto, la forza per operare il miracolo (perche’ lo e’ di fatto) della serena accettazione.
A dirla tutta, non sono affatto convinto della storia della reincarnazione, del Nirvana e cosi’ via, anche se forse sono un poco piu’ possibilista, ma ho una piccola apertura, una sensazione, che per arrivare alla serena accettazione la credenza in esse non sia indispensabile. Lo stesso Dalai Lama una volta disse, a proposito della necessita’ di non fuggire dalla realta', che se un domani la scienza dimostrasse scientificamente che la reincarnazione non esiste, non avrebbe senso rimanere arroccati su posizioni che sarebbero a quel punto anacronistiche, eppure cio’ non decreterebbe la fine del Buddhismo, essendo il suo fine la liberazione dalla sofferenza, piu’ che la rinascita in un supposto eden.
Al momento una cosa mi pare ragionevolmente verosimile: ogni dolore, ogni sofferenza, e’ enormemente acuita dalla sua componente psichica. Mentre per i dolori fisici la scienza ha fatto grandi progressi, per preoccupazione, paura e angoscia, poco ha potuto e puo’ fare. Per molte persone sapere di dover morire significa morire due volte. Tuttavia, a chi ha avuto modo di sondare i propri stati d’animo osservandoli attentamente, appare indubbio che essi siano di natura esclusivamente mentale e, dunque, potenzialmente controllabili.
Dopo aver avuto un approccio – ancora troppo superficiale, sia chiaro – con il buddhismo e le tecniche di meditazione, e’ mia sensazione che tutti questi disagi psichici possano essere eliminati. Anzi piu’ che una sensazione la mia e’ una convinzione. Certamente non e’ affatto facile. Certamente non e’ una cosa che si possa inventare sul momento, anche se la reazione a eventi inaspettati e devastanti e’ sempre individuale e a volte sorprendente, permettendo di trovare una forza e una tranquillita’ che non si immaginava di possedere. Per questo i buddhisti dicono che bene sarebbe prendere confidenza per tempo con i metodi di controllo della propria mente, metodi che passano con la presa di coscienza di come essa funziona. Perche’ altrimenti certi passaggi potranno difficilmente essere tenuti sotto controllo. E se morire si deve tutti, morire due volte sarebbe un peccato.
 
Come chiusura del post ho scelto una vecchia canzone di tal Robert Tepper, “No easy way out” (non e’ facile uscirne fuori), che in uno dei film della saga di “Rocky” cantava appunto “Non siamo indistruttibili, e’ bene che lo capisci bene; penso sia incredibile come si lasci tutto nelle mani del caso”. Incidentalmente, le immagini sono una dedica a Sylvester Stallone, mito degli anni ’80, ma anche quelle in fondo servono perche’ segno del tempo e della condizione umana che inesorabilmente passa: oggi anche uno che, a chi e’ cresciuto con i suoi film, sembrava allora intramontabile, fa un po’ di tenerezza…

Un altro monito in fondo della caducita’ della vita e di ogni cosa.


Sfide

In attesa di riprendere il racconto che avevo iniziato ("L'ultima sfida"… a proposito, lancio un sondaggio: secondo voi lo riprendero' davvero prima o poi? :-D), volevo parlare di quello che ritengo essere un modo di affrontare la vita, ovvero prendendo i suoi imprevisti e i nostri impegni, grandi o piccoli che siano, come sfide.

In genere sono due i principali fattori per cui le nostre vite finiscono per arenarsi: la paura e la pigrizia.

A volte temiamo cio' che dobbiamo affrontare e tendiamo percio' a rifuggire da esso, pur sapendo che prima o poi ci verra' presentato il conto. Cio' che ho imparato nel corso della vita e' che, molto spesso, piu' tardi arriva il conto, piu' salato esso e'. Ecco perche' ritengo che bisognerebbe sempre affrontare, senza rimandare ad un domani che di solito non e' mai "domani", quel qualcosa che sappiamo dover affrontare.
Mi sembra gia' di sentire qualcuno pensare "eh, ma non sempre e' meglio anticipare l'azione!", ed e' vero. Ma io qui non parlo necessariamente di "azione": "affrontare un problema" puo' significare anche decidere che il momento di affrontarlo non e' ancora giunto, che ci sara' un istante piu' propizio. Cio', tuttavia, non deve assolutamente essere fatto per evitare di affrontare il problema stesso, ma sulla base di indicazioni reali, pratiche, precise e tangibili.
Non si affronta invece il problema quando lo si lascia in sospeso, quando una reale decisione non viene presa ma perennemente rimandata, forse sperando che nel tempo si risolva da solo.

Simile e' l'effetto della nostra accidia. C'e' qualcosa che dobbiamo fare ma gia' l'idea di doverci buttare in quel qualcosa, un lavoro ad esempio, ci stanca. Immaginiamo quel problema come fosse un'immensa montagna da scalare, una montagna che ci sfianchera', ci togliera' energie, tempo, vita. In realta' pero' quel lavoro va fatto, c'e' poco da dire: affrontarlo stancamente non fara' altro che prolungarlo, trasformandolo in una lenta agonia frammista di noia e preoccupazione. Ogni giorno che ci separa dal suo termine, invece di essere vissuto come un sollievo per l'avvicinarsi della meta, ci stanca ancora di piu'. Non se ne puo' davvero piu'.

Vivere in questo modo, con questo lento e penoso trascinamento, e' davvero un non vivere, un concentrare tutta la nostra vita nei soli momenti di "hobby", magari pochi e mal vissuti, visto che gia' pensiamo che finiranno…

Imparare a vivere entrambe le situazioni come fossero sfide da vincere, da' certamente una carica ed una vitalita' in piu', che vivere nella continua ricerca di evitarle.

Spesso scopriremo che cio' che ci faceva paura non e' poi cosi' brutto, e che comunque il solo fatto di esserci mossi, di aver avuto il coraggio di uscire finalmente dalla nostra tana, ci avra' liberato dall'angoscia e dato forza e convinzione nelle nostre possibilita'.

Altrettanto spesso, il buttarci nell'azione ci fara' uscire dalle pastoie della noia e della preoccupazione, che a volte sembrano proprio nutrirsi della nostra vitalita', lasciandoci senza forze.

E' possibile considerare tutto come un'eccitante sfida, piuttosto che come un pesante dovere? Certo, e' solo questione di rappresentazioni mentali. Sfidare se' stessi, dimostrando che si puo' essere migliori, e' sempre possibile 🙂

P.S.: visto la figuraccia fatta quest'anno, fatemi rappresentare il post sulle "sfide" ricordando questa splendida partita 😀 Ehm… io comunque avevo solo 4 anni, eh! 😛

Il bicchiere mezzo pieno

"La mente è padrona di se stessa,
da sola può fare del paradiso l’inferno,
dell’inferno il paradiso".

John Milton, 1667


Tanto e’ stato scritto sulle potenzialita’ e sui limiti della mente. In molte tradizioni spirituali, non solo orientali, la mente e’ il concetto fondamentale degli insegnamenti, tutto parte da essa, sofferenza e beatitudine. Ma se e’ facile pensarla cosi’ quando si sta bene, allorche’ si sta male o si passa un momento di particolare difficolta’, diventa maledettamente difficile.
Tu sei li’ che non sai che pesci prendere e arriva qualcuno che ti da una pacca sulla spalla e ti dice di "pensare positivo", di "rompere gli schemi", che "e’ inutile preoccuparsi"… La prima reazione solitamente e’ mandarlo perlomeno a quel paese, non e’ cosi’? 🙂 "Facile per un sano parlare ad un ammalato", dice qualcuno.

Che il bicchiere possa essere visto come mezzo pieno anziche’ mezzo vuoto e’ cosa nota. Tuttavia ha qualcosa di consolatorio che in fondo spesso non piace. Il bicchiere e’ comunque a meta’, inutile girarci attorno, giocare con le parole.

Tuttavia nessuno contesta il fatto che il bicchiere sia a meta’. Cio’ che viene verificato, piu’ che "contestato", e’ l’estrema importanza della carica emotiva che il dato di fatto riveste per chi ne fa esperienza. In teoria ogni cosa non ha carica emotiva di suo, nemmeno le cose che consideriamo piu’ terribili e temibili. Le cose, gli avvenimenti, accadono, e basta. E’ come le viviamo a fare la differenza.
Questo aspetto non e’ solo teorico: se una persona sta male in continuazione per cio’ che gli accade, stara’ sempre peggio, perche’ la disperazione e la paura aggiungeranno un "carico" terribile al peso della sofferenza che sta vivendo. Non solo, ma la disperazione e la paura vissuta si radicheranno nel profondo del proprio inconscio, cosi’ che la volta successiva bastera’ poco per sprofondare nella stessa disperazione e nella stessa paura. L’evento scatenante potra’ essere sempre piu’ piccolo, a volte cosi’ piccolo da non capire come sia stato possibile cadere in un tale stato di emotivita’.

Inoltre, sofferenza, preoccupazione, paura, stress, hanno un impatto anche sul fisico andando ad incidere sulle difese immunitarie e sulle capacita’ di ripresa, sia psichiche che fisiche. Qualcuno, anche tra i ricercatori medici "classici" (niente teorie "new age" dunque), sospetta che possano avere un ruolo anche importante sullo sviluppo di diverse malattie.
Senza contare che gli stessi fattori portano a scarsita’ di concentrazione, a carenza di attenzione, a diminuita capacita’ reattiva, cosi’ da aumentare i rischi di incidenti o da creare difficolta’ lavorative o relazionali.

Questa non e’ una fantomatica teoria New Age, e’ esperienza diretta che probabilmente ognuno di noi ha, a suo livello, fatto.

Vedere il bicchiere mezzo pieno, anziche’ mezzo vuoto, e’ comunque di fondamentale importanza.

bicchiere