Le figure dei nostri sogni

Parliamo un po’ di sogni 🙂 Non sogni ad occhi aperti stavolta, ma sogni veri, onirici. Esattamente diamo un’occhiata alle figure che popolano le nostri notti…

Per farlo, utilizzerò un sogno del blogger Paolo (viadalloblio, blog viadalloblio) che ho già presentato qua: Via dall’oblio – cronaca di una rinascita


 

Capitolo XI – 1
di
viadalloblio
Blog:
viadalloblio

La gente presta poca attenzione ai sogni e alla sua importanza. Ipotizzano che il sogno non e’ altro che la conseguanza notturna di cio’ che si e’ vissuto durante la giornata o un parto di una cena pesante non smaltita. Nella prima ipotesi, in parte e’ vero, meno verosimile e’ la seconda. Nessuno o quasi pero’ sostiene che il sogno e’ un insieme di messaggi tramite viaggi astrali, nei quali il dormiente e l’aldila’ s’incontrano ed e’ cio’ che vissi io nelle prime settimane del millenovecentoottantanove, forse il piu’ importante per risalire un poco la china.
Ogni alcolista ha un fondo da toccare ed evidentemente il mio l’avevo tastato nel capodanno precedente ed ora il fato cominciava a farmi risalire, sottoforma di un sogno in una della tante mie notti agitate. Riposare senza l’ausilio della bestia era quasi impensabile, giacche’, le poche volte che mi coricavo, con la promessa di non bere piu’, facevo fatica a prendere sonno e mi rigiravo nel letto come un’anguilla al mercato. La bestia, perlomeno mi faceva cadere in pesanti sonni senza sogni, ma quella notte non fu cosi’ e mi venne in sogno Don Eugenio, il mio sacerdote d’infanzia. Mai avevo dimenticato la sua figura di antico, burbero prete, tanto benevolo quanto irascibile. Lo vidi subito, il primo giorno che andai al suo oratorio, me ne stavo in disparte e lui venne incontro a me, mi prese per mano e mi porto’ in compagnia degli altri ragazzi che giuocavano a ruba-bandiera. Ricordo che disse ad un ragazzo, di cedermi il posto ed egli lo fece volentieri, tanto era la stima che portava a quest’uomo. Don Eugenio, aveva un sorriso unico, in confessionale ti abbracciava, chiamandoti “figliuolo”, dedicando completamente la sua vita ad ognuno di noi. Innumerevoli le notti insonni, per cercare di risolvere i problemi economici dell’oratorio, sempre armato di una grinta inesauribile, di forza sovrumana, come nel realizzare i canestri a occhi chiusi, o le partite vinte a scacchi. Soltanto quando il sonno lo vinceva, davanti alla scacchiera, si riusciva a batterlo. Questo Santo, lasciava questa vita, in silenzio, all’alba di un mattino nebbioso, senza che il suo cuore provato, gli desse un avviso.
Nel pieno dei miei diciassette anni, in quel nefasto anno, perdevo il nonno Emilio e Don Eugenio, che torno’ da me quella notte. Era in una cattedrale, attorniato da altri prelati, con un manto di una bellezza indescrivibile e un copricapo papale. Appena mi vide si alzo’ e scuro in volto mi disse “Ma e’ mai possibile che non sai fermarti? Cosa scrivero’ di te’ sul libro che Dio mi domandera’? Basta, metti la testa a posto, attento che sei in forte pericolo!!! …Mi svegliai di soprassalto, ansante, in un lago di sudore, terrorizzato, nel buio totale della notte… Don Eugenio, colui che mi aveva dedicato la vita, mi era apparso in sogno dall’aldila’ per mettermi in guardia… “Il giorno che Dio mi chiamera’, apriro’ il mio libro ed Egli mi domendera’: cosa hai fatto dei ragazzi che t’ho affidato? Cosa hai fatto di ognuno di loro?”, ci diceva sempre sorridendo.
Piangendo, pensai a me, ad alcuni amici morti di droga, altra, piaga gia’ dilagante di allora, e mi struggevo per aver dimenticato quelle sue parole, domandandomi perche’ forse mi aveva abbandonato… Ma Don Eugenio non mi aveva scordato, questo sacerdote che sembrava uscito da un romanzo di Guareschi, tanto da ricordarmi Don Camillo, aveva scelto il modo piu’ diretto da buon “temporale” come era stato in vita… e aveva in un certo senso fatto centro… cominciavo di nuovo a riflettere…



Commento di Wolfghost:
Interessante questo sogno 🙂
In realta’ poco importa se il personaggio che compari’ nel sogno fosse davvero Don Eugenio oppure la parte “forte” del nostro Paolo che ne usava la figura simbolicamente, cio’ che importa e’ che… abbia funzionato 😉
Spesso il nostro subconscio usa figure simboliche per mandare i propri messaggi, figure che ovviamente non sono casuali ma sono esempio di cio’ che dobbiamo fare. Non a caso spesso viene usata la figura dei genitori.
Senza escludere la possibilita’ che sia stato davvero Don Eugenio ad apparire al nostro amico (è giusto rispettare le credenze di tutti, poiché è ciò che crediamo ad essere vero per noi), la parte del suo subconscio che voleva la sua reazione potrebbe aver usato la figura di un personaggio forte, determinato, convinto, per rafforzare il suo messaggio di forza, determinazione, convinzione.
Un modo per dirgli (e per dirsi!) “Dai, e’ ora di rialzarti!” 🙂
In fondo quel che cambia e’ solo… il merito: anziche’ distribuirlo tra Paolo e Don Eugenio, nel secondo caso andrebbe esclusivamente a Paolo 😉
… e credo sia giusto così!

aiuto

Il tempo è il dono più prezioso

Era già qualche giorno che cercavo di scrivere un nuovo post ma poi, per una ragione o per un’altra, finivo sempre per rimandare. Stasera pareva non fare eccezione: sono arrivato a casa presto dall’ufficio, niente palestra, niente spesa, ma… dovevo assolutamente terminare le pulizie della casetta (di solito le faccio nel weekend ma a volte non posso e in altre sono un po’… pigro :-D); così, quando ho guardato l’orologio a parete, mi sono detto “Uff! Anche stasera è ormai andata!”. E poi, quando sono di fretta o ho poco tempo, è come se le idee e la creatività su cosa scrivere scappassero dalla mia testa 😦

Stavo perciò per chiudere quando mi sono accorto… che il post “era lì”, praticamente pronto, solo da buttare giù nero su bianco: il tempo e la sua preziosità! 🙂

Ho sempre pensato che il dono più prezioso che possiamo fare e ricevere sia… il nostro tempo. E non solo perché un giorno, giocoforza, non ne avremo più e potremmo rimpiangere ciò che non abbiamo fatto – o, al contrario, che abbiamo fatto ma non lo meritava! 😉 – ma perché in questa società molti di noi sono sempre di corsa, e se non sono di corsa… sono così abituati ad esserlo che si prodigano per trovare il modo di esserlo, non è così? 😛
Perfino gli hobby dopo un po’ vengono spesso percepiti come un dovere al quale non ci si può sottrarre…

Ecco allora che a volte si rimane stupiti quando si incontra qualcuno che ci dona il suo tempo!
Magari ci si stiamo lamentando che dobbiamo fare qualcosa – lungi da noi l’idea che qualcuno ci aiuti, manco ci sogneremmo di chiederlo, disabitudinati come siamo – ma… qualcuno ci dice inaspettatamente, con convinzione e spontaneità, “ehi, se vuoi ti do una mano!”… 😮
Si può rischiare perfino di insospettirci e pensare che ci sia dietro qualcosa… 😐

Il regalo più prezioso per me è sicuramente il tempo. Chiunque può comprare un dono materiale, magari facendo un salto all’ultimo minuto in un negozio per strada o perfino in autogrill (sarà un caso che adesso negli autogrill si trovi di tutto? ;-)), ma… chi offre il suo tempo per noi, o è una persona speciale, che sa cosa è importante, oppure è qualcuno che davvero ci apprezza e ci vuole bene 🙂
… ovviamente scarto la terza ipotesi, quella che certamente molti a questo punto avranno maliziosamente pensato, ovvero che “non avrà nulla di meglio da fare!” 🙂 In realtà molte persone non hanno nulla di troppo importante da fare, eppure… per voi non alzeranno un dito, potete scommetterci! 😉

… e adesso, siccome ho sentito un gran rumore di stoviglie e posate (Julius!!!! Gattaccio!! Che diavolo stai combinando?? :-D) sarà meglio lasciarvi e correre a vedere che sta succedendo! 😉

Buonanotte! 🙂

orologio

Il nodo gordiano – uscire dall’abitudinarietà

Alessandro taglia il nodo gordiano                    Alessandro recide il nodo Gordiano, di Jean-Simon Berthélemy

Il nodo gordiano
di Paolo Coelho


L’esperienza è una cosa molto positiva, ma non è tutto. Spesso essa ci fa adottare soluzioni vecchie per problemi nuovi, e noi continuiamo ad andare avanti senza capire che la vita è movimento e che ci troviamo sempre di fronte a nuove sfide.
Nell’antica Grecia, un carrettiere di nome Gordio fece un nodo talmente complicato che nessuno era capace di scioglierlo. Nacque allora la famosa leggenda: chi fosse riuscito a snodarlo, sarebbe stato il più potente degli uomini.
Molte persone tentarono, finché il giovane Alessandro passò per il tempio in cui si trovava il nodo. Provò, vide che non sarebbe riuscito a disfarlo, allora prese la sua spada e lo tagliò a metà. Pochi anni dopo, Alessandro divenne il signore supremo del più vasto impero che il mondo abbia conosciuto, e fu definito il Grande.
«Così non vale», avrà sicuramente detto qualcuno vedendo Alessandro tagliare il nodo. Ma perché non vale? Era solo una soluzione nuova per un problema antico.



Commento di Wolfghost:

“Una grande intensità: evocazione di qualcosa proveniente dal nulla. È vero che gli strumenti sono quelli, la tecnica, le abitudini, ma un incognita permane: gli anni di pratica non vi possono proteggere (non vi devono proteggere). Bisogna gettarsi in uno spazio vuoto, uscire dalla memoria. Tutti vi stanno guardando, e in questo momento della vostra vita, smettete con i luoghi comuni e inventate.”
Tim Hodgkinson (compositore musica sperimentale)

La nostra mente è un complesso sistema di Neuroni e di reti cerebrali che li unisce. E’ come una intricata rete stradale, su cui viaggiano i pensieri, che collega posti dove risiedono immagini e memorie.
Quando prendiamo un’abitudine, che essa derivi da un’azione ripetitiva che adottiamo noi stessi nel passare del tempo, o da un uso e costume insito nella società nella quale viviamo, è come se la strada che portasse a quel determinato ricordo, e che ci porta a compiere una determinata azione o reazione, divenisse molto più larga e quindi facile da percorrere delle altre, con il risultato che i pensieri si indirizzano quasi sempre proprio in quella determinata direzione. In un certo senso, ci disabituiamo a percorrere strade nuove, ad avere idee, indirizzandoci sempre verso strade e soluzioni ben conosciute e collaudate… ma che non necessariamente sono le migliori.
Un esempio tipico è quello delle cosiddette “seghe mentali”, dove facciamo correre i nostri pensieri ore e ore, giorni e giorni, ma sempre sulle stesse strade, con i medesimi risultati.
Non è che non esistano altre strade e soluzioni, è semplicemente che noi non le vediamo, incanalati come sono i nostri pensieri lungo i soliti percorsi abitudinari.
Cambiare questa strategia è possibile nel tempo. Basta rompere la prima delle abitudini: affidarsi alle abitudini e agli usi e costumi. Il che non vuol dire “fare gli strani”, l’esperienza – come dice Coelho – è fondamentale per crescere, ma semplicemente pensare a ciò che si sta facendo, “fermandosi” e guardando con oggettività i propri comportamenti, come se li si vedesse dall’esterno. Poi potremmo anche decidere di continuare sulla solita strada, ma almeno sarà perché davvero la riterremo la migliore.
Non è forse vero che spesso siamo capaci di indicare le soluzioni più logiche agli altri ma non siamo capaci di fare lo stesso con noi?
Ovvio, non è semplice, ma imparare a guardare anche le strade laterali, pure se sono più piccole, rifiutandosi di seguire acriticamente la strada principale, è un qualcosa che si può insegnare alla propria mente.

Alcuni degli aforismi che preferisco ( IV )

Riprendo dopo lungo tempo (era l’inizio del 2008!) a elencare alcuni degli aforismi che preferisco 🙂

18102009668Le foto sono mie, si tratta di Merano e dintorni (questa sopra, ad esempio, è fatta da Castel Coira, sopra Sluderno).

171020096531. Il peggior peccato verso i nostri simili
non e’ l’odio ma l’indifferenza;
questa è l’essenza della disumanità.
(Marcel Proust)

2. C’è qualcuno seduto
all’ombra oggi perché
qualcun altro
ha piantato un albero
molto tempo fa.
(Warren Buffett)

171020096553. Quando gli elefanti combattono
è sempre l’erba a rimanere schiacciata.
(proverbio africano)

4. La maggior parte delle sfortune
sono il risultato del tempo
utilizzato male.
(Napoleon Hill)

5. Un bimbo impiega due anni
per imparare a parlare,
un uomo impiega una vita
per imparare a tacere.
(autore a me sconosciuto)

181020096656. Avere successo può voler dire
uscire dalle fila e marciare
al suono del proprio
tamburino personale.
(Keith DeGreen)

7. Molto spesso siamo
noi i peggiori nemici di noi stessi,
con il vizio che abbiamo
di erigere ostacoli sul cammino
che conduce al successo e alla felicita.
(Louis Binstock)

181020096678. Il vero Amore è quando
il tuo cuore e la tua mente
dicono la stessa cosa.
(Leanna L. Bartram)

9. Tutti abbiamo forza sufficiente
per sopportare i mali altrui.
(Francois de La Rochefoucauld)

10. Non è la libertà che manca.
Mancano gli uomini liberi.
(Leo Longanesi)

Quale tra questi sentite più… vostro? 🙂

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La fata dei boschi e il gatto nero – una favola di IrisLuna

Stasera voglio pubblicare una bellissima fiaba raccontata da IrisLuna. A me è piaciuta tanto, e dopo tanti post un po’ tristi è proprio quel che ci vuole 😉

Prima però… un ringraziamento a Firearrow per la modifica del template! 😛 Se adesso trovate le icone per il social-networking (credo si dica così… :-D) e i commenti pop-up assieme a quelli permalink, è merito suo! 😉

Ringraziamenti anche da Julius e Sissi, eccoli qua 😉 Ehm… ragazziiii! Svegliaaaaa!!! Uff… vabbé, ti ringrazio io anche per loro! 😀

30092009648
Nel weekend non ci sarò, ma… lo sapete: risponderò comunque a tutti, presto o tardi 😉

E ora la splendida fiaba di Iris…


La Luna Piena – Una fata dei boschi e un gatto nero
Fiaba raccontata da IrisLuna
Blog:
Frammenti di Luna

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Ogni volta che c’ è la luna piena, come in queste notti, mi torna alla mente una favola che mi raccontavano da piccola. Parla di una fatina dei boschi, un gatto nero, e di una panchina bianca in mezzo al mare...

Le figlie di Aradia amano cantare e passeggiare per i boschi, niente riempie loro il cuore di gioia come pregare per la grande madre, e onorarla ballando sotto la luna piena. Venivano appellate fate, e avevano grandi poteri, che traevano dall’amore stesso che nutrivano per Diana. Ognuna delle fate era dotata di bellissime ali, che permetteva loro di volare perfino sopra le nubi, in modo da non perdere mai di vista la luna, nemmeno nei giorni di pioggia. Un giorno, dal pianto di una ninfa, nacque Iris. Le sue ali erano le più colorate, ma avevano un difetto: non riuscivano a volare. Quelle ali erano troppo deboli, e Iris non poteva seguire le compagne qua e là per il bosco; dovete infatti sapere che le fate non amano muoversi a piedi, ma lo fanno sempre volando molto velocemente, in modo da non farsi vedere da occhio umano. Quindi Iris rimaneva sempre da sola, specialmente sotto la pioggia, mentre le altre fate erano lassà, sopra le nubi, a danzare alla luna piena. Iris altro non poteva fare che camminare. Camminava, e camminava tanto, e così scoprì tante piccole cose del bosco che alle fate sfuggivano, svolazzando qua e là. Scoprì su quale fiore su posava la rugiada più fresca, ad esempio, o dove cadeva la prima foglia in autunno. Ma camminando camminando, Iris iniziò ad uscire dal bosco, ed esplorò zone sempre più lontane.

Un giorno, nelle sue esplorazioni, vide una grande massa d’ acqua, che gli umani chiamavano “mare”. Era incantata dal come riuscisse a rimanere lì, eppure muoversi con quelle sue onde. Ed era incantata da come la luna piena si riflettesse sopra di essa. Così danzò e ballò in onore della Grande Madre, da sola, senza le altre fate. Ma mentre danzava e ballava, qualcuno la stava guardando. Iris sentì il suono di un campanellino, e si accorse della sua presenza. Era un piccolo gatto nero con lo sguardo curioso. Iris rise, il suono di quel campanellino le piaceva. Allora il micio lo agitò apposta per farla ridere di nuovo.
Iris e il Gatto Nero si presentarono, e iniziarono a parlare. E camminarono. Camminarono e parlarono tanto, fino a raggiungere una panchina, una panchina bianca che si trovava proprio in mezzo al mare, in mezzo alle onde. E li si sedettero per riposare un po’. Iris guardò in silenzio il piccolo micio, e iniziò a fargli delle carezze sulla schiena, come piacciono ai gatti. Il micio rimase stupito e chiese “perchè?”, la fata rispose che sapeva leggere nell’ animo, e sentiva che il suo era ferito e che più di ogni altra cosa, più di ogni altra parola, aveva bisogno di affetto. Il piccolo micio rimase sorpreso. Rimasero un po’ li, il micio a farsi coccolare, e la fata a guardare la luna, con l’ espressione triste di chi non può volare. Il micio chiese “Come mai non voli come le tue sorelle… non sei anche tu una fata?” e Iris diventò ancora più triste.
“Vedi le mie ali? Sono troppo deboli per volare. Non hanno forza”. Il piccolo gatto nero allora divenne triste. “Posso fare qualcosa?”.
“No. Nessuno può farci niente”.
La piccola fata dei boschi indicò la luna piena. “E’ che così, sono una fata a metà. Credo che nemmeno la grande madre mi voglia come sua figlia. Non sei una vera fata, se non sai volare”.
“Nemmeno io so volare” obiettò il gatto.
“Tu sei un piccolo gatto nero. Non hai le ali, per questo non sai volare”. Rispose Iris.
“Credi che davvero servano ali per poter volare? Non credi che ci siano altri modi per poterlo fare?”.
Iris non aveva risposta.

Si stava facendo tardi, la luna stava per tramontare, quasi sfiorava il mare. La fata disse frettolosamente addio, volto le spalle, e si diresse verso la sua casa, verso il bosco. Il piccolo gatto nero si sentiva tanto triste. Nessuno era mai stato tanto buono con lui, nessuno gli aveva fatto quelle coccole. E soprattutto, nessuna fata lo aveva mai fatto per lui. O per qualche altro gatto.
Il micio tornò di nuovo a quella panchina in mezzo al mare, sperava di incontrare di nuovo quella fata. Lui era sicuro che avrebbe trovato il modo di farla volare, se solo lei gliene avesse data l’ occasione.

E la fata? La fata pensava e ripensava a quella domanda, c’erano altri modi per poter volare? E più ci pensava e più si arrabbiava e diventava triste, perchè non aveva, non aveva una risposta. E camminò in lungo e in largo per il bosco, per chiedere consiglio. Ma nessuno aveva una soluzione.
E venne di nuovo la notte. E Iris guardava la luna piena, seduta su un ramo dell’ albero più vecchio del bosco, la Grande Quercia. Iris guardava la luna, ma invece di danzare e ballare come le sorelle, sospirava.
“Piccola fata, perchè sospiri ? Cosa ti affligge?”.
“Grande Quercia, io ho ali troppo deboli per volare. Esiste un altro modo per poterlo fare?”
“Piccola fata, ti rende così triste non poter volare?”
“Si, molto.”
“E cosa c’ è che ti rallegra?”
“Non lo so. Niente mi rallegra, Grande Quercia.”
“Chiudi gli occhi, fatti cullare dal soffio del vento. E cattura un pensiero felice”.
Iris chiuse gli occhi. Le tornò alla mente il piccolo micio nero, il tintinnare del campannellino, la lunga passeggiata, le mille parole. Sorrise. E poi sospirò nuovamente.
“Piccola Fata, guarda le tue ali”

Il micio miagolava triste seduto sulla panchina. Faceva freddo e tremava, ma aspettava. Aspettava che la sua fata tornasse, e agitava il campanellino, perchè così, seguendo quel suono, l’avrebbe trovato più in fretta.
E la fata arrivò. Volando stavolta! Il micio era felice, e fece tante fusa alla sua fatina. Iris prese il micio fra le sue braccia e lo strinse forte.
“Grazie, ho dovuto aspettare di incontrare te, perchè le mia ali potesso finalmente farmi volare. Perchè se c’è una cosa che ti da forza, che ti fa volare veramente in alto, sopra le nuvole, è l’ amore.”
Il micio disse alla fatina “Rimani sempre con me”.
Da allora rimasero sempre insieme.

Nelle notti di luna piena, non meravigliatevi se, guardando in alto, vedete una fatina e… sentite miagolare!

Il gatto e la luna

Sofferenze d’amore… aiutiamo un’amica anonima :)

Dunque, in un mio vecchio post (Smettere di soffrire per un amore perso o irraggiungibile), un’amica anonima scrive:
Sono stata insieme per 14 anni, tra matrimonio e tanti anni di fidanzamento poi lui ha scelto la non responsabilità di avere una famiglia, un bimbo (c’era anche il nome) … ora lui sta sempre con gli amici con le sue uscite serali e io mi ritrovo che non riesco a farmene una ragione, si sono ancora giovane appena sopra ai 35 ma NON riesco a farmene una ragione per come è finita (avevamo tutto) e il casino più grande è che io sono ancora innamorata, oltrettutto in giro incontro persone che non hanno voglia di responsabilità e relazioni stabili … la mia domanda è … come posso riuscire ad essere serena nuovamente con me stessa e godermi quello che ho e non pensare più al passato (mi hanno detto il tempo .. ma per me non funziona … mi hanno detto di pensare alle disattese di lui … ma non funziona) qualcuno ha idea se c’è già passata/o di darmi qualche consiglio …. perchè così la mia non è vita …. è una vita sprecata, grazie“.

Io, ovviamente, dirò la mia, ma… mi piacerebbe che chi è passato in una esperienza simile, o comunque per uno di quei lunghi tunnel che purtroppo a volte capitano nella vita, possa aggiungere ciò che questa amica chiede: un consiglio per uscirne.

Il dramma che sta vivendo la nostra amica è purtroppo qualcosa di non nuovo, spesso mi ci sono imbattuto, per me stesso ma soprattutto per altre persone che erano in situazioni simili.
L’idea che mi sono fatto ha raggiunto, nel tempo, una sua stabilità: variano modi e tempi, ma sostanzialmente credo che abbia carattere piuttosto generale.

Intanto bisogna capire se il rapporto è davvero giunto al termine. Questo è fondamentale, molte persone infatti non riescono a staccarsi se hanno anche solo una parvenza di dubbio. Il dubbio, associato al dolore che si sta vivendo, “lega” alla persona che forse è già persa, perfino se quest’ultima fosse già “altrove” da tempo, almeno con la testa.
Certo, in teoria ognuno ha le capacità logiche per capirlo, ma in certe situazioni, quando l’onda emotiva ha il sopravvento, la ragione non si riesce proprio a seguirla.
Il mio primo consiglio è perciò: cercare di togliersi ogni ragionevole dubbio. Se questo comporta anche dover ripetere un concetto già espresso e perfino “rischiare il patetico”, bé… poco importa. Meglio essere considerati tali da qualcuno, che rimanere emotivamente attaccati per anni e anni a chi ormai in cuor suo “ci ha già dimenticati”.
Un bambino per una donna è importante, se lo vuole. Non tutte desiderano avere figli, ma per chi lo desidera, l’istinto materno è molto forte e può giustificare anche lo scioglimento del rapporto con chi la pensa diversamente. Su certi argomenti e esigenze “base”, il compromesso difficilmente esiste.

Affrontato e risolto questo dubbio, e in caso di risposta negativa, non sarà “più facile”, ma si potrà pensare, per quanto si soffra, di essere sulla strada della “guarigione”. Infatti, quando il dubbio non esiste più, arriva il “periodo di lutto”, ovvero quel periodo dove si soffre perché si sa di aver perso la persona amata.
Il periodo di lutto è diverso da persona a persona e da storia a storia; c’è chi lo supera e rinasce prima, chi invece ha necessità di un tempo più lungo; c’è chi ha sofferto già tanto per l’agonia della storia che quasi è sollevato quando questa finisce, e chi invece vive la separazione sempre come un’improvvisa onda anomala, non importa quanto sia stato lungo il “tira-e-molla”. In ogni caso sono convinto che spesso si soffra temporalmente oltre il necessario.
Se infatti nel periodo del lutto non si può fare altro che “resistere al dolore” aggrappandosi a quella vocina che dice “passerà”, c’è un momento nel quale si può, e si deve, cominciare a risalire.
Spesso siamo frenati da una sorta di senso di colpa, come se sentissimo che non sia giusto “andare oltre”, “dimenticare” una persona che si ha amato, ma questa è una trappola che dobbiamo evitare. La mente di fatto ci mette molto tempo a cambiare “percorso mentale”, all’inizio i pensieri vanno spontaneamente verso i ricordi della persona con cui eravamo. All’inizio è ragionevole che sia così, in fondo la nostra mente era abituata a lei da anni. Ma la mente è flessibile, impara: se noi continuamo a dirle, dirci, che è finita e dobbiamo andare oltre, anche la mente, il cuore, alla fine così farà.
Il cuore segue la ragione, se ciò che la ragione dice è ragionevole… solo che necessita di molto più tempo e ripetizione per capire ed accettare come stanno le cose.
Se noi ci rifiutiamo, con costanza e pazienza, di tornare sulle pagine scritte, forse non saremo capaci subito di non tornarci più, forse ci torneremo una, dieci, mille volte. Ma alla fine, poco a poco, la nostra mente imparerà a percorrere altre strade. Bisogna crederci, pensare non al passato o al presente, se fa ancora male, ma ad un futuro che tornerà ad essere bello e radioso, pur senza quella persona che era parte di un tempo ormai andato.
Non abbattiamoci se inciamperemo ancora e ancora, sono certo che se dopo qualche tempo ci guarderemo indietro… ci accorgeremo che il processo di distacco è lento ma… inesorabile.
E un giorno ci scopriremo a pensare “toh! E’ da almeno una settimana che non penso più a lui (o lei)!” 🙂

Un’ultima avvertenza poi sarà quella di non sentirsi “forti” troppo presto, spesso accade infatti che ci diciamo “bene, mi sento forte, ormai posso riaffrontare quella persona senza timore di riesserne coinvolto”…
… aspettiamo ancora un po’! 😉

Come vedi, cara utente anonima, non ho detto una sola parola sul “chiodo scaccia chiodo”, non perché creda che non funzioni – certamente se qualche altra persona ci rapisce il cuore, bé… il gioco è fatto! – ma perché credo che sia un avvenimento che possa accadere o non accadere a prescindere. Se qualcuno incrocerà il nostro cammino, bene, ma se non lo farà… bé, ricordiamoci che per quanta solitudine ci potrà essere nel nostro futuro, la persona dalla quale ci siamo con fatica allontanati e che solo sofferenza ormai rappresentava… non potrebbe comunque esserne la soluzione.

Diamo spazio… solo facendo spazio qualcun altro un giorno potrà almeno avere la possibilità di trovare il cammino sgombro per entrare nel nostro cuore. Se esso invece sarà ancora e sempre occupato, non esisterà nemmeno questa possibilità.

Spero naturalmente che le cose si sistemino e lui, rendendosi conto che ti stai allontanando, possa “cambiare il tiro”, ma… tu non sperarci troppo, vai avanti per la tua strada: se tornerà cambiato, bene, ma se non lo farà… tu avrai già intrapreso la strada per la guarigione 🙂

E adesso, cari amici lettori… tocca a voi! 😉

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Che cos’è un cane… – “Il Perdono di Dio” di Paolo Frani

Questo è un racconto riportato da orchismoria nel suo blog Era l’anno del cane. Quando l’ho letto mi ha colpito come un pugno nello stomaco, ho sperato che fosse solo un racconto di fantasia, purtroppo però ci sono versioni che iniziano con le righe che ho aggiunto al post di orchismoria, in caratteri corsivi…

 



Premessa:
questa non è una favola, questa è un esperienza che è stata in grado, da sola, di infondere la fede in Dio ad un bambino. Un bambino che, per colpa sua o forse delle catechiste, non riusciva a capire il significato della Prima Comunione che si apprestava a ricevere. Dedico queste righe a tutti i cani del mondo.

cane

 

Il Perdono di Dio
Paolo Frani


Avevo sette anni. In tutta la provincia di Bergamo, il mio,era l’unico paese ad avere una Prima Comunione con bambini di soli 7 anni.
Dicevano, di noi, che era troppo presto, che non eravamo in grado di capire il significato del perdono di Dio.
Non avevano torto, infatti.
Per quel che mi riguardava, l’unico pensiero che mi passava per la testa in quei giorni era di correre a giocare con un grosso e vecchio cane, nero come il carbone, affettuoso come un cucciolo.
Il cane apparteneva ad un anziano signore, ormai vedovo, che abitava nella sua stalla a pochi metri da casa mia. Dietro la nostra casa, un prato saliva fino a formare una piccola collina, verde, con un sentiero che si arrampicava fino a scomparire dietro la cima.
Rochi, il suo nome.
Era davvero enorme, col pelo raso, la testa grossa e massiccia…sembrava un lupo, gli volevo un bene incredibile. Lui era come mi sentivo io, evitato per via dell’incomprensione, ma, in fondo, anche il mio caratteraccio era solo un modo per attirare attenzione, purtroppo nessuno capiva.
E la stessa cosa succedeva a lui. Evitato perchè nero e grosso, ma quella non era una sua colpa.
Purtroppo aveva il vizio di cacciare galline, e il suo padrone non poteva più sopportare il fatto che tutto il paese l’additasse come ladro di pollame.
Un giorno venne da me, mentre giocavo col mio unico amico, il suo cane, e disse:
” mi spiace, ma domani lo porto via, non posso più tenerlo, quindi stai a casa tua, domani, perchè lo porto via.”
La sua voce era incerta e mi spaventava.
L’indomani volevo almeno salutare quel cane così importante per me, dunque avevo deciso di andare a salutarlo a tutti i costi.
Mentre mi incamminavo, vidi il mio simpatico amico salire la collinetta, dietro casa mia, accompagnato dal suo padrone, che in mano teneva un grosso martello. L’avevo rincorso, ma non avevo fatto in tempo a raggiungerlo ed erano spariti dietro la collina.
Forse sarei riuscito a digli almeno addio.
Poco dopo sentii il rumore, un botto, il più terribile del mondo. In un silenzio surreale uno stormo di uccelli si era levato da un albero li vicino…il cuore cominciava a battere sempre più forte.
Avevo capito dove era stato portato il mio Rochi, e avevo compreso, in quel momento, di aver perso l’unico amico che avevo.
Poco dopo, il padrone del cane comparve dalla cima della collina e si incamminò verso di me, io lo aspettavo.
Quando mi raggiuse, mi disse che era l’unica maniera, che non aveva sentito niente, che aveva fatto la cosa giusta…una lacrima gli rigava il volto ormai arso dalla vecchiaia. Guardai il martello, sporco di sangue…il sangue di Rochi.
Ci incamminammo insieme verso la sua stalla, il vento scompigliava i capelli grigi dell’anziano signore che si era tolto il cappello, forse in rispetto del suo cane. L’erba mi solleticava le gambe e le mie lacrime scivolavano via fino a finire nel vento.
Un respiro, alle mie spalle, fermò il mio cuore per un attimo. Quando mi voltai, e il signore al mio fianco si voltò con me, una sagoma nera ci seguiva tranquilla.
Lo guardai. Quello che era stato il suo padrone si inginocchiò al suolo, distrutto dal rimorso a colpito dal terrore che il cane volesse punirlo.
In silenzio, rimasi a guardare come, un cane vecchio, stanco e tradito, si avvicinava con la testa bassa e sanguignolenta, la coda agitata come una bandiera e andava a leccare la faccia del suo amato padrone, quasi come se gli stesse chiedendo scusa di averlo spinto sino a quel gesto di punizione. Il signore esplose in un pianto, un pianto da bambino e abbracciava il suo cane, ormai sfinito ed incapace di reggersi sulle zampe.
E io vedevo.
Vedevo il perdono di un essere vivente che, dopo essere stato colpito a morte dalla persona più amata, si accingeva a farle il regalo più bello, immenso e meraviglioso che un uomo pentito potesse ricevere, il Perdono.
Quello fu, per il bambino che ero, la visione del perdono di Dio.
A lungo piansi vicino al corpo dell’amico più caro, ormai esanime, stretto forte dalle braccia di quello che fu il suo padrone.
Quando ci fu la riunione prima della cerimonia della prima comunione, la catechista ricominciò il suo discorso copiato da qualche volume trovato chissà dove, che recitava come l’uomo ricevette il perdono di Dio.
Allora, piangendo gli chiesi:”…ci hai parlato tanto di quel perdono, ma Dio ci perdona tutti i giorni…tu ti sei mai accorta quando succede?…”

Questa storia è per te, per te che abbandoni il tuo cane per andare in ferie, per te che non ti rendi conto e forse non ti interessa nemmeno di quello che il cane proverà mentre ruote di macchine costruite dall’uomo strazieranno il suo corpo. Facendolo agonizzare sull’asfalto fino alla fine.
Questa storia è per te, che non te ne frega di lasciarlo legato ad una catena tutto il gorno senza nemmeno la possibilità di correre, giocare, o anche solo dissetarsi.
Questa, è per te, che non ti rendi conto di quello che lui arriverebbe a fare pur di non abbandonarti.

E ricorda, quando sarai in chiesa e il prete narrerà il tradimento di Giuda, che stanno parlando anche di te, che quest’estate sacrificherai la vita di un cane per le tue ferie.

 



Commento di Wolfghost: I cani, gli animali, non “perdonano”, non nel senso che diamo noi al termine, poiché loro non hanno bisogno di perdonare. Siamo noi ad aver bisogno del perdono per abbandonare l’ira e l’odio verso chi ci ha fatto del male; gli animali non odiano, mai, nemmeno per un solo secondo, perfino chi si macchiasse di crimini orrendi nei loro confronti, di veri e propri tradimenti, come quello descritto nel post.
Il desiderio di perdonare nasce dal senso di colpa, dalla consapevolezza di essersi macchiati di un crimine, legalmente punibile o non punibile che sia, grande o piccolo, che sarà scoperto oppure no.
E’ mia convinzione che il senso di colpa nasca dalle sovrastrutture mentali tipiche dell’uomo, così come i crimini “innaturali” dei quali esso si macchia. Gli animali agiscono per istinto, uccidono per istinto; ciò che fanno non è una vera e propria scelta. Possiamo dire che anche la loro è crudeltà, ma solo perché vestiamo i loro gesti di significati umani, non naturali.
La scelta l’abbiamo noi, con la nostra ragione. Purtroppo spesso, invece di applicare tale ragione in senso positivo e costruttivo, lo facciamo in senso negativo e distruttivo.
La dimostrazione di questo, la indica la stessa Orchismoria, che, rispondendo al mio commento sul suo post, dice “non mi sentirei di escludere la realtà della vicenda, purtroppo è anche tutta una mentalità “vecchia” che, in alcuni, magari sia pure solo inconsciamente, perdura ancora. Per quanto ci sia affetto, il pensiero di fondo resta ‘è “solo” un’animale’….. Questo ci insegna anche un altro indigesto aspetto della realtà e cioè che non è vero che i sentimenti sono “liberi” in realtà. Vengono sperimentati secondo i codici dell’epoca, della cultura, dell’educazione e delle esperienze vissute precedentemente.” – ecco, questa mutabilità dell’uomo e dei suoi sentimenti in accordo alla “cultura” e all’epoca storica, sono la dimostrazione che l’istinto e la naturalezza – che invece sono la base, sostanzialmente immutabile, nell’animale – c’entrano poco. Non è un caso che anche gli animali, perdono in parte i loro istinti naturali proprio quando sono in “cattività” (già il termine è indicativo, no?), ovvero in un contesto non naturale.
Gli animali rispettano la Natura, perfino quando diciamo che sono crudeli, poiché loro stessi sono la Natura.
Noi abbiamo voluto porci, nel corso dei secoli, fuori dal contesto naturale e, identificando Dio con la Natura (se questo vi disturba potete pensare il contrario, la sostanza non cambia), facendo così, ci siamo allontanati anche da Dio.
Non è un caso che il risveglio spirituale coincida – se preferite comprenda – l’amore per la Natura.

E dopo il crudo racconto, qualcosa che faccia sorridere, sempre dal blog Era l’anno del cane 🙂

(IIIa e ultima parte) Ipnosi regressiva alle vite precedenti – La mia esperienza

05092009621(foto mia: altro tramonto dal Castello di Malcesine)


Ci eravamo lasciati alle sedute nelle quali si decise di provare ad andare indietro, “oltre” i limiti temporali di questa vita 🙂

Stesso discorso: qualcosa alla fine ti viene in mente, ma se sia frutto della fantasia o un vero ricordo, non è cosa facile da stabilire.
Io ricordai delle immagini che suggerivano un cavaliere di ritorno da una crociata, ma che scopriva che il suo villaggio natale, un paese francese non distante dal Piemonte, era stato completamente distrutto e nessuno era sopravvissuto 😮
Ricordo che vidi anche il nome del villaggio, ma non verificai mai se un paese simile fosse davvero esistito.

In particolare quando riflettei su questi avvenimenti nei giorni successivi, notai una cosa molto interessante: ciò che ero sicuro essere ricordi, venivano visualizzati “in prima persona”, ovvero ne vedevo le immagini allo stesso modo con cui adesso sto vedendo la tastiera e il monitor del PC. Quando invece arrivavo “nel ventre di mia madre” o in una vita precedente… i presunti ricordi divenivano come immagini proiettate su uno schermo, ovvero in terza persona, che, guarda caso, coincideva con il modo con cui di solito fantasticavo o sognavo ad occhi aperti… In effetti ciò mi fece sospettare che i primi fossero davvero ricordi, mentre i secondi ricostruzioni di una mente che – “indifesa” perché in stato di rilassamento – obbediva sì all’ordine di ricordare, ma costruendo scene pescando da immagini e suoni immagazzinati nel corso degli anni, forse da film, letture, disegni – ormai dimenticati consciamente ma sempre presenti nel subconscio.

Dopo circa cinque sedute, un po’ deluso, interruppi la “terapia”.

Devo però aggiungere alcune cose, certamente importanti.

1) Cinque sedute, secondo Manuela, erano davvero poche per arrivare ad una conclusione. La mente andrebbe infatti “allenata” gradualmente, dato che affronta un territorio ad essa sconosciuto. Ciò che sperimentai io, perciò, non sarebbe dimostrativo.

2) Come detto a Brian Weiss da alcuni suoi colleghi, scettici a proposito della reincarnazione, il metodo può in ogni caso essere utile: infatti, allo stesso modo dei sogni, e forse più, qualunque cosa la mente scelga di visualizzare non è casuale, esso nasconde sempre un significato che, portato alla luce ed analizzato, può comunque essere molto utile, al di là della genuinità di ciò che viene mostrato.
Di fatto ricordo che le discussioni a fine seduta tra me e Manuela, riguardanti il possibile significato di ciò che avevo visualizzato e degli stati d’animo con cui avevo vissuto tale esperienza, erano molto interessanti e utili.
Il metodo insomma funziona… almeno quanto una seduta di psicoterapia.

3) Essendomi sottoposto in altre occasioni a “normale ipnosi” e non avendo mai avuto risultati convincenti – ovvero avendo sempre percepito l’ipnosi come semplice stato di rilassamento – non posso assolutamente affermare che quanto successo a me sia dimostrativo che la reincarnazione non esista, né che il metodo di Weiss non funzioni: come spiegato in precedenza infatti, non tutti siamo soggetti ipnotizzabili.
Di fatto, riconosco che alcune testimonianze riportate da Weiss, Bona e molti altri, non sarebbero così facilmente spiegabili con la pura fantasia; ci sono infatti casi documentati di ricordi congiunti identici (appartenenti a persone diverse che nemmeno si conoscevano), dettagliati di nomi, località e date, perfettamente riscontrabili.

Insomma, se volete provare… provate senza paura, non c’è niente da temere nella misura in cui vi affidate a terapeuti riconosciuti in quest’ambito. Ricordate che l’ipnosi non è quel “fenomeno da baraccone” che vi è stato presentato dai vari Giucas Casella in TV: la mente non farà mai nulla che non voglia fare, né accetterà induzioni che percepirà come negative.
Questa è l’unica cosa che mi sento di dire con certezza.

Se lo fate… poi aggiornatemi sui risultati! 😛

(foto mia: anatra con fontana nel lago di Garda)

06092009637P.S.: domani pomeriggio parto per Stoccolma, dove starò fino a Giovedì. Non so quanto tempo avrò per collegarmi, ma… con un po’ di pazienza risponderò a tutti 😉

(IIa parte) Ipnosi regressiva alle vite precedenti – La mia esperienza

05092009606(foto mia: “porta” di Lazise, paese medievale sul Lago di Garda)


Chi non ha mai fatto ipnosi (intendo in generale, non necessariamente applicata alle vite precedenti) potrebbe rimanere deluso dall’esperienza. In realtà l’ipnosi può assomigliare molto ad uno stato di rilassamento profondo e chi ha già avuto esperienze di meditazione, visualizzazione creativa o training autogeno, non vi troverà grandi differenze.
E’ vero però che non tutti reagiscono allo stesso modo; si dice che i soggetti più impressionabili siano quelli che vengono ipnotizzati più facilmente; mentre quelli più razionali sarebbero i più “tosti” e a volte, con questi ultimi, non ci sarebbe nulla da fare.

In pratica il soggetto viene fatto rilassare profondamente – solitamente da sdraiato – usando tecniche simili a quella del moderno training autogeno ma che si ritrovano tranquillamente anche nello Yoga o in pratiche similari perfino molto antiche. Niente di strano: richiesta di respirare profondamente e lentamente, attenzione posta sulle varie parti del corpo, eccetera…

Dopodiché il terapeuta “ordina” ciò che si richiede al paziente. Alcuni eseguono prima un “test”, come far alzare un braccio ad esempio, e procedono solo se funziona.

Personalmente ritengo che chi ha già avuto esperienze di rilassamento profondo, sia paradossalmente più difficile da ipnotizzare, perché in fondo non trova strano ciò che sta facendo, l’ha già fatto, e dunque è meno suggestionabile.
Sì, perché l’ipnosi in fondo si serve della suggestione (niente di male in questo, non vuol dire che sia una “bufala”).

La prima seduta con Manuela non fu molto diversa. Arrivato allo stato di rilassamento profondo mi fu chiesto di ricordare cose via via sempre più remote, fino ad arrivare allo stato di prenascita, nel ventre di mia madre 😮
In effetti ricordai cose anche molto antiche – parlo sempre della vita corrente – anche se non posso dire quanto davvero coincidenti con la realtà.
Ad esempio, da anni “so” che il ricordo più antico che io ho della mia infanzia è legato a un… frigorifero. Basta, tutto qua 🙂 Quando perciò mi venne detto di ricordare una cosa avvenuta quando ero molto piccolo… mi “vidi” vicino ad un frigorifero, ma non so quanto la scena visualizzata fosse coincidente con quella reale e quanto invece “ricostruita” dalla mia mente.

La cosa divenne ancora più problematica nel momento di ricordare “come stavo” nel ventre di mia madre.
Il punto è che quando sei su un lettino, “indifeso” perché in stato di rilassamento profondo, e il teraputa ti continua ad ordinare di ricordare qualcosa… bé, ad un certo punto, messo all’angolo, tu lo “ricordi” qualcosa, ma… che sia un ricordo vero e non un frutto della tua fantasia, è tutto da dimostrare 😐

Comunque la seduta finì e ci scambiammo le impressioni.

Le volte successive mi venne chiesto di andare indietro… “oltre” i limiti temporali di questa vita 😮
(continua)

05092009623(foto mia: vista dalla torre del castello di Malcesine, Lago di Garda)

Ipnosi regressiva alle vite precedenti – La mia esperienza

Con “ipnosi regressiva alle vite precedenti” si intende uno stato di ipnosi nel quale, sotto richiesta del terapeuta, il soggetto ipnotizzato ricorda spezzoni di sue vite precedenti. Ovviamente il tema è strettamente legato a quello della reincarnazione, ed anzi viene spesso utilizzato come prova della reincarnazione stessa.
Va detto che, seppure nell’epoca moderna lo “inventore” di tale tecnica è lo psichiatra americano Brian Weiss, metodi simili erano utilizzati fin dalle epoche più remote e nelle più disparate civiltà.

brian weissBrian Weiss si imbatté per caso in tale fenomeno: nel corso di alcune sedute di “normali ipnosi”, il soggetto ipnotizzato iniziava a parlare di aneddoti legati apparentemente a vite precedenti. Weiss provò allora con altri pazienti, ottenendo simili racconti. Sorpreso, decise di documentarsi e scoprì che simili casi erano tutt’altro che rari negli archivi dei colleghi psichiatri ma che, per timore di essere screditati come professionisti, venivano tenuti sotto silenzio. Weiss decise invece di uscire allo scoperto e, nonostante le accese critiche della grande maggioranza dei colleghi psichiatri, che non ritenevano reale tale fenomeno, divenne in breve tempo famoso e creò successivamente una vera e propria scuola di professionisti che seguirono il suo metodo.
Sono certo che molti tra di voi hanno letto almeno uno dei suoi numerosi libri.

In Italia, molto famoso è Angelo Bona, un po’ il Brian Weiss nostrano. Anche lui ha creato una scuola di terapeuti professionisti che praticano ipnosi regressiva. Potete leggere di lui e della sua organizzazione A.I.I.Re (Associazione Italiana Ipnosi Regressiva) qui: www.ipnosiregressiva.it

Trovando l’argomento interessante, tra gli ultimi mesi del 2003 e i primi del 2004 decisi di sottopormi io stesso a ipnosi regressiva. Poiché a Genova in quel periodo non esistevano terapeuti riconosciuti che praticavano tale tecnica, mi rivolsi alla scrittrice e ricercatrice Manuela Pompas, anche lei autrice di numerosi libri, come “La Terapia R”, dove “R” sta appunto per Reincarnazione.
Le sedute si tennero a Milano, se non ricordo male ogni 15 giorni circa.

Manuela PompasL’approccio di Manuela fu molto professionale. Prima di tutto, per decidere se accettarmi o meno come “paziente”, volle capire i motivi che mi spingevano a tale scelta. Questo mi convinse della sua professionalità: non era “qualcuno che cercava polli da raggirare”, altrimenti il motivo non avrebbe avuto importanza.
Io avevo perso mio padre pochi mesi prima e in più avevo difficoltà ricorrenti che non riuscivo a spiegare in nessun modo logico. Infine, ma non meno importante, ero convinto che quanto sostenuto dal dottor Weiss fosse vero: al di là che ciò che si ricorda sia verificabile o meno, se il soggetto si convince che è vero inizia a vedere la sua vita cambiare drasticamente. In meglio, ovviamente.
Ciò è comprensibile, giacché reincarnazione significa vita dopo la morte, significa avere sempre e comunque altre possibilità; la vita, allora, viene vissuta meglio, con meno pesantezza e gravità. A questo si aggiungevano casi di guarigioni “inspiegabili” da malattie croniche e dolori ricorrenti, ma questo aspetto non era all’epoca di mio interesse.

Le mie argomentazioni convinsero Manuela e le sedute iniziarono…

(continua)

 

05092009616foto mia: tramonto dal Castello di Malcesine, Lago di Garda