La sopravvivenza della coscienza di sé dopo la morte

Al momento di scrivere il titolo di questo post avevo pensato di mettere il sottotitolo “Quando si capisce che tra scettici e credenti non ci può essere incontro”… capirete il perché 🙂

Qualche tempo fa’ lessi un interessante articolo riguardante gli esperimenti che Sam Parnia, primario di Terapia Intensiva allo Stony Brook University Hospital di New York (quindi non stiamo parlando di un hippy new age :-D), stava conducendo per capire se la coscienza continuava dopo la morte. Il suo interesse nacque dall’osservazione del noto fenomeno chiamato “Near Death Experience”, ovvero dal fatto che una percentuale compresa tra il 10 e il 20% dei pazienti che, in seguito ad attacco cardiaco o altra causa di morte imminente, vengono salvati all’ultimo istante – o tecnicamente perfino dopo l’ultimo istante, cioé quando ne è stata decretata la morte clinica – riportano di aver continuato ad essere coscienti, con visioni o altre forme di percezione (suoni, odori, …), quando in teoria, secondo la scienza, il loro cervello era troppo compromesso per permettere tale stato di coscienza.

I fenomeni NDE, conosciuti in particolare per la visione del famoso tunnel con una luce e un calore meravigliosi e rassicuranti al termine dello stesso, spesso con parenti o altre entità che accolgono e accompagnano in quella che sembra essere l’inizio di una nuova esistenza, sono conosciuti e discussi ormai da decenni (in realtà da migliaia di anni, ma limitiamoci all’epoca moderna) e le teorie che dovrebbero spiegarle sono varie e molto controverse: i credenti parlano, ovviamente, di testimonianze di una vita dopo la morte, gli scettici di fenomeni legati ad allucinazioni del cervello dovute ad essenza di ossigeno o al rilascio di particolari sostanze da parte del corpo umano aventi lo scopo di… addolcire la pillola. Da entrambi i lati ci sono state repliche e contro-repliche tendenti a smontare le teorie contrarie.

Sam Parnia si imbatté, nel suo lavoro, in questi racconti dei suoi pazienti e, incuriosito, iniziò a cercare una spiegazione scientifica. Prima di tutto verificò che la percentuale dei casi non era trascurabile, ovvero non si trattava di casi isolati, e che non riguardavano tutti i pazienti “riportati in vita”, cosa importante poiché escludeva potenzialmente le cause biologiche quale l’assenza di ossigeno (leggi: tutti avrebbero dovuto avere la stessa esperienza, e non solo una bassa – ma sensibile – percentuale di essi).

Tuttavia l’ipotesi allucinazione restava in carica ma non sembrava spiegare tutti i casi. Infatti alcuni pazienti riportavano in maniera dettagliata cosa accadeva attorno a loro – o addirittura in altre stanze o luoghi – in quei momenti di “pre-morte”, di solito da prospettive diverse, come guardassero dall’alto della stanza o – ancora più strano – da un luogo non precisato, ovvero da tutti i luoghi contemporaneamente, come fossero liberi da vincoli spaziali.

Anche per questi casi comunque gli scettici avevano una loro spiegazione: il cervello non era stato completamente “spento” in quei momenti, almeno non in tutti, ed aveva recepito qualche parola o altra sensazione che gli aveva permesso di ricostruire a livello inconscio una visione di cosa stesse succedendo. O addirittura era successo lo stesso ascoltando pezzi di racconto o frasi concitate di medici, infermieri e famigliari, dopo essersi risvegliato…

Per smentire l’ipotesi allucinazione o ricostruzione mentale, Sam Parnia ebbe l’idea di installare alcuni pannelli con disegni in punti della camera non visibili dal letto del paziente, in modo da verificare poi se esso fosse stato in grado di vederli in modo… diverso, ovvero fuori dal proprio corpo. Al momento, da quel che so, le sue dichiarazioni sono che tali pannelli non sono stati visti, ma che eppure diversi casi di testimonianze troppo dettagliate per essere allucinazioni o ricostruzioni mentali sono stati riportati. Già qua, sia gli scettici che i credenti hanno cantato vittoria (in un momento così travagliato come quello del trapasso, non è poi così strano che l’attenzione cosciente non si rivolga a dei disegni su alcuni pannelli di controllo piuttosto che a ben altri avvenimenti come lo strazio dei parenti o la concitazione di medici e infermieri).

E’ da poco uscito un nuovo libro di Sam Parnia – non credo ancora tradotto in italiano – intitolato Erasing Death (cancellare la morte). Questo libro non si occupa però di cosa c’è dopo o se un dopo c’è, ma affronta solo il tema del momento della morte da un rigoroso punto di vista scientifico. Sostanzialmente Sam Parnia ha verificato che molte cellule del corpo umano continuano a vivere anche parecchie ore dopo che è stata dichiarata la morte clinica del paziente e questo permette, con tecniche di raffreddamento particolari, tese a ridurre al minimo il rischio di danni fisici e cerebrali, di riportare in vita il paziente molto più avanti di quanto ritenuto dalla scienza fino a poco tempo fa’. Non a caso i pronto soccorso americani hanno già oggi circa il doppio di percentuale di successo di rianimazione di pazienti colti da infarto rispetto agli omologhi tedeschi o inglesi, e Sam Parnia “semplicemente” cerca con questo libro di dare indicazioni su come salvare ancora più vite umane, senza addentrarsi in “terreni minati”.

Secondo lui la morte non è un processo istantaneo come a lungo si è creduto, ma un processo che dura diverse ore. E quando è possibile riportare in vita il corpo di chi era dichiarato morto, la coscienza… ritorna anch’essa.

Su questo punto si accentra la nuova diatriba tra scettici e credenti. Basta fare un giretto per siti e forum per trovare punti di vista sorprendentemente opposti: gli scettici enfaticamente dicono “Finalmente Parnia ha dimostrato che le NDE sono semplicemente dovute al fatto che le cellule cerebrali non sono ancora morte!”, i credenti “… che la coscienza non si estingue con la morte: essa è ancora viva e, eventualmente, rientra nel corpo se questo viene riportato in vita”.

Sam Parnia, per ovvi motivi, si mantiene cauto riportando solo i dati raccolti riguardanti l’effettivo momento della morte, evitando conclusioni sul fatto che un “dopo” esista o meno. L’unica dichiarazione a cui si è lasciato andare è: «Cosa succede quando il cuore smette di battere? Esternamente è come se la mente, ciò che chiamiamo io o anima, svanisse. Però è lì. Quanto a lungo continui, non lo so. Ma so che, almeno per qualche ora, il periodo di tempo che impieghiamo per riportare indietro una persona, la coscienza di sé continua a esistere».

Nonostante Sam Parnia abbia finito per ricevere critiche da una parte e dall’altra, credo che il suo operato sia – almeno fino a questo momento – un fulgido esempio di come si dovrebbe muovere ed esprimere uno scienziato: senza preclusioni né proclami. Senza esprimere conclusioni a cui non è giunto. Lui sa fin dove è arrivato e cosa può dimostrare. Non afferma, ne nega, ciò che resta fuori dalla sua portata. Anche se magari una sua idea ce l’ha.

P.S. (e O.T.): colgo l’occasione per fare gli auguroni a Julius che in questo periodo compie 5 anni! 😛 Eccolo qua, il ciccionetto, che se la dormiva ieri sera sulla mensola sopra il calorifero 😉